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Autore: Merkelig    17/03/2017    2 recensioni
"Noi siamo scienziati, bambina. Non siamo obbligati a credere in quello che credono tutti gli altri se non vogliamo. Noi possiamo indagare, studiare, per consegnare alla fine qualcosa all'umanità."
"Che cosa?"
"Nuove domande, Urania."
Storia partecipante al contest "Cantami, o Diva...” Indetto da Dollarbaby sul forum di EFP.
Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Avrebbe dovuto chiamarsi Madis.

Il GBC, il Good Behavior Code stilato nel 2076, sanciva che ad ogni nuovo nascituro fosse dato un nome che derivasse da quelli dei genitori. Un modo per garantire un'atmosfera di continuità e conservatorismo in un'epoca in cui gli esseri umani erano tesi ad afferrare il futuro con entrambe le mani.

Fu così che, quando i coniugi Martin e Diana Bates diedero alla luce una bambina tutta piegoline e lentiggini, il neo papà uscì di casa, percorse i seicento metri che separavano la sua abitazione dall'ufficio Anagrafe più vicino e disse all'impiegata che stava all'ingresso di iscrivere immediatamente la piccola Madis Bates al registro dei cittadini di New Liverpool.

La signora Diana Bates passò con sua figlia ogni istante della giornata per tutta la sua prima settimana di vita; mentre le infermiere e le sue amiche in visita la aiutavano a riprendersi dal parto e a tornare a parte delle attività che era solita svolgere prima della gravidanza, Diana pretese che la piccola venisse accudita nella stessa stanza in cui lei passava le sue giornate. Dopo che la bambina era stata allattata, Diana la toglieva dalle mani della nutrice e la portava a spasso per la stanza. Se piangeva durante la notte, la madre si alzava molto prima delle donne che avrebbero dovuto occuparsi di loro e la cullava fino a farla addormentare.

Fu per questo che Diana fu la prima ad accorgersi di quanto speciale fosse quel tenero fagottino che aveva portato con sé negli ultimi nove mesi; durante quelle poche, lunghe notti, la donna scoprì quasi per caso che, quando entrambe si avvicinavano alla grande finestra della camera con le tende tirate, quando tutto il cielo notturno sembrava intrufolarsi nella stanza scivolando con il suo liquido silenzio sulle pareti bianche e sulle spesse tende di broccato come una risacca d'argento, la bambina si fermava a fissare incantata le stelle con la piccola bocca semiaperta e gli occhi spalancati in cui si specchiavano quelle luci lontane. Era in grado di restare così per ore e, quando alla fine si addormentava, la madre aveva l'impressione che nella giovane mente ancora priva di ricordi esse continuassero a risplendere per ore.

Durante una delle rare occasioni in cui si lasciò convincere ad abbandonare la bambina per una rapida passeggiata nella grande casa, la donna si sorprese a dirigersi verso la biblioteca del marito. Quel santuario di sapere, in cui venivano conservati centinaia di volumi come fossero sacre reliquie provenienti da un altro secolo, l'aveva sempre affascinata e portata a trascorrere pomeriggi interi ad accarezzare il cuoio dei grossi dorsi appena intiepidito dal sole battente, sfogliandone alcuni con il cuore in gola con l'urgenza di carpire schegge di informazioni e di decodificare i minuscoli caratteri e le parole astruse. Se il marito ne fosse a conoscenza non era chiaro; mai infatti aveva sollevato l'argomento e Diana si era guardata bene dal farlo al suo posto.

Tuttavia quel pomeriggio, il primo dalla nascita in cui era tornata ad affacciarsi alle alte porte di quella sala silenziosa, riportò alla mente della donna il ricordo di una lettura precisa strappata ad una sessione di cucito di una calda sera d'estate.

Ricordava ancora l'aspetto di quel libro in particolare, tanto pesante che aveva faticato per avvicinarlo al viso e con le pagine di sottilissima carta di cedro. Il paragrafo che si era ritrovata sotto le dita descriveva delle figure mitologiche, le Muse greche, donne immortali che proteggevano i poeti e gli artisti. Di quella lettura aveva conservato solo qualche nozione generica e un nome, il cui ricordo la portò istintivamente ad alzare lo sguardo verso il cielo, in quel momento tinteggiato di un lievissimo azzurro pastello, e a precipitarsi fuori di casa senza soprabito né calzature appropriate.

La donna si recò il più velocemente possibile all'edificio all'angolo e, con il viso accaldato e il fiato grosso, chiese all'impiegata dell'Anagrafe di cambiare il nome di sua figlia sul Registro dei Cittadini. L'impiegata esitò nel ricevere una richiesta simile da una signora che era arrivata sola e con una tale fretta, tuttavia alla vista del documento d'identità e non essendoci altri impedimenti, eseguì sotto lo sguardo attento di Diana.

Pochi minuti dopo la donna stava tornando a casa con in mano il certificato di nascita e il modulo che attestava il cambiamento di nome battuto di fresco.

Al suo ritorno le donne, in preda all'agitazione per la sua scomparsa, l'accolsero sul portone e l'accompagnarono precipitosamente al piano di sopra, senza nemmeno chiederle dove fosse stata o cosa fossero quei fogli che stringeva tra le mani tanto gelosamente. Lei le lasciò fare, sorrise alla sua bambina che era rimasta tranquilla nonostante il trambusto e si limitò ad attendere il ritorno del marito.

Questi arrivò all'ora in cui ogni sera rientrava a casa, congedava la schiera di donne che si erano prese cura di sua moglie durante la sua assenza e saliva fino alla camera matrimoniale per passare con la moglie e la bambina il tempo che li separava dall'ora di cena.

Al suo arrivo la donna gli mostrò i documenti senza dire una parola. Il marito li studiò brevemente e quando ebbe finito di leggere rivolse alla moglie uno sguardo severo, che lei ricambiò senza abbassare la testa; dopo qualche momento lui sospirò, posò i fogli sul bordo del materasso e si tolse gli occhiali dal naso. Quando di lì a una mezz'ora la donna lo osservò scendere le scale per precederla in sala da pranzo, si concesse di tirare un lungo sospiro e di aprirsi in un sorriso.

Da quel giorno la piccola Madis cambiò nome in Urania.

Urania era una bambina estremamente precoce: imparò a leggere a quattro anni, e a sette si accostò per la prima volta alle letture conservate nella biblioteca paterna. Ben presto decise che l'argomento che preferiva in assoluto erano le stelle: nomi, costellazioni, elementi, classificazioni. Tutti gli astri la affascinavano ma le stelle rimasero sempre le sue preferite, al punto che trascorreva pomeriggi interi davanti alle carte celesti a ricalcare epicicli e distanze con l'aiuto del grosso compasso di ottone.

A dieci anni aveva letto ogni volume sull'Universo che era riuscita a trovare e possedeva una discreta conoscenza dei fenomeni celesti, ma più apprendeva e più si sentiva posseduta da un desiderio senza nome. Come se le stesse sfuggendo qualcosa, come se per un tacito accordo ogni autore di ogni libro avesse omesso qualsiasi possibile riferimento ad un argomento preciso.

Sentiva nascere in se una domanda, ma tutto quel sapere scientifico che aveva acquisito non le aveva dato nemmeno le parole per formularla.

Fu per questo che un giorno chiese a suo padre che cosa fossero le stelle.

“Le stelle sono grandi oggetti che brillano grazie ad un fenomeno chiamato fusione nucleare” le rispose lui che da astronomo competente aveva cercato di semplificare la questione il più possibile. Si era aspettato che la figlia gli chiedesse altre spiegazioni, o che si limitasse a fissarlo senza capire, invece la bambina gli rispose con una domanda che lo lasciò stranito in un primo momento.

“Ma se è come dici tu, perché tante persone dicono cose diverse? Uno che le stelle parlano e ci osservano, uno che guardandole ricorda gli amici che se ne sono andati, un altro che sono belle come gli occhi di una signora. Come fanno dei sassi ad essere così tante cose? Ci deve essere qualcos'altro.”

“Fantasie, Urania. Le stelle non sono altro che un insieme di idrogeno, elio, ossigeno, carbonio e metalli. Nient'altro.”

La bambina non replicò, abbassò lo sguardo sulle proprie scarpe con espressione pensierosa e uscì dalla stanza.

Tempo dopo si accostò alla poesia, ai piccoli volumi sullo scaffale più basso nascosti e schiacciati dal peso di tutti gli altri. Quasi subito si imbatté in una piccola raccolta di poesie di D. H. Lawrence in cui il curatore aveva riportato nell'introduzione una delle frasi preferite dello scrittore.

«Non serve a niente dirmi che è una roccia senza vita là nel cielo! So che non è così»

L'effetto che le fece leggere quelle parole fu paragonabile a quello di un fulmine che si abbatte al suolo: la sua giovane mente fu illuminata per un secondo da una nuova consapevolezza.

Non era obbligata a credere a ciò che tutti gli altri facevano passare come verità, perché senza prove né dimostrazioni era impossibile stabilire che le stelle non fossero altro che ammassi di materia privi di incanto.

Così come era impossibile stabilire che non lo fossero.

Quel giorno la bambina si recò in camera sua e recuperò nel grande armadio di quercia la valigia che aveva ricevuto al suo decimo compleanno. La aprì e contemplò assorta i colori ad olio e le tele che suo padre aveva acquistato nella speranza che si appassionasse ad un'attività più femminile. Alla fine afferrò alcune boccette e un grosso pennello e si mise al lavoro.

Quando nel tardo pomeriggio ebbe finito, con il sole ridotto ormai ad una striscia scarlatta all'orizzonte, le pareti della sua stanzetta e il soffitto, che aveva raggiunto arrampicandosi su una sedia e una pila di vecchi dizionari, erano stati tinteggiati con tutte le sfumature del blu, del celeste e del viola. Il colore era stato steso piuttosto goffamente, inframezzato da larghi spazi bianchi tra una traccia e l'altra perché potesse bastare, ma la bambina fu soddisfatta ugualmente del risultato. Grosse stelle a cinque punte bianche e argentate brillavano debolmente nella penombra, e la frase di Lawrence, riportata con un tratto un poco tremolante, faceva bella mostra di sé su una porzione di parete libera dai mobili.

I genitori ebbero reazioni diverse. Il padre dapprima corrugò le sopracciglia, poi le chiese severo perché avesse imbrattato i muri sprecando oltretutto i colori ad olio.

“Volevo che la mia stanza fosse come il cielo.”

A quella risposta sincera l'uomo le spiegò che questi comportamenti non erano ammissibili; erano irrispettosi verso chi aveva reso la loro casa bella com'era, chi aveva fabbricato quei colori e infine verso di lui che aveva speso del denaro per acquistarli. Detto questo l'uomo invitò la figlia a riflettere sul suo comportamento e uscì dalla stanza con un'espressione di composta indignazione.

La bambina alzò allora gli occhi sulla madre.

“Pensi che abbia fatto una cosa brutta?”

Diana sorrise e le accarezzò la testa.

“Penso che non ci sia nulla di male a voler dormire tra le stelle” le rispose, e a quelle parole la piccola ricambiò il sorriso.

Quando Urania compì quattordici anni, vista la sua predisposizione naturale e la grande curiosità verso il sapere, il padre assunse un tutore incaricato di educarla, e allo stesso tempo di assicurarle un'istruzione che competesse ad una signorina dell'alta società. Il signor Po, uno dei migliori educatori a ovest di New Liverpool, tentò di farla appassionare alla storia, alla politica e alla letteratura ma al di là delle sue letture passate per cui aveva perso interesse da tempo Urania non fece alcun progresso.

Al momento di licenziarsi, appena una settimana dopo, il signor Po riferì a Mr Martin Bates che sua figlia aveva sì un'intelligenza fuori dal comune ma che rifiutava di applicarsi a tutto ciò che non le interessasse.

Dopo di lui una lunga lista di educatori si cimentò nell'impresa e Urania seppe sbarazzarsi di ciascuno di loro, senza mai mostrarsi maleducata o indisciplinata ma dimostrando chiaramente di non essere interessata ad un sapere tanto limitato e stantio. L'ultimo che rispose alla richiesta del signor Bates fu un ex luminare della comunità scientifica di New Liverpool, che si era ritirato dalla scena pubblica una ventina di anni prima a causa del carattere rivoluzionario delle sue idee.

Insieme a Mr Upton la naturale curiosità di Urania e la sua volontà di apprendere rifiorirono: i due spesso restavano chiusi nella biblioteca per ore parlando di filosofia, scienza e ingegneria, e in poco tempo lei si affezionò molto al suo burbero mentore che mai si rifiutava di omettere un argomento qualsiasi giudicandolo inadatto al suo intelletto o inappropriato al suo ruolo sociale di donna.

Un pomeriggio Mister Upton le portò un grosso libro proveniente dalla sua biblioteca privata e le diede l'incarico di approcciarsi alla lettura come meglio credeva; quella sera stessa lei ne sfogliò le spesse pagine con la stessa religiosa riverenza che un archeologo riserva al reperto che ha cercato per tutta la sua carriera.

«Le grandi invenzioni della meccanica» recitava solennemente la copertina.

Urania impiegò sei mesi a studiare minuziosamente non solo le vite e i pensieri dei più grandi inventori del mondo, ma anche i loro disegni e le applicazioni pratiche delle loro tecnologie; per la fine di questo periodo aveva acquisito una certa conoscenza dei principi della meccanica di base e già desiderava di poter andare oltre. Un pomeriggio di fine primavera, con il sole che dalla finestra batteva sul volume che aveva in grembo facendone scintillare il titolo stampato in caratteri dorati, la ragazzina chiese a Mister Upton come mai l'ultimo dei grandi inventori descritti nel libro fosse vissuto più di due secoli prima, perché non fossero nominati Thomas Edison, Nicola Tesla, Albert Einstein e così via.

Il vecchio professore sospirò e si tolse i piccoli occhiali, ripiegandone le asticelle con le punte delle dita malconce.

“Tu devi capire che noi viviamo in una società unica nel suo genere.” disse con un tono amaro che usava molto di rado “Durante il ventesimo secolo l’umanità attraversò un periodo davvero oscuro della sua storia; in meno di cento anni il mondo fu sconvolto da due guerre mondiali e un gran numero di conflitti minori. Nei primi cinquant'anni del secolo persero la vita approssimativamente sei milioni e mezzo di persone, e i danni ai sistemi sociali ed economici furono incalcolabili; gli uomini si sono resi responsabili di tali atrocità e barbarie che alle porte del ventunesimo secolo l'allora primo ministro Spencer Percival II prese misure drastiche per salvaguardare almeno i cittadini inglesi.

La Gran Bretagna si isolò dal resto del mondo, e questo fu possibile grazie alla sua posizione geografica; vennero tagliati i ponti con la terraferma e le frontiere furono chiuse a chiunque non fosse cittadino inglese. Percival prese spunto dal sistema giuridico europeo e stilò un insieme di decreti che chiamò Good Behavior Code, destinati a riportare la Gran Bretagna all'epoca in cui dominava il mondo.

Tornarono in voga i valori illuministi, i palazzi vittoriani e i motori a vapore. Ogni tecnologia creata dal ventesimo secolo in poi venne adattata o eliminata; furono dichiarati illegali materiali plastici, medicinali moderni, mezzi di trasporto elettrici. Dai libri di storia vennero cancellati interi capitoli, nulla di ciò che è accaduto negli ultimi tre secoli è oggi insegnato nelle scuole, e poco a poco la volontà di dimenticare portò gli uomini e le donne a vivere come i propri trisavoli, a parlare come loro, a pensare come loro, chiusi in una realtà che essi stessi hanno creato. Noi siamo dei prigionieri, bambina, prigionieri di una civiltà che per paura del futuro non ha esitato a rinchiudersi nel passato.''

Per diverso tempo dopo quell'incontro Urania non vide più il vecchio professore, impegnato con un viaggio all'estero, e trascorse i suoi pomeriggi a rimuginare e a ricreare per gioco alcuni dei meccanismi più semplici che aveva copiato dalle illustrazioni del libro sulla meccanica. Senza che se ne rendesse conto i suoi occhi andavano sempre più spesso alla frase di Lawrence dipinta sulla parete, e nella sua mente si delineava un'idea che l'avrebbe accompagnata per il resto della sua vita.

Quando Mister Upton tornò dal suo viaggio la ragazzina lo affrontò e gli chiese se mai nel passato fosse esistito un modo per gli uomini di volare. Il professore le descrisse allora aeroplani ed elicotteri, ma lei insistette.

''No, io intendevo più in alto.” precisò “Raggiungere le stelle, viaggiare nello spazio. Qualcuno c'è mai riuscito?''

"Certo." Le rispose il vecchio. E le parlò dell'allunaggio, dei razzi spaziali e dei pianeti scoperti.

Urania appagava con le sue parole quella sete che da sempre sentiva nel suo cuore, simile ad un' urgenza, ad un bisogno fisico che non può essere soddisfatto.

Quando il professore ebbe terminato lei semplicemente gli chiese, con un sospiro di voce sospeso nel breve spazio che li separava:

"Come faccio ad andarci anch'io?"

"Mia cara bambina," rispose con la maggior delicatezza possibile "nessuno va nello spazio da anni ormai. Non esistono più veicoli che ti possano portare là"

Alla vista della delusione sul volto della propria allieva l'uomo aggiunse:

"Sai, una volta c'era uno scrittore che si chiedeva «Chi ci ha dato gli occhi per vedere le stelle ma non le braccia per raggiungerle?»"

"Si è mai dato una risposta?"

"Era convinto che Dio ci avesse creati così, come creature che possono guardare oltre i propri limiti senza mai poterli raggiungere, perché se raggiungessero lo stesso livello di conoscenza del Creatore gli sarebbero pari, e questo è un male."

"Parli dello stesso dio che dice che la donna non è stata concepita per essere pari all'uomo nell'intelletto?"

Il vecchio professore sorrise con aria complice.

"Esatto."

Dopo qualche minuto riprese piano:

"Noi siamo scienziati, bambina. Non siamo obbligati a credere in quello che credono tutti gli altri se non vogliamo. Noi possiamo indagare, studiare, per consegnare alla fine qualcosa all'umanità."

"Che cosa?"

"Nuove domande, Urania."

La ragazzina stette in silenzio per lunghi istanti.

"Che cosa sono le stelle?" Soffiò alla fine.

"Questa" intervenne il professore con dolcezza "è un'ottima domanda."

"Che dovrei fare allora? Per avere una risposta?"

"Credo che dovresti andare lassù a vedere con i tuoi occhi."

Fu come se venisse completato un mosaico lunghissimo, in cui ogni pezzo si incastrasse alla perfezione con gli altri per mostrare un disegno magnifico.

La necessità di cercare improvvisamente si era dissipata nel nulla, spegnendosi dolcemente come la fiamma di una candela.

Urania aveva deciso.

Quella sera, nel proprio letto, con le mani in grembo e gli occhi vigili per spiare il cielo notturno che si faceva strada verso la sua finestra, Urania si ritrovò a pensare alle parole citate dal suo mentore.

“Mi hanno dato occhi per vedere le stelle ma non braccia per raggiungerle? Non mi servono le braccia. Costruirò un razzo che possa portarmi là.”

Urania mantenne il suo proposito e i giorni correvano, tra le lezioni con Mr Upton e le esplorazioni solitarie al cantiere navale abbandonato sulla riva della Mersey. La ragazzina cresceva e, mentre studiava e costruiva veicoli sempre più grandi e complessi, si apprestava a diventare sia una giovane donna che una delle menti più brillanti ed esperte nel campo della meccanica di tutti i tempi.

Mr Upton la aiutò in tutti i modi possibili: curava i suoi lavori, le forniva progetti importati illegalmente dall'Europa durante i suoi viaggi e discuteva con lei per ore, studiando i minuscoli caratteri stampati sui grandi fogli semitrasparenti.

Urania dal canto suo lo ripagava con una gratitudine incondizionata e una perizia del montare, svitare e saldare che invitavano ad osservarla lavorare in rispettoso silenzio.

Nel piccolo magazzino clandestino diede vita ad un magnifico paio d'ali meccaniche che funzionavano a vapore, ad un piccolo marchingegno panciuto con un robusto paio di eliche che gli consentiva di alzarsi in volo, e di un'imbragatura di cuoio assicurata ad un potente motore che riusciva a sollevare il peso di un uomo adulto. Ma il suo progetto definitivo, un razzo sperimentale, non venne iniziato prima dei suoi diciotto anni. I due studiarono a lungo vecchi progetti sovietici stampati su moderna carta azzurra, e insieme adattarono il veicolo perché potesse ricevere la spinta necessaria a raggiungere lo spazio grazie alla forza del vapore.

Ogni sera, dopo lunghe giornate trascorse partecipando a the party, o all'opera, o a "fare società" come lo definiva Diana, la ragazza evadeva dalla propria stanza, con la sensazione di liberarsi finalmente di un vestito pesante dopo un pomeriggio afoso, e attraversava il grande giardino fino ad un buco nella siepe che aveva praticato lei stessa anni prima. Da lì percorreva il marciapiede, protetta dall'oscurità lasciata intatta da un lampione a gas che nessuno accendeva più, e si infilava in una viuzza laterale che la portava direttamente sulla Mersey.

Su insistenza del padre Diana le aveva fatto confezionare una lunga serie di abiti azzurri, perlacei, bordeaux, ricchi di nastri, pizzi e bustini d'osso. Urania li detestava con tutte le proprie forze, ma per quanto li odiasse non poteva permettere che uno strappo o una macchia di grasso rivelassero le proprie escursioni notturne, così si risolse a fabbricarsi un vestito con le proprie mani. Per prima sottrasse una lunga gonna blu scuro dall'armadio e ne tagliò via una larga striscia, di modo che le arrivasse poco sotto il ginocchio, poi si accinse a farle l'orlo. Scoprire un'attività manuale che non le riuscisse in modo spontaneo, ma che anzi la rendesse impacciata, la sgomentò. Lavorò alla meno peggio finché non ottenne un indumento pratico da indossare e di cui nessuno avrebbe notato l'assenza. Poi si dedicò alla parte superiore.

Scovò in soffitta una vecchia camicia bianca che suo padre indossava da ragazzo, e si interessò alla stoffa resistente e alle buone condizioni in cui si presentava. Si protesse il busto con un gilet di cuoio consunto che odorava ancora di cera e di qualcosa di avventuroso, e si legò in vita la cintura degli attrezzi. Quando lo specchio le rimandò la propria immagine Urania si scoprì ad osservarsi a fondo e a trovarsi bella, con i capelli sciolti sulle spalle e quegli abiti dal taglio androgino che esaltavano le sue forme femminili in modo diverso da quelli che indossava tutti i giorni.

Non erano poche le volte in cui sgattaiolava in camera alle prime luci dopo una notte passata a lavorare a lume di candela, si svestiva in fretta e riponeva gli abiti in fondo all'armadio, sorridendo come si sorride ad un amico che si lascia solo momentaneamente.

Aveva appena terminato di assemblare la fusoliera e il suo rivestimento esterno di piastre di ferro che l'avrebbe protetta dall'attrito dell'atmosfera al momento del decollo, quando suo padre la chiamò nel proprio studio, un pomeriggio al termine della sua lezione quotidiana.

"Da domani Mr Upton non sarà più il tuo educatore" le annunciò. "Sei una donna adulta ormai e quello che poteva insegnarti dovresti averlo già appreso da tempo. La tua istruzione finisce oggi."

La ragazza rimase in silenzio per qualche momento, poi annaspò alla ricerca delle parole giuste.

"Padre..."

"Non è tutto." la interruppe "Ho accettato la proposta di Mr Hawkins. Suo figlio, George Hawkins, è un bravo giovane e uno studente di medicina molto promettente, ed ha espresso interesse per te. Vi fidanzerete questa primavera e mi aspetto che siate sposati entro la fine dell'anno."

"Perché?" chiese Urania con improvvisa freddezza.

"Perché sei una donna adulta ormai." ripeté Martin Bates guardando severamente la figlia da sotto in su "Finora hai goduto di una libertà inusuale per la tua età, e questo per una mia debolezza. Ora è il momento di fare il tuo dovere, Urania."

La ragazza non replicò. Intuì che non sarebbe servito a nulla e si limitò a girare sui tacchi e uscire dalla stanza.

Quando la figlia gli diede le spalle, Martin Bates sospirò.

Più tardi Urania era distesa a letto, con la scomoda camicia da notte lunga fino ai piedi che le si arrotolava intorno ai polpacci e lo sguardo rivolto al soffitto su cui il celeste cominciava a tendere al blu.

Calcolava.

Non si illudeva che suo padre cambiasse idea, né che ci fosse un modo qualsiasi per evitare il matrimonio, a parte uno. Sarebbe dovuta scappare con il suo razzo.

Prima della fine dell'anno mancavano dieci mesi e quattro giorni; il motore poteva essere completato entro la primavera ma le piastre per fabbricare gli alettoni poteva procurarsele prima della fine della settimana...

Si addormentò con la testa ancora piena di cifre e calcoli, l'amarezza e lo smarrimento che si mescolavano nella parte più profonda della sua mente incoscia dove lei li aveva confinati.

Nei mesi successivi Urania lavorò più che poté, con una frenesia e un accanimento che spesso la portavano a coricarsi quando il sole era già sorto. Le capitò di ferirsi; dapprima un graffio sulla fronte, poi un grosso livido sul braccio, fino ad arrivare ad un taglio profondo che quasi le costò la perdita di un dito. Nulla la fermò e i giorni passavano, le giornate si allungavano e la temperatura saliva, e, mentre una metà di lei partecipava come una spettatrice al suo rapporto con George, la parte più intima della sua mente non cessava un solo istante di pianificare e aggiustare circuiti. Urania e suo padre non discussero più del suo futuro né di qualunque altra cosa, e con il passare del tempo l'urgenza di portare a termine il proprio progetto rese Urania schiva e distratta.

Le giornate tornarono ad accorciarsi e, mentre le foglie cadevano e arrivavano i primi temporali, la fusoliera del razzo di Urania si arricchì si un sistema di propulsione avanzato.

Il matrimonio venne fissato per la fine di Novembre e i suoi preparativi accompagnarono le ultime rifiniture ai circuiti e i primi rifornimenti di propellente. Senza che Urania se ne accorgesse arrivò la sera in cui il suo abito da sposa era appeso all'anta dell'armadio in trepidante attesa del giorno dopo. Diana era salita brevemente in camera sua per dare l'ultimo saluto intimo alla figlia e per aiutarla a preparare i bagagli; era previsto infatti che al termine della cerimonia i due sposi si trasferissero immediatamente in una piccola proprietà degli Hawkins, appena fuori dal centro.

Urania aspettò che la madre uscisse dalla stanza dopo averle baciato la fronte (ed era certa di aver sentito una lacrima bagnarle la tempia), per cambiarsi un'ultima volta e uscire dalla finestra. Non prese alcun bagaglio. Non avrebbe avuto bisogno di nastri o trine nel posto in cui stava andando.

Al momento di scavalcare il davanzale, tuttavia, qualcosa la fermò. Un vago sentimento di dispiacere rallentò il suo ginocchio, già pronto a posarsi sull'intelaiatura, e allentò la presa delle sue mani.

Avrebbe lasciato Diana, se se ne fosse andata, e con lei Mr Upton. Avrebbe abbandonato anche loro una volta partita. Si stupì di non averci pensato prima, non consapevolmente almeno, limitandosi ad ignorare quella sensazione di amaro che le aveva preso la bocca dello stomaco.,

Ma ormai non poteva, né voleva tornare indietro.

Così, indugiando appena, si calò dal rampicante vicino alla finestra e attraversò il giardino tenendosi nell'ombra.

Il suo razzo la stava aspettando, saldo, confortante, accogliente. Amorevole. Pronto per partire.

Urania tolse il telo che lo copriva, l'eccitazione per la missione imminente che le solleticava la pelle come piccole dita. Le piastre scintillarono per un momento quando la luce della candela le colpì, e i bulloni erano come punti fermi in una frase scritta sulla pagina. Nulla li avrebbe smossi.

Accarezzò quasi con affetto il fianco panciuto del velivolo, e nel suo buonumore le sembrò che la macchina le rispondesse con delle fusa.

Aiutandosi con una scaletta salì a bordo e sigillò con cura gli oblò. Prese posto sul sedile, diede un'ultima occhiata al magazzino e mise in moto.

Una scintilla diede fuoco al gas che iniziò a scaldarsi velocemente. Urania sentì la pressione salire, percepì la vibrazione della fusoliera farsi sempre più forte e un ronzio insistente, come un grosso alveare, ovattarle le orecchie. Strinse la presa sui comandi finché le nocche non sbiancarono, con le unghie nei palmi.

“Conto alla rovescia.” pensò “Cinque”

La aspettava l'immensità dell'Universo, con i suoi pianeti inesplorati e le sue stelle aliene.

“Quattro”

Sarebbe tornata un giorno, oh sì, per riportare al mondo le sue scoperte.

“Tre”

Avrebbe rivisto Mr Upton e sua madre, e loro due sarebbero stati così fieri di lei. Tutto sarebbe cambiato.

“Due”

Addio George, addio matrimonio, addio casa noiosa e vita noiosa.

“Uno”

Addio mondo.

L'esplosione polverizzò i muri del magazzino e abbatté le travi di sostegno. Il boato si udì lungo tutta la riva della Mersey.

 

Ricordo che conobbi Urania Bates un pomeriggio di fine autunno e fu lei stessa a raccontarmi la sua storia. Io non ero che una ragazzina minuta, quasi scheletrica, con i capelli grigio topo e gli occhi tondi come quelli di un tonno. E lei era così... così adulta e alta, e bella, e forte. Aveva un modo di fare che incantava chiunque la guardasse, sempre così sicuro come se sapesse esattamente come agire in ogni situazione. Mio padre mi raccontò che quella notte, quando con gli altri uomini uscì di casa e si precipitò in direzione della fonte dell'esplosione, quando arrivò al piccolo magazzino abbandonato di cui non restava nulla a parte macerie, vide in un angolo un corpo inerte simile ad una bambola di pezza.

Mi raccontò che Urania Bates aveva avuto un incidente, che lo strano marchingegno su cui si trovava aveva avuto un guasto che lo aveva portato ad esplodere e a scagliare lontano il corpo del suo passeggero. Nessuno ci capì nulla.

I funerali furono organizzati per la settimana seguente.

Mentre una lunga processione di persone sfilava in lacrime davanti al feretro, incluso George Hawkins insieme a suo padre, vidi Diana Bates fissare la bara della figlia con sguardo vacuo, un braccio del marito a circondarle le spalle.

La cerimonia fu breve e concisa, dopodiché uscimmo per poi raccoglierci nel piccolo cimitero poco lontano. Quando, dopo la sepoltura, la maggior parte degli spettatori si fu allontanata riuscii a scorgere la lapide.

«Qui giace Urania Bates, figlia amatissima, morta alla vigilia delle nozze.»

Mi accostai, stordita dall'anonimato di quell'epitaffio. Una persona tanto straordinaria meriterebbe tutt'altre parole con cui parlare a quelli rimasti vivi.

Vidi Diana posarsi un bacio sulla punta delle dita e accarezzare la pietra gelida. Alzò gli occhi al cielo e sorrise alle prime stelle che cominciavano già ad apparire nella volta ancora tinteggiata di azzurro.

“È salita in cielo.” mi spiegò mio padre quella sera “ È andata in paradiso insieme agli angeli.”

Sapevo che si sbagliava. Urania non avrebbe avuto alcun interesse a vedere degli angeli, e sapevo che se si fosse trovata al cospetto di Dio ne avrebbe approfittato per rinfacciargli un paio di cosette.

No, lei non era andata in Paradiso; aveva strappato i suoi legami per salire ancora più in alto, tra le stelle e le loro luci, e ora poteva accarezzare le comete e danzare con gli asteroidi, gustandosi il buio frizzantino e siderale delle profondità cosmiche.


FINE


 

NdA:

1- quando Urania dice al padre che le stelle fanno sognare le persone, i testi a cui fa riferimento sono nell'ordine: “Stardust” di Neil Gaiman, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, e “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare.

2- la citazione di Lawrence l'ho trovata su un sito di aforismi. Non essendo riuscita a trovare l'opera da cui è tratta l'ho dovuta riportare in italiano.

3- la Mersey è il fiume su cui si affaccia la città di Liverpool

4- i colori ad olio (con cui Urania ha dipinto le pareti della propria camera) tendono a scurirsi con il tempo, invece che a sbiadire; perciò ho immaginato che il celeste fosse diventato più simile al blu negli anni.

5- la fusoliera è “la parte principale del corpo di un aeromobile che contiene i passeggeri o il carico”; gli alettoni sono “le parti mobili presenti, di solito, nel bordo d'uscita dell'ala di un aeromobile”; il propellente è “una miscela combustibile tale da sviluppare gas a elevata velocità capaci di imprimere una spinta al dispositivo in cui avviene la reazione stessa; trova impiego negli endoreattori (razzi e missili)” (fonti: www.wikipedia.it e www.google.it).

  
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