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Autore: SanjitaSwan    18/03/2017    0 recensioni
Giada, ventun'anni, è una ragazza estremamente ansiosa e disillusa che, dopo aver perso in contemporanea il suo primo amore e la maggior parte delle sue amiche, si chiude in un guscio fatto di freddezza e cinismo verso il mondo esterno.
Un bel giorno, però, le si presenta l'opportunità di studiare l'inglese a Los Angeles, la città che ha sempre sognato di visitare sin da piccola, in una scuola speciale per ragazzi provenienti da ogni angolo del mondo.
Giada parte quindi alla volta della città degli angeli, ma si accorgerà ben presto che dover cavarsela da sola in ogni situazione per tre mesi in una delle città più grandi del mondo non è esattamente la passeggiata sotto il sole californiano che si aspettava.
Tra una palma e l'altra, una simpatica hostmother, una coinquilina perfettina, un amico speciale, compagni arroganti, nuovi amici e ostacoli più o meno grandi da fronteggiare, Giada vivrà un'incredibile avventura che cambierà la sua pigra e monotona vita per sempre.
Genere: Avventura, Commedia, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Il giorno dopo mi presentai a scuola con un dieci minuti d’anticipo.
Avevo ancora qualche problema con il jet lag, e la sera prima, dopo una cena a base di pollo, patate e una chiacchierata con Yvonne e Tiffany, mi ero addormentata alle nove, per poi svegliarmi alle sei e mezza senza bisogno della sveglia.
Era il mio primo giorno, fuori c’era un sole molto timido ed io ero carica come una molla.
Di solito il primo giorno di scuola è sempre visto come qualcosa di spaventoso, nel quale la prima impressione è quella definitiva, ed è in grado di mandare la gente in paranoia per dettagli minimi e insignificanti.
Stranamente, io invece mi sentivo tranquilla e sicura di me stessa.
Non ero una liceale di quattordici anni preoccupata di dover far colpo sulle ragazze più popolari, e la situazione era comunque temporanea.
Probabilmente metà della gente che avrei conosciuto quel giorno se ne sarebbe andata quel weekend, e non li avrei mai più rivisti, quindi non ero molto preoccupata.
Certo, era importante una buona prima impressione, ma ciò non mi spaventava.
Appena le porte dell’ascensore si aprì, feci un bel respiro e mi dedicai alla ricerca della mia aula, la numero 6.
Aprii una grande porta e mi ritrovai in un altro corridoio, dove la gente girava e chiacchierava senza fare troppo caso a me.
Ai lati della porta c’erano due divani rossi, occupati da dei ragazzi asiatici che parlavano la loro lingua, e di fronte a me un grande schermo che mostrava le attività della settimana e anche i compleanni di alcuni studenti che compievano gli anni quella settimana.
Intorno, decine di porte numerate.
Fortuna volle che trovai la mia subito.
Era una stanza né troppo piccola né troppo grande, dalle pareti bianche e azzurre, con una lavagna bianca a pennarelli, una cattedra con una lista appoggiata sopra, una cartina degli Stati Uniti e una del mondo, e tutt’intorno alla cattedra otto banchi da due un po’ distaccati tra loro e disposti a semicerchio.
L’unica persona all’interno dell’aula era una ragazza cinese o giapponese, sicuramente più piccola di me, un po’ sovrappeso, coi capelli un po’ unticci malamente tinti di castano e con degli occhiali con la montatura rosa sottilissima, con gli occhi fissi sul suo libro.
Appena entrai, staccò per pochi istanti gli occhi dal libro per fissarmi da capo a piedi.
“Ehm… hi!” la salutai sorridendo cercando di rompere il ghiaccio.
Lei salutò velocemente e tornò subito a guardare il suo libro.
Mamma mia, speriamo non siano tutti così.
Scelsi un posto a caso, non troppo vicino alla cattedra, e appoggiai la mia roba.
Poi, incuriosita, buttai gli occhi sulla lista sulla cattedra, e lessi il titolo.
‘GRAMMAR – LEVEL 500A – Teacher: BOB’
Si trattava dell’elenco dei componenti della classe, con nome e cognome di ogni studente, la nazionalità, l’anno di nascita e la data dell’ultimo giorno di corso, con il mese scritto prima del giorno.
Dopo essermi accertata che il mio nome fosse sull’elenco, lessi qualche nome per curiosità.
Giada Bellani – Italian – 1995 – 12/09/2016
Ana Maria Do Carmo – Brazilian – 1995 – 09/23/2016
Tadashi Fujihara – Japanese – 1995 – 11/25/2016
Fabio Kauffman – Swiss – 1996 – 12/02/2016
Mayumi Kitada – Japanese – 1996 – 09/23/2016
Ying Wu – Chinese – 2000 – 12/23/2016
Non stetti a leggerli tutti, ma mi accorsi comunque che su una dozzina di persone, più della metà erano giapponesi.
E un sacco della mia età.
L’asociale seduta a studiare doveva essere la cinese nata nel 2000.
Non poteva avere più di diciotto anni, e a parte lei nessuno ne aveva meno di venti nell’elenco.
Nel frattempo, erano entrate altre persone nell’aula, quasi tutti giapponesi a parte una ragazza mora e formosa dalla pelle scura e un ragazzo con la pelle praticamente bianca e i capelli biondissimi, vestito firmato da capo a piedi, che non distolse un secondo gli occhi dallo schermo dell’iPhone che aveva in mano neanche per sedersi.
A parte loro, la cinese ed io, tutti gli altri erano giapponesi.
Li guardai.
Seduto al tavolo di fianco al mio, c’era un ragazzo che aveva tutta l’aria di essersi alzato da cinque minuti, aveva i capelli lunghi e lisci pettinati un po’ a scodella e stava dormendo sul banco.
Quello affianco a lui, notai con orrore che aveva i capelli arancioni sparati a destra e a sinistra, la faccia completamente tempestata di acne, la pelle giallastra e un pizzetto nero molto assomigliante a un pugno di peli pubici che gli copriva il mento sporgente.
Era decisamente il ragazzo più brutto che avessi mai visto.
Magari era simpatico, ma quei capelli arancioni e quel pizzetto imbarazzante non si potevano proprio vedere.
Di fianco alla cinese, invece, si era seduto un ragazzo alto all’incirca un metro e ottanta (per quanto ne sapevo, era molto per un ragazzo asiatico), magro come un chiodo e con la pelle decisamente scura.
Guardandolo bene, mi accorsi che, a parte gli occhi troppo a mandorla e il naso un po’ schiacciato, se gli avessi messo un cappello di paglia in testa, sarebbe stato molto simile a Rufy, il protagonista di One Piece.
O meglio, il suo taglio di capelli me lo ricordava molto.
“Hi! Can I sit here?”
Una vocina sottile richiamò la mia attenzione.
Apparteneva ad una giapponese sorridente, con la pelle bianca e i capelli rossicci lunghi fino alle spalle.
“Yes, of course” risposi, ricambiando il sorriso.
Lei si sedette e mentre stava per chiedermi qualcosa, entrò in classe un uomo di circa sessant’anni basso, grasso e pelato, con le sopracciglia grigiastre molto folte, una barbetta bianca incolta, degli occhiali con la montatura tonda sul naso, e un enorme bicchiere di caffè con ghiaccio marcato ‘The Coffee Bean’ in mano.
Oddio! Questo è il prof?
“Good morning, guys!” disse, sfoggiando un sorriso a denti gialli che mi fece rabbrividire.
“Good morning, Bob” risposero tutti.
Mi accorsi che tutti, nel momento in cui entrò, misero via i telefoni, nascondendoli il più vicino possibile a loro.
Bob si sedette, appoggiò il beverone sulla cattedra e afferrò la lista.
“Ok, we have a new Italian student, I see. Where is she?” chiese, guardandosi intorno.
Dieci paia di occhi si spostarono su di me, che mi alzai.
“It’s me”
“Oh, welcome! You are… Ghiada, right?”
“Ehm, it’s Giada…” lo corressi, mentre la maggior parte delle persone mi salutò. “Yes, it’s me, I’m Giada and I’m 21”
“Oh, sorry, Giada” riprese il prof, marcando sulla pronuncia della G. “So, where are you from?”
“I live in Italy, in Milano…” risposi.
Si alzò un coro di “Oooh! Milan! Italy!” collettivo da parte di quasi tutti.
Era chiaro che l’Italia era un paese che piaceva a tutti, per qualche oscuro motivo.
“Oh, you live in Milan! I visited Milan years ago, it’s a very nice place. Anyway, Giada, I am Bob, nice to meet you”
“Me too…” risposi, senza sapere se avevo risposto correttamente.
“Ok, guys, do you want to introduce yourself? Start with you, Hiroashi”
Il ragazzo brutto si alzò e si presentò.
“Hi, I’m Hiroashi, I’m 23 and I’m from Japan”
“I am Daisuke, I’m 21 and I’m from Japan too” disse l’addormentato di fianco a lui.
La giapponese di fianco a me mi sorrise.
“I’m Mayumi and I’m from Japan too”.
“I’m Ana, and I’m not Japanese as you can see… I’m Brazilian” disse la ragazza mora con un sorriso a sessantaquattro denti.
Tutti ridemmo.
Poi l’attenzione si spostò sul ragazzo biondo, che stava fissando qualcosa sul tavolo.
“Fabio! Turn off your phone, please, or I will take it and put it in this box until the end of the lesson” lo richiamò Bob, indicando una scatola trasparente.
Il biondo non batté ciglio, sollevò lo sguardo, e, dopo che la brasiliana gli bisbigliò qualcosa, lui disse, guardandomi.
“I am Fabio and I live in Zurich, Switzerland”
Sembrava molto scontroso e maleducato.
Però non era brutto.
Passò il turno al piccolo Rufy e all’asociale cinese.
“Hi, I’m Tadashi, I’m 20 and I’m from Japan” disse il ragazzo.
Mi colpì il fatto che, pur essendo molto alto, aveva una voce sottilissima, come quella di un ragazzino di quattordici anni ancora in fase di sviluppo.
La cinese, invece, aveva una voce molto rude, sebbene con un tono molto basso.
“I’m Ying, I’m 16 and I’m Chinese”
Gli ultimi due si presentarono, poi Bob aprì il libro e la lezione iniziò.
“Take this advice” mi bisbigliò Mayumi avvicinandosi un po’. “When he speak closet o you, don’t breath. He smells very bad!”
Stavo per rispondere, quando Bob si avvicinò al ragazzo addormentato per dirgli qualcosa.
Fu sufficiente quella distanza per farmi realizzare quello che Mayumi aveva appena detto.
Quell’uomo, a spanne non si lavava i denti dal 1992, e l’aroma del caffè non aiutava affatto.
Porca troia! E non è nemmeno tanto vicino a me!
Notai con la coda dell’occhio i due giapponesi trattenere il fiato finché Bob non si voltò, per poi guardarsi disgustati.
Non feci in tempo a fare nulla, che me lo ritrovai davanti.
E appena aprì bocca, dovetti trattenere all’istante quanta più aria potevo per non vomitare sul tavolo il toast alla Nutella mangiato quella mattina.
Da vicino era qualcosa di micidiale!
Aspettai che finisse di parlare, molto probabilmente diventando blu, e poi finalmente tornai a respirare.
“Thank you, I will remember it!” dissi a Mayumi, anche lei in apnea.
Saranno tre lunghi mesi!
 
Dopo un’ora e mezza che mi parve un’eternità, finalmente uscimmo da quell’aula che stava diventando irrespirabile.
All’intervallo presi un pacchetto di Oreo al bar al pianterreno e rimasi a mangiarlo su uno dei due divanetti nel corridoio, guardando la gente passare.
Ok, è solo il primo giorno, è normale stare da sola, visto che non conosco nessuno. Diamo tempo al tempo!
La seconda lezione era quella di conversazione.
La classe era dall’altro lato rispetto agli ascensori, ma non fu difficile trovarla.
L’aspetto della stanza era molto simile a quello della classe precedente, solo che la stanza era più illuminata e i banchi erano singoli, sempre disposti a semicerchio.
Quando arrivai, erano già quasi tutti seduti.
Riconobbi Ana, la ragazza brasiliana, e Fabio, il biondino arrogante, che stava parlando in tedesco con una ragazza bionda dagli occhi azzurri decisamente sovrappeso, ma che nonostante ciò indossava un paio di shorts e un top che dava bella vista sulla sesta piena che portava.
Poi c’erano un ragazzo giapponese con gli occhiali a montatura rotonda, i denti più brutti e storti che avessi mai visto e portava un cappellino con visiera bianco, seduto di fianco a un’altra ragazza giapponese piccola e magra, dagli occhi enormi che ispiravano tenerezza e i capelli lunghi un po’ unti.
Di fianco a lei, c’era un ragazzone biondo, alto e massiccio dall’aria molto allegra, poi la fashion blogger che aveva fatto il test con me il giorno precedente e due ragazze asiatiche.
Mi sedetti di fianco a una di loro, una ragazza piccola e minuta dai capelli neri a caschetto, che stava chattando.
Quando mi vide, mi salutò sorridendo.
“Hi! Are you new?”
“Oh, yes… it’s my first day…”
“Oh, welcome to C.E.A. I’m Lynn! And you?” mi disse, facendomi notare un bizzarro accento francese.
“I’m Giada, I come from Italy”
“Oh, really? Beautiful! I live in Paris, in France, but my family is Chinese, as you can see” sorrise, indicandosi con una mano. “Italy where?”
“Milan”
Prima che lei avesse il tempo di rispondere, entrò in classe un ragazzo afroamericano sui ventisette anni dall’aria simpatica.
“Hi guys! How are you?” chiese tutto sorridente prima di sedersi.
Tutti esultarono.
Evidentemente era uno dei professori più benvoluti della scuola, ed effettivamente ispirava simpatia.
Dopo aver chiesto a ognuno individualmente cosa avessimo fatto il giorno prima, io e la fashion blogger venimmo presentate al resto della classe.
Ripetei più o meno le stesse cose che avevo detto durante la lezione precedente, sempre seguite da un coro di ‘oooh’ e di ‘aaah’ ed elogi sull’Italia.
Poi la lezione iniziò.
Era molto più scorrevole e interessante di quella di grammatica, in quanto dovevamo conversare tra di noi di diversi argomenti più o meno riguardanti i nostri paesi, e poi esporre i nostri argomenti a tutti.
Io venni messa in coppia con Lynn, che a prima vista sembrava una persona socievole.
Il professore si chiamava Chris, ed era l’insegnante più paziente, disponibile e simpatico che avessi mai incontrato.
Interagiva apertamente e socievolmente con tutti, tanto da sembrare quasi un alunno anche lui.
Quanto al resto della classe, il biondino e l’altra ragazza, svizzera anche lei, si limitavano a dire qualche parola al resto della classe per poi tornare a conversare in tedesco tra di loro e a smanettare coi cellulari, i due giapponesi parlavano tra loro in giapponese per poi argomentare in inglese, entrambi con un’ottima pronuncia, Ana parlava piacevolmente con la ragazza giapponese, che, avendo una voce molto sottile, faticavo molto a capire cosa stesse dicendo, e la fashion blogger, che per come si atteggiava mi ricordava tantissimo Rebecca, quella gran troia della migliore amica di Marco, parlava smorfiosamente al ragazzone biondo, che aveva un’espressione felice dipinta sul volto.
Doveva essere una di quelle persone solari che cercano in ogni modo di metterti a tuo agio e che mettono allegria in ogni situazione. Insomma, che con gente come quella che aveva di fianco non stava bene per niente.
Il tempo sembrò volare, tanto era piacevole fare lezione con quell’insegnante, e cinque minuti prima della fine, Lynn mi chiese:
“Have you got some plans for lunch?”
“No, I don’t know any places to eat near there, so I still don’t know…”
“Oh, there are a lot of possibilities near here… there is Starbucks, and a nice place where to eat spring rolls, a Japanese restaurant, a veggie bar… a good pizzeria where they make italian pizza… 800 Hundred Degrees! Do you know?”
“Ehm… no”
“Oh, it’s delicious, it looks like real Italian pizza” rispose, unendo police e indice e baciandoli. “Maybe you don’t believe because you are Italian and you think that Americans can’t cook pizza, and it’s true, but this one I swear, is delicious. Or if you want you can join me and my friends today to the school’s cafeteria”
“Oh… ok, thank you”
“You know, I came here in Los Angeles with them, in Paris they are my classmates at school”
“Do you go to high school?”
“Oh no, I study Business in a college in Paris, and they are in class with me” rispose lei.
“Oh, cool. Ok, if you want I can come with you”
Non avevo voglia di cercare un posto senza sapere nemmeno dov’ero, e se poi potevo non mangiare da sola era una buona cosa.
Quando uscimmo, l’atrio degli ascensori era pienissimo di gente, tanto che dovemmo aspettare cinque minuti prima di riuscire a prenderne uno.
Arrivate in caffetteria, le sue amiche erano già lì ad aspettare.
Una di loro era una ragazza alta e magra, con un fisico perfetto e ben proporzionato, dagli occhi azzurri e i capelli lunghi fino a metà schiena, mossi e castani.
Nel vederla, ebbi un calo d’autostima tanto era bella.
Un’altra era un po’ più bruttina, con il naso quasi quadrato, le lentiggini, gli occhi neri e i capelli castano scuro un po’ piatti raccolti in una lunga treccia.
La terza, aveva i capelli ricci e ramati, raccolti in una coda di cavallo che non riusciva comunque a tenerli a bada, aveva gli occhi castani e un fisico asciutto e poco curvoso.
A parte la prima, erano tutte alte più o meno come me, Lynn compresa.
“Coucou. Elle est ma amie Giada. Elle est italienne!” fu quello che riuscii a capire della presentazione di Lynn quando fummo innanzi a loro.
“Oh, hello! Nice to meet you” fece la modella tendendomi la mano e mostrandomi un sorrisone.
L’unico difetto che aveva era un incisivo storto e grigiastro.
“My name is Monique” disse poi, mentre le stringevo la mano.
“I’m Camille! And how are you?” disse la riccia, sorridendo e stringendomi anche lei la mano.
“Oh, I’m fine, thank you”
“I am Martine, nice to meet you” disse infine la terza.
Tutte e quattro avevano un fortissimo accento francese, che si sentiva soprattutto in Monique.
“What do you want to eat?” chiese poi Lynn, mettendosi in coda.
Guardai il menù appeso dietro il bancone. Erano quasi tutti hamburger, panini pieni di salse e carne e insalate.
Oltre a tipi di pasta che solo a leggerne gli ingredienti mi veniva da vomitare.
Non ero mai stata facile in fatto di cibo.
Intendiamoci, io sono una che mangia davvero tantissimo, e i risultati infatti si vedono, ma il mio problema più grande è che odio a morte le verdure, e non riesco proprio a mangiarle.
Molto probabilmente non riuscirò ad arrivare ai trent’anni se continuo di questo passo, ma è davvero più forte di me.
Non mi erano mai piaciuti nemmeno i formaggi e le salse, e forse questo era un bene considerati i livelli di grassi contenuti in essi, ma era anche vero che in America si viveva essenzialmente di quello, e sin da prima della partenza ero infatti abbastanza preoccupata su quello che avrei mangiato per tre mesi.
Dopo aver analizzato le proposte, optai per un hot dog liscio con patatine fritte.
La cosa funzionava nel seguente modo: alla cassa si diceva all’addetta, una signora asiatica di circa cinquant’anni ma con l’argento vivo in corpo, l’ordinazione, questa preparava uno scontrino con scritto un numero in alto, passava l’ordine al cuoco, nel lato sinistro del bancone, che quando era pronto chiamava il numero.
Quando ci sedemmo tutte a tavola, io avevo il mio hot dog, Lynn una zuppa di patate, Martine un doppio cheeseburger, Camille un tramezzino al formaggio e Monique un piatto di riso con funghi, verdure e salsa di soia che però non avevo visto nel menù.
“Where is this on the menu?” le chiesi indicando il piatto.
“Oh there’s not on the menu, this is a special lunch for me. You know, I’m vegan” rispose Monique.
Oh Cristo. Ecco perché è così magra…
Aveva le sue buone ragioni per esserlo probabilmente, e sicuramente non c’entrava la dieta, ma era evidente che il suo fisico perfetto era dovuto anche a quello. Ma se il prezzo da pagare per avere un corpo così era mangiare verdure, semi e tofu, allora avrei preferito tenermi i miei perenni rotoli di ciccia, i fianconi larghi e la mia quarta di reggiseno.
“Oh, I see…”
Prima che avessi tempo di aggiungere altro, iniziarono a tempestarmi di domande.
“So, you just arrived!” disse Monique, mangiando il suo riso.
“Oh, yes, today is my first official day” risposi, dando un morso al mio hot dog.
Il panino era giallissimo, in maniera molto innaturale, ma non era male. Le patatine, però, come venivano masticate rilasciavano litri di olio fritto, ed era disgustoso.
“You know, when we just arrived we were so homesick, we used to fight because we leave in the same house and we were so disorganised, and also we missed our families…” disse Lynn. “But there’s nothing weird in this. If you’re homesick too in these days is normal, after a couple of weeks you won’t leave anymore”
Effettivamente avevo un po’ di nostalgia di casa. Ma d’altronde era normale, essendo arrivata da solo un paio di giorni, e inoltre era anche la prima volta che mi trovavo lontana da casa per così tanto tempo.
Prima o poi mi ci sarei abituata.
“And do you like LA? Which level you are?” continuò Camille.
“500A. I’m with Lynn in conversation class”
“And which part of Italy are you from?”
“Milan”
Partì, per la terza volta nell’arco della giornata, il coro di apprezzamenti su Milano.
Ma che aveva di così interessante quella città? Ok, era molto grande e comoda, ma era grigia, nebbiosa e abitata solo da stronzi.
Però probabilmente pensai che forse anche loro pensavano la stessa cosa di Parigi, perché in fin dei conti la vivevano tutti i giorni.
Ed era anche vero che io ero ancora in fase homesick, ed effettivamente Milano un po’ mi mancava.
“Italian is so a wonderful language. I studied Italian for one year, but I just remember some words…” continuo Camille.
“Oh really? Tell me” dissi.
Lei sollevò una mano e, dopo aver unito pollice e indice, iniziò ad agitarla.
“Imbecille, stupìdo!” disse.
La cosa mi fece scoppiare a ridere. Detta così, quell’affermazione mi ricordava un sacco Stanlio e Ollio.
“Oh, it’s good! But it’s ‘stùpido’, not ‘stupìdo’”
“Oh, sorry! You say it so good… when you Italians speak it sounds like you’re singing. It’s a beautiful language…”
“Oh thank you… but French also is such a romantic language”
“Non, non. L’italien…” disse Martine, baciandosi indice e pollice.
Io ridacchiai.
Erano simpatiche.
“So, you are classmates in France?”
“Oh yes” disse Monique. “We are here because our school organise this kind of trips, and we wanted to go there. We study Business, and here we study English and, on Tuesday and Thursday, we make Business as afternoon class…”
“And you? Do you have afternoon class too?” chiese Martine.
“Yes, everyday. I do Reading and Writing on Monday, Wednesday and Friday, and Pronunciation on Tuesday and Thursday”
“Oh really?” disse Lynn. “Well, you are with me and Martine on Monday!”
Bene. Almeno sapevo che non sarei stata da sola.
“Oh, great!”
“Look, Giada…” disse Monique, tirando fuori un volantino. “We were thinking about going to San Francisco with the school trip for the weekend of Thanksgiving. Do you want to join us?”
L’idea era allettante. Però mancavano ancora due mesi al giorno del Ringraziamento, e in quel momento non avevo proprio in mente di organizzare gite.
“It sounds great… I will think about it” risposi. “Today I will go to the Griffith Observatory after class… do you come?”
“Oh, no, today we have other plans, sorry…” rispose Lynn. “Have fun! We’ve been there, is beautiful”
Quelle ragazze mi piacevano.
Ma il mio cervello mi ordinava di non fidarmi troppo di nessuno, non dopo la batosta presa nell’ultimo anno.
Avrei dovuto conoscerle meglio per capire che genere di persone fossero.
Però, per essere solo il primo giorno, avevo già trovato compagnia per l’ora di pranzo.
La partenza non era stata affatto male.
 
Quando entrai nell’aula di pronuncia, la lezione che avevo nel pomeriggio, mi resi conto con sgomento che, oltre a me, la classe era composta da soli giapponesi.
Riconobbi il ragazzo semisdentato con gli occhiali e la visiera bianca e quello alto tre metri con la vocina sottile che somigliava a Rufy.
Oltre a loro, c’erano altre tre ragazze e due ragazzi.
Uno di loro era vestito come un rapper, e l’altro era un ragazzo palestrato più somigliante a un ispanico che a un giapponese, che se non fosse stato per il naso troppo schiacciato sarebbe stato davvero carino.
Per quanto riguardava le ragazze, una era una bellissima ragazza dai capelli castani e dai lineamenti molto delicati, l’altra aveva i capelli a caschetto e la faccia un po’ piatta ma simpatica e la terza aveva i capelli neri raccolti in una coda di cavallo e la pelle candida come la neve.
Oltre a loro, nessun altro a parte me.
L’insegnante era una donna ispanica sulla sessantina alta meno di me di nome Maria.
“Oooh, we have a new girl here!” esclamò quando finì l’appello, indicandomi e chiedendomi di alzarmi e presentarmi.
Ero pronta a un’altro coro di esclamazioni su Milano, anche se, visto che due su cinque li avevo già conosciuti, forse sarebbe stato meno esaltato delle precedenti.
“I am Giada, I’m 21 and I come from Milan, Italia…”
Effettivamente il coro fu davvero meno forte, ma la prof sembrava più esaltata di tutti.
“Oh, you know, Americans love Italy and Italians. I’m pretty sure you will find a lot of fans here in LA. Guys, today you are all from Japan, do you know some Italian words?” chiese Maria rivolgendosi alla classe.
“Pizza, pasta, spaghetti…” disse il semisdentato.
“Well, we all know these words, Ryoma… something else?” chiese, rivolgendosi alla ragazza coi capelli a caschetto.
 “Ti amo!” rispose lei.
“Good… and you?” continuò Maria, indicando la ragazza dai capelli raccolti
“Buongiorno… Buone notte… bellissima!” disse lei, con una vocina sottilissima.
“Oh, very good” dissi io.
Però, per parlare una lingua completamente diversa dall’italiano se la cavano. O almeno, qualcosa lo sanno!
“Italian guys always tell ‘Bellissima’ to a girl…” sottolineò la ragazza bellissima dai capelli chiari.
“I know an Italian phrase!” esclamò il sosia di Rufy, con la sua vocetta da ragazzino del primo anno di liceo. “Mamma mia, che puzza!”
Ok, dove e come cazzo l’ha imparata?!
“Wow… very good… ehm…”
Figura di merda in arrivo… come si chiamava?!
“Tadashi” suggerì Maria.
Ecco, promemoria per me. Quello che sembra Rufy con la vocetta sottile si chiama Tadashi, devo ricordarmelo!
Mi venne in mente in quel momento che sarebbe stato sufficiente ricordarsi del fratello di Hiro in ‘Big Hero 6’.
“Yes, sorry… well, you are all very prepared, compliments” ridacchiai, mentre sei sorrisi dagli occhi a mandorla mi guardavano.
“Ok, guys, now let’s start…” iniziò Maria, tirando fuori dei libri e consegnandoli a tutti.
Io tirai fuori il mio astuccio, tempestato dalle decine di firme di Asia risalenti ai tempi di scuola, mentre il mio cervello stava formulando un quesito.
Che Tadashi abbia imparato a dire quella frase per la disperazione dopo un mese con Bob?








NOTE DELL'AUTRICE:
E rieccomi di nuovo qua!
Spero che la storia sia di vostro gradimento, finora.
Adesso che Giada ha ufficialmente iniziato, ne vedrete delle belle.
Portate pazienza, molto presto arriveranno scene esilaranti che effettivamente non vedo l'ora di scrivere.
Fatemi sapere cosa ne pensate con una recensione, sempre senza farmi trovare i forconi sotto casa.
Un bacione e alla prossima! :D
SS
   
 
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