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Autore: _sweetnightmare_    18/03/2017    2 recensioni
Helene ricorda ancora, dopo vent'anni, quel fatidico giorno che ha cambiato la sua vita. Ricorda ancora gli spari, le urla, il suono stridulo della lama che decideva quotidianamente la morte di qualcuno. E ricorda anche il sole, l'amore, il profumo delle viole appena sbocciate negli immensi giardini di Versailles. Pensa che la vita, nonostante tutto, le abbia dato qualcosa in cui credere, in cui lottare, anche uno spazio in cui sognare che un mondo diverso, forse, sarebbe stato possibile. Sentendosi ormai alla fine dei suoi giorni, decide quindi di tornare ancora una volta a far visita al suo Paese, la Francia, che le ha rubato ma anche concesso la speranza che non tutto era perduto.
STORIA GIà PUBBLICATA CON IL MIO VECCHIO ACCOUNT.
NUOVI CAPITOLI A PARTIRE DAL VENTESIMO.
Genere: Malinconico, Romantico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Rivoluzione francese/Terrore, Periodo Napoleonico
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Parigi, 28 luglio 1812

 

-''Ne sei sicura?''- La guardò con fare dolce e apprensivo, ma allo stesso tempo molto sicuro. Lui conosceva tutta la storia che legava, come un filo invisibile ma fortissimo, la giovane a quel luogo, e sapeva, forse più di lei, quanto quel miscuglio di ricordi potesse provocarle un dolore irreparabile. La donna annuì, con la sua folta chioma bionda e riccia, raccolta in un'acconciatura elaborata e ordinata, che si scioglieva nel vento.

-''Certo.''- dichiarò, con un filo di voce. Non si era mai sentita così vulnerabile e non credeva che dopo tutti quegli anni, quel luogo che ancora sapeva di morte potesse farle tanto effetto. Aveva deciso di intraprendere il viaggio verso la sua amata Parigi, sicura che nulla avrebbe più potuta turbarla. Dopotutto aveva visto tante, troppe cose e spesso aveva pensato di non poter reggere più a quei sentimenti ed eventi così bruschi che sconvolgevano minuto dopo minuto la sua vita, fino al completo annientamento di essa. Tirò un profondo sospiro, e con fare incerto, mosse dei passi in avanti, verso quella grande piazza che ancora piangeva gli uomini che avevano gridato ''Libertà''. L'uomo la seguì con lo sguardo, tenendosi a distanza e ammirando da lontano ogni minimo movimento della ragazza che pian piano si avvicinava al centro, come se davvero ci fosse un monumento da raggiungere. Impercettibilmente alzò un braccio, e con la mano toccò un punto indefinito, chiudendola poi a pugno e agitarla in aria. Era tutto ingiusto, tutto sbagliato, tutto...passato. Quello stesso passato che ancora pesava e non andava mai via. Che ritornava ogni notte sotto forma di incubo, che si presentava ogni giorno davanti agli occhi alla sola menzione di un nome o di un luogo. Che l'avrebbe accompagnata fino alla morte ed oltre, con il suo odore di sangue e il suono del terrore e della lama che cadeva e che tagliava il filo della vita che Cloto tesseva senza mai fermarsi. Si morse le labbra rosse e sanguinanti, e guardò verso il cielo, sentendo le lacrime scivolargli lungo le guance calde. Il vento gliele strappò via all'improvviso, accarezzandole il viso, quasi come se volesse ricordarle che ne aveva già versate abbastanza. Lo stesso vento le scosse la lunga gonna ornata di pizzi e merletti, cucita apposta per lei. L'uomo che l'accompagnava le si avvicinò, e le accarezzò piano insieme al vento, i boccoli biondi che le scendevano lungo le spalle. Erano cresciuti nuovamente, dopo un periodo, quel periodo, in cui si era ostinata a tenerli corti, alla ghigliottina. Forse l'unico elemento che non voleva, o che non riusciva, a dimenticare di quegli anni così terribili e bellissimi al tempo stesso. La donna rimase ancora per un attimo con lo sguardo fisso in un punto davanti a se, come se davvero stesse guardando e toccando qualcosa di reale, ma poi si voltò verso colui che nel frattempo l'aveva cinta con le sue braccia.

-''Stai bene?''- La donna annuì nuovamente, questa volta piano, quasi incerta. No, non stava bene. Se lo ricordava bene quel giorno di fine luglio, quando gli ultimi giacobini erano finiti al patibolo, lo stesso su cui avevano mandato come carne da macello anche i loro amici. Se lo ricordava, e un nuovo brivido le percorse la schiena, al solo pensiero. Quel giorno era rimasto vivo nella sua memoria, insieme agli istanti, gli ultimi momenti della vita di coloro che aveva deciso di seguire, anche a costo della morte. L'uomo avvertì la lieve scossa che portò a un impercettibile movimento il corpo della donna che stringeva affettuosamente tra le braccia, e si accostò ancora più vicino a lei, trasmettendole tutto il suo calore. E ricominciò a piangere, questa volta convulsamente, senza che il vento potesse impedirglielo. Si nascose nell'uomo, affondando la testa tra le sue braccia, mentre la ferita nel suo cuore che per anni aveva tentato invano di cucire si apriva lentamente, lasciando ad ogni strappo un dolore lancinante. Sentiva che i punti pian piano si scioglievano come neve al sole, e per un attimo si chiese se quella scelta presa all'improvviso in una notte d'estate fosse stata quella giusta. Soffriva, soffriva come mai prima, ma accanto a quella sofferenza cresceva la voglia di superare l'accaduto ormai ignorato dalle giovani menti francesi e che aveva visto protagonista la sua stessa vita. Un avvenimento così importante che, così come la storia non avrebbe mai dimenticato -la caduta del Terrore-, nemmeno lei ci sarebbe mai riuscita.

-''E' stato un errore...''- sibilò, non riuscendosi a sentire per quanto piano aveva pronunciato quelle parole che non sapeva a cosa si riferivano. Al passato? O al presente? Era la sua vita ad essere stata un errore? Forse. Non l'avrebbe mai saputo. Non l'avrebbe mai capito. Non avrebbe mai cercato di indagare di più. I ricordi erano pungenti, dolorosi come le spine delle rose bianche che tanto amava da ragazza, e che le avevano trafitto il cuore lasciando su di esso tante impercettibili ferite che non smettevano di sanguinare nemmeno per un istante. Ma erano anche belli, forse vi era anche qualcosa di felice e allegro da non dimenticare. Perchè, ne era sicura, ad ogni sofferenza equivaleva un momento di serenità.

 

 

  

 

Parigi, 3 Aprile 1789

 

 

(Gabriel Garcia Marquez)

 

Se confrontato a quello della partenza, il viaggio di ritorno si era rivelato abbastanza tranquillo. Non avevano affrontato incidenti, e inoltre viaggiare di notte aveva permesso alle contessine di arrivare a Parigi all'alba. Helene spostò leggermente la tendina che copriva la piccola finestrella della carrozza e spinse lo sguardo al di fuori di essa, notando di essere già in città. Strizzò per un attimo gli occhi, abituati al buio della notte e infastiditi dalla luce improvvisa, anche se tenue. A giudicare dalla luminosità era ancora presto, ma le vie che ospitavano il mercato erano già gremite di gente. Da un po di tempo si parlava di crisi nella sua amata Parigi, ma stando a ciò che vedevano i suoi occhi, il popolo poteva ancora permettersi di mangiare. Staccò per un momento lo sguardo dalla piazza che la circondava e lo spostò verso Victoire che, riversata su un lato in una posizione scomodissima, si era addormentata di nuovo. Helene la guardò non troppo stupita, conosceva fin troppo bene ormai le abitudini della sorella. Sapeva che aveva passato la notte sveglia a causa del movimento ondulatorio della carrozza e del ticchettio incessante degli zoccoli dei cavalli sui ciottoli delle vie delle città, e ora aveva ceduto alla stanchezza, ignorando persino la luce che in quel momento entrava dalla finestrella scoperta dalla tendina. Si spinse leggermente in avanti, e allungò un braccio verso il corpo inerme di Victoire, che si alzava lentamente al ritmo regolare del suo respiro.

-''Victoire...''- Sussurrò piano il suo nome, mentre con una mano colpiva piano la gamba della ragazza di fronte a se, chiusa a riccio a causa del freddo e del pochissimo spazio a sua disposizione. La vide aprire piano gli occhi, blu come quelli del mare della città dove spesso da bambine avevano passato l'estate, così diversi dai suoi, color del cioccolato con all'interno dei riflessi dorati che davano vita a quello sguardo così profondo. La contessina allungò le braccia in avanti, poi si affrettò a portare una mano davanti alla bocca mentre uno sbadiglio le deformava il viso. Victoire era sempre stata diversa da Helene, a partire dall'aspetto fisico. Nonostante le due avessero solo un anno di differenza, Victoire era a tutti gli effetti una donna. Il vitino da vespa, simbolo di eleganza e femminilità e il seno prosperoso erano i due aspetti che più la distinguevano dalla sorella che, pur avendo sedici anni, conservava ancora un corpo da bambina. Ma la differenza sostanziale tra le due risiedeva nel carattere. La tranquillità e la pudicizia di Victoire si scontravano violentemente con la vivacità e la spontaneità di Helene, che spesso non rendeva omaggio alle regole a cui doveva attenersi e correva spensierata nei corridoi di Versailles. Ma nonostante questo Helene era più riservata della sorella e spesso restava in silenzio, ad ascoltare i pettegolezzi che tanto amavano e di cui discorrevano le dame. Victoire sognava balli, feste e un bel marito, Helene di poter fuggire dal palazzo e, come un passerotto, spiccare il volo verso la città, e confondersi tra la gente che si arrabattava per sopravvivere. Sognava una vita come quella di Cleopatra, di Giovanna d'Arco, di Veronica Franco, di Artemisia, di Didone, della stessa Elena di cui portava il nome e che sembrava rispecchiare ogni venatura del suo carattere. Non le interessavano gli esempi di matrone virtuose come Lucrezia, che preferì togliersi la vita per non sopravvivere all'onta dello stupro subito, o di Cornelia, la madre dei Gracchi, fedele anche dopo la morte del marito e orgogliosa dei suoi figli. Aveva giurato, anni prima, che non si sarebbe mai sposata e che mai avesse deciso di farlo, un giorno, avrebbe scelto personalmente il suo pretendente. Nessuno conosceva i pensieri di Helene, che si aggiravano nella sua testa di tanto in tanto come spettri in un castello abbandonato. Preferiva tenerli per se perchè nessuno, a partire dalla sua famiglia, avrebbe capito realmente i suoi bisogni.

Afferrò la cappa che aveva ancora sulle gambe e l'adagiò su di se, per coprirsi dal vento fresco non ancora riscaldato dal sole e da occhi indiscreti, secondo cui una ragazza di un certo rango non avrebbe mai dovuto lanciarsi in allegre corse lungo la strada del mercato, ridendo e contravvenendo a ogni regola di buona educazione, costretta a rispettare quando era a casa. Victoire la guardò, ormai non troppo stupita ma comunque con aria dubbiosa. Helene era così, un vento che coinvolgeva tutti e che tutti portava con se, come un turbine. Imprevedibile, imprudente e forse troppo sveglia; qualità che la stessa Victoire le invidiava. Lei non sarebbe mai stata così, nemmeno mettendoci tutto il suo impegno, costantemente.

-''Ti va?''- chiese con aria di sfida e un sorriso malizioso alla sorella maggiore, guardando fuori dal finestrino e facendole cenno di uscire. L'altra sospirò, e abbassò lo sguardo. In ogni caso, Helene sarebbe uscita e si sarebbe mescolata tra la gente, con o senza l'appoggio della sorella. Si voltò completamente verso il cocchiere che, vestito interamente di nero, schioccava il frustino sui cavalli per incitarli a trottare.

-''Lasciateci qui!''- urlò, emozionata. Ormai, anche Jean lo sapeva, Helene era uno spirito libero, forse proprio come i cavalli che la stavano riportando in quella reggia che con il passare del tempo aveva finito per odiare e amare al tempo stesso. Provare a convincerla che quell'idea era folle sarebbe stato inutile, e per questo la carrozza si fermò improvvisamente all'inizio della via, permettendo alla contessina di scendere, seguita da Victoire che veniva trascinata per un braccio.

Helene era vita, un fiume in piena che minacciava in ogni momento di rompere la diga e di straripare.

-''Restate nei paraggi, torniamo subito.''- Continuò a urlare, mentre correva. Dovevano sentirsi così i prigionieri, una volta raggiunta la tanto agognata libertà.

 

 

-''Allora, vieni?''- L'uomo accanto a Jacques chiedeva al ragazzo la stessa cosa da circa dieci minuti. Jacques alzò gli occhi dello stesso colore del cielo limpido di quella mattina, e sospirò.

-''Non lo so, Pierre. Te l'ho già detto, ho ancora molto lavoro da fare e non ho voglia di passare la serata seduto in un teatro ad assistere alla rappresentazione di una commedia che nemmeno mi piace.''- L'altro gli afferrò un braccio, lo stesso sotto cui stringeva una serie di fogli, attento a non farli cadere per strada. Jacques e Pierre avevano perso il conto di quanti anni erano passati da quando si erano conosciuti ed erano diventati amici. I primi ricordi che avevano di loro insieme risalivano ai primi anni del collegio. Il che voleva dire che era passato davvero tanto tempo, nonostante fossero ancora entrambi molto giovani. Continuarono a camminare fianco a fianco, battendo ogni millimetro di quella strada che aveva visto milioni e milioni di persone, nei suoi millenni di storia. Jacques aveva lo sguardo fisso sulla punta delle scarpe, che spariva e compariva ad ogni passo. Pierre invece, sembrava aver lasciato gli occhi sull'amico, e aspettava forse una qualche risposta da colui che, al contrario, pareva cercare di ignorarlo.

-''Ah, giusto! Sempre ligio al dovere tu.''- lo canzonò, cercando di provocare in lui una qualche reazione che potesse scuoterlo dal torpore in cui si era calato e da cui sembrava non volerne più uscire. -''Ci credo che nessuna giovin fanciulla pensi ad un futuro con te. Sai che divertimento...''-

-''Intanto...''- iniziò Jacques, alzando lo sguardo serio sull'amico che invece sorrideva, soddisfatto di essere riuscito in qualche modo a rianimare quello che ormai sembrava essere un cadavere. -''...è proprio grazie al mio impegno e alla mia devozione che sono riuscito ad arrivare dove sono ora. E poi, carissimo il mio socio , non ho bisogno di nessuna giovin fanciulla. Mi diverto abbastanza con le mie scartoffie.''-

-''Eh si...perchè immagino come sia entusiasmante difendere ladri e vedove nere! Mon pauvre ami! Come sei ridotto! E sai perché?''-

Jacques sospirò rumorosamente, mordendosi le labbra per calmare quella rabbia che, furente, stava nascendo dentro di se e minacciava di esplodere fuori come la lava bollente di un vulcano. Jacques era proprio così: un vulcano addormentato. Perchè proprio come i vulcani che sembrano inattivi, di cui nessuno ha paura perchè non possono più nuocere, esplodeva quando nessuno se lo aspettava. Eruttava come il Vesuvio che, quando tutti erano ormai convinti della sua innocenza, aveva distrutto Pompei ed Ercolano.

-''Perchè, sentiamo.''-

-''Perchè non hai mai avuto una donna al tuo fianco, mon ami!''-

-''Ora è troppo.''- Era il punto fisso di Pierre, quello delle donne. Ed era anche il punto debole di Jacques. Anche lui, come Helene, aveva giurato di non affrontare mai un matrimonio, non lo avrebbe sopportato. Era convinto che le donne portassero dietro di loro solo problemi, in cui Jacques non voleva addentrarsi e soprattutto non voleva conoscere. Lo avrebbero allontanato dal suo lavoro, dal suo impegno e dalla sua dedizione verso l'unica cosa a cui davvero aveva consacrato la sua vita. Tempo prima aveva giurato che la sua esistenza si sarebbe sposata solo con la più nobile -citando Cicerone- delle virtù: la giustizia. La giustizia che a quanto pareva si scagliava solo contro i più poveri e lasciava indenni, o quasi, i nobili. -''Non m'importa avere una donna, Pierre! E sai che ti dico? Stasera ci vengo a teatro. Ma, quando mi addormenterò sulla tua spalla, non urlare nel mio orecchio.''-

Affrettò il passo, tenendo stretto sotto il braccio destro fogli di un processo e l'altro lungo il fianco, con la mano chiusa in un pugno. Era infuriato, sentiva dentro di se il sangue ribollire, mentre nella sua testa rimbombavano le parole del suo amico 'non hai mai avuto una donna al tuo fianco.' La cosa peggiore era che Pierre aveva pienamente ragione. Ma, nonostante i tanti anni d'amicizia che avevano passato insieme, non aveva ancora capito un aspetto fondamentale del suo carattere, il punto focale intorno a cui si muoveva tutta la sua esistenza. Il lavoro era ormai diventato la sua vita, il tribunale la sua casa e gli imputati il suo pane quotidiano. Conoscere una donna, sposarsi e creare una famiglia sarebbe equivalso a rivoluzionare nuovamente la sua vita, cancellare gli anni trascorsi e passare il resto a ricostruire qualcosa di totalmente diverso che non aveva mai tastato. Era un salto nel buio, un vicolo cieco, forse la via verso il suicidio. Pierre gli andò incontro, e lo abbracciò prendendolo per il collo e finendo per scontrarsi con una ragazza coperta da una cappa nera che rideva spensierata e che portava con se un'altra donna che la pregava di fermarsi.

-''Oh, Victoire. Smettila di lamentarti e corri!''- le urlava, tra le risate.

-''Helene! Helene, attenta!''- Improvvisamente si trovò davanti alla schiena di un uomo, che colpì con un braccio e quasi fece cadere. Così come era arrivata, andò via, velocemente, correndo e ridendo. Jacques guardò per un attimo le due figure nere scomparire tra la folla, poi si voltò verso Pierre che, con una mano sul volto, cercava di reprimere le risate.

-''Te l'ho detto, Pierre. Le donne portano solo problemi.''-

 

 

-''Ho sentito dire che stasera verrà rappresentata una commedia a teatro. Andiamo?''- Helene si stese a peso morto sul letto mentre Victoire, stanca per la lunga corsa, si lasciò cadere sulla poltroncina rivestita di stoffa damascata accanto al grande camino ormai spento.

-''Vorresti forse scappare nuovamente dalla reggia? Perchè se è così, sorellina, io non vengo.''- mise in chiaro la maggiore, sistemando dietro la schiena un cuscino. Dopo quella estenuante corsa si sentiva davvero stanca, le gambe le pulsavano e non riusciva a star comoda nemmeno in posizione seduta. Helene, stesa sul letto, piegò le braccia e le posò dietro la nuca, guardando il soffitto.

-''In realtà pensavo di chiedere il permesso ai nostri genitori. Ma se proprio insisti per fuggire...''- ammiccò, poi spinse lo sguardo fuori dalla finestra socchiusa e scoperta dalle pesanti tende, della stessa stoffa di cui era rivestita la poltroncina. Da li riusciva a vedere in lontananza gli alberi dell'immenso giardino che circondava l'altrettanto enorme reggia, piena di lussi e sfarzi sia all'interno che all'esterno. Lussi che, nonostante fosse nobile e circondata di essi sin dalla nascita, aveva preso ad odiare a morte. Victoire la trafisse con lo sguardo. Helene era imprevedibile, per cui era meglio prendere per oro colato ogni cosa che usciva dalla sua bocca, anche la più assurda. Helene era la tempesta, la farfalla intorno a cui ruotava la teoria del caos. Era il sale della vita, energia pura, gioia esplosiva.

-''Va bene, va bene.''- Alzò le mani in segno di resa, e Victoire parve tranquillizzarsi, anche se poco. -''Hai mai pensato a come sarebbe vivere lontano da qui?''- disse lentamente con gli occhi bassi, mentre lo sguardo blu di Victoire si fece più intenso e incredulo. Victoire...lei non lo avrebbe mai pensato, sicuramente. Era abituata alla vita tranquilla che si respirava a corte, non avrebbe mai sopportato un solo secondo della vita che si viveva fuori. Il lavoro, i sacrifici, la lotta contro il tempo...

-''Come?''- le chiese, sinceramente stupita, con un accennato sorriso di circostanza, lo stesso che ogni giorno vedeva stampato sulle labbra di quelle gentildonne che vivevano di rendita e vite altrui. Victoire stava diventando come loro, come il resto di quella corte frivola e dedita ai piaceri.

-''Non farci caso...''-

-''Sarà meglio, sorellina. Prepariamoci per questa sera, piuttosto!''-

 

 

-''Jacques, ho trovato dei posti liberi!''- La voce di Pierre si espanse in un attimo per tutto il teatro. Jacques, ancora all'ingresso, pensava a come sfuggire a quel supplizio che avrebbe dovuto sopportare nelle ore successive. Prese in considerazione l'idea di muovere qualche passo indietro e uscire indisturbato da quella sala così grande e così...vuota.

-''Non è così difficile, Pierre. Guardati intorno. Siamo solo noi due.''- Sospirò, e si avvicinò piano al suo amico. -''Io torno a casa. Ho ancora del lavoro da finire e...''-

Pierre non gli permise di continuare la frase. Lo afferrò per un braccio e lo avvicinò ancora di più a se, spingendolo, nonostante tutto, a sorridere. -''E lo finirai domani!''- continuò la frase per lui. -''Tu sei vecchio, Jacques! Vivi la vita. Carpe diem! Panta rei! E' l'occasione giusta per incontrare una donna, la tua donna, mon ami!''-

Jacques lo guardò perplesso. -''Non capisco il nesso con 'panta rei', Pierre. In ogni caso...''- si guardò intorno. -''...non c'è nessuno, tranne noi. Chi mai dovrei incontrare? Lasciami andare.''-

-''No.''- Pierre gli afferrò il braccio ancora più forte. -''Sediamoci.''-

 

-''Hai visto, Victoire? Che ti dicevo? Lo spettacolo è già iniziato!''- Helene stringeva il polso della sorella, e la spingeva in avanti con tutta la forza che aveva nella mano.

-''Abbiamo perso solo l'inizio, Helene!''-

-''E' proprio dall'inizio che si capisce il resto della commedia! Sediamoci...Ho visto dei posti liberi...''- indicò con il dito la stessa fila in cui sedevano Jacques e Pierre. -''...proprio li!''-

-''Helene...''- la corresse sua sorella. -''qui ci siamo solo noi due...''-

-''No, Victoire! Ci sono anche quei due uomini, li. Andiamo.''-

Si affrettarono a raggiungere la meta, i loro posti, accanto ai due ragazzi che osservavano l'uno annoiato, l'altro divertito, lo spettacolo.

-''Siediti...''-

Jacques si voltò verso le due giovani, ma per qualche strana ragione a Helene parve che si rifeisse proprio a lei. -''Potete tacere, per un attimo?''-

 

 

Note dell'autrice: Ebbene si, ho deciso di ripubblicare questa storia. Non voglio aggiungere altro, i motivi per cui ho deciso di cancellarla (quasi un anno fa!) li avevo resi noti nel mio vecchio account, ormai cancellato anch'esso. Eilan, se ci sei, sono tornata! <3 Potrai finalmente (?) leggere il finale del mio lunghiiiissiiimo '''romanzo'''. 

 

Un'ultima cosa: visti i precedenti, se copiate i miei contenuti, vi segnalo. Se volete prendere spunto dai miei racconti, invece, scrivetemelo privatamente. Grazie. 

_sweetnightmare_

   
 
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