Storie originali > Generale
Segui la storia  |       
Autore: Manny_chan    18/03/2017    0 recensioni
C’era qualcosa, nel modo in cui tutte le altre costruzioni sembravano stare alla larga dalla cattedrale, che lo inquietava nel profondo. Era come se una barriera invisibile avesse impedito ai costruttori di avvicinarsi a essa.
Incubi, divoratori di sogni, creature oscure attorno alle quali girano voci di ogni sorta. Un legame apparentemente insensato lega Raven, malinconico abitante dell'antica cattedrale, a un giovane appartenete all'alta borghesia la cui tristezza sembra attrarlo sempre di più...
Genere: Angst, Dark, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Edain si lasciò alle spalle la cattedrale, inoltrandosi guardingo nel cuore della zona industriale. C’era una strada molto più comoda e breve per arrivare al quartiere residenziale, dove sorgevano le lussuose ville degli uomini d’affari e dell’alta borghesia, ma erano decisamente troppo illuminate per sperare di non essere notato.

Gli incubi erano mal visti, frequentarli era deprecabile. Essere scoperti mentre si faceva ritorno dalla vecchia cattedrale avrebbe portato alla pubblica denigrazione e, soprattutto nel suo caso, a grossi guai.

Suo padre, come aveva detto Raven, era in piena campagna elettorale e l’emarginazione di quelle oscure creature era il fulcro dei suoi discorsi. Jules Dietrich, l’ultimo baluardo contro la depravazione…

Perché alla fine non erano altro che quello, oscuri e corrotti esseri dediti alle passioni più perverse, secondo il pensiero comune.

Non ne aveva mai compreso il motivo, anche se lui stesso, influenzato dalle credenze popolari, aveva fatto parte della massa prima di conoscere l’incubo.

In quei due anni di frequentazione aveva imparato diverse cose: che non erano poi molti, che si riunivano in piccoli gruppi e prediligevano i luoghi abbandonati e che solitamente restavano in un luogo finché la gente li tollerava, dileguandosi ai primi segnali di malcontento.

Erano arrivati diverso tempo prima, da quel che ricordava lui.

Venne bruscamente strappato a quei pensieri dal rumore di passi poco davanti a lui; svoltò bruscamente in un vicoletto buio, in attesa. Un’ombra oscurò per un attimo la scarsa luce che filtrava dall’imbocco, sparendo l’istante dopo.

Edain lasciò che i passi si allontanassero, prima di riprendere il cammino. Sicuramente era qualche altro disperato come lui che bramava perdersi nei ricordi alla ricerca di una felicità che ormai aveva perduto.

Finalmente, dopo quasi mezz’ora, si lasciò alle spalle il dedalo di vicoli, per imboccare la strada che portava al quartiere residenziale. Era abbastanza lontano dalla cattedrale, anche se qualcuno lo avesse incontrato non avrebbe potuto sospettare che venisse da lì. La ghiaia del vialetto stridette rumorosamente nel silenzio, facendolo sobbalzare per quel rumore improvviso, faticava a rilassarsi, anche se ormai era al sicuro.

Con un sospiro sfilò di tasca le chiavi del portone, tornando a quella realtà che detestava con tutto sé stesso.

Il tepore lo avvolse una volta varcata la soglia; eppure nonostante i camini che ardevano in ogni stanza, quel luogo gli sembrava più freddo della cattedrale in rovina.

Si chiuse la porta alle spalle, sfilandosi le scarpe e la giacca e gettandoli con poco garbo sulla poltrona all’ingresso. Trasalì quando, nel voltarsi, vide un’ombra scura proprio di fronte a lui, allungò la mano cercando freneticamente con le dita l’interruttore e accendendo le luci. “Papà”, sibilò tra i denti, riconoscendo l’uomo. “Mi hai fatto prendere un colpo.”

L’uomo socchiuse gli occhi. “Dove sei stato?”

“Devo renderti conto di quel che faccio ora?”

“Abiti sotto questo tetto, quindi sì, dove sei stato?”

Nascondendo l’agitazione che quell’improvvisata gli aveva provocato scrollò le spalle. “Non riuscivo a dormire, sono uscito a fare due passi. Ora è vietato?”, chiese sarcastico, oltrepassandolo. Fece una smorfia di disappunto nel notare la matrigna -che non era poi molto più grande di lui in fondo- appollaiata in cima alle scale.

Il padre aggrottò la fronte, avvicinandosi. “Lisbeth dice che non è la prima volta”, disse.

La donna annuì. “Esatto, caro. Mia sorella ha il sonno molto leggero e lo ha sentito sgattaiolare fuori più di una volta.”

Edain strinse i pugni, rabbioso. “Quella vecchia strega dovrebbe farsi gli affari suoi…”

“Come osi..?”

“Adesso basta”, Jules afferrò il giovane per un braccio, costringendolo a voltarsi. “Lisbeth è mia moglie, devi a lei e a Francine lo stesso rispetto che porti a me.”

Il ragazzo lo guardò, un sorriso beffardo gli increspò gli angoli della bocca mentre il suo sguardo si induriva. “Rispetto?”, disse, con una risatina forzata. “Davvero pensi che ti porti rispetto?”, si liberò con uno strattone, salendo le scale e scostandosi bruscamente per evitare la donna, quasi fosse appestata.

L’uomo lo seguì con lo sguardo, senza cercare di fermarlo. “Io davvero non ti riconosco più, Edain”, mormorò, tristemente.

Il giovane si fermò, lanciandogli uno sguardo da sopra una spalla. “Credo tu non mi abbia mai conosciuto”, disse, asciutto, prima di raggiungere la sua camera e chiudersi con violenza la porta alle spalle.

Ah, se solo avesse potuto andarsene...

Finì di svestirsi, buttandosi sul letto; aveva provato a cercarsi un lavoro, qualsiasi cosa che gli permettesse di non dipendere più dal padre, ma la maggior parte delle persone aveva pensato a uno scherzo, lo conoscevano tutti in fondo e sapevano che non aveva certo bisogno di un’occupazione in fabbrica per vivere. Alcuni avevano addirittura reagito in malo modo, chiedendogli se trovava divertente portare via il lavoro a gente che ne aveva più bisogno di lui. Per quello desiderava solo andarsene di lì, con Raven, in qualche città in cui nessuno lo conoscesse e ricominciare, ma l’incubo doveva sottostare ai voleri del suo gruppo. A quanto aveva capito erano forti solo se restavano uniti.

Come sempre bastò un solo pensiero a scatenare quella dolorosa mancanza che lo attanagliava ogni istante in cui non era con l’altro.

Il momento in cui l’aveva incontrato era stato quello in cui la sua vita era cambiata...

 

I passi veloci risuonavano sul selciato dei vicoli deserti Edain si asciugò rabbiosamente le lacrime che gli rigavano il viso. Aveva sopportato abbastanza.

Poteva capire che suo padre, nella posizione in cui era, avesse deciso di prendere moglie tanto in fretta vista l'importanza che dava alla famiglia nei suoi discorsi pubblici. Un politico in vista come lui, in quel periodo in cui l'apparenza era tutto, non poteva rischiare di apparire promiscuo. Aveva sopportato il fatto che avesse scelto una donna che avrebbe potuto essere sua sorella, dal tanto era giovane. Non aveva fatto commenti riguardo alla decisione di lei di accogliere anche la sorella nubile nella loro villa.

Non si era mai lamentato del fatto che lei lo guardasse come fosse una zavorra insopportabile. Ma che alla fine avesse preteso la stanza dei quadri di sua madre per sistemarci la camera da letto di quella zitella acida era stato troppo. Non tanto la richiesta di lei, quanto il fatto che suo padre avesse acconsentito dando ordine domestici di sgomberarla e liberarsi dei quadri. Era stato a quel punto che era esploso.

Sua madre era sempre stata una sognatrice, amava l’arte. Quando vedeva un quadro che la emozionava, anche se non esteticamente bello o di valore, lo acquistava per sistemarlo nella sua stanza dei quadri. Lei ci vedeva cose che alla maggior parte degli altri sfuggivano. Ogni centimetro di quella stanza era occupato da tele a volte grandi come pareti, altre volte delle dimensioni di un francobollo.

Ci passava delle ore, a volte, seduta sul una delle poltroncine a osservarli e a immaginare cose che agli altri non era dato conoscere.

Vedere l’unico luogo della casa in cui ancora riusciva a sentire la presenza della madre, profanato a quel modo, gli aveva fatto dare di matto. Aveva litigato con il padre con una violenza tale che aveva sentito i domestici chiedersi se fosse il caso di chiamare le forze dell’ordine.

Alla fine non era stato necessario, al culmine della discussione l’uomo gli aveva tirato un violento ceffone, troncando ogni lamentela a quel modo.

Per un attimo Edain l’aveva fissato, sconvolto, poi aveva girato sui tacchi e se ne era andato fuori di casa, per non dare a quella sgualdrina della sua matrigna la soddisfazione di vederlo piangere.

A ripensarci ancora gli ribolliva il sangue.

I suoi pensieri passavano dall’omicidio a un plateale suicidio, per trascinare suo padre nel fango ma, alla fine, era soltanto un vigliacco. Non avrebbe mai trovato il coraggio di fare un gesto tanto estremo.

Si appoggio al muro di una vecchia fabbrica, cercando di riprendere fiato. Nemmeno si era accorto di essere arrivato fino a lì.

“Ehi, ragazzino.”

Edain sobbalzò, sollevando lo sguardo. Su una delle guglie della vecchia cattedrale stava una creatura, che a prima vista sarebbe stato facile scambiare per una delle statue ornamentali.

Incubo.

Quella parola, come un campanello d’allarme, lo spinse a guardarsi intorno, alla ricerca di qualcuno che gli potesse dare manforte. La creatura rise sommessamente, lasciandosi cadere giù, spalancando delle grandi ali diafane, simile alla tela di un ragno, atterrando morbidamente davanti a lui. “Che c’è, ti faccio paura?”, chiese, sarcastico.

Edain si morse il labbro inferiore. “No”, sibilò. “Vai a cercarti qualche altra vittima, non c’è felicità che tu possa rubarmi, ci hanno già pensato altri”, disse. Era però la prima volta che ne vedeva uno dal vivo e, sotto la rabbia e l’inquietudine, c’era una vena di curiosità.

Era di un pallore talmente innaturale che definirlo cadaverico sarebbe stato un eufemismo. Per quanto non avesse avuto un incontro così ravvicinato con un morto era quasi certo che fossero più coloriti.

“Rubarti la felicità?”, l’incubo scosse la testa, passandosi una mano tra gli arruffati capelli scuri, le labbra livide si curvarono in un sorriso beffardo, sembrava sempre più divertito. “Ah, già. È questo che si dice di noi, che rubiamo la felicità agli umani.” Si avvicinò senza alcuna esitazione, con una velocità tale da lasciare il giovane spiazzato. “Lascia che ti dica una cosa”, sussurrò, il viso a pochissima distanza da quello dell’altro. “A rubarvi la felicità ce la fate benissimo da soli, non avete certo bisogno che lo faccia qualcun’altro.”

Edain rimase immobile, non sapendo bene come reagire, la vicinanza improvvisa di quella creatura dall’aspetto sgradevole, mentre l'altro ispirava profondamente un profumo che sembrava sentire solo lui.

Dopo qualche istante l’incubo tirò indietro la testa, gli occhi che brillavano come tizzoni ardenti. “Quanta rabbia”, sussurrò famelico. “Ti prego lascia che ne approfitti.”

“A… approfittarne?”, Edain voltò la testa, cercando di allontanarsi per quanto possibile. “Che cosa vuoi…”

“Niente che ti possa nuocere”, lo interruppe la creatura. “Andiamo, non ti sto chiedendo chissà che cosa”, gli prese il viso, costringendolo a guardarlo. “In cambio ti regalerò qualche attimo di felicità. Mi sembra ti serva più di qualsiasi altra cosa.”

Le mani dell’altro erano gelide, Edain trasalì, scosso da un brivido. Non capiva, ma a quel punto non gli importava. “Prenditi quello che vuoi”, sussurrò. “Non mi rimane nulla.”

“Siete così drammatici, voi umani.”

“Edain. Se devi uccidere chiamami per nome.”

L’incubo rise sommessamente. “Tu uccideresti una mucca che da latte?”, chiese sarcastico. “Sarebbe uno spreco. Comunque Raven, visto che siamo in vena di presentazioni”, disse, costringendolo a inarcare leggermente il collo. “E ora rilassati.”

“Come se fosse facile”, mormorò il giovane, irrigidendosi istintivamente quando l’altro posò le labbra scure sulle proprie. Non ebbe la prontezza di reagire, rimase immobile avvertendo un lieve risucchio, come se la creatura stesse respirando quel che lui espirava. Era strano, insolito e stranamente elettrizzante.

Le dita di Raven scivolarono tra i capelli castani del ragazzo, facendo una delle poche in cosa che quelli come lui erano ancora in grado di compiere, interagire con le frequenze mentali che coinvolgevano i ricordi, ricreando per l’altro un istante in cui era stato felice...

 

Edain si rigirò sulla schiena, fissando il soffitto. Ricordava di non aver capito cosa stesse succedendo realmente. Aveva sentito il profumo che sua madre amava e aveva udito la sua voce che lo chiamava.

L’aveva rivista, elegante e agghindata per una festa a cui lui non aveva avuto voglia di partecipare. L’aveva abbracciata, in quel ricordo, così come l’aveva abbracciata nella realtà molto tempo prima. L’aveva sentita viva e reale, per un solo istante.

Quando era tornato alla realtà, l’incubo era scomparso, lasciandolo solo.

Quell’attimo non gli era bastato, ne voleva ancora; si era roso per giorni, prima di decidersi. Era tornato più volte a cercare Raven. All’inizio l’incubo lo aveva ignorato, allontanandolo, poi alla fine aveva ceduto, forse nella speranza di levarselo di torno.

Non aveva idea di come, incontro dopo incontro fossero arrivato a quel punto, ma non si pentiva di nulla.

Nonostante i sotterfugi e il senso di solitudine che lo avvolgeva quando tornava a casa, quegli incontri erano tutto ciò che gli permetteva di andare avanti.

 

 

*        *        *

 

 

“Quel ragazzino continua a darti problemi, eh?”

Lisbeth lanciò alla sorella un’occhiata torva. “Puoi ben dirlo”, sospirò, sollevando le braccia per sciogliere la pesante acconciatura che le stringeva i capelli sulla nuca. “Ho tollerato che pestasse i piedi perché non voleva che il padre si risposasse”, disse, sfilando con stizza una forcina dopo l’altra. “Ma solo perché sapevo che comunque il cuore di Jules era già mio. “

“Certo, il cuore”, ribatté sarcastica Francine. “Io avrei detto l’uccello.”

“Sciacquati la bocca.”

“Oh, andiamo, lo sappiamo entrambe che lo hai preso all’amo con quella passerina che tieni tra le gambe.”

Le parole dell’altra riuscirono finalmente a strappare un sorriso a Lisbeth. “Sei una svergognata”, la blandì, stiracchiandosi e voltandosi per farsi aiutare a slacciare il corsetto. Nello specchio di fronte a lei colse il sorriso perfido della sorella. Priva della bellezza che lei aveva invece ereditato dalla madre, non c’era da stupirsi che non avesse ancora trovato marito. Eppure la natura l’aveva fornita di una capacità pericolosa, l’astuzia. Era grazie a quella che finalmente si trovava a un passo dal raggiungere il suo sogno. Diventare la moglie del governatore e vivere negli agi per il resto della sua vita.

Non era solo il denaro a cui aspirava in realtà, ma alla posizione. Leggere l’invidia negli occhi di chi la guardava sarebbe stato l’apice del suo personale piano di scalata della società.

Sarebbe stato estremamente semplice, con la sorella alle sue spalle a manovrare i fili, raggiungere il suo obbiettivo… se non fosse stato per quel maledetto sbarbatello sempre in mezzo ai piedi a ostacolarla. “Ascolta, Edain potrebbe essere un problema. Insomma, dove sgattaiola? Ha una tresca con qualche poco di buono? Va a giocare d’azzardo nelle bische? Sono preoccupata.”

“Attenta sorella”, disse Francine, divertita. “Potrebbe quasi sembrare che t’importi qualcosa di lui.”

“Ah, sai che se andasse a morire in qualche fogna sarei la donna più felice del mondo. Ma se sta facendo qualcosa che rischia di gettare ombra su Jules e rovinare la sua campagna elettorale dobbiamo saperlo.”

“Possiamo sempre scoprirlo, ho un paio di favori da riscuotere.”

“Persone discrete?”

“Lo saranno, se non vogliono che riveli qualcuno dei loro segretucci sporchi.”

Un sorriso malevolo si dipinse sulle belle labbra di Lisbeth. “Va bene, lascio fare a te, sei tu il genio tra noi due.”

“E tu la principessa”, la blandì la sorella, dandole un pizzicotto su una natica. “Ora vai a dormire, fa riposare quel bel faccino, penserò a tutto io”, la rassicurò, aspettando che si coricasse e lasciandola poi sola.

   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Generale / Vai alla pagina dell'autore: Manny_chan