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Autore: Pierfrancesco fancello    19/03/2017    0 recensioni
In un tempo buio. In una nazione segnata da un ferreo regime dittatoriale, e da una delle guerre più cruente conosciute nella storia dell’uomo, un ragazzo “ariano”, combatterà contro i suoi stessi compatrioti per tentar di porre fine alla follia del nazismo.
Genere: Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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Finalmente sono riuscito a ultimare anche il settimo capitolo. Spero che sia di vostro gradimento...buona lettura

Accompagnata da un forte ed improvviso tuono,  la pioggia iniziò a cadere fitta dal cielo creando un atmosfera di pura tensione.
Avevo osato esprimere il mio giudizio davanti ad un ufficiale del Reich, eppure non avevo paura.
 Nonostante la divisa che lui indossava,  e ciò che essa rappresentava, sentivo di potermi fidare ciecamente di quell’uomo; ero quasi certo che  fosse diverso da tutti gli altri membri del partito, ma come già detto, avevo il bisogno di accertarmene; metterlo alla prova.
 I nostri sguardi si divisero e rimanemmo in silenzio ancora per  qualche interminabile minuto: tornai a sedere al mio posto, mentre lui fini l’ultimo boccone rimasto, respirò profondamente e tenendo il capo chino sul piatto, si decise a pronunciare, con tono insicuro e tremante, una delle frasi più ovvie:
«Sei consapevole che potrei  farti arrestare per questo?»
«Sono consapevole del fatto che se lei volesse, potrebbe sfoderare la pistola ed uccidermi ora, davanti alla mia famiglia.
Oppure potrebbe, come dice lei, farmi arrestare, ma so che non lo farà.»
«Come fai ad esserne così sicuro?» Ribatté, mostrando falsa rabbia.
Spavaldo risposi:
«Perché  se lei fosse davvero ciò che la sua uniforme  rappresenta, probabilmente  non sarei qua.
Non è una divisa nera o una svastica sul petto che fa di un uomo un nazista,  e questo lei lo sa meglio di me».
«Hai davvero coraggio, Hans» Questo fu il suo commento, assecondato da un tono di stupore e di compiacenza.
«No signore, so solo riconoscere le persone giuste.»
«Tale padre tale figlio, no?» ironizzò lui, «immagino che adesso vorrai sapere come mai faccio parte delle SS se, da un punto di vista ideologico, non ho nulla a che fare con loro» Papà, al sentir pronunciare quelle parole da parte del suo nuovo collega, sgranò gli occhi e gli appoggiò la mano sulla spalla, come per fermarlo.
 Conoscevo benissimo quello sguardo, e capii che quello che mi voleva dire Stainer, non era una cosa che doveva riguardarmi. Mi schiarii la gola e mormorai
«Non ritengo necessario saperlo, signore. Lei è un uomo di fiducia e di tutto rispetto; ciò mi basta».
«Molto bene». Guardò l’ora e si alzò da tavola
«Ora vogliate scusarmi ma devo proprio scappare. Ho un importante appuntamento con dei colleghi e non posso assolutamente arrivare in ritardo». Ci salutammo con una energica stretta di mano e ci ringraziò per il pranzo e l’ospitalità.
«Grazie a lei tenente, senza il suo aiuto probabilmente»
«È stato un piacere, ragazzo mio. Ci vediamo domani». Detto questo  uscì di casa lasciando andare il portone dietro di se che si chiuse con un grosso tonfo, mentre Io andai alla finestra e lo osservai fin che non sparì nella fitta nebbia di Berlino.
 Corsi veramente un grosso rischio, ma alla fine ne valse  la pena.
Fui veramente felice di vedere, con i miei stessi occhi, che non tutti gli uomini di Hitler erano dei fanatici assassini, e non capivo quale fosse il motivo per il quale  egli fosse un SS. Anche se non avrei potuto chiederlo apertamente la reazione di papà mi fece immediatamente capire che la cosa non poteva, e non doveva riguardarmi. Lo accettai sicuro che, anche se non subito, avrebbe deciso di dirmi la verità.
Feci per tornare in camera mia, ma prima che potessi mettere passo verso di essa papà mi fermò, invitandomi a seguirlo nel suo studio.
Questo suo gesto, mi fece capire che non si era dimenticato quanto accaduto poche ore prima, ma essendoci il tenente non aveva voluto mettere parola sull’argomento.
Entrammo nello stanzino e ci sedemmo uno davanti all’altro, pronti per discutere faccia a faccia.
Mise la mano destra dentro la tasca e tolse fuori dei documenti d’identità
«Penso che questi ti appartengano» Esordì con tono fermo e sguardo severo.
Li presi e abbassai lo sguardo, mormorando un flebile “grazie”
«Dove siete stati per tutta la mattina?» Continuò
«In giro» balbettai
«In giro dove, e guardami quando parlo.» Alzai lo sguardo e risposi
«In giro per il quartiere, papà.»
« Cerchi anche di prendermi in giro? Credi che il tenente, non mi abbia detto in quale quartiere siete stati?» Preferii non controbattere, poiché anche una sola parola storta avrebbe degenerato la situazione.
 «Sei uscito di casa senza documenti, hai preso con te tua sorellina senza avere neanche il buon senso di avvisare, ti sei inoltrato in una zona proibita mettendo a repentaglio la vita di tutti e due. Mi spieghi cosa diavolo ti è passato per la testa?»
«I-Io… ti chiedo scusa, papà. Ero accecato dalla rabbia per via della nostra discussione  e…ho agito senza riflettere». Sentendo quelle parole parve calmarsi: rimase in silenzio per qualche secondo, come se stesse rimuginando su ciò che gli avevo appena detto; mi guardò e disse:
«Va bene, per sta volta passi, ma sappi che non sono più disposto a tollerare un comportamento simile, chiaro?»
«Sissignore».
«Bene, continueremo a parlare più tardi, ora ho del lavoro da sbrigare. Puoi andare».
 Con testa china e passo incerto, uscii dal suo studio per poi andare in camera mia e buttarmi sul letto; una miriade di pensieri mi attraversarono la testa: il litigio con papà, la mia uscita che alla fine si rivelò quasi una pericolosa avventura, ma soprattutto, il discorso con il tenente.
Le parole che dissi al giovane militare mi fecero capire il grande sbaglio che quel giorno commisi nei confronti di mio padre: lui cercò semplicemente di spiegarmi il motivo per il quale avesse accettato di entrare nelle SS, ma io, impulsivo, colmo di rabbia e delusione, non gliene diedi possibilità; ciò mi fece sentire terribilmente in colpa, ma riuscii a cogliere una cosa positiva: da li a poche ore, avrei avuto l’occasione per chiarire questo mio grosso errore e porgergli le dovute scuse.
 
   
 
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