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Autore: Madison Alyssa Johnson    19/03/2017    1 recensioni
L'hanno chiamata abominio. L'hanno marchiata e scacciata, costretta a fuggire dai suoi stessi simili. Le hanno tolto tutto quando era poco più di una bambina.
Ma Vanya è ancora viva. Duecento anni dopo l'esilio, si guadagna da vivere come mercenaria tra le vie di Tyrissa. Non immagina che un semplice furto le cambierà la vita.
Genere: Avventura, Guerra, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Violenza
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IX
 
Il tenente fissò i tre cadaveri, poi l’elfa e si massaggiò la radice del naso. « Ripetetemelo di nuovo, mastro oste, perché non credo di avere capito. » lo pregò. Non sapeva se fosse peggio l’odore di sangue che appestava l’aria, o la vista delle viscere sparpagliate sul pavimento, ma era a un passo dal vomitare la cena. Lo avevano chiamato in fretta e furia, mentre era alle prese con un delizioso pasticcio di manzo e aveva fatto presto a pentirsi di ogni boccone.
« Questi tre drow hanno ucciso mia moglie mentre tentavano di buttare giù la porta di questa camera. »
« Li ha visti? »
« Sì, ma non sono intervenuto in tempo. Ci ha pensato l’elfa. »
« Ha ucciso tre... soldati da sola? »
« Per legittima difesa. » precisò Vanya. « Mi hanno aggredito nella mia stanza, mentre badavo ai fatti miei. »
« Naturalmente. »confermò il militare, che aveva assunto una poco salutare sfumatura grigio-verdastra. « E voi, mastro oste, avete visto tutto. »
Il nano annuì.
« Bene. » Il tenente porse loro la pergamena su cui aveva trascritto la ricostruzione dei fatti. Aveva una grafia spigolosa, pungente e poco curata. Le lettere, tracciate con un mozzicone di matita dalla punta quasi consumata, erano a tratti troppo sottili, o troppo doppie.
Nessuno dei due fece commenti in proposito. Firmarono entrambi e restituirono il foglio.
« Posso ripulire, tenente? » chiese il nano. « Non posso lasciare la stanza in questo stato. »
« Oh, sì. » rispose l’ufficiale. « Mandate a chiamare qualcuno del cimitero che porti via i corpi e dategli questo. » Scarabocchiò una nota per il becchino e la firmò.
Il locandiere mise il foglio in tasca. « Bene, tenente. Allora arrivederci. »
Il soldato ricambiò il saluto con evidente sollievo e sarebbe fuggito come una lepre, se la mercenaria non lo avesse trattenuto sulla soglia.
« Tenente, se poteste evitare che si sappia in giro, vi sarei molto grata. » Gli allungò una manciata di monete d’argento. « Potrebbero mandarne altri, sapete, e potrei non essere così fortunata, questa volta. »
L’altro si infilò le monete in tasca. « State tranquilla, signora. Non è mio costume parlare di lavoro. »assicurò e si toccò i capelli biondicci con due dita. « Con permesso. »
Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, il nano sospirò. « E anche questa è fatta. » disse. « Ora, elfa, non ne voglio più sapere. Devo pensare a mia moglie. »
Vanya annuì. « Mandate solo il garzone al cimitero. Al resto posso pensare da sola. »
L’oste fece un cenno d’assenso e lasciò a propria volta la camera.
La mercenaria si lasciò cadere sul letto e sospirò. Cominciava ad essere stanca, ma c’erano migliaia di cose da fare. Aspettò che i becchini venissero a prendere i cadaveri, quindi ordinò stracci e acqua saponata e pulì lei stessa le tracce del combattimento. Le servì un’eternità per togliere le macchie di sangue rappreso dalle assi. Solo quando un lieve profumo di sapone e lavanda essiccata riempì l’aria si ricordò del quadrello. Lo tirò via dal muro e vide che aveva una piccola miccia attaccata alla cocca. Forse doveva esplodere, si disse, solo che il fuoco non aveva attecchito, oppure era solo un bel falso, apposta per distrarli. Lo buttò. Ordinò lenzuola pulite e un bagno caldo, nonostante l’ora tarda.
La cameriera guaì una lieve protesta, ma mise a scaldare l’acqua. Doveva aver capito che la sua brama di un buon sonno ristoratore non avrebbe mai eguagliato quella dell’elfa. Le lasciò asciugamani puliti, saponi e spugna vicino alla tinozza e prese in consegna i vestiti sporchi.
« Se la macchia non va via, sei autorizzata a bruciarli. » disse Vanya, immersa fino al mento.
La ragazza annuì e filò via. Aveva scritto in faccia che li avrebbe bruciati e basta, ma non le sarebbe potuto importare meno, neanche se avessero dato fuoco al suo intero guardaroba.
Chiuse gli occhi e si crogiolò a lungo nell’acqua e nel vapore, prima di decidersi a lavarsi sul serio. Finché restava a mollo, i muscoli facevano molto meno male. Era così piacevole che rischiò di assopirsi, per cui decise che fosse più saggio sbrigarsi e andare a dormire. Il mondo poteva andare a farsi fottere, per una notte.
Cahlind la aspettava in camera, seduto sul letto. « Dovresti andare sempre in giro così succinta, lysse. » commentò, con un cenno del mento all’asciugamano. « Ti dona. »
« Non ti ci mettere anche tu. » sospirò lei. « Sono troppo stanca per mandarti dove meriti. »
« Allora lascia che me ne occupi io. » Aprì le braccia per lei e le fece cenno di sedersi sulle sue ginocchia.
« Senza secondi fini? »
« Non sono ancora diventato stupido, lysse. »
Vanya rise, ma accettò l’offerta. « Esmer? » chiese, mentre le mani del drow si posavano sulla sua schiena.
Lui le baciò una spalla. « Dorme al piano di sopra. Non si è accorto di nulla. »
« E quell’altro? »
« In cantina. Gli ho dato il mio benvenuto speciale. » Risalì al collo e le mordicchiò piano l’orecchio. « E ora taci, o potrebbe passarmi... l’estro. »
L’elfa rise di nuovo.
 
 
Il prigioniero gli sputò in faccia. « Non ti dirò niente! » gridò, come se gliene fregasse qualcosa. Sul volto tumefatto sfoggiava un sorriso beffardo che gli faceva venire voglia di ridere. Credeva davvero che le sue capacità di torturatore si limitassero ad un paio di pugni ben piazzati e a qualche taglietto.
Avrebbe dovuto complimentarsi con se stesso per averlo convinto di ciò, ma non c’era tempo per giocare ancora. « Non dovrai farlo. » gli assicurò. Impose le mani ai lati del suo capo e premette i pollici sulle tempie. « Penserò a tutto io. »
Il soldato sgranò gli occhi e si dimenò. Non era abbastanza importante per ricevere uno scudo mentale, né era stato addestrato.
Cahlind glielo lesse in faccia e sorrise. Lo avrebbe aperto come un uovo. «Pantod shinte![1] » Chiamò a raccolta il potere che gli scorreva nel sangue e lo incanalò verso le mani. I vasi sanguigni si scaldarono e i muscoli tremarono. I palmi sfavillarono di azzurro, mentre la magia penetrava attraverso la pelle e le ossa fino al cervello.
Il drow urlò. Tentò di resistere, ma i centri nervosi stavano esplodendo di dolore e le emozioni erano fuori controllo. Il panico dilagava nella sua mente e il suo fragile muro crollò come un castello di sabbia al minimo impatto.
I suoi ricordi dilagarono nella mente dello stregone in sprazzi confusi. Componevano una pianta abbastanza precisa della villa, con i suoi tre piani – uno in superficie e due sotterranei – e il numero esatto degli abitanti. Ogni angolo del primo piano sotterraneo, dedicato ai soldati, era nitido e dettagliato, anche più di quanto l’altro avrebbe voluto. Anche l’esterno e i turni di guardia erano marchiati a fuoco nella mente del militare, che ricordava con precisione soprattutto i turni più odiati. Del piano superiore era stato, invece, lo sfarzo a colpirlo, mentre il più profondo era una desolazione di porte chiuse.
Strinse i denti. Premette i polpastrelli tra quei capelli candidi come se dovesse farla esplodere e la pugnalò con una nuova ondata di magia. La testa gli girò, il naso bruciò e gli occhi bruciarono, ma insistette. Non avrebbe permesso a quel miserabile di nascondere le informazioni che voleva.
Il segugio urlò con tutto il fiato che aveva. Biasciò una maledizione, o qualunque cosa fosse, e si dimenò. Le corde tennero e di nuovo la sua mente si aprì per Cahlind.
Una vampata di adrenalina percorse la schiena dello stregone. Lo eccitava sempre, quel senso di potere che provava quando sfondava con la forza le porte della coscienza di qualcun altro. Strappargli ciò che possedeva di più intimo a dispetto di ogni tentativo di proteggerlo eccitava la natura violenta e predatrice che aveva ereditato dal suo antenato. Si lasciò guidare dalle emozioni della sua preda e sfondò la prima porta, che emanava rispetto e timore. Intravide un affresco sulle pareti oltre essa, ma l’estremo tentativo del prigioniero di difendere i propri ricordi fu troppo.
La sua coscienza si spense di colpo e ogni ricordo sfuggì alla presa di Cahlind prima che potesse afferrare un altro dettaglio.
« Merda. » imprecò. Diede un calcio alla sedia non la rialzò, quando finì a terra con il cadavere. C’erano ancora molte informazioni che avrebbe dovuto estrargli, invece lo aveva ucciso. Erano decenni che non combinava un casino simile. Di solito sapeva dosare la forza da usare, ma in quel caso aveva sottovalutato il desiderio dell’altro di nascondere le informazioni. Chiuse gli occhi e si massaggiò la fronte e le tempie nel tentativo di placare il dolore mantellante che le scuoteva. Doveva restare concentrato. Avevano un cadavere da smaltire, prima di potersi avvicinare alla dimora di Detholir S’argth.
 
 
La villa era immensa e ben protetta, come si aspettava. Due guardie sul tetto merlato ne sorvegliavano il perimetro e altrettante pattugliavano il cortile. Per essere una dimora di città, appariva modesta, perfetta per non dare troppo nell’occhio, ma il loro uomo aveva confermato che le sue meraviglie si trovavano sottoterra, incluso l’accesso al Buio Profondo.
Era pur sempre una costruzione drow, si disse Cahlind. Riconosceva le tracce dell’architettura natia dagli angoli smussati della struttura, che tentava una commistione tra le forme squadrate della superficie e quelle più tondeggianti delle ville gentilizie a lui familiari. Le finestre a sesto acuto ricordavano i profili dei templi in onore di Alyra ed era pronto a scommettere che, guardandola dall’alto, la pianta fosse ottagonale. Gli ippocastani addossati alla cinta muraria che separava la villa dagli edifici intorno servivano a nascondere una o due porte segrete per entrare ed uscire non visti dalla proprietà.
« Questa cosa finirà male, me lo sento. » brontolò l’elfa. « Se ci fai ammazzare, torno in vita e ti resuscito solo per ammazzarti con le mie mani. »
« Non farla tanto tragica, lysse. Attieniti al piano e andrà bene. »
Vanya sbuffò, ma si mosse per prima. Appena le due guardie sul tetto le diedero le spalle, attraversò il vicolo e sgusciò tra i grossi tronchi. Sondò il muro con la vista ed il tatto, finché i suoi sensi non percepirono una piccola porta di legno, nascosta dall’edera. Sporse solo la mano, per far cenno all’altro di raggiungerla.
Cahlind dovette attendere che le guardie terminassero il loro giro, per potersi muovere senza pericolo. Scivolò tra gli alberi come un’ombra e si appoggiò al muro, mentre l’elfa faceva scattare la serratura.
Un passo si avvicinava, regolare, accompagnato dallo sferragliare dell’armatura. Il soldato non sembrava aver notato cosa stava succedendo a poche braccia da lui e superò il passaggio segreto, che si aprì senza fare il minimo rumore.
La mercenaria lo prese alle spalle e gli premette la sinistra sulla bocca, mentre con la destra gli tagliava la gola. « Aiutami. » sibilò al drow. Lo tenne da sotto le ascelle mentre il sangue ancora colava sui vestiti scuri e l’alto lo prese per i piedi per trascinarlo vero la casa. Lasciò che fosse Cahlind a occuparsi di nascondere il cadavere e non perse tempo a sorridere, quando vide che la finestra aveva una semplice chiusura a gancio. Infilò il grimaldello nella fessura tra le ante e tirò verso l’alto.
La chiusura cedette proprio mentre le voci sul tetto si allarmavano e chiedevano al soldato dall’altro lato del cortile di controllare.
Si infilarono in casa e richiusero la finestra, ma non c’erano tende da tirare per ingannare la vista, quindi non restava loro che imboccare il corridoio e correre. Trovarono la scala per i piani inferiori, ma sapevano di non essere al sicuro: una volta che i soldati avessero finito di frugare la casa per cercarli, sarebbero scesi, se fossero stati fortunati, oppure avrebbero mandato subito qualcuno.
Vanya non era solita pregare gli dèi, altrimenti avrebbe chiesto loro che i drow li credessero dei ladri e perdessero tempo di sopra, ma aveva smesso di rivolgersi alla fede quando le porte di Mirnevir si erano chiuse alle sue spalle con un tonfo. Poteva contare solo sulle proprie forze, ricordò, nello sforzo di vincere il disgusto che cresceva in lei. Non erano ancora così in fondo, si disse mentre scendeva la terza rampa di scale, ma che i mattoni avessero ormai ceduo il posto a ruvide pareti di roccia non la aiutava a convincersene. Il freddo che sentiva nelle ossa sembrava persino più reale che se fosse stato autentico. Maledisse i drow e le loro abitudini malsane, ma almeno erano arrivati in fondo.
Davanti a loro si apriva uno spoglio atrio, sul quale si affacciavano tre grandi stanze e due corridoi. Quello a destra, il più grande, terminava in un imponente portone a doppio battente, all’interno del quale era ricavato un portoncino più piccolo; l’altro era stretto e offriva sbocco a stanze più piccole. La camera padronale era di fronte a loro, sempre se il drow aveva detto il vero e non li stava mandando in una trappola.
Accostò l’orecchio alla porta. Dall’interno veniva un russare sommesso e regolare, ma era il massimo in cui potesse sperare. Abbassò la maniglia e spinse la porta, che si aprì senza cigolii. Sguainò il pugnale ed entrò per prima.
La stanza era ampia e rispecchiava i gusti del suo proprietario: la poca mobilia lasciava ampio spazio alle scene di caccia affrescate sulle pareti, in cui al posto degli animali si trovavano gli elfi, uccisi nelle maniere più brutali che il pittore avesse saputo immaginare da drow in sella a mostruose viverne. Tra i cacciatori spiccava il padrone di casa, il cui volto si ripeteva nell’amante al centro dell’orgia sul soffitto, intento a venerare la sua signora.
La mercenaria faticava a distinguere un drow dall’altro, ma, se quello nel letto era un sosia, era stato ben scelto. Estrasse dalla scarsella una boccetta e ne versò con cautela il contenuto nella bocca del dormiente. « Prendilo per le spalle. » sibilò a Cahlind, mentre lo imbavagliava, e lo prese per i piedi.
Riuscirono a sollevarlo e a portarlo fuori dalla stanza, ma dovevano ancora uscire da lì. Imboccarono il corridoio in fondo a sinistra e poggiarono il corpo contro un muro, mentre l’elfa trafficava in fretta e furia con la serratura. Nessuno dei due osava parlare, con le orecchie tese verso i piani superiori per la paura che arrivasse qualcuno.
Il meccanismo cedette e la porta si aprì.
Si scambiarono solo un’occhiata, prima di riprendere il corpo in braccio, ed entrambi scattarono come molle a sentire i passi che si avvicinavano. Corsero fuori e si richiusero alle spalle quel legno massiccio che non li avrebbe salvati, se gli uomini avessero scoperto cos’era successo al loro signore.
Vanya riprese fiato e batté le palpebre più volte, ma i suoi occhi non erano fatti per il buio pesto del mondo sotterraneo. Non riusciva a vedere a un palmo dal proprio naso.
« La malen, lysse. » le ricordò Cahlind. « Tirala fuori. »
Dovette fare violenza a se stessa per non urlargli contro, anche perché si era dimenticata del tutto di avere la pietra al collo, nascosta sotto i vestiti. La tirò fuori e sospirò di sollievo quando quella flebile luce lattiginosa le restituì la capacità di vedere e orientarsi.
Il Buio Profondo – se tale poteva definirsi il sottosuolo di Tadena – era desolato come lo aveva sempre immaginato. Pareti di pietra umida e scura ostruivano la vista da ogni parte e il terreno digradava sempre più in profondità, verso le tenebre. Non c’era niente di familiare in quel paesaggio, a parte, forse, il fiume che gorgogliava a pochi passi da loro. Ormeggiata accanto ad un modesto molo di legno stava una scialuppa che aveva di certo visto tempi migliori.
La indicò con un cenno della testa.
Il drow annuì e la aiutò a deporre il corpo al centro dell’imbarcazione. Sciolse l’ormeggio e si diede la spinta con il remo per allontanarsi dalla riva. « Scendendo a valle, prima o poi incontreremo i condotti fognari. » sussurrò, mentre la corrente li prendeva.
La mercenaria arricciò le labbra.« Non puoi interrogarlo come hai fatto con l’altro? »
Cahlind scosse il capo. « Se Yutri ha un mago che la protegge, ha di sicuro schermato il suo amante e non escluderei che gli abbia messo addosso qualche allarme, nel caso qualcuno lo tracciasse o gli facesse... altro. »
L’elfa inarcò un sopracciglio.  « Me la pagherai anche per questo. » promise e cominciò a remare.
 
 
L’odore di urina e feci – e di qualcos’altro che preferì non identificare – la prese alla gola prima ancora che riuscisse a vedere il tunnel. Era abbastanza alto perché una persona accovacciata riuscisse a percorrerlo, con un po’ d’impegno. Era stato scavato dal basso verso la superficie, con una lieve pendenza che aiutasse lo scorrere dei liquami.
Le vennero le lacrime agli occhi e odiò con tutta se stessa il drow, che sembrava sopportare il tanfo molto meglio di lei. Si legò un fazzoletto su naso e bocca, ma la aiutò ben poco.
Lui le sorrise e fece spallucce, mentre tiravano in secca la barca. Scosse con forza il prigioniero, che aprì gli occhi a fatica, e lo costrinse a mettersi in piedi. « Andiamo, raggio di sole. » lo schernì. « Dobbiamo fare due chiacchiere. »
Il prigioniero gli rivolse uno sguardo vitreo, ma perse ogni segno di torpore, non appena si posò su quei visi sconosciuti. Tentò di parlare attraverso il bavaglio e, se le corde non glielo avessero impedito, avrebbe anche lottato.
« Non ci proverei, se fossi in te. » lo avvertì Vanya. « O potresti finire come quel tuo segugio. » Lo costrinse a chinarsi e a camminare nei liquami davanti a lei.
Percorsero il cunicolo fino alla prima convergenza con altri canali, chiusi da pesanti grate di ferro. Non c’era modo di proseguire oltre, ma non ce n’era bisogno: nessuno li avrebbe sentiti, là sotto, nemmeno se avessero urlato tutti e tre insieme.
La ladra lo spinse in ginocchio e gli strappò il bavaglio. « Dove si trova Yutri Ontaressen? » chiese, con una calma sarebbe quasi sembrata cortese, se solo non gli avesse premuto un coltello contro la gola.
Il prigioniero le rivolse un sorriso beffardo. « Te lo dirò, Chiara... in un’altra vita, quando avrai la fortuna di rinascere drow. »
L’elfa sorrise e lo colpì al volto con un calcio abbastanza forte da farlo finire lungo disteso nei liquami di scolo. Lo girò supino con la punta dello stivale e gli premette la suola morbida sul petto. « Ti darò un’altra possibilità. » sussurrò. « Dimmi quello che voglio sapere e non sarò costretta a ucciderti. »
« Non sono così pazzo. » rispose l’altro, tranquillo. « La mia signora è molto più spaventosa di qualunque cosa tu possa minacciare di farmi. »
« Ma davvero! » commentò la mercenaria, beffarda. Gli strappò di dosso la casacca e sfoderò la daga che portava al fianco. « Vedremo per quanto la penserai così. » Con il filo della lama gli incise il pettorale sinistro, non in profondità, ma in lunghezza. Ripeté l’operazione per tre volte, quindi prese dalla scarsella una boccetta di sale e glielo strofinò sulle ferite.
Il drow le rivolse un sorrisetto divertito. « Non sai fare di meglio, lysse? »
« Non si mette fretta all’arte. » gli rispose, placida. Pulì la daga sui suoi vestiti e la mise via, quindi tirò fuori due pinze e le mostrò alla sua vittima. « Dimmi dove trovare la tua signora e potrai tenerti i denti. »
« Troverò un mago che me li faccia ricrescere. »
« Come vuoi. » Lo costrinse ad aprire la bocca con una e con l’altra gli strappò uno dei molari.
Il prigioniero urlò, ma non cedette. Le sputò in faccia il sangue e sorrise trionfante.
Vanya si impose di non schiaffeggiarlo. Non poteva dargli quella soddisfazione. « Non resisterai per sempre. » gli promise, prima di strappargli un altro dente.
« Saresti stupita della mia resistenza, lysse. » le rispose il drow, imperterrito. « Anzi, appena sarò libero ti onorerò della possibilità di provarla di persona. »
Un lampo d’ira passò nelle iridi dell’elfa. Strinse le ciocche bianche tra le dita sottili e tirò indietro la testa del prigioniero, così da esporre la gola. « L’unica cosa che proverai sarà la sensazione di ingoiare le tue stesse palle, quando non avrò più bisogno di te. » ringhiò, a denti stretti. Lasciò andare i capelli e lo fissò. Iniziava a sospettare di esserci andata troppo piano. Dalla sua riserva di strumenti ripescò una mannaia. « Sai, » disse « capisco perché non ti importa di qualche dente in meno. Pensi di poter combattere ancora, ma... » Gli passò il filo della lama sul dorso della mano destra e sulle varie dita. « Come puoi farlo, se non sei in grado di impugnare le armi? »
« Fonne honne! » sputò il drow. « Ti stuprerò fino a farti piangere sangue. Quando avrò finito con te... argh! »
Vanya sorrise e mostrò il mignolo sanguinante alla sua vittima. « Allora, intendi parlare, o preferisci perdere un altro paio di dita, prima? Per me non fa differenza. »
L’altro tentò di colpirla con i piedi legati, ma non raggiunse il bersaglio.
« Come preferisci. » commentò l’elfa. Fischiò piano e un enorme ratto nero e bianco si arrampicò su per la sua gamba per appollaiarsi sul braccio. « Al mio piccolo amico qui e ai suoi compari non dispiacerà di certo lo spuntino. » disse e offrì il dito al topo, che se lo rigirò tra le zampe superiori prima di iniziare a rosicchiarlo.
Il prigioniero strinse la mano a pugno e le rivolse uno sguardo di puro odio. « Ti farò mangiare le tue stesse interiora. » ringhiò e strizzò gli occhi nello sforzo di combattere il dolore.
« Dimmi quello che voglio e, invece di tagliarti un altro dito, ti cauterizzerò questo. »
« Piuttosto me li strappo a morsi io stesso. »
L’elfa fece spallucce e gli tagliò il secondo dito. « Non credevo che voi henva foste tanto leali, sai? » disse, rivolta al suo socio. « Pensavo foste più inclini a vendere il vostro prossimo per salvare voi stessi. »
« Forse si sarebbe venduto, se tu non fossi quella che sei, lysse. »
« Neanche morto. » lo contraddisse il diretto interessato, a denti stretti. « Non vi consegnerò mai la mia signora. »
« Lo dici come se la amassi.» intervenne Cahlind, sprezzante.
«La cosa ti sorprenderebbe, zharre[2]? »
Lo stregone non rispose.
« Non hai idea di come sia essere l’amante di un’hushag. » aggiunse il prigioniero. « Altrimenti non ti saresti mai fatto mettere il guinzaglio da una Chiara. »
Vanya gli tagliò il terzo dito, una falange alla volta, e sorrise. « Invece di preoccuparti del superfluo, dovresti concentrarti su problemi più seri: non ti restano molte dita. » gli fece notare. Si piegò su di lui e premette la punta della lama sotto il suo occhio sinistro. « Io posso sempre continuare con questi. » sussurrò. « Posso smontarti come una bambola finché di te non resterà l’essenziale per mantenerti vivo. »
Il drow sfidò il suo sguardo. « Non mi importa. » rispose. « La mia signora troverà lo stesso il modo di usarmi. »
Vanya strinse le labbra, ma Cahlind le fece un cenno di diniego. Roteò gli occhi. « D’accordo, basta giocare. » Infilò una mano nella scarsella e ne trasse una boccetta non più alta del suo pollice che conteneva un liquido giallo pallido. « Con questo. » rispose. « Ho dovuto uccidere per averlo e non è certo facile replicarlo, quindi non posso usarlo con leggerezza. Ora tienilo fermo. »
Il drow fece una smorfia, ma si inginocchiò dietro al prigioniero e gli cinse il busto con un braccio, mentre con la mano libera gli tappava il naso per costringerlo ad aprire la bocca.
Quello lottò fino a farsi lacrimare gli occhi, ma l’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio. Schiuse le labbra e tre gocce gli caddero in gola. « Me la pagherai, maledetta puttana. »
« Nella prossima vita, forse, se avrai la fortuna di nascere con un cervello. » lo rimbeccò la Chiara, con un sorrisetto beffardo. « Ora, da bravo, dimmi dove si trova la tua signora. »
Il prigioniero sorrise. « Nell’unico luogo in cui nessuno ha pensato di cercarla. » rispose, con gli occhi stretti e le labbra arricciate nello sforzo di tacere. « Ad Alantha. »
 
 
Non poteva essere vero, si disse Cahlind. I soldati di Asydra avevano battuto la città palmo a palmo più volte senza mai trovare niente ed erano i migliori del ducato. Voleva dire che qualcuno la proteggeva? Aveva ancora dei lealisti in città? La Governatrice non ne sarebbe stata contenta, a meno che non gliel’avesse consegnata su un piatto d’argento. Qualche testa sarebbe caduta di certo – non la sua, sperava.« E dove, ad Alantha? » chiese, proteso verso il proprio simile.
Il drow strinse i denti. «Vahi nigruem, me dasse![3] » urlò, con il fiato corto. L’anello che portava all’anulare sinistro di illuminò di uno sfarfallio violaceo e una nube del medesimo colore si levò dalla pietra, salì fino alle narici e in pochi secondi gli riempì i polmoni. Lacrime di sangue sgorgarono dagli angoli degli occhi, mentre il corpo tremava e la saliva schiumava tra le labbra.
Cahlind stese le mani su di lui e tentò un rapido incantesimo di cura, ma la nube tossica non ne risentì; anzi, si radicò sempre più a fondo nel corpo del drow.
Gli occhi del prigioniero si rivoltarono e la schiuma che usciva dalle labbra annerì.
« Non puoi fare niente? »
« Ci sto provando, lysse. » ringhiò lo stregone, corrucciato. « Ma il bastardo ci tiene proprio, a morire. » Impose le mani sul petto dell’altro e tentò di disperdere il veleno, di purificarlo e persino di assorbirlo, ma ogni tentativo gli risucchiava le energie senza produrre risultati.
Il drow morì senza che potesse fare niente.
Un sigillo scarlatto apparve sulla sua fronte e crebbe fino a coprire tutto il cadavere. I cerchi concentrici di cui era composto ruotarono in direzioni opposte e il ragno degli Ontaressen al suo centro si sollevò fino a stare in verticale. Mosse le zampe verso Cahlind, come se lo percepisse e volesse afferrarlo.
« Cazzo! » sibilò lui. « Muoviti, dobbiamo andarcene. » Prese l’elfa per il polso e la trascinò fuori di lì alla massima velocità concessa dalla strettezza del cunicolo.
« Che sta succedendo, idiota? » sbottò Vanya, appena furono in grado di tornare in posizione eretta.
« Succede che siamo fottuti, lysse. L’incantesimo c’era, come pensavo, e adesso il nemico ha la mia impronta. » Lasciò andare il suo polso. « In pratica, può tracciarmi quando vuole. »
« Non puoi fare un incantesimo per nasconderti? »
Cahlind scosse la testa. « Sono proprio i miei incantesimi che può tracciare. »
« E se smettessi di usarli? »
« Potrei guadagnare tempo, ma non so quanto: prima o poi riuscirà a risalire a me e allora... »
« Saremo nella merda fino al collo. » finì l’elfa per lui. « E se provassimo a depistarli di nuovo? Potresti fare tu da esca, stavolta. »
Lo stregone non rispose. Spinse la barca nel fiume e vi entrò per primo.
Vanya lo seguì e cominciò a remare.
« Se anche li dirottassi, non potresti mai entrare ad Alantha senza di me. Se pure ci riuscissi... » Le scoprì l’orecchio aguzzo e ne disegnò l’elice con il polpastrello del pollice.
La mercenaria rabbrividì e si ritrasse di scatto.
« Credimi, non vuoi sapere cosa ti farebbero. »
« Allora non abbiamo scelta. » rispose Vanya. « Dobbiamo tornare di sopra a prendere i cavalli e poi trovare il modo di essere più veloci di loro. »
 
 

[1] Schiudi la mente!
[2] Feccia.
[3] Perdonami, mia signora!
 

Avrei dovuto pubblicare questo aggiornamento la settimana scorsa, ma, essendo scema, non me ne sono nemmeno accorta. Shame on me. Per farmi perdonare, ho creato un nuovo banner per la storia, visto che l'altro è brutto come la morte, e spero che vi piaccia e che mi farete sapere come vi sembra il nuovo capitolo, nonostante il ritardo. Ricordate che vi amo!
   
 
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