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Autore: K_Zarwell    20/03/2017    2 recensioni
May Harvey non frequenta più le lezioni da un mese e mezzo, a causa di una catena di eventi negativi. Non si cura più, resta tutto il giorno in casa mangiando pochissimo ma suonando e dormendo come se non trovasse importante null'altro. Riuscirà ad uscire dal suo bozzolo o ne rimarrà intrappolata? E cosa succederà da adesso in poi?
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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1. Dopo La Tempesta
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   Le mie dita sfiorarono lentamente i tasti lucidi del pianoforte a coda, prima di muoversi per suonare "Consider Me Alive" degli "Hopes Die Last"; non si trattava di una canzone legata a noi due per le parole, quanto per la melodia che ci ha sempre strappato qualche lacrima. Nonostante questo, non mi stupii nel non cacciarne nemmeno una: da una settimana a quella parte si erano esaurite e sentivo gli occhi semplicemente secchi. Non mi stupii neanche quando il sorriso di Lydia, raggiante come quello di una Dea, si aprì come a volermi ringraziare di averle dedicato nuovamente parte del mio tempo. Nonostante il mio sguardo fosse fissato sui tasti e fossi concentrata nel suonare la mia melodia preferita, sentivo i suoi occhi di ghiaccio posarsi sul mio corpo e la sua presenza invisibile poggiarsi alle mie spalle, che così minute reggevano a stento anche il peso della maglia.
   
Per un paio d'ore suonai a ripetizione lo stesso spartito; suonai sino a sentire le mani tremare ed implorare di riposare. La melodia si bloccò d'improvviso, riportando la stanza in un silenzio tombale disturbato solo dal mio respiro irregolare. Mi appoggiai al legno freddo del pianoforte, lo usai come sostegno per alzarmi dallo sgabello, a fatica: le mie gambe esili cominciarono a non rispondere perfettamente agli stimoli che il cervello affaticato cercava d'inviare.
Dovetti appoggiarmi alla parete del corridoio, per non cadere; i polpastrelli premettero sulla fredda e ruvida superficie e così riuscii a darmi la spinta per le scale, sino alla mia cameretta disordinata. La testa cominciò a girare e la vista si annebbiò diventando quasi scura; sperai solo di non cedere prima di raggiungere il letto disfatto. Non mi curai neppure di ordinarlo; mi ci stesi sopra e tirai sul corpo tremante le lenzuola celesti di flanella. Stringendole al petto abbassai le palpebre pesanti ed aspettai quella parvenza di calore che mi fece assopire.
Mi abbandonai ad un sonno profondo, eppure tormentato dal solito incubo: un viso deturpato da un'auto, le labbra che si muovevano velocemente ma senza lasciar sfuggire un singolo suono, gli occhi che palesavano la paura e la richiesta d'aiuto.
   
Sbarrai gli occhi; mi risvegliai con la fronte imperlata da un freddo velo di sudore ed il cuore galoppante, mentre un sottile raggio di sole si faceva largo tra le veneziane marroni. Utilizzai il lenzuolo per asciugare il viso, mentre mi misi a sedere e puntai lo sguardo verso un punto imprecisato della stanza; non notavo il caos che vi regnava, né il tanfo che da settimane teneva lontana mia madre dalla cameretta.
La sentii aprire la porta d'ingresso, muovere qualche passo nel corridoio, ma non chiamò il mio nome - cosa che era solita fare.
   
Mi alzai dal letto con un'immensa fatica, lasciando poi che il muro mi sorreggesse e mi aiutasse ad avvicinarmi alla porta dalla quale sarei uscita.
Scesi le scale sentendo la moquette vermiglia accarezzare le piante dei miei piedi nudi; non appena scesi l'ultimo gradino, con voce sommessa chiamai mia madre che, sorridendo, si affacciò per un attimo all'arco della cucina. Alzò la mano per farmi segno di raggiungerla e lentamente obbedii; tenni lo sguardo basso fino a quando non sentii una rauca voce familiare accarezzarmi le orecchie
«May, ben svegliata»
i miei occhi schizzarono immediatamente sulla figura slanciata dell'uomo poggiato al bancone, per poi sfrecciare sul viso sorridente di mia madre. Confusa, spostai lo sguardo da lei a mio padre più volte, prima di sentirlo velarsi a causa delle calde lacrime.
Mi lasciai scivolare sullo sgabello accanto al lavandino della penisola e le persone che più mi erano care mi abbracciarono. Mi sentii amata come non succedeva da tempo e frettolosamente alzai le braccia per circondare la mia famiglia
«è tempo di farsi una doccia, indossare un pigiama pulito ed aiutare mamma e papà a preparare un pasto caldo»
commentò mio padre, probabilmente disgustato dalla fine che avevo fatto fare al mio corpo, eppure utilizzando quel tono dolce che mi riservava quando voleva fare pace con me
«noi siamo tornati... Te la senti di farci compagnia?»
fu la frase smielata che pronunciò mia madre. Per tutta risposta cercai di stringerli più forte a me, sperai non fosse un sogno e che tutto tornasse alla normalità cui ero abituata tempo prima.

   
Fissai l'immagine riflessa nello specchio sopra al lavandino del bagno; la fissai per dei minuti che mi parvero infiniti, non riuscendo a riconoscere quel vacuo sguardo blu circondato dalle occhiaie, il viso scavato, le labbra secche ed i corvini capelli grassi che scivolavano pesanti sulle spalle. Scuotere la testa e strizzare gli occhi non servì a cacciare la visione della realtà.
Non staccai lo sguardo neanche quando mi spogliai del pigiama verde, le cui paperelle gialle erano ormai nascoste da macchie sordide; lasciai scivolare gli indumenti sul pavimento piastrellato mentre osservavo il mio corpo, così diverso dal mio ultimo ricordo, troppo smilzo da farmi quasi ribrezzo.
Decisi finalmente di staccare lo sguardo dalla verità per puntarlo a mezz'aria, verso la doccia; ci entrai velocemente e scelsi di lavare via, con l'acqua più calda che riuscivo a sopportare, non solo lo sporco ma anche le brutte sensazioni che mi stavo portando dietro da settimane: il riavvicinamento dei miei mi aiutò a sentire il calore di un leggero fascio di luce che si faceva largo nell'oscurità; restava a me accoglierlo e, quindi, semplicemente convivere con il mio personalissimo dolore. Non dovevo abbandonare la mia storia, ma accantonarla perché sarei dovuta tornare a sorridere – e sarei dovuta essere grata al fato per aver ottenuto una nuova possibilità.

   
Mia madre non mi rimproverò le due ore e mezza passate nel bagno; piuttosto la scoprii felice nel vedermi pulita e profumata, finalmente, segno che qualcosa dentro di me aveva cominciato a sbloccarsi. Il suo sorriso contagiò mio padre e vederli nuovamente felici insieme mi fece increspare le labbra in un qualcosa di simile ad un sorriso, un qualcosa che mia madre non vedeva da tempo e che la fece emozionare, portandola ad abbracciarmi - stando attenta a non stringermi troppo o mi sarei spezzata, fragile com'ero diventata.

   
La aiutai a cucinare la cena: generose porzioni di spaghetti al pomodoro e bacon con contorno di patate al forno, i miei piatti preferiti sin dalla tenerà età. Sentire nuovamente nell'aria il profumo di quel cibo risvegliò i miei sensi sopiti ed indifferenti.
Anche mio padre decise di aiutare, apparecchiando la tavola con i migliori servizi di stoviglie presenti in casa, come a festeggiare alla grande il nostro ritorno.
In un determinato istante mi sembrò che il tempo si fosse fermato, permettendo ad una me stessa esterna di scattare una fotografia mentale.

   
Cenare mi fu difficile: mangiare una quantità di cibo maggiore del solito mi costò fatica, ma i miei parvero capire e non mi costrinsero a forzarmi.
   
Decidemmo che avrei dovuto riprendermi con i miei tempi e non con quelli che gli altri avrebbero potuto decidere per me, per cui non optammo per nessun terapeuta (se non quello della scuola – non appena ci fossi tornata) a meno che non ne avessi avuto realmente bisogno; comunque, riavere nuovamente la mia famiglia si scoprì l'unica cura di cui avevo bisogno.



   
Se quel giorno fosse stato un capitolo della mia vita, si sarebbe intitolato "rinascita"; mi sentii come risorta e fu dunque tempo di mettere ordine dentro e fuori di me. Passai un week-end sereno: mia madre mi aiutò a pulire e sistemare la camera da cima a fondo, e mio padre mi portò in giro con la sua nuova auto.
   
Furono giornate tranquille; l'unica cosa che riesco a descrivere è il modo in cui sentii riemergere i sentimenti positivi, nonostante l'aria uggiosa che l'inverno portava con sé. Sentii... di aver ritrovato un posto nel mondo.

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Zarwell dice: Benvenuti nel primo capitolo di "Crimson Sound" ("Suono Cremisi")! Se state leggendo questo mio commento significa che avete dedicato un po' del vostro tempo alla mia storia e di questo vi ringrazio infinitamente! Spero non ci siano troppi errori e che sia una storia abbastanza interessante... Non so ancora quanti capitoli conterà, ma penso che ne pubblicherò uno a settimana :) se avete domande, vi risponderò di sicuro; se avete da criticare, cercate di farlo nel modo più gentile possibile! > <

   
 
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