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Autore: Nonoime    20/03/2017    0 recensioni
Sono trascorsi 962 anni dal Patto, l'accordo che ha cambiato radicalmente l'esistenza di tutti e spazzato via ogni ricordo della Grande Guerra, sostituendolo con un nuovo mondo. Oggi, le Terre Abitate vivono in pace, in armonia. Ma non è sempre stato così, e l'oscurità si sta dilagando di nuovo silenziosa, dovunque, riportando alla luce minacce credute sotterrate. E Neiomy, un giovane Guerriero del Villaggio Walden, scoprirà presto di essere la causa di tutto. Di essere l'Arma che qualcuno sta cercando di sfruttare per vincere un conflitto millenario; l'ago di una bilancia dove il bene e il male spesso si confondono.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Parte prima
Questa oscura entità
 
 
 
“Qualcuno potrebbe dire che il Demone,
per quanto tirannico e perverso,
abbia cambiato le nostre vite e le sorti del mondo.
Io che ho vissuto la guerra, potrei affermare
che ci abbia insegnato cos’è la vera paura,
rendendoci così più forti."
Redonovan Williamden, CSA
 
 
 
 
 
 
 
962 anni dal Patto
 
 
 
 
 
  
 
Quando ebbe inizio
 
Walden, primavera
 
«Può aiutarla?».
Wanda si portò istintivamente una mano al petto. Chi la conosceva, sapeva cosa quel gesto significasse.
No.
Ma la donna che aveva dinanzi era una perfetta sconosciuta, l’ennesimo parente di uno dei suoi molti – troppi – pazienti che ora espiravano gli ultimi sospiri e mormoravano le ultime parole d’addio sdraiati e morenti sopra letti vecchi e duri. Da che ricordasse, nonostante la sua giovane età, Wanda non aveva mai visto il Centro Medico così occupato. E in cuor suo, avrebbe voluto sapere cosa fare per aiutare quelle persone. Ma non lo sapeva. Nessuno, lo sapeva.
«Farò del mio meglio», disse.
E non stava mentendo. Da giorni ormai faceva del suo meglio. Per alleviare le sofferenze, per far sorridere un paziente malato, per aiutare un genitore o un figlio disperato. Ma la Piaga era implacabile, feroce come una bestia affamata continuava a mietere vittime giorno dopo giorno, e non c’era nulla, al mondo, che Wanda potesse fare per impedirlo, perché tutto era stato già fatto.
«Posso vederla?».
La donna sembrava impaziente; le sue mani intrecciate all’altezza del cuore, troppo strette, troppo dolore trattenuto; una madre che avrebbe donato senza riserve il proprio cuore, per il figlio malato.
Wanda annuì.
La condusse ai piani superiori, dove alloggiavano soltanto i pazienti affetti dalla malattia – l’Incubo Nero, come alcuni la chiamavano, o semplicemente Piaga, come era conosciuta in tutte le Terre Abitate, da ormai tre mesi. I portoni di metallo che conducevano al corridoio, ora atrocemente silenzioso, erano sorvegliati da due Guardiani duri e minacciosi nella loro divisa rosso rubino. Squadrarono il Curatore e la donna con occhi seri ma non impedirono loro di passare, soprattutto non dopo che Wanda ebbe mostrato il suo tesserino. Wanda M. Roda, recitava. Mastro Curatore del dipartimento di Malattie infettive e Ricerca. Più in basso, era riportata anche la sua data di nascita; il numero, insieme al volto gentile, per cui le persone storcevano il naso nel vederla occuparsi dei loro parenti malati. Troppo giovane, dicevano con gli occhi. Almeno, finché non li guariva. Allora l’esser tanto giovane e brava diventava un miracolo.
«Le è stato già iniettato il siero immunitario?», domandò Wanda appena prima di aprire la porta. 
Era vietato varcare le porte del Centro Medico senza aver prima ricevuto quell’iniezione – un vaccino in grado di contrastare, seppure per poche settimane, la malattia; dopo, se non ripetuto, la Piaga ne cancellava gli effetti, rendendolo inutile – ma la prudenza non era mai troppa, come il Curatore amava ripetersi da anni. E in particolar modo, in situazioni come quella. 
La donna annuì. «Andiamo, per favore».
Wanda spalancò i portoni. Il cambiamento d’aria fu subito evidente. Nonostante i condotti e le ventole sul soffitto e alcune finestre aperte, l’odore di morte e malattia sembrava avere impregnato le pareti. Abituato, il Curatore non si scompose, e proseguì lungo il corridoio a passi svelti, ma la donna, al contrario niente affatto preparata, faticò a contenere un conato di vomito. La Piaga si insinuava nel corpo delle sue vittime come un parassita, seppur non si sapesse come, e le prosciugava uccidendole lentamente. Alla fine, non restava più molto di loro.
«Devo avvertirla», iniziò Wanda. Quella era la parte che più odiava del suo lavoro, pensò. La sola, insieme al vedere morire persone che aveva cercato di salvare, per cui non di rado le mancava il coraggio. «Che potrebbe non riconoscerla». Si fermò, voltandosi per fissare la donna. «La Piaga agisce in modi terribili sul corpo del malato. Ma la prego di non renderlo evidente».
«Ma è trascorsa solo… una settimana».
«Lo so».
Riprese a camminare, incapace di voltarsi per vedere se la donna l’avrebbe seguita. Aveva appena piantato in lei un seme orribile che avrebbe germogliato soltanto sofferenza, paura e panico. Ma aveva dovuto. Aveva visto troppe persone scappare davanti alla brutalità della malattia e non voleva che accadesse di nuovo. Voleva che sapessero, che fossero preparati, prima che il sospetto, il pensiero infido della morte dentro al corpo di qualcuno che si ama, diventasse realtà.
Si fermò.
La porta della stanza 427 era appena socchiusa. Quando, solo un’ora prima, la donna si era presentata nel suo studio, a Wanda era bastato guardare i suoi occhi neri per capire che era la madre di Magdalena, la più giovane tra i suoi molti pazienti. L’unica che spesso, mentre camminava lungo quel corridoio per visitarli, il Curatore aveva sentito canticchiare, a voce bassa ma dolce; il solo piacere tra quelle mura di pietra, legno e dolore. Col trascorrere dei sette giorni poi, la sua voce si era affievolita, diventando appena percettibile. Ma non si era mai interrotta. Neanche una volta. Neanche durante i giorni più orribili, quando la Piaga le prosciugava le forze e le mangiava gli organi e le avvelenava il sangue, incurabile, crudele, invincibile. In qualche modo Magdalena era sempre riuscita a trovare l’energia per fare ciò che amava.
Ma non stavolta.
Stavolta solo il silenzio – un silenzio lugubre e denso come una mano calda tra le scapole – accolse Wanda.
«È qui?», domandò la madre. Poi, a voce più alta: «Magdalena?».
Senza aspettare una risposta, superò Wanda e aprì la porta. Il Curatore non provò neanche a fermarla.
L’interno era piuttosto spoglio: un letto, un piccolo comodino bianco – su cui erano posate più serie di cartelle mediche e una pila di ritratti a carboncino – una sedia di metallo, dove Wanda era solita accomodarsi mentre visitava Magdalena, un attaccapanni e una finestra, adesso chiusa, da cui filtrava il sole del primo mattino, così luminoso da chiedersi se non si beffeggiasse dalla morte e del dolore che aleggiavano troppo spesso tra quei corridoi, nelle ultime settimane. Sotto una montagna di coperte, Magdalena sembrava riposare, immersa nel bianco asettico dei mobili che la circondavano. Ma agli occhi attenti di un Curatore non potevano sfuggire certi dettagli: l’addome immobile, gli occhi socchiusi, i muscoli irrigiditi da una morte troppo prematura. E a quanto pareva neanche a una madre. Il modo in cui la donna si gettò sul corpo della figlia, piangendo disperata, ricordò a Wanda il modo in cui i fiori appassiscono d’inverno, quando la neve attecchisce al suolo e il freddo porta via tutto con sé.
Chiuse gli occhi.
Aveva provato diversi medicinali, aveva mischiato erbe mai mischiate prima, aveva usato oli e petali dalle incredibili capacità curative, era rimasta sveglia per svariate notti in cerca di un rimedio, qualcosa, qualsiasi cosa, che potesse quantomeno alleviare le sofferenze dei suoi pazienti. Ma nulla di ciò che aveva fatto aveva anche solo lontanamente funzionato. E ora, anche Magdalena era morta. E purtroppo, Wanda lo sapeva, non sarebbe stata affatto l’ultima.
«Magdalena…». La madre singhiozzava, vittima di un dolore che aveva pochi eguali. «La mia Magdalena».
Tra le sue braccia, la ragazza non sembrava altro che un involucro di carne, prosciugato di tutto quello che un tempo lo aveva reso un corpo in salute. Grossi lividi neri le ricoprivano le braccia, il volto e ogni altra parte nuda e visibile, e i suoi capelli, un tempo ricci, lunghi e ribelli, giacevano ora perlopiù sul cuscino, opachi e spezzati, solo il vago ricordo di ciò che erano stati.
Il Curatore lasciò la stanza.
Due inservienti erano impegnati a pulire il corridoio. Strofinavano il pavimento con forza, premendo duramente lo straccio contro le mattonelle, come se così potessero cancellare via ogni traccia di morte e sostituirla con un profumo diverso, di lavanda o forse muschio. Ma il risultato era solo un odore altrettanto orribile, e Wanda fu costretta a premersi una mano contro il naso e la bocca pur di attenuarlo, pur di non vomitare. Raggiunse i due uomini, e indicò loro la stanza 427 con un cenno rapido della mano, e non riuscì a non chiedersi se la cosa più brutta fosse il fatto che anche Magdalena era morta o che loro non ebbero bisogno di parole per capire. Annuendo cupi, abbandonarono gli stracci e si incamminarono verso la 427, mentre Wanda lasciava il piano e ritornava al suo studio. I due Guardiani ancora in servizio la salutarono con un cenno di cui lei neanche si accorse. Ogni cellula del suo corpo era puntata sulla ricerca di una cura, di una soluzione, di una bandiera bianca da innalzare per cessare il fuoco. Ma la Piaga non era una persona con cui poter contrattare, né un’arma disattivabile premendo un pulsante. Era un infido parassita, che trovava il suo spazio nelle vite altrui distruggendole senza possibilità di tornare indietro; invisibile a occhio nudo, ma letale nell’agire.
Lentamente, Wanda aprì la porta dello studio e entrò. Si sedette sulla sua piccola poltrona, sospirando stanca.
Tutto bene?, domandò una voce familiare.
La giovane voltò appena la testa. Accomodata sul tavolino di vetro, sporco d’impronte e di colla rappresa, c’era una volpe, la cui lunga coda la circondava come una ciambella pelosa. Sotto le sue zampette era raccolta una serie di cartelle – informazioni sui pazienti e dettagli sulla malattia – sporca adesso della terra umida che il minuscolo animale aveva portato da fuori. Storcendo il naso Wanda le tolse da lì, costringendolo a spostarsi. Nella sua mente la volpe borbottò.
«No», rispose il Curatore buttando tutte le cartelle in un cassetto. «Magdalena è morta». In qualche modo, dirlo a voce alta – seppure a un animale – la fece sentire peggio. «E ho fatto credere a sua madre che avrei potuto aiutarla, che avrei “fatto del mio meglio”». Sorrise al muro davanti a lei con amarezza, scuotendo appena la testa. «Ma la verità è che non posso fare assolutamente niente».
Prese il disegno su cui aveva lavorato finché la madre di Magdalena non era piombata nel suo studio. Era il ritratto anatomico di un cuore, riprodotto nei minimi dettagli dalla punta di una matita e dalla mano esperta di Wanda. Molti Curatori, lei compresa, erano convinti che la Piaga colpisse prima il cuore per poi riversarsi in tutti gli altri organi, velocemente o più lentamente a seconda del paziente. Ma in qualunque modo la si volesse vedere restava comunque senza logica. L’Incubo Nero era l’unica malattia che il loro mondo non riuscisse a debellare. Arrivava dal nulla, dal nulla si propagava, e nel nulla svaniva una volta finito, e il siero immunitario sviluppato dal Centro Medico di Walden, su cui anche Wanda aveva lavorato, e poi spedito in tutte le Terre Abitate, garantiva una protezione soltanto minima, praticamente inutile contro la forza del batterio. Ma era anche il meglio che erano riusciti a produrre in mesi di ricerche e la sola cosa che permettesse a buona parte della popolazione di sopravvivere
Però, non era infinito. Le scorte iniziavano ora a esaurirsi, come già previsto a suo tempo, e gli effetti collaterali di un uso prolungato erano tutt’oggi sconosciuti, forse negativi, come il Curatore sospettava nelle sue ricerche condotte a tarda notte in compagnia soltanto della luna.
Dovevano trovare una cura, si disse. Un finale per quella storia di morte. E dovevano farlo in fretta.
Mi dispiace, mormorò l’animale, accomodandosi sulle gambe di Wanda. Conosceva il nome di tutti i suoi pazienti perché la giovane amava parlare di loro, della bellezza che scorgeva nei loro occhi nonostante il dolore, nonostante il terrore, nonostante le poche speranze. Mi piaceva.
Lei annuì, carezzandogli le orecchie.
«Anche a me».
Il sole si era ritagliato un piccolo rettangolo su una delle pareti del suo studio e le ombre di un gruppo di foglie vi danzavano con allegria. Tranquillo, un uccellino dalle piume rosse e nere si posò sul davanzale della finestra, cinguettando felice. Senza bisogno di voltarsi o di guardare Wanda sentì le vibrazioni incerte della sua mente tendersi come braccia nella sua direzione, incuriosite dalla presenza della giovane, una calamita per tutti gli animali. Ma il Curatore non si mosse. Astran – la volpe adesso acciambellata sulle sue gambe – era la sola creatura, dopo Shayda e in ventun anni di vita, con cui avesse mai creato una connessione stabile, e non avrebbe cambiato idea. Possedeva un’abilità innata al tempo stesso subdola e innocua – la capacità, sviluppata sin da piccola, di controllare gli animali e parlare con loro –, Wanda lo sapeva, ma di rado ne faceva realmente uso. Così si limitò a ascoltare distratta i pensieri confusi del piccolo volatile, finché stanco dell’ambiente e di non ricevere risposta, non volò via.
Astran sospirò. Finalmente.
Wanda sorrise.
Odio quegli uccellacci.
La giovane rise. «Non essere cattivo».
Passò delicatamente la punta delle dita sul naso umido del minuscolo animale, poi lungo il muso sottile e tra le orecchie a punta, di un grigio più chiaro, quasi bianco. Seppur fossero trascorsi già sei anni, Wanda ricordava ancora perfettamente il giorno in cui aveva trovato Astran, sdraiato e morente in riva al solo fiume che attraversava il Villaggio, dividendolo a metà. Grazie all’abilità innata che possedeva – scoperta casualmente all’età di quattro anni, quando sua madre l’aveva trovata in camera, seduta sul suo letto, impegnata a parlare con un gatto; allora aveva realizzato che non tutti erano in grado di comunicare con gli animali – aveva percepito il suo dolore e aveva deciso, andando contro se stessa e le sue promesse, di aiutarlo. Quando era piccola, per il suo sesto compleanno, i genitori le avevano regalato un cucciolo di cane, una femmina dal pelo lungo e candido come neve. Shayda era il nome che le aveva dato, come il personaggio del suo libro preferito, quello che leggeva ogni sera, insieme a suo padre, prima di andare a dormire. Insieme, avevano passeggiato e corso per le strade di Walden, beccandosi spesso i rimproveri inconclusi dei più vecchi o gli sguardi d’ammonimento dei Guardiani di servizio; avevano condiviso merende all’ombra di alberi dalla folta chioma, quelli che rifiorivano a primavera, non appena i primi venti più tiepidi iniziavano a soffiare da ovest. Wanda le aveva insegnato a parlare, a contare, a intrufolarsi silenziosa nella dispensa per rubare uno spuntino da mangiare a mezzanotte, quando solo loro erano ancora sveglie e l’unica luce che rischiarava le pareti era il bagliore lattiginoso e confortevole della luna. Avevano condiviso tanto, e per questo tanta era stata la sofferenza quando, a soli sette anni, Shayda si era ammalata. Un problema al cuore, dissero a Wanda. Allora la ragazza era stata da poco ammessa all’Accademia della Sanità di Walden – la più prestigiosa e conosciuta della Pianura Rubina – e già aveva deciso in quale ramo si sarebbe specializzata: malattie infettive, esattamente come sua nonna, l’anziana signora che, quando lei era una bambina, era solita medicarle le sbucciature con morbide garze e massaggiarle i lividi con pomate alle erbe dal profumo forte. Ma di animali – esattamente come i Curatori che avevano promesso a Wanda di curare Shayda – neanche lei ne sapeva nulla, e alla fine, nonostante gli interventi e le cure, la sua migliore amica morì durante una notte d’inverno, mentre migliaia di fiocchi di neve volteggiavano dolcemente in cielo, incantevoli nella loro silenziosa danza. Tutt’oggi la giovane ricordava ancora il dolore provato. Il suo e quello di Shayda. Perché connettersi con un animale comportava anche questo: sentire. I pensieri e le sensazioni e i sentimenti. Tutto. E dopo quel giorno, appena tredicenne, aveva promesso di non farlo mai più, terrorizzata all’idea provare nuovamente un senso di perdita tanto forte e disperato.
Per due anni aveva mantenuto la parola. Poi, quel giorno d’aprile di sei anni fa i suoi occhi verdi avevano incontrato quelli di Astran, neri e intensi, e ogni paura era svanita lasciando soltanto il bisogno di salvare quella piccola volpe dal pelo grigio, sfuggita ai colpi di alcuni cacciatori.
A cosa pensi?
La voce di Astran s’intrufolò morbida tra i suoi pensieri risvegliandola con un sussulto dal torpore dei ricordi.
«Al tuo nome», mentì Wanda, senza volerlo davvero.
La volpe la guardò.
«È il cognome di uno scrittore», spiegò cercando di metter su un discorso mai pensato. «Te l’ho mai detto? Il mio preferito. Olivier N. Astran. Ha scritto libri di medicina e un sacco di favole». Sorrise, lasciando riemergere un altro ricordo. «Le leggevo con mio padre, quando ero piccola». 
Lo so, replicò la volpe. Le hai lette anche a me.
Wanda annuì, ricordando soltanto allora. «È vero», disse. «Avevo dimenticato. Eri piccolo, appena un batuffolo».
Una palla di pelo, vorrai dire.
La giovane rise.
Fu allora che la porta dello studio si aprì, sbattendo duramente contro il muro, dove lasciò un leggero segno.   
Mikahed, uno degli aspiranti Curatori con cui Wanda lavorava da un mese a questa parte, era in piedi sulla soglia; gli occhi, neri e affaticati, erano carichi di una preoccupazione che lei conosceva bene.
Balzò in piedi. «Che succede?».
«Altri cinque», le disse.
E lei non domandò. Già sapeva.
Si precipitò nuovamente al quarto piano del Centro Medico, con Astran alle calcagna. Due giovani e tre adulti, le spiegò Mikahed, tutti maschi e tutti perfettamente in salute prima di contrarre la Piaga. Com’era successo, nessuno ne aveva idea, ma i familiari avevano notato i primi sintomi – febbre alta, pallore, palpitazioni – e avevano raggiunto di corsa il Centro, pregando che qualcuno li aiutasse. Ma quando Wanda accorse nel reparto, e si avvicinò al primo dei cinque pazienti, constatò con orrore e sorpresa che sulla sua pelle erano apparse già le macchie, scure come lividi, che distinguevano la Piaga da qualunque altra precedente malattia.     
«È già al quarto stadio», sussurrò.
L’ultimo stadio.
Nello stesso istante, il giovane, appena più grande di Wanda, smise di respirare. I familiari vennero spinti fuori dalla stanza da due inservienti, e una donna, probabilmente la madre, protestò con grida di strazio. Allora, il Mastro Curatore iniziò a urlare ordini agli aspiranti Curatori e Curatori in servizio appena arrivati, mentre grazie alla connessione che la univa ad Astran, sfruttava i suoi sensi di animale per potenziare l’udito, la percezione e l’olfatto. Così, proprio come la sua volpe, per l’ennesima volta da quando la Piaga si era diffusa per le Terre Abitate, sentì quell’odore. L’odore comune a chiunque contraesse l’Incubo Nero. Lo stesso che l’animale le aveva fatto notare la prima volta che lo aveva portato con sé mentre visitava un paziente. Quel sentore di decomposizione e di morte che nulla aveva a che fare con la persona, ma apparteneva certamente al batterio che la contagiava; quel qualcosa che la giovane non riusciva ancora a spiegare; il particolare che l’aveva tenuta sveglia per notti intere.
«Carima», chiamò Wanda. Un Curatore si girò, una donna. «Prepara una miscela di rosper e olio di amirala. Subito».
Con un movimento svelto tagliò la camicia di lino che il giovane indossava e scoprì il petto immobile. Poi prese una siringa pulita mentre Carima le avvicinava il composto. Le rosper erano fiori dalle incredibili capacità curative e rigenerative e l’olio di amirala era utilizzato spesso in caso di setticemia. Secondo le ricerche che Wanda aveva condotto, i suoi pazienti subivano un avvelenamento del sangue, generato da un’infezione – sconosciuta – al cuore, che pompava così sangue infetto in tutto il corpo. Questo giustificava la rapidità con cui la Piaga si diffondeva, uccidendo le sue vittime nel giro di ore, a volte – proprio come adesso –, e aveva permesso a Wanda, e alla squadra di ricerca, di sintetizzare il siero immunitario. Siero, che cominciava adesso a perdere i suoi effetti, come il Curatore realizzò non appena vide la benda di cotone che ricopriva il braccio del giovane, là dove qualcuno doveva aver iniettato il vaccino non troppo tempo fa. Strinse i denti, consapevole del peso che gravava sulle sue spalle, e immerse la siringa nella miscela. Poi affondò l’ago direttamente nel petto del giovane.
Calò il silenzio, e rimasero solo le grida di ordini impartiti da altri Curatori, in altre stanze, per altri pazienti.
Poi…
Tu-tum
Un battito.
Tu-tum
Un altro.
Lentamente, il cuore del giovane sembrò riprendere vita, mentre un bagliore di speranza si accendeva nel petto di Wanda. Non era la prima volta che provava quel composto, ma era di certo la prima che lo iniettava direttamente nel cuore del paziente. Piano, si allontanò di un passo, per qualche motivo spaventata all’idea di fare troppo rumore, quasi avesse a che fare con qualcosa di fragile, che al primo movimento o suono appena più deciso si sarebbe frantumato.
«Sta funzionando», mormorò Mikahed.
La giovane abbozzò un sorriso. Riusciva ancora a sentire, schiacciante e soffocante, il peso della responsabilità che le era stata affidata sin dal momento in cui il primo contagio aveva contaminato Walden. Allora, ricordava, suo padre le aveva detto una cosa, mentre lasciava casa per dirigersi al Centro Medico: c’è sempre speranza. Anche se minuscola, anche se quasi invisibile. E lei – come l’uomo aveva poi aggiunto – era brava a trasformare in possibile ciò che era impossibile. Per questo forse non si era mai arresa. Neanche durante i momenti più terribili. Sapere che qualcuno crede in te, Wanda lo aveva capito soltanto in quell’istante, è la spinta più forte. Era ciò che le aveva permesso adesso di non perdere l’ultima scintilla di speranza.
Wanda.
L’agitazione nella voce di Astran le strappò di nuovo ogni felicità dalle labbra. Quel cuore, prima spento, batteva ancora… ma adesso era troppo veloce. Un cavallo al trotto, e poi dopo al galoppo; un martello che colpiva violento il ferro, popolando dolorosamente le orecchie di Wanda.
Il sentore di decomposizione divenne tanto penetrante che non ci fu più bisogno di Astran, per sentirlo. Intorno a lei, tutti i Curatori, aspiranti o non, si portarono una mano al naso – tutto, pur di fermare l’odore rancido, di marciume e degrado che il giovane ora emanava – ma era inutile. A differenza di prima, adesso sembrava essere dovunque: sulle pareti, tra le lenzuola e nei condotti. Durò minuti e minuti. Minuti in cui il cuore del ragazzo continuò a martellare impazzito, come pronto a sbriciolare le costole e schizzare fuori da un momento all’altro.
Finché d’un tratto, più nulla.
Più nessun odore, nessun suono, nessun movimento. Il cuore era di nuovo immobile come pietra.
Wanda si avvicinò, cauta.
Disse: «È morto».
E un po’, lo era anche lei.
   
 
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