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Autore: morgengabe    20/03/2017    27 recensioni
Regno di Lythra, pieno autunno: un gruppo di Bernebi, convertiti al dio dell'Incubo Kesghisher, attacca la gloriosa Sikinti. La città non ha scampo, ma dal sacrificio di molti uomini si salvano il principe Kissag e la principessa Britinia. Giurano sulle ceneri di Sikinti che un giorno torneranno come sovrani del regno. Poco meno di un anno dopo, al crocevia per il nord, due uomini incrociano per caso le loro esistenze: uno si chiama Daron Vart, è stato uno schiavista ed è tornato a Lythra dopo quattro anni di prigionia in un regno lontano. L'altro si chiama Ylon, ed è un Hoglorakan di una divinità quasi sconosciuta. Un principe in fuga, un esule e un sacerdote: cosa lega questi tre uomini così indissolubilmente?
Genere: Avventura, Dark, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'La leggenda di Temivokh'
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Ancora una volta, Morgen e Gabe vi porgono i loro saluti per essere qui a leggere il secondo capitolo di questa nuova avventura che è La Profetessa della Voce del Mare.

Non possiamo che ringraziare i nostri commentatori
, quelli nuovi, che hanno deciso di intraprendere un viaggio nel regno di Lythra, e quelli abituali, che invece Lythra la conoscono già abbastanza bene.
Quindi grazie a
Spettro94, Old Fashioned, Sagas, John Spangler, Eilan21, Makil_, Ghost Writer TNCS.
Ovviamente ripeto ciò che scrivo sempre: se avete un dubbio qualsiasi, o volete saperne di più riguardo l’ambientazione, il background del mondo, i personaggi secondari, non avete che da scriverlo nei commenti. Rispondere ci fa solo piacere!
Purtroppo, non sempre si può spiegare tutto ciò che esiste dietro il mondo che si descrive, e alcune parti restano in ombra. Me ne dispiace, quindi ve ne prego: per qualunque dubbio, chiedete!

Una piccola
avvertenza, come nel primo capitolo: qualcuno lo sapeva già, qualcun altro no, comunque il luogo che sarà “protagonista” di questa prima parte l’avevo già descritto in un capitolo del Cavaliere. Chiunque fosse interessato a saperne di più, può informarsi qui: Il lascito di Morgen
Non si tratta di un obbligo, quanto di un arricchimento che mi piace proporre 😊
Continuo a dire che la trama della Profetessa è esente da spoiler riguardanti il Cavaliere, quindi che clicchiate o meno su quel link, questo non inficerà nella comprensione.

Errata Corrige – Avevo scritto che il secondo capitolo sarebbe stato ambientato un anno dopo gli avvenimenti di Sikinti descritti nel primo, ma per varie cose alla fine ho deciso di ambientarlo nel mese di Khendra, vale a dire tra fine maggio e inizio giugno, cioè solo otto mesi dopo.

PRIMA PARTE – Il grifone di Margarit

Daron Vart
[
Ritorno a casa]

Mese di Khendra, Seconda Decade, 63 d.L.; baronia di Oker, Regno di Lythra

Il villaggio di Oker non era mai stato un bello spettacolo: le case sorgevano in disordine, tanto per cominciare, e la sola strada che lo tagliava in due metà esatte era polverosa e costellata di buche. Quella strada partiva dall’unica locanda, un edificio antistante il luogo in cui si bruciavano i cadaveri per i riti funebri, e proseguiva fino al palazzo del Varonos, l’unico ad essere soprelevato di un piano per distanziarsi dal tanfo del resto di Oker.
La strada, tuttavia, oltrepassava anche il palazzo, continuava su per una piccola collina e si interrompeva in cima, di fronte all’unica macchia d’alberi ravvisabile da lì a chilometri.
Questo, da sempre, era Oker: una conca maledetta in cui d’estate il caldo si faceva asfissiante e la malaria regnava incontrastata. Una diceria contadina sosteneva che non puoi entrare a Oker per sbaglio se non conosci la strada, e che nemmeno Gersek, il dio della sapienza, sapeva bene dove quello sperduto villagetto fosse ubicato. Alcune mappe dimenticavano persino di menzionarlo.

Daron Vart si era lasciato indietro di buon mattino la strada dell’Agavir per inoltrarsi in piccole vie di campagna, semi-abbandonate. Il sole non era ancora del tutto sorto quando gli parve di scorgere la familiare collina con il boschetto. Le vesciche ai piedi che cominciarono a dolere accentuarono la sua certezza: aveva preso la strada giusta, quella più scomoda e malmessa. Oker era vicino.

Spostò il peso della sacca da viaggio dalla spalla destra alla sinistra. Nel farlo, sfiorò la cinghia con la quale teneva l’ascia fissata dietro le spalle. Una smorfia gli si disegnò ben chiara sul viso battuto dal sole, ma non si fermò. Camminava in solitudine da più di due ore, sotto il sole primaverile del mese di Khendra, che al crocevia tra nord e sud non era nemmeno tanto forte. I suoi stivali erano consumati, ma lui era abituato a camminare.

Ben presto, via via che la strada proseguiva, il dolore ai piedi si fece sempre più persistente, la smorfia più accentuata e le case di Oker molto più vicine. Daron Vart passò la mano sulla fronte, per proteggere gli occhi dai raggi del sole mentre cercava di guardare verso il villaggio cercando di non rimanere accecato dalla luce.
Avanzò nella scomoda strada di campagna fino a giungere a un vecchio albero rinsecchito: lì accanto, qualcuno aveva issato un paio di cadaveri su dei pali: sembravano essere stati malmenati barbaramente e poi finiti a colpi di pugnale. Il sangue sulle loro tonache era secco, ma gli squarci erano ben visibili.
Daron aggrottò un sopracciglio nel sentire le mosche che banchettavano su quei cadaveri. Le sue narici si impregnarono dell’odore della prima decomposizione, e non fu piacevole.
Daron Vart varcò l’ingresso di Oker per trovarsi di fronte all’ennesima bizzarria: c’era una statua in legno grezzo, intagliata da un artista privo di talento. Raffigurava una vecchia donna dalle spalle caduche, o almeno questo si poteva capire dopo aver lavorato un po’ di fantasia. Daron sentì ancora una volta odore di marcio e putridume: qualcuno aveva assicurato alla statua almeno sei coppie di mani mozzate.

 - Ma che cazzo…
Le parole gli morirono in gola quando si guardò attorno, con l’intenzione di fermare qualcuno per domandare cosa fosse successo. Il problema fu che, in tutto il villaggio e a perdita d’occhio fino alla collina, Daron Vart non riuscì a scorgere nemmeno un’anima.
D’istinto, portò la mano alle spalle, per stringersi attorno all’ascia e sguainarla.
Si guardò attorno, a destra e poi a sinistra. Poi avanzò, badando bene di tenersi ai lati dei perimetri delle case, accostato al muro, dove c’era più ombra, onde evitare a qualche balestriere di averla vinta in maniera troppo semplice semmai l’avesse avuto sotto tiro.
Ciò che a Daron Vart premeva era trovare traccia di esistenza umana nel villaggio, ma qualunque cosa fosse successa nei giorni precedenti, ad Oker quel giorno non sembrava esserci nessuno. O forse qualcuno era ancora presente, notò alzando lo sguardo verso le strette finestrelle delle case, ma non aveva alcuna voglia di uscire allo scoperto: ogni pertugio era stato sbarrato. L’unico rumore che faceva da padrone era il ronzio delle mosche. Per il resto, solo polvere e decomposizione.

Qualcosa si mosse all’improvviso, in maniera troppo veloce perché Daron potesse farci qualcosa: fece appena in tempo a scorgere una piccola ombra che, come un fulmine, corse da una stradina lungo la via che portava dritta al palazzo del Varonos.
 - Ehi! – urlò, mettendosi all’inseguimento – Tu! Fermati!
Ma la figura, quella di un ragazzo basso e molto magro, era troppo distante per lui, e sparì veloce all’interno dell’edificio più grande di Oker.
 - Ah, è così? – sbottò Daron, questa volta a voce alta. – Cos’è, un gioco? Non è divertente! Sono Daron Vart e voglio sapere che cazzo sta succedendo qui!
Non si aspettava davvero che qualcuno rispondesse alle sue urla. Dovette ricredersi.
 - Non c’è posto qui per te!
A parlare era stata una voce roboante, abbastanza alta da poter essere sentita a parecchi metri di distanza.
Daron sputò per terra, la mano ben stretta al manico dell’ascia – Tu dici?
 - Ne hai di fegato, stronzo. – riprese la voce.
Daron non rispose, ma continuò a camminare.
Un dardo venne scagliato dal palazzo del Varonos, e si conficcò nella terra secca a pochi centimetri dal piede di Daron.
 - Ti ho sotto tiro, capito sacco di letame? Questo posto, dove stai camminando, è tutto mio!
 - Che cazzo stai dicendo? – a Daron tremavano le mani, ma non aveva alcuna intenzione di dare a vedere la propria paura – Questa è la baronia di Oker, ed è di Hamam Ver. E tu, coglione, mi sembri tutto tranne che un vecchio seguace di Morgen!
 - Il vecchio è morto! Ora questo posto è mio. Di sacrosanto e fottuto diritto!

Ancora nessuno aveva fatto capolino dal palazzo del Varonos, ma a Daron sembrò di sentire il rumore di armi estratte da cinghie e foderi. Il sibilo familiare del ferro sul cuoio.
 - Dici che questo posto è tuo – sbottò – Ma io non so nemmeno chi sei.
 - Avete sentito? Il sacco di letame vuole sapere chi sono! – risate provenienti dall’interno del palazzo - Feldak! Sono Feldak, il nuovo Varonos di questo posto schifoso! Signore e padrone di Oker!
Daron sentì la rabbia contorcergli le viscere. Rigirò il manico dell’ascia nella mano, strinse fino a che non gli fece male, ma rimase fermo. Gli costava molto, e si vedeva. – Che ne hai fatto della gente?
 - Non a tutti fa piacere quando cambia un capo. Io lo so, e tu anche, ne sono sicuro: quella che vale è la legge del più forte. Questo posto, alla morte del vecchio, aveva bisogno di una guida.
 - Saresti tu?
 - Cazzo, sì che lo sono!
Altre risate. Dovevano essere almeno una decina lì dentro.
 - Sono Daron, figlio di Samuel Vart, il fabbro. Devo vedere mio padre!
 - Tuo padre è un rottinculo. Non è qui. Ora girati e vattene, sacco di letame, portati dietro i tuoi stracci e ringrazia le cosce di Khendra se io e i miei ti lasciamo libero di tornare con i tuoi piedi.
Un istante dopo, un altro dardo si infranse qualche metro davanti a Daron. La rabbia ormai gli premeva contro le tempie, ma con estrema fatica fece un passo indietro, poi un altro, e poi ancora un altro.
 - Se vedessi tuo padre il rottinculo, ricordagli una cosa. – gli ululò dietro la voce roboante – Feldak è il nuovo padrone di Oker, e chi si mette contro di lui perde le mani, i coglioni e la vita. Capito? Dico, hai capito?
Daron non voltò le spalle alla strada principale di Oker fino a quando non tornò di fronte alla statua della vecchia coperta di mani. Allora, quando fu sicuro che i dardi di balestra non l’avrebbero più potuto raggiungere, si girò e andò via il più velocemente possibile.

Daron Vart non si voltò fino a quando non ebbe messo almeno mezz’ora di strada filata tra lui e Feldak di Oker. I calli sui piedi adesso pressavano contro le suole come le braci contro la pelle dei dannati di Hrant. Più che per ogni altra cosa, però, Daron fremeva per quella fuga ignominiosa.
 - Sarebbe stata una coglionata assurda rimanere là a farsi trucidare. – se lo disse tra i denti. Ormai era pomeriggio inoltrato, e tutto del suo corpo gli intimava di fermarsi, eppure lui non voleva ascoltare. – Ma, fiamme di Hrant, giuro che tornerò lì. Tornerò e ucciderò quel figlio di cagna!
Lanciò uno sguardo furente all’orizzonte, come se la colpa degli avvenimenti di quella mattina fosse tutta del vago punto di congiunzione tra terra e cielo.
Adesso che si trovava di nuovo al crocevia, riusciva ad avvistare un paio di carretti. I campi erano meno desolati e l’odore di morte e putrefazione si era fatto lontano dalla conca malefica di Oker.

Aprì il tascapane in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti: le dita non sfiorarono che briciole. Anche l’acqua era agli sgoccioli. Vuotò quasi tutta la borraccia prima di prepararsi a proseguire, senza risparmiare in imprecazioni, la maggior parte delle quali coinvolgevano la dea Arsha.
Il sole stava per tramontare tingendo il cielo di una luce rossastra, quando Daron Vart decise di accasciarsi contro uno steccato, vinto dalla fatica. Stando a quanto gli era stato riferito da un gruppo di viandanti, a meno di un paio di chilometri da lì doveva trovarsi una locanda. Nonostante tutto, i piedi di Daron si rifiutavano di collaborare.
 - Cazzo.
Si guardò attorno, più che consapevole del fatto che, si fosse mosso oppure meno, a breve quelle strade si sarebbero svuotate. Sollevò lo sguardo verso il sole che tramontava tra le brulle colline che punteggiavano il confine tra il nord e il sud di Lythra. Alberi secchi e campi appena arati facevano da contorno alla scena. E lui non riusciva più a muovere un passo.
Strinse i denti. Quella sarebbe stata definitivamente una notte difficile.

Pochi minuti dopo sentì lo scalpiccio di zoccoli in lontananza. Adocchiò un carretto solitario sulla strada, guidato da una grossa figura.
La lotta interiore di Daron tra l’umiliazione del chiedere aiuto a un viandante e il dolore ai calli fu breve e lo distrusse emotivamente. Ma alla fine tra tutto vinsero la fame e la sete. Sollevò le braccia e urlò con quanto fiato aveva in corpo.
L’uomo sul carretto non diede segno di averlo visto. Nonostante tutto, tese le redini per frenare i suoi due muli.
 - Grazie, amico. Ho bisogno di…aiuto. – Daron non riusciva quasi a parlare per la stanchezza.
L’uomo del carro fece un brutto grugno: era molto alto, molto grosso. Aveva lunghi baffi di un arancione spiovente, e braccia e torso ricoperti di contorti tatuaggi blu. Gli fece cenno di montare accanto a lui, cosa che Daron fu ben lieto di fare.
 - Detesto dirlo, amico – disse quando l’uomo fu ripartito – eppure mi hai salvato da una situazione del cazzo.
Quello si limitò a scuotere le grosse spalle.

 - C’è una locanda, qui vicino. Forse stavi andando lì?
L’uomo grasso sbottò qualcosa che Daron non riuscì a capire. 
 - Ah. Non sei di qui.
 - Io…nord.
Daron lasciò scorrere qualche secondo di silenzio. – Nord dove?
I baffi arancioni dell’uomo fremettero. Poi sollevò un braccio come per indicare un luogo “molto lontano”. – Anvadogh.
 - Beh, ne hai fatta di strada, amico.
L’uomo non rispose.

Ormai il cielo si era tinto di violetto quando Daron decise di riprendere la conversazione.
 - Eppure sembri uno di Lythra. In faccia, dico.
 - Nome…Ylon. Di Rant.
Daron doveva sforzarsi parecchio per capire cosa dicesse quell’uomo, che balbettava, si mangiava le parole e biascicava una parola e una no in un dialetto che non aveva mai sentito.
 - Rant è vicino Ughekal, no? Allora sei di Lythra.
Quello annuì sbrigativamente.
 - Parlate tutti così a Rant?
Nessuna risposta.
 - Io vengo da Oker, sai. Sono nato lì.
Ylon di Rant si limitò ad ascoltare senza interrompere, gli occhi sulla strada.
 - Purtroppo ho appena scoperto che un figlio di puttana si è appropriato del mio villaggio. Non ho idea di dove sia finito mio padre, o di dove si sia cacciato lo sceriffo. Vorrei saperlo. Credo ci fosse gente nel villaggio, ma quei codardi avevano tutti troppa paura per uscire.
Ylon annuì, probabilmente per far intendere che aveva capito tutto.
 - Insomma, avevo saputo che il vecchio Varonos era morto in guerra, e che ne sarebbe arrivato uno nuovo. Non ho tutto questo grande acume, ma una cosa è certa: quel Feldak potrebbe anche essere stato unto da Hrant e dall’Agavir, non me ne frega un cazzo. Mi ha minacciato. Non arriverà alla fine della settimana.
Ylon di Rant fece un grugnito e lo fissò dritto negli occhi.
  - Va bene. Del mese. Da solo non posso fare granché. Capisci? Ecco, questo entra a pieno titolo nella lista delle cose che mi danno fastidio. È una truffa: uno sta lontano da casa per quasi dieci anni, vuole tornare a godersi la vita perché alla fine ti rendi conto dopo un po’ che il mondo fa schifo tutto allo stesso modo e no, salta fuori l’ennesimo coglione che decide di distruggerti i piani. Ti è mai successo? Sì?
Ylon annuì.
 - Fanculo. Fanculo a tutto. Troverò della gente disposta a combattere e ci penserò io ad Oker. Puoi giurarci.
Ylon farfugliò qualcosa.
 - Cosa?
 - …niente.
 - Come preferisci.

Il carretto procedette in silenzio per un po’.
 - Come mai trasporti gabbie vuote? Cos’è che sei, un pellicciaio?
Ylon non rispose. Dette un colpo di redini per far muovere i muli.
 - Cazzo se sei inquietante, amico.
Le luci della locanda si facevano sempre più vicine. Da quella distanza, Daron poteva anche avvertire il suono della musica di un qualche liuto e i rumori prodotti dagli animali nella stalla.
 - Scendi con me, giusto? Ti offro volentieri un boccale di birra. – qualche secondo di silenzio – Se vuoi anche qualcosa da mangiare. Comunque girare di notte non ha senso.
Sempre in silenzio, Ylon di Rant condusse il carretto fino all’imboccatura della stretta stradina che conduceva allo spiazzo della locanda. A qualche metro di distanza, qualcuno stava vomitando: bile, a giudicare dall’odore. Dentro la costruzione, invece, una donna che avrebbe potuto benissimo essere un demonio stava sgridando qualcuno, sovrastando ogni altro suono.
 - …Scendi, su.
Daron guardò Ylon in tralice. Quello gli fece ancora una volta cenno di scendere.
 - Ma è notte, amico. Ti ammazzeranno.
Per tutta risposta, il grasso padrone del carro rise di gusto.
 - Tu sei strano. – rispose Daron. – Strano davvero.
Smontò dal carro con il balzo più atletico che riuscì a fare nonostante i piedi piagati. Gli stivali affondarono nella fanghiglia e, guardando in direzione delle luci della locanda seppe che quel giorno non sarebbe morto. Non ancora, per lo meno.
 - Ma sei…
Quando si voltò di nuovo verso il suo accompagnatore, scoprì che Ylon di Rant era già ripartito fischiettando un bizzarro motivetto che per qualche ragione gli sapeva di conosciuto.

Daron si diresse verso l’ingresso della locanda che, come notò dall’insegna quasi nuova, si chiamava Il Serpente e l’Hydra.
L’atmosfera all’interno era calda e accogliente. Daron contò con la coda dell’occhio almeno sei persone sedute tra i rozzi tavoli di legno attorno al caminetto, spento in quel periodo dell’anno. Un uomo non più tanto giovane stava suonando un motivetto con il liuto, ma solo un paio di persone lo stavano ascoltando.
La maggior parte degli occhi si posarono su Daron mentre la porta si chiudeva alle sue spalle e lui si dirigeva al bancone.
 - Sì, bello? – gli sbottò contro una donna di mezza età con i capelli corti e le braccia muscolose.
 - Voglio del cibo, un boccale di birra e una stanza.
La locandiera arricciò il labbro in una smorfia – Qua c’è solo una stanza per tutti.
 - Va bene.
 - Bella grande.
 - Prendo una branda.
 - Te ne metteremo una.
La locandiera sollevò il palmo. – Cinque monete di rame. Si paga subito.
 - Voglio anche mangiare.
Quella fece un sospiro. Poi, con la voce roboante da demonio, urlò – Erdin, hai ancora qualcosa da parte?
Giù dalle scale, dove Daron suppose ci fossero le cucine, qualcuno rispose con una voce pressoché identica – C’è il montone.
Senza rendersene conto, anche Daron alzò la voce – Bene.
 - Bollito. – continuò la voce, con un tono che avrebbe fatto ribollire il sangue alla dea della bontà.
 - Mi adatto.
 - Con contorno di asparagi.
 - Ho solo una fottuta fame! Voglio mangiare.
 - Altre due monete di rame. Tre col boccale di birra.
Daron fece tintinnare le monete sul bancone.
 - Mi chiamo Mila, comunque. – gli disse la locandiera. Con un certo disgusto, Daron notò che lo stava soppesando da capo a piedi. Si limitò a grugnire qualcosa e a raggiungere in fretta il tavolo.

Presto l’attenzione di tutti i presenti si spostò di nuovo da Daron Vart ai propri affari, al suonatore che ancora si ostinava a cercare di racimolare denaro che nessuno sembrava smanioso di concedergli. Daron mangiò tutto quello che gli venne portato nel piatto, poi senza rifletterci chiese di poter fare il bis. Il montone era freddo, il sugo era più una gelatina e gli asparagi si attaccavano ai denti, ma sentiva che, per la fame che aveva, avrebbe potuto mangiare pure l’Hydra dell’insegna del locale. Cruda.
 - E quindi, cos’è che ti porta qui, bello?
Daron non se ne era reso conto, ma la locandiera Mila gli si era avvicinata, pronta a rabboccargli il boccale con altra birra. Un paio di clienti si alzarono per andare a dormire.
 - Io ci sono nato qui.
 - Di dove sei?
Daron bagnò le labbra con la birra – Oker.
 - Non mi dire.
 - Sono il figlio di Samuel Vart.
 - Ah, il fabbro.
Daron annuì.
 - Allora dovrò darti una brutta notizia, bello. Sei già…
 - Sì, ci sono passato da Oker. Chi cazzo è quel testa di merda che si fa chiamare Feldak?
Mila sollevò le larghe spalle muscolose. – Dice di essere il Varonos. Ovviamente non è così, ma è arrivato qualche mese fa, poco dopo la fine della guerra.
 - Qualche mese e ancora nessuno gli ha spaccato la testa?
 - Ehi bello, ma tu dov’è che sei stato ultimamente? Il vecchio Varonos, Hamam Ver, quel pazzo, ha portato con sé tutti gli uomini di Oker. Ciò che rimaneva erano vecchi, donne e bambini. Come diamine avrebbero potuto combattere?
 - I guerrieri del vecchio Varonos sarebbero già dovuti tornare.
 - Quasi nessuno ce l’ha fatta. La maggior parte degli uomini di Hamam Ver lo ha seguito nella tomba. Hanno incontrato il loro amato dio Morgen, sai come funziona, no?
Daron annuì – Stupidi suicidi.
 - Sai cosa dicono, no? – chiese Mila – Che Hamam Ver ha fatto onore al cinghiale sullo stemma dei Ver fino alla fine. Ha combattuto come una furia ed è morto l’ultimo giorno di guerra.
 - Sì ma intanto Feldak sta facendo i suoi fottuti comodi. – sbottò Daron. – Chi glielo dà il diritto di spadroneggiare come un pavone?
 - Cos’è un pavone?
 - Lascia perdere. E comunque, se Feldak non è il Varonos, allora che fine ha fatto quello vero?
 Mila alzò le spalle.
 - Dicono sia in viaggio.

A parlare era stato un uomo seduto da solo in fondo alla sala.
Era basso, con il viso scavato incorniciato da riccioli scuri. Inforcava un paio di lenti che gli rendevano gli occhi giganteschi.
 - Che? – chiese Daron.
L’uomo con le lenti di ingrandimento sugli occhi sollevò ancora una volta lo sguardo da un cumulo di fogli che stava leggendo. – Il nuovo Varonos arriverà presto.
E gli fece un sorriso viscido che a Daron per qualche motivo non piacque per nulla.
 - Tu che ne sai di queste cose?
 - Niente di più o di meno di te. Però a differenza tua presto orecchio alle voci. Ce ne sono tante, sai? – rispose quello, la voce nervosa.
 - E ti piace anche infilarti nelle discussioni degli altri, sì?
L’omino si alzò di scatto e prese a raccogliere i fogli dal tavolo.
 - Non era mia intenzione, Mastsa. Scusami.
Daron e Mila si scambiarono uno sguardo. Nessuno dei due rispose.
 - E comunque di che voci vai cianciando?
 - Vediamo…del fatto che pare che il nuovo Varonos stia mettendo su un piccolo gruppo di gente volenterosa. Gente che abbia voglia di uccidere Feldak, i suoi uomini, e riportare Oker al suo precedente splendore.
Daron rise, roco – Oker non è mai stata splendida.
L’omino fece un sospiro, gli occhi al cielo – Sì, di questo ce ne eravamo accorti tutti. Ad ogni modo, tu saresti interessato?
 - Sei in contatto con il Varonos e me lo dici così?
 - Può darsi.
Daron si alzò e lo afferrò per il bavero prima che quello riuscisse a compiere mezzo movimento per ritrarsi. – Se sei davvero in contatto con lui, digli che Daron Vart è smanioso di partecipare alla gita. E che voglio proprio vedere se le sue sono tutte parole, oppure se ha davvero le palle grosse da andare contro Feldak e i suoi uomini, visto che per mesi ha lasciato correre.
 - Mastsa…Mastsa se non mi molli non gli potrò dire proprio niente…
Daron lasciò andare. – Come ti chiami, comunque?
 - M-Malik, Mastsa. Malik di Biktoria.
Mila ridacchiò – Che onore! Abbiamo un cittadino, qui con noi!
Malik aggiustò l’imboccatura della tonaca - Si, Kyria, è corretto. Non solo, ma anche un grande amministratore. So leggere, scrivere e far di conto. Sono stato assegnato al Varonos di Oker per richiesta diretta dello Sceriffo Reale, Josyp di Man…
 - Me ne fotto della gente a cui hai leccato il buco del culo. – sbottò Daron – Ti ho dato un compito, e tu lo eseguirai.
Forse per il fatto che accanto alla sedia di Daron Vart c’era un’ascia, forse anche perché sovrastava Malik di almeno venti centimetri in altezza, l’amministratore si affrettò ad annuire.
 - Va bene. Va bene, lo farò. Che modi, insomma! A chiedere le cose con gentilezza…
 - …Si fa in tempo a morire di vecchiaia, bello. – sogghignò Mila. Poi si rivolse di nuovo a Daron, questa volta a voce più bassa – Che ne dici, ti va di aiutarmi a scaldare il letto dopo?
Daron vuotò in un sorso il resto della birra nel boccale – Perché no?
 - Non sarai troppo ubriaco, vero?
Lui le rispose con un ghigno.

La mattina dopo, Daron si svegliò nudo nel letto della locandiera Mila. La notte era stata movimentata, ma aveva dormito sodo e a lungo, come testimoniava il sole ben alto che sbucava fuori dalla finestra del primo piano semiaperta.
Si liberò dalla stretta possente di Mila e afferrò le braghe, con l’intenzione di andare giù in sala a mettere qualcosa sotto i denti.
Scese le scale a piedi scalzi, stringendo i denti perché le bolle del giorno prima non erano ancora scoppiate e gli facevano male.
Andò verso il bancone, gli occhi ancora semichiusi e zoppicando.
 - Ehi! Che c’è da mangiare per un uomo affamato?
 - Vendetta.
Daron fece uno scatto verso la fonte della voce: alle sue spalle, nello stesso tavolo cui la sera prima era seduto Malik, c’era una figura in ombra.
 - E tu chi saresti?
La figura si alzò e venne alla luce: una donna giovane, dalle forme sinuose, vestita con una semplice armatura di cuoio e un mantello con il simbolo del cinghiale rampante dei Ver di Oker. Aveva i capelli tirati indietro, di un nero così scuro da sembrare rilucere di sprazzi blu, la pelle abbronzata e tre lunghi graffi che le percorrevano la guancia destra da parte a parte.
 - Non la persona che ti porterà da mangiare, tanto per cominciare.
Daron la soppesò con lo sguardo da capo a piedi, si accorse a stento che stava per perdere le braghe.
 - Che facciamo? Andiamo avanti fino a domani su cosa non sei, oppure ti sbrighi e mi dici come ti chiami e che vuoi da me? – sbottò.
 - Come preferisci, Daron Vart.  – lei sorrise - Mi chiamo Valyssa Klyss, e sono la Varoné di Oker.
________________________________________________________________

Nota: Il regno di Lythra ha i suoi titoli e i suoi dei, e sono parecchio diversi dai nostri.
Qui, un brevissimo nb di ciò che serve per comprendere al meglio il capitolo:

Agavir = Re
Varonos/Varoné = Barone/Baronessa
Mastsa= Mastro/Signore
Kyria= Signora
Hoglorakan/Hogloraka = Sacerdote/Sacerdotessa

Anvadogh = Il lago al centro di Orb dove, secondo la leggenda, dimora il dio Aniv

Hrant = Dio del Massacro
Ramut = Dio della Morte
Kesora = Dea della Natura e dell’Umiltà
Aniv = o la Ruota che Crea, dio della Creazione e dell’Alchimia
Khendra = Dea dell’Opulenza
Gersek = Dio della Sapienza e degli Indovinelli
Morgen = Dio della guerra (Pantheon nordico)


Lythra = La regione di Lythra non è che una porzione minima dell’isola di Orb. Da sempre sottoposta a vessazioni, la città di Biktoria vede l’inizio della religione di Ramut, e sempre qui scoppia il primo focolaio che farà decadere l’Impero di Hrom. Adesso è una monarchia sotto la famiglia Klyss, che vede il suo antenato più celebre in Levon il Grande, il più famoso dei capi bernebi che discese lungo Lythra, la conquistò e ne divenne il re. Gli dei più venerati sono Hrant e Ramut. La capitale è Biktoria, dove siete il Sinodo, anche se il re ha la sua residenza ad Amrots. Il re attuale è Apkar III della famiglia Klyss. Il suo simbolo è il leone senza criniera.

Fine del secondo capitolo. Abbiamo presentato il secondo PoV e ancora una volta confessiamo la nostra curiosità: cosa ne pensate di Daron Vart? E che cosa vi aspettate da colei che si è appena presentata come Valyssa Klyss, la “vera” Varoné di Oker? Come vedete le possibilità dei nostri rispetto a Feldak? Credete che Daron stia cadendo in una trappola?
E come mai l’Agavir non è ancora intervenuto?
Ricordate che, per qualsiasi dubbio di sorta o curiosità, io e Gabe saremo più che felici di rispondere. Chiedete solo e vi sarà dato/spiegato/confermato!

Nel prossimo capitolo, una manica di scapestrati, capeggiati da Valyssa, deciderà se agire e come agire contro Feldak. Posso annunciare solo che verranno scoperti un paio di altarini.

Prossimo Aggiornamento:
27 marzo

   
 
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