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Autore: dreamkath    20/03/2017    0 recensioni
Un tempo non era così. C’erano diversi profumi. Non li ricordo, ma sono sicura di averli respirati. Davano un senso alle giornate di sole, alle risate dei bambini, alla scoperta di un nuovo fiore. Alle fiabe. Al stare in compagnia. Al lavoro. Perfino alla vita. “C'era l'alba fuori.” Adesso, se “guardo”, “un cielo di vetro. Posso essere sincera ora davanti a tanto gelo. Non. So. Chi. Sono.”
Genere: Introspettivo, Triste | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Nick EFP e FORUM: dreamkath
Fandom scelto: originale
Contesto: generale
Coppia (se presente): nessuna
Rating: giallo
Avvertitimenti/Note: nessuna
Citazione utilizzata per intero: C'era l'alba fuori. Guardo un cielo di vetro. Posso essere sincera ora davanti a tanto gelo. Non. So. Chi. Sono. – Isabella Santacroce
Note Autore: la protagonista ha dimenticato come amare la vita. Non è stata una scelta nè volontaria nè obbligata: ha lasciato che succedesse senza neanche rendersene conto. Ha permesso che "la barca dell'amore si" spezzasse "contro gli scogli banali della quotidianità". Ed è proprio la quotidianità, aiutata dall’inerzia, ad ucciderla a poco a poco.

 

Si può dimenticare come amare la Vita?

 

Silenzio, un compagno solitario fin troppo presente negli ultimi anni. Eppure, oggi, è smorzato da un leggero ronzio che mi pungola la testa. Mi irrita. È simile a un pensiero molesto che rimbalza su e giù, senza mai prendere forma: lo chiamo, ma lui preferisce nascondersi tra i dendriti del mio cervello. Forse, più che un pensiero, è un insieme di parole che, in un ieri non molto lontano, mi apparteneva. Un insieme di parole a cui vorrei poter dar voce. Parole che ho nascosto al mondo, temendo che sarebbero state respinte o che tra la cacofonia della gente si sarebbero disperse. Le ho sepolte così bene che, adesso che provo a farle emergere, mi scivolano via, precludendomi la possibilità di aggrapparmici anche solo per un istante. Se avessi il fiuto di un buon mastino, ritrovarle non sarebbe così difficile: mi basterebbe scodinzolare tra i cocci del presente per poi andare a caccia della scia del passato che ho fatto in fretta a dimenticare.

Forse basterebbe anche il naso di un comunissimo essere umano, ma, per quanto inspiri ed espiri, l’unico odore disponibile è quello dell’apatia.

Ogni persona ha un profumo che la racconta. Il mio sa dei fiori secchi lasciati nel vaso del salotto dallo scorso otto marzo. Sa dei libri comprati e mai letti. Sa dei miei “lo farò”. Sa dei miei “hai ragione”. Sa della mia noiosa “routine”.

È un profumo persistente. È un po’ come la polvere: si ostina a tornare anche se la scacci via. E ormai non tento più di sbarazzarmene. È diventato la mia droga, il mio ossigeno. Ne ho bisogno e lo assorbo inconsciamente: più lo respiro e più rimango ingabbiata in questa prigione di odori carichi d’inerzia abitudinale che mi cela al mondo esterno e mi separa dagli altri esseri umani. Più vi resto e più questi odori si cuciono sulla mia pelle, togliendomi ossigeno, corrodendo a poco a poco ciò che sono. Prima un pezzo, poi un altro e poi un altro ancora si sciolgono nell’oblio della dimenticanza. È un circolo vizioso che inibisce le mie emozioni riducendole a poco più di tre: noia, nostalgia, indolenza e, talvolta, un’inspiegabile indifferenza.

Un tempo non era così. C’erano diversi profumi. Non li ricordo, ma sono sicura di averli respirati. Davano un senso alle giornate di sole, alle risate dei bambini, alla scoperta di un nuovo fiore. Alle fiabe. Al stare in compagnia. Al lavoro. Perfino alla vita. “C'era l'alba fuori.”  Adesso, se “guardo”, “un cielo di vetro. Posso essere sincera ora davanti a tanto gelo. Non. So. Chi. Sono.”

  
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