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Autore: DonnaBart    20/03/2017    0 recensioni
E se uno sfortunato incidente si rivelasse ciò che aspetti da sempre?
La spumeggiante Magda Liquore è un artista del pasticcio e dea del danno. Mollata dal fidanzato e licenziata in tronco, vanta un bagaglio più ricco in corna che ex.
Proprio non è un caso che il padre la consideri un talento del fallimento, per non parlare della zia stralunata e sempre allegra, che le affibbia profezie sul futuro rosee in teoria ma disastrose nella pratica!
Insomma, fortuna e amore... non fanno rima con Magda Liquore.
Sino alla svolta: trasferimento in Australia per un lavoro temporaneo ed un incontro tutto testosterone e antipatia; è Nathan Green, un concentrato di erotismo e diffidenza letale, allo stato puro.
E chissà... che la lungimirante zia ci abbia azzeccato, stavolta?
Prepara le valigie e vieni a scoprirlo!
Romance contemporaneo autoconclusivo. Un pot-pourRIRE di temi attuali e idee fantasiose, in un cofanetto romantico e brillante.
Genere: Comico, Commedia, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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"Ragazze, ma..."

"Zitta e sbrigati!"
Ammutolita, seduta su una sedia posta di fronte al lavandino, osservai dal riflesso dello specchio le due mie due folli colleghe.
Alla mia destra, Lucrezia: velocità sovraumane e mimica da hair-stylist stressata, arricciava le ciocche frontali dei mie capelli con un ferro incandescente.
"Ahi!"
Brontolai quando il mio orecchio toccò circa i duecento ottanta gradi di incandescenza.
Dall'altro, Fabiana: attitudine da make-up artist impazzita e sguardo concentrato.
Rettifica, assatanato.
"Ahi!"
Rinnovai il volume acuto di dolore quando provò a rastrellarmi una gota con ciò che sospettavo un aratro, più che un pennello da fard.
E nonostante tutto mi mancavano.
Conoscevo Lucrezia e Fabiana da poco e avevamo avuto ancor meno tempo di conoscerci - causa il pessimo rapporto che il karma aveva stabilito con i miei arti - ma potevo affermare si fosse creato un bel feeling fra noi. Amicizia a parte, aveva tutto un che di inquietante in quel bagno e forse avrei perfino apprezzato quella seduta di make-up/tortura, se solo non stesse avvenendo mentre…
"P-r-ché tutto questo?"
Biascicai spazzolando i denti.
"Zitta e spazzola!"
Riuscii ad immusonire con lo spazzolino fra le labbra, provocando le loro risa. Mi mancavano, ma a breve le avrei mandate a quel paese senza sottigliezze.
Quando le mie due stronze amiche furono soddisfatte del risultato tagliarono la corda, lasciandomi a fissare la porta principale come fosse l'oracolo incaricato a dissolvere i miei dubbi: perché avevano preso ad acconciarmi?! E… Nathan mi aspettava?!?
"Magda."
Esplose voce più sensuale del mondo, facendomi eseguire una disarmonica piroetta, al termine della quale rintracciai la sua sagoma al centro del salone: braccia dietro la schiena, fondoschiena di marmo contro legno del tavolo, intensità dello sguardo di un leone contro una gazzella. Troppo sfrontati, i miei occhi lo scandagliarono dal basso, dove un denim chiaro e molto fortunato gli ricopriva sapientemente le fasce muscolari delle cosce, per risalire verso l'alto, dove una maglietta indaco metteva in risalto bicipiti, tricipiti, pettorali, e un buon numero di muscoli di cui scoprii l'esistenza solo in quel preciso istante. Mi sentii improvvisamente ad un supermarket riservato a sole donne.
"Mi stai consumando, ragazzina."
Per non parlare del fatto che, raggiungendomi in poche determinate falcate, la sua inattesa vicinanza mi fece mandare bruscamente giù perfino le tonsille. La reazione che il mio corpo aveva subito alla sua vista mi colpì con l'incisività una sberla, facendomi rinsavire quel tanto da imporre alla mia mimica facciale di restare completamente impassibile; il suo ego era sin troppo barocco per accogliere ulteriori incentivi.
"Dici che sono stata io ad averti consumato i pantaloni a quel modo?!"
Piantato sul pavimento con l'asprezza di una roccia, Nathan compose un piglio malizioso ai limiti del provocatorio, canzonando il mio insulso tentativo di insabbiare la reazione di spudorata attrazione che mi aveva colta pochi istanti prima.
"Senti, mi cercavi o no? Sei talmente egoista da non renderti conto che stare in piedi, per me, non è facile come lo è per te!"
Per sottolineare il concetto allungai un braccio verso il mobile adiacente alla porta perché fungesse da appiglio, ma la recitazione da vittima non portò i suoi frutti: la sua aria ostentata rimase ovviamente indenne mentre prendeva ad esaminare la mia capigliatura, virando sul mascara che mi esaltava le ciglia, chiudendo in bellezza sul mio rossetto arancio autunnale: fu proprio l'ultima parte dell'ispezione a sollevargli un sopracciglio. Mi avevano messo un po' di rossetto e sembrava avessi infranto la legge.
"Ti hanno conciata, così, o hai fatto tutto tu?"
Inutile sottolineare che, in base al tono volutamente derisorio con cui si era espresso, chiunque fosse stato il creatore del mio look non sembrava aver ottenuto un gran risultato.
"Se anche fosse?"
La mano libera mi si puntellò sul fianco, l'atteggiamento di sfida.
Nathan arricciò le labbra verso l'alto liquidando la faccenda con fare fastidiosamente disinteressato.
"Non c'è bisogno di tutto questo", centrifugò svogliatamente una mano in direzione del mio viso, guardandomi come se fossi pericolosa quanto un granello di polvere.
Cercai di tradurre la sua affermazione: o intendeva che la mia bellezza fosse talmente consolidata da rifulgere ogni forma di restauro, oppure, quella decisamente più papabile... "Risparmiami, ti prego." Incalzai velenosa. "Non dirmi che speri mi sia agghindata per te!"
Tronfio di strafottenza, mi guardava come se avessi appena ammesso l'insinuazione con cui l'avevo appena accusato.
"L'hai detto tu!"
Chiudere gli occhi e conficcare le unghie nei palmi non mi fruttò alcun effetto calmante: giurai a me stessa che, al tre, l'avrei morso con tutto il feroce sarcasmo di cui il mio corpo disponeva, quando Nathan mi batté sul tempo, bloccando ogni controffensiva.
"Dal momento stare in piedi, per te, non è facile come lo è per me, non perdiamo altro tempo: ti sono debitore, quindi… hai cenato?"
Non mancai di notare il modo in cui aveva scimmiottato il mio siparietto vittimistico, ma il mio olfatto subì il fascinoso richiamo delle pietanze fumanti che sbirciai già sistemate sul tavolo, intuendo il chiaro invito a posticipare ogni disputa. Da ottima forchetta qual ero, il sontuoso banchetto che mi stava offrendo era un'autentica festa per il mio palato, ma il mio orgoglio indispettito dalle sue battutastre mediocri non mi avrebbe mai permesso di fiondarmi sulla quella sedia.
Contrariamente al mio didietro... che vi si era posizionato in appena due saltelli su gamba sana.
Fu il calice che abbracciai tra le dita, inclinato verso l'affilato sorriso affiorato sulle sue labbra a dargli risposta: con andatura viva di compiacimento, Nathan incedette fino a raggiungere la sedia vuota dall'altro canto del tavolo.
E cena fu.

~

"Per inciso, più che debitore a me, lo sei nei confronti del pollo che hai maltrattato."

Dopo una serie di bocconi silenziosi reclamai così la sua attenzione. Il suo sopracciglio sollevato suggeriva di spiegarmi meglio.
"A Pisa, fuori dal ristorante indiano hai trasformato il mio pollo al curry in schiacciatina; potrei denunciarti per atti di violenza su pennuti molto speziati, se volessi."
Per tutta risposta, Nathan seguì con sarcastica attenzione il movimento secco con cui la lama del mio coltello sprofondò nella mia cena, testimone del viaggio che portò la porzione di pollo per direttissima fra le mie labbra.
Perplessità, l'unico aggettivo che poteva descrivere il modo in cui mi guardava mentre ingeriva un boccone, masticandolo senza alcuna fretta, prendendosi tutto il tempo del mondo, come se non fossi altro che un componente inanimato dell'argenteria destinato ad attendere la fine dei suoi comodi.
"Non credi che per diventare membro effettivo della protezione dei pollami, dovresti iniziare a smettere di torturarlo e farne la tua cena?"
Feci spallucce. "Può essere. Magari, se provassi cucine di altre provenienze, chissà..."
Degustato un sorso di vino abbastanza a lungo da poterne scrivere un manuale enologico, Nathan mi degnò del suono cavernoso della sua voce. "Così, la tua amica credeva fossi un molestatore seriale..."
"Che vuoi che ti dica? È un tipo accorto!"
Tamponai candidamente le labbra, mentre i suoi polpastrelli reggevano lo stelo del calice che roteava in mezze lune da destra e sinistra, in attesa di una risposta più sensato. Sbuffai. "E, quella sera in particolare, una svitata." Capitolai, sollevando gli occhi al cielo.
Evitai di confessare che ero perfettamente consapevole che in quella fatidica serata pisana si erano susseguiti una serie di fatti ben più irritanti che uno sciocco malinteso: essere accusati di molestie non doveva essere il massimo per nessuno, figurarsi per uno che non aveva nemmeno l'intenzione di provarci! Lo sapeva lui, lo sapevo anch'io, che mi aveva respinta con assoluta fermezza quando ero ad un passo dal fiondarmici addosso, e che l'unica ragione per cui si era dovuto accollare il mio peso su di sé risiedeva nella percentuale alcolica responsabile della mia andatura. Avere avuto la fortuna che nessuno avesse assistito alla baruffa, non significava che le conseguenze di un'accusa del genere, in pubblico, non avrebbero potuto causargli problemi più o meno gravi, se nei paraggi si fosse trovato qualcuno.
"È mia cugina Roxy."
Mi chiusi nelle spalle, come se citarne il nome adducesse abbastanza giustificazioni da potersi considerare una richiesta di scuse. Per me in effetti sì, naturalmente non per lui, che indagò il mio volto con aria cinica, come se non si aspettasse alcun tipo di correttezza da parte mia, fino a che l'esame lo portò a soffermarsi sulle mie labbra.
...“Il tuo broncio… mi piace.”...
Mi sentii serrare istintivamente le ginocchia.
Poteva un ricordo ardere così intensamente nel petto?
"Tutto sommato, capisco la reazione del tuo ragazzo. Ammetto di non averla presa bene sul momento, ma non avrei neppure lasciato così libera la mia donna in condizioni alterate come la tua."
L'uso di medicinali mi negava la possibilità di assaggiare il vino con cui Nathan stava accompagnando la sua cena, ma la possessività con cui aveva pronunciato "la mia donna" riuscì ugualmente a darmi alla testa. Mi ritrovai ad annuire, il suo discorso filava, anche se qualcosa di essenziale mi sfuggiva: il soggetto della discussione non è che mi risultasse più tanto nitido, considerato che si riferiva a qualcuno che, in base alla sua descrizione, evidentemente non ero io.
"Comunque avrei reagito allo stesso modo, fossi stato al suo posto. Molto peggio, a dire il vero."
Continuavo ad essere potenzialmente concorde, sostanzialmente non lo ero affatto visto che mi aveva ufficialmente appioppato un presunto fidanzato di cui non ero a conoscenza, mentre mi sfiorava il timore di esser pronta a condividere qualsiasi diavoleria venisse fuori da quelle labbra invitanti sotto effetto del movimento sensuale della sua mascella volitiva.
"Dovresti fare l'oratore, muoveresti grandi masse." Di ormoni. "O magari il politico. Se sei bravo nei brogli, saresti il candidato ideale."
Nathan spolverò un sorriso abbagliante, che non mi accecò solo perché venne subitaneamente sostituito da un atteggiamento che, a sensazione, classificavo spinoso.
"Non sono noto per la mia indulgenza, in certi frangenti... ma immagino di avere esagerato quella sera. Come gestisci la tua vita privata non è affare mio, d'altro canto loro avevano frainteso, di conseguenza ti stavano proteggendo."
Prendendo a scostare le nostre portate vuote in un angolo del tavolo, Nathan si apprestò a servire della macedonia di frutta già pronta per essere impiattata.
Continuava a parlare di me con la sicurezza di chi sa abbastanza da poter esprimere la sua, sebbene il suo atteggiamento adesso risultasse distanziato, controllato, come se ciò che sapesse sul mio conto lo portava a non voler avere a che fare con me. Non ricordavo di aver mai avuto occasione di ragguagliarlo sui miei trascorsi, sulle mie vicissitudini attuali, né di avere un fidanzato, ma nonostante la questione meritasse di essere indagata, non fu quella la perplessità che catturò uno per uno i miei pensieri, l'unica a cui la mia mente, o magari il mio corpo, scelse di dare priorità.
"E per cosa saresti noto?"
Parole arrochite mi fluirono di bocca prima che potessi arrestarle, impetuose come acqua che valica la soglia di un dirupo; liquide e leggere, inseguivano una risposta che si avventuravano in territori pericolosi. Territori che raggiunsero quando
Nathan, che stava versandomi più frutta di quanta ne avrei mai ingerita, si arrestò con il cucchiaio a mezz'aria dal piatto, squadrandomi dall'altro capo del tavolo con intensità paralizzante.
"Non vuoi saperlo."
Il suo sussurro roco vestì la sensualità di note vibrate, graffiandomi la pelle fino a insinuarvisi sotto, giungendo ad ogni mio centro nervoso, prendendone il comando.
"Non voglio..."
Mi sentii ripetere lieve come la neve, prigioniera del suo sguardo che da limpido cresceva tenebroso, ipnotico.
"O magari vuoi."
"Magari voglio..."
Diaboliche, le sue labbra dipinsero un ghigno di soddisfazione, risvegliandomi da quello stato di insidioso torpore con la potenza di un boato nella stanza.
"Non voglio!"
Scattai acuta puntando le mani sul tavolo, esagitata neanche stessero per ammazzarmi, strozzandomi con la mia stessa saliva. Acuendo il suo ghigno... "Non m'interessa." Falsai stabilità nella voce, sistemando con accuratezza il tovagliolo di fianco al mio piatto, preparandomi a dirottare la sua attenzione. "Piuttosto, quando parli del mio ragazzo a chi ti riferisci esattamente?"
Visibilmente spaesato, Nathan arricciò la fronte. "Non ne avrai più di uno!"
"Ne ho neanche mezzo! Se parli di Stefano, il ragazzo che ti ha procurato il graffio..."
Avrei potuto menzionarlo come l'artefice del destro che si era beccato, ma sarebbe stata una descrizione irrispettosa per il mondo del pugilato, considerato l'irrisorio graffietto che gli aveva a stento provocato e di cui non sembrava ci fosse più traccia. Non ne ero sicura, decisi di appurarlo in una mossa istintiva, portando il pollice sulla parte alta del sopracciglio, carezzandogli il punto in cui non era rimasta ombra di cicatrice.
Accadde in quel preciso istante, nel silenzio di quel contatto: sfiorare la sua pelle innestò qualcosa di caldo e inebriante sulla bocca dello stomaco, lasciandomi stordita e confusa a domandarmi se avessi mai provato una sensazione tanto vivida eppure inafferrabile. Come uno sfarfallio nello stomaco. E con la sua stessa caducità sì esaurì, ridestando la lucidità persa: era una cena di stampo cordiale, dal tenore risolutivo, con il proprietario che mi ospitava in modo inospitale: no, che non avrei dovuto fare nulla di ciò che stavo facendo! Ma sì, che avrei proseguito.
Avrei risalito la sua fronte, solcato le ciocche corte e dorate dei suoi capelli, e sarei discesa per lambirgli la guancia, aggirargli il collo e circondare la sua nuca, dove una leggera pressione avrebbe calamitato ld sue labbra sulle mie, se solo… se solo Nathan non si fosse esibito in un grugnito che mi riportò alla realtà, facendomi prendere atto delle mie azioni: maledissi l'incontrollabile spontaneità con cui mi ero avvicinata a quell'essere sexy e scostante, e ritrassi la mano come scottata. Forse lo ero davvero, a giudicare le temperature laviche che stava toccando la mia faccia.
"Lui, Stefano, è il ragazzo di mia cugina. Si sono incontrati in laboratorio. Due biologi, unioni in vitro" sbrodolai in corsa, a casaccio, con lo sguardo che vagava sul tavolo nel tentativo di sopprimere l'imbarazzo fra piatti e sotto bicchieri.
"Quindi ho… frainteso tutto."
La sua voce si ridusse fino a diventare piatta, incredula. La mia curiosità subì una sferzata immediata che la condusse alle stelle: lo puntai con tutta l'attenzione di cui ero capace, esortandolo silenziosamente a spiegarsi.
"Ho dedotto... ero convinto fossi fidanzata."
Comunicò incerto, scuotendo il capo quasi a preferire di restare ancorato a quella ferma convinzione appena saltata all'aria. "Quella sera ti avevo chiesto se fossi impegnata e tu avevi negato. Ma poi, fuori dal locale, quel ragazzo… la sua reazione..."
"Veramente non mi hai chiesto se fossi impegnata, mi hai solo domandato se fossi lì in compagnia!"
La sua smorfia supponente dava idea che per lui valesse lo stesso.
"Ho creduto che avessi mentito. Al tuo ragazzo, e a me."
Incrociando pigramente le braccia, mi lasciai invadere da quell'ondata di sincerità che stava sistemando tasselli sino a quel momento in disordine, dando senso ai suoi riferimenti sulla mia vita privata, al presunto fidanzato che mi aveva affibbiato poco prima...
"Il punto è che non sopporto chi mente. Odio le bugie, Magda."
Aggiunse duramente, come sulla difensiva, fraintendendo la natura del mio silenzio, forse sentendosi giudicato.
La linea della sua mascella si irrigidì come cemento armato, potevo vedere quanto il suo sguardo si fosse adombrato dopo avermi confidato una minuziosa parte di sé; il linguaggio del corpo e quanto sostenuto dalle sue parole mi tolsero ogni dubbio: quell'affermazione era legata a qualcosa che lo turbava nel profondo, qualcosa che immaginavo appartenesse ad un passato spiacevole. Probabilmente fu il mio inconscio a far presa sul mio modo di osservare le cose, perché l'aria tracotante con cui lo avevo sempre catalogato sembrò spazzata via da un volto contrito, dalle fattezze più umane di come lo avevo sino a quel momento valutato.
"Ed io che pensavo di esserti antipatica a pelle!" Sdrammatizzai, perché l'atmosfera si ammorbidisse, sebbene finii per stirare nervosamente le grinze della mia blusa, persa quanto lui nel flusso indisciplinato delle mie riflessioni.
Qual è il tuo passato, Nathan?
"Non ho mai sostenuto il contrario."
Lanciandomi un'occhiata di traverso, un sorrisetto casto gli ripristinò la parvenza che non appariva spocchiosa come solito.
Uno strano silenzio ci avvolse.
Mi ritrovai a ponderare quanto scoperto: una menzogna mi vedeva nei panni di una fidanzata disonesta, che in una serata qualunque stava per tradire il proprio fidanzato a cuor leggero, forse per noia, magari per alcol, o chissà per quali scuse; non avrei avuto una grossa opinione di me stessa nemmeno io, fossi stata realmente quella persona.
Quanto aveva dichiarato, seppur indirettamente, sottolineava qualcosa di lui: la sua sincerità nei rapporti, l'insofferenza per le falsità di ogni sorta, e la ragione di tanta diffidenza, l'abisso che aveva cercato di frapporre fra noi nei mie primi giorni di permanenza nella sua casa trovarono improvvisa giustificazione.
“Odio le bugie.”
Qualcuna avrebbe potuto giudicarlo esagerato, abituate a disonestà che per alcuni è un marchio di fabbrica, una tacchetta in più sul letto, un vanto di cui andare fieri, fino a reputarla accettabile, magari perfino attraente. Ma non io. Non conoscevo il suo percorso, i suoi trascorsi, né ciò che lo aveva portato ad essere la persona che mi stava di fronte: giudicare lui, la sua lealtà, non avrebbe qualificato Nathan, ma me stessa.
Di muto accordo, lasciammo cadere ogni discorso per gustare la macedonia di frutta, scambiando pochi convenevoli prima di lasciarmi condurre in camera; per quel giorno c'erano state abbastanza rivelazioni, chiacchiere e chiarimenti.
Raggiunta la soglia della mia camera, ero convinta avrebbe proseguito la sua marcia fino a scomparire dalla mia stanza senza aggiungere altro, quando il suo profilo si affacciò da una delle sue spalle imponenti.
"Il tessuto dei miei jeans..."
Le lenzuola sulle quali ero adagiata vennero stritolate dal mio pugno: sapevo dove sarebbe andato a parare ancor prima che completasse.
"…È logoro secondo il modello, Magda." Il mio nome rotolò fuori dalle sue labbra stillando malizia, i suoi tratti si illanguidirono, cullandosi nell'astuzia. "Ma sono sicuro che questo lo sapessimo entrambi."
Smascherata.
L'attrazione che mi aveva colta a inizio serata, completamente snudata. Spiattellata ai quattro venti.
Nathan esitò, dandomi l'opportunità di controbattere, di smentire le sue convinzioni.
Non lo feci.

~
Il tête à tête di quella sera aveva segnato un punto di svolta nella mia permanenza in casa Green.
Con Nathan Green.

"Tisana?"
Domandò, armeggiando con la scatola in legno contenente una selezione di infusi pregiata, appena acquistata.

Era trascorsa una settimana da quella prima cena a due e pochi minuti dall'ultima: per qualche inspiegabile ragione, Nathan aveva preso l'abitudine di invitarmi ogni sera a condividere la cena con lui, rendendomi chiaro che non avevo alternative che accettare: la sera successiva alla nostra prima cena, mentre lui era ancora a lavoro, domandai d'abitudine alla signora Hert quali bontà avesse in serbo per me. "Un bel niente, cara." Rispose candidamente, sollecitandomi a ipotizzare quale pietanza prendesse un nome tanto sterile. "Il signor Green mi ha raccomandato di non preparare nulla, rassicurandomi che avevato concordato di cenare insieme."
Inutile menzionare che, non appena tornato, l'avevo accolto a braccia conserte e broncio indispettito, aggredendolo con un attacco a base di richiami al femminismo, al libero arbitrio, condendolo delle sanzioni previste per il reato di coercizione - in fondo la triennale di giurisprudenza era valsa a qualcosa -, il tutto dissolto nell'istante in cui aveva sollevato le braccia da cui penzolavano buste con tre loghi differenti: cucina messicana, spagnola e indiana.
"Per promuovere la tua posizione a membro effettivo della protezione dei gallinacei..."

"No, grazie."
Rifiutai la tisana offerta, tutta storta sul divano del salone, intenta a frugare tra le piazze, quando la coda dell'occhio lo intercettò voltarsi in mia direzione. La mia attenzione venne calamitata da quell'istantanea: di profilo, una mano sulla mensola della penisola, i muscoli diramati come robusti rami, tesi per la posizione.
Ebbi l'impressione che l'equatore si fosse appena trasferito sull'altra piazza del divano.
"Argh, non trovo il telecomando." Tuffai di nuovo la testa fra le piazze, rimproverandomi non per il fatto di averlo fissato con insistenza, ma perché si era gustato tutta la scena con estrema consapevolezza.
"E allora cosa, Magda?"
"Mh?"
"Cosa vuoi?"
La sua voce ruvida mi graffiò la pelle.
Nathan strinse uno spigolo della mensola in marmo, le vene gli frastagliarono la mano, le braccia.
"Tè."
Affermai, e qualcosa nel suo modo di guardarmi cambiò. Come al calare delle tenebre, il suo sguardo si scurì.
Deglutii d'un colpo, sorpresa da un frastuono metaliccato, come di cucchiaini scivolati dalla presa, facendomi rabbrividire di ansia, adrenalina e qualcosa di simile a... desiderio.
"Ripeti cosa vuoi."
La distanza fra i suoi passi e il mio corpo si riduceva drasticamente, l'andatura predatoria non mentiva, le vibrazioni della sua voce ricordavano quelle di una corda di violino tirata al punto di esplodere. Osservai inerme l'ultimo passo che lo condusse ai piedi del divano; l'aria in stanza divenne così rarefatta che respirare divenne un atto impensabile, come stare in acqua senza alcun mezzo di erogazione d'ossigeno.
"Tè."
Bissai, del tutto incerta, per rompere l'incantesimo bieco che stava avvenendo tra i nostri corpi, e Nathan trattenne il respiro. Sembrava navigare nelle mie stesse acque, gravava nelle mie stesse difficoltà. Sguazzava nel mio stesso bisogno.
Poi, fu un attimo, e compresi.
"Verde!"
Specificai acuta non appena realizzai l'errore grossolano che avevo commesso, scioccata, accaldata e scossa dai battiti selvaggi del mio cuore.
Approfittando del mio temporaneo stordimento, Nathan flettè la sua sagoma imponente sul mio corpo, accartocciato sul divano, con una lentezza quasi dolorosa, senza interrompere il contatto visivo che ci teneva legati ad un filo sottile, roso dal calore dei nostri desideri, pronto a spezzarsi. Nel momento in cui portò un braccio oltre il mio fianco, sfiorandomi la vita perché il suo palmo incontrasse il tessuto lucido e liscio del divano, tremai.
"Verde..."
Scandì a pochi centimetri dal mio viso, il tono bollente come il fuoco. Quando il suo sguardo si spostò verso il basso, in direzione delle mie gambe, mi sentii afferrare una mano, sollecitata dalla sua ad aprirla, e qualcosa ricadere sul palmo, facendomi sobbalzare.
"Il telecomando."
Declamò restando a pochi centimetri dal mio viso, per più secondi di quanti avrei potuto resistere in apnea. La sua bocca era allineata alla mia, distante di poco, di troppo, invitante, inarrivabile. Mi sentii pizzicare in ogni fibra, pur tentando di restare completamente immobile.
"Avrai il tuo tè verde, se è quello che vuoi."
Detto ciò si issò in uno scatto possente, e senza degnarmi di ulteriori attenzioni marciò a prepararmi il dannato tè verde, senza preoccuparsi di nascondere un sorriso beffardo.

Mezz'ora dopo eravamo sul divano del balcone, un posticino cautelato da un tetto automatizzato. Un tavolino in vimini donava un tocco lounge, le nostre tazze fumanti a decorarne la superficie, la nuova edizione italiana de L'isola dei famosi in onda sul suo computer. Dopo un allegro battibecco nel quale professava tutta la sua indignazione sui programmi spazzatura, ogni reticenza venne abbattuta dal fondoschiena da urlo e il fisico statuario di una delle concorrenti.
"Anche il modello con gli addominali perfetti è non è male. Somiglia a David Gandy."
Attirai su di me i suoi occhi che si tinsero di una sfumatura blu intensa.
"Se solo volessi far colpo su di te, mi basterebbe sollevare la maglia per mostrarti cos'è un vero addominale perfetto."
"Oh, grazie al cielo non corro il rischio!"
Avevo rimbrottato, quindi avevo sbadigliato, dichiarandomi pronta ad andare a letto.

"Quindi... mancano una decina di giorni."
Proclamò in un calcolo veloce, seduto sul bordo del mio letto, mentre io mi rimboccavo le coperte.
Parlando del mio acciacco, gli avevo appena spiegato quanto comunicatomi dal medico originariamente: se tutto fosse andato bene, avrei potuto usufruire di una stampella entro un mese, ritornando alla mia vita, allo stage, al corso di planning rintracciato sul web, cui avrei presto partecipato, e… al mio appartamento. Presto casa Green sarebbe stato solo un ricordo. Un brivido mi colse alla sprovvista; doveva essere stato il cielo particolarmente blu, magari la brezza serale che aveva pervaso la mia pelle di umidità sul comodo divano in pelle nera del balcone che avevamo preso a raggiungere abitualmente dopo cena, il motivo per cui ebbi l'esigenza di stringermi a quelle lenzuola come se ne andasse della mia vita.
"Esatto." Mi schiarii la voce, rivolgendogli un tono paziente. "Solo dieci giorni, passeranno in fretta, e tornerai ad avere la casa a tua completa disposizione, non lagnarti!" Ridacchiai.
Nathan serrò le mascelle, le iridi si adombrarono, lasciandomi alle prese con il suo profilo cesellato.
Un broncio dubbioso si formò sulle mie labbra, conquistando la sua attenzione.
"Quando serri le mascelle, il tuo umore non è felice. Non ti sarò mica diventata simpatica?…"
"Non esagerare, ragazzina" ribatté annoiato, istantaneamente.
"Io, dico che ti mancherò. Dammi conferma, e può essere che resterò qui ancora un po'..."
Nathan rizzò aborrito le spalle alla sola ipotesi, procurandomi una risposta allarmata: "Neanche morto!"
Sorrisi.
Era evidente che, tra noi, tutto restasse in un ambito leggero, pulito, decisamente passeggero. Da parte sua, almeno, perché non ero più sicura della mia.
In ogni caso, per me sarebbe stato bello fino a che sarebbe durata. Cioè una sola settimana e tre giorni.
"Quando metti il broncio, il tuo umore non è felice."
Le iridi azzurre di Nathan divennero limpide nelle mie, rischiarate da una testimonianza di conoscenza reciproca più profonda di quanto avrei pensato possibile.
Sistemata con una guancia sul mio cuscino, non seppi come ribattere: forse aveva ragione; forse, l'idea di lasciare la sua casa, e qualsiasi cosa stesse nascendovi non mi lasciava indifferente come avrebbe dovuto.
Avrei potuto rifilargli qualche battuta, schermare quella verità mascherandomi di sarcasmo, ma per la prima volta decisi di non indossare alcun filtro con lui, così non obiettai per affermare il contrario. Restai in silenzio, a guardarlo e a lasciare che mi osservasse con la stessa placida intensità, e Nathan mi rivolse un cenno affermativo del capo, come se avesse compreso ciò che non avevo espresso a voce. Come se potessimo comunicare, leggere l'un l'altro anche senza parlare. Poi il suo pollice mi scostò una ciocca dal viso, piano, posandomela dietro l'orecchio, sfiorandomi il viso prima di interrompere ogni contatto.
"Può essere che tu non sia tanto male."
Proruppe a voce bassa, arrugginita dalla sincerità che io stessa gli avevo donato, e che lui aveva percepito e deciso di ricambiare. Poi Freccia Verde si diresse verso la porta, e ancor prima che potessi replicare, vi sparì oltre col suo arco e le sue frecce.


…Ogni tanto ritornano… Ciao!🙈 Okay, mi avevate data per dispersa... dato il ritardo imperdonabile, non posso che lasciarvi al nuovo capitolo. L'ho appena revisionato, solitamente pubblicarlo subito dopo aver applicato tante modifiche non è mai bene, almeno per me, rischio mi sfuggano inesattezze che solo una rilettura a freddo, dopo giorni che non tocco il capitolo, riescono a venir fuori... MA!!! Visto che sforo sempre i limiti di tempo… Se trovate incongruenze, se vi va, fatemelo sapere! In questo modo mi darete una mano a correggere!

Baci!

   
 
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