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Autore: volleylover_09    20/03/2017    1 recensioni
Simone Giannelli riceve la telefonata che realizza il sogno di una vita: la convocazione alle Olimpiadi di Rio.
Ma questo significa rivedere il compagno Ivan, per cui si era preso una sbandata stratosferica l'anno prima.
All'entusiasmo si mescola subito l'angoscia.
Simone ricadrà nella passione per il compagno? E Ivan riuscirà finalmente a vedere oltre il palleggiatore?
[Ivan Zaytsev/Simone Giannelli]
Genere: Angst, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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15.
 
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You did not dare say a single word
I did not dare ask for something more
I've kept my questions secret deep inside
But I wish I could have let you know about
 
Quella mattina, Simone si stava lavando i denti, quando sentì bussare alla porta.
Lanciò un’occhiata ad Ivan di là dal vetro smerigliato della doccia e respirò lentamente, allontanando lo sguardo.
Quando aprì la porta e si ritrovò davanti ad un Filippo con le braccia conserte, si lasciò andare ad un largo sorriso.
Lanza lo scansò malamente e si infilò nella stanza, sbuffando.
«Filo, dai!» lo chiamò Simone, seguendolo all’interno e trovandolo sdraiato sul suo letto, con gli occhi chiusi.
Lanza grugnì in risposta, coprendosi la fronte con un braccio.
«Dì al tuo amico che ho bisogno di farmi una doccia.»
Proprio in quel momento Simone sentì dei passi raggiungerlo e si ritrovò davanti un Ivan sorridente, con un asciugamano stretto ai fianchi e un altro con cui si stava asciugando i capelli.
Lanza si rialzò dal letto con enorme fatica, barcollando in direzione del bagno, senza far caso ad Ivan.
«Dormito male, Pippo?»
Simone cercò di zittire Zaytsev con una gomitata, ma si guadagnò soltanto la presa ferrea della mano dello schiacciatore stretta attorno ai suoi polsi.
Lanza si fermò prima di entrare nel bagno e scoccò un’occhiataccia in direzione dei due.
«Osmany, appena posa la testa sul cuscino, comincia a russare, non so se mi spiego.» sbadigliò rumorosamente Pippo, scatenando l’ilarità di Ivan. «Quanto manca a tornare a Trento, quanto?!»
Subito dopo si era chiuso la porta alle spalle e li aveva lasciati nuovamente soli.
Simone considerò che nel giro di tre giorni sarebbero rientrati in Italia e la prospettiva di riabbracciare la sua famiglia non lo entusiasmava tanto quanto avrebbe dovuto.
Si era ritrovato spesso a considerare come sarebbe stato con Ivan, una volta finito il ritiro, e l’ansia lo attanagliava ogni volta che pensava anche solo di accennare la cosa allo schiacciatore.
Il fatto che lui a settembre avrebbe giocato a Perugia, di per sé aiutava.
Per lo meno si trovavano nello stesso Stato.
Fu distratto da quei pensieri dal pizzicare della barba di Ivan contro il suo collo e si spostò per incontrare la sua bocca in un lungo bacio. Si chiese perché non potesse essere sempre così semplice come in quel momento, ma forse quella era solo la sciocca fantasia di un ragazzino.
«Ivan, sai che camera tua è da un’altra parte, vero?» esclamò Lanza, rientrando in mutande nella stanza e chinandosi a raccogliere dal fondo del letto i vestiti di Zaytsev, per poi tirarglieli addosso.
Un paio di nocche bussarono sulla porta.
«È aperto!» gridò Filippo senza pensare, e Simone sbarrò gli occhi in direzione di Ivan.
Sospirò di sollievo, vedendo la testa di Osmany sbirciare dentro la stanza.
Trascorse qualche attimo di silenzio, mentre il cubano osservava uno per uno gli occupanti della camera.
Prima Pippo che, abbassando gli occhi, si accorse di indossare ancora solo le mutande.
Poi Simone, che aveva su almeno i pantaloni della tuta e si grattava la testa imbarazzato.
Infine Ivan, con un gomito poggiato sulla spalla di Giannelli e l’asciugamano stretto in vita, lo guardava con un sorrisetto impertinente.
Osmany sospirò e si aggiustò gli occhiali dalla montatura nera sul naso.
«Non dite una parola!» troncò qualsiasi tipo di commento da parte degli altri alzando una mano. «Proseguite la vostra…festicciola come se non vi avessi mai interrotto, prego.»
La porta si chiuse dietro di lui e subito dopo Ivan esplose in una grassa risata, mentre Lanza s’infilava nell’armadio borbottando insulti all’indirizzo dello Zar e Giannelli si copriva il viso arrossato con le mani.
 
Simone era sempre attento, sempre concentrato in ogni situazione, specialmente se era l’allenatore che parlava di quell’ultima partita, la più importante.
Tuttavia si era trovato ad ascoltare di punti deboli, attacchi e schemi solo con un orecchio. Il resto della sua mente era focalizzata da tutt’altra parte.
Cercava di non darlo a vedere, soprattutto ad Ivan, ma quella situazione a dir poco sospesa lo stava facendo diventare matto.
Il non sapere cosa sarebbe successo nel giro di 72 ore lo innervosiva non poco.
Si era prefigurato diversi scenari di possibili conversazioni con lo schiacciatore, nessuno dei quali era idilliaco.
Alla fine di quell’incontro con la squadra, Blengini li aveva lasciati liberi fino a che, dopo pranzo, non si sarebbero trovati in palestra per l’allenamento.
In quel momento Simone aveva preso coraggio a due mani e si era affacciato nella camera di Ivan.
«Ehi.» lo salutò, mentre l’altro rispondeva con un sorriso. «C’è Osmany?»
Ivan alzò la testa dal telefono che stava tenendo in mano.
«No, credo sia da…Bira? In realtà non so dov’è sparito.» rispose scrollando le spalle.
Simone si sedette sul letto di Juantorena e vi si lasciò cadere sopra, con un sospiro.
Non sapeva come togliersi quel peso dallo stomaco.
«Che hai?»
Ivan lo guardava serio, con la testa appena inclinata di lato.
«Sei stato distratto tutto il giorno. Sei preoccupato per domani?»
Simone accennò un sorriso e si rilassò un attimo. Forse si era fatto troppi pensieri inutili, forse aveva finito per crearsi angosce che nemmeno esistevano. Gli riecheggiarono improvvisamente in testa le parole che Ivan gli aveva rivolto per calmarlo dal suo attacco di panico.
Sapeva che si era sinceramente preoccupato per lui.
«No, non per quello. È che pensavo…» cominciò, sollevandosi sui gomiti «…che fra tre giorni rientriamo in Italia.»
Lasciò cadere il discorso, attendendo una risposta da parte di Ivan, che si era limitato a ricambiare il suo sguardo.
Poi il cellulare del compagno aveva preso a squillare.
Simone aggrottò le sopracciglia, notando come il viso di Ivan aveva cambiato espressione all’istante, nel momento in cui aveva chinato gli occhi e aveva letto il nome che lampeggiava sullo schermo.
Lo vide stringere la mascella e lasciar suonare il telefono un altro paio di volte, prima di decidere di alzarsi.
«Devo rispondere, scusami.» lo Zar si allontanò in direzione della porta d’ingresso.
«Ciao papà.»
Simone proprio non voleva star lì ad ascoltare una conversazione privata, ma era impensierito, soprattutto perché sembrava che non ci fosse proprio nulla da sentire.
Quel dialogo era chiaramente a senso unico, mentre Ivan faceva avanti e indietro tra la porta e l’armadio ripetendo di continuo dei “Sì, lo so, lo so” sempre più nervosi.
Fu quando sentì la telefonata degenerare in urla, in quello che doveva essere russo, che si allontanò in silenzio verso il piccolo terrazzo antistante, accostandosi la portafinestra alle spalle.
Con la coda dell’occhio vedeva Ivan gesticolare animatamente, spostandosi da una parte all’altra della stanza, senza fermarsi un attimo.
Strinse con forza la ringhiera tra le mani e incassò la testa nella spalle, concentrandosi sul panorama che aveva davanti, più che sulla scena che si stava consumando all’interno.
Era difficile non immischiarsi, non correre dentro e sederglisi accanto per tentare di calmarlo.
Quell’agitazione durò per altri dieci minuti buoni, quando dentro alla stanza calò improvvisamente una quiete quasi preoccupante.
 
A time when I would have said
Wait, and please stay
Did you mean to push me away?
 
Simone rientrò in punta di piedi, giusto in tempo per vedere Ivan che fissava ancora quel telefono, come fosse un corpo estraneo nella sua mano, per poi lanciarlo contro la parete, su cui impattò con un suono sordo.
Il palleggiatore sentì il respiro fermarglisi in gola, mentre in due passi fu accanto al compagno.
Gli mise una mano sulla spalla tesa e lo sentì allontanarsi immediatamente da quel contatto, come se bruciasse.
«Ivan, che è-?» aveva cominciato a chiedergli, quando l’altro si voltò di scatto verso di lui.
Lo fissò con occhi iniettati e le labbra chiuse in una linea dura.
«Lasciami stare, non ho un cazzo di attacco di panico.» ribatté duramente, voltandosi di nuovo e stringendosi due dita alla base del naso, inspirando profondamente. «Sono solo incazzato.»
Simone deglutì un groppo che gli era salito in gola, ma non desistette e gli girò attorno ponendoglisi di nuovo davanti.
«Vattene, Giannelli!» esclamò Ivan, alzando la voce e girandosi per tornare all’interno della camera.
Simone respirò profondamente e si passò una mano tra i capelli, non sapendo come approcciarglisi.
Lo Zar sembrava un animale in gabbia, mentre si spostava da una parte all’altra senza posa e il palleggiatore sapeva benissimo cosa stava cercando di fare l’altro, voleva allontanarlo.
«No, non me ne vado.» ribatté con tono fermo e incrociando le braccia al petto. «Non finché non mi dici che è successo al telefono.»
Poi sentì Ivan ridere e rabbrividì. Era un suono cupo e amaro che rappresentava bene la maschera che stava indossando lo schiacciatore in quel momento davanti a lui.
«Ma cosa vuoi, eh? Cosa vuoi?» gli fece Ivan, arrivandogli in un attimo ad un passo dal viso. «Pensi di conoscermi perché siamo stati insieme un paio di volte?»
Si sentì spingere verso la parete, mentre con un dito puntato sul suo petto Ivan continuava a urlargli contro.
«Non so che ti sei messo in testa, ragazzino.» lo sentì sbuffargli addosso con strafottenza. «Non sei la mia dannata fidanzata.»
Simone assottigliò gli occhi, mentre un’ondata di rabbia lo investiva, colpendolo con una frustata.
In un attimo si scrollò di dosso Ivan e lo fissò con risentimento.
«No, infatti.»
Il cuore gli martellava nelle tempie.
«E chissà perché anche l’ultima non c’ha messo molto a piantarti.» sputò fuori velenosamente. «Perché sei uno stronzo idiota, ecco perché.»
Simone respirava affannosamente e si odiò nell’istante dopo che quelle parole gli erano uscite dalla bocca.
Ivan se ne stava in piedi davanti a lui, il viso arrossato e una vena che gli pulsava sul lato del collo.
«Bene, ora puoi anche andare via.» gli suggerì, allungando il braccio in direzione della porta.
Simone temporeggiò ancora, restando immobile.
«Me ne vado io, allora.»
Appena sentì sbattere la porta, Simone chiuse gli occhi e poggiò la testa contro la parete, respirando lentamente per calmarsi.
Un attimo dopo era già uscito nel corridoio e si era ritrovato di fronte Juantorena.
Simone ingoiò un boccone amaro, vedendo dietro di lui le facce di Colaci e Antonov che dalla porta aperta della loro camera lo fissavano confusi.
«Che cavolo è successo a Ivan?» esclamò il cubano, mentre Simone si voltava e notava altre porte aperte e altrettanti compagni di squadra affacciati sul corridoio «Tutto il piano l’ha sentito urlare.»
Simone tornò a guardare Osmany e sospirò sconfortato.
«Era al telefono con suo padre» cominciò Simone, ancora incredulo per quanto appena accaduto «poi ha cominciato a litigare in russo, ho cercato di farlo ragionare, ma credo di aver solo peggiorato le cose…»
Osmany si passò una mano sul viso, gonfiando le guance.
«Merda.» esalò subito dopo, girando la testa nella direzione in cui era sparito Ivan. «Ci penso io.»
 
Would you want to know what I've been through?
(Through all this time... all this time)
And you've been and you will be a part of me (That I can't find)
And you've been forgiven for your silence
 
Quando Simone raggiunse la palestra sentì le voci alterate di Ivan e Osmany a diversi passi di distanza e si fermò col cuore in gola dietro l’angolo della porta socchiusa.
«Tu lo sai quanto ho faticato per scrollarmi il suo cognome di dosso! Per essere Ivan, invece del figlio di!»
Simone si appiattì contro il muro, chiudendo gli occhi, combattuto se fosse giusto ascoltare quella conversazione. Gli sembrava di farlo fin troppo spesso, ma rifletté che Ivan non gli aveva lasciato alcuna scelta.
Quelle grida rabbiose lo divoravano dall’interno e strinse i pugni lungo i fianchi.
«Si permette di dare consigli, per questa cazzo di medaglia!» aveva ripreso fiato Ivan, con la voce spezzata. «Tu lo sai e allora perché te ne stai lì a giudicarmi?»
Un attimo di silenzio e la voce relativamente calma di Osmany gli arrivò alle orecchie.
«Io non ti sto giudicando. Dico solo che ormai non sei più un bambino, certe cose bisogna lasciarsele alle spalle a un certo punto.»
Ivan aveva ricominciato a lamentarsi e sentì i suoi passi pesanti vagare per la palestra.
«L’hai mandato a fanculo? Va bene. Ma bisogna crescere, Ivan. Non puoi reagire così ogni volta che c’è qualcosa che non va come vuoi tu.»
Simone si ritrovò a sgranare gli occhi, quando non sentì alcuna replica da parte dello Zar. Osmany era riuscito a zittirlo e forse a calmarlo? Il palleggiatore si ritrovò a pregare che fosse così.
«E poi lasciati dire un’altra cosa. Giannelli non c’entra nulla con questa storia e lo stai trascinando giù con te. Ma non lo vedi come sta?»
Simone smise di respirare per un attimo e si piantò le unghie nei palmi stretti delle mani.
«Ma che stai dicendo? Che c’entra Giannelli?»
La voce di Ivan, di nuovo rabbiosa, risuonava nella palestra.
«Puta madre, Ivan!»
In un altro momento avrebbe riso di quell’insulto, perché Osmany che perdeva il controllo era una cosa più unica che rara, e quel pensiero non fece che preoccuparlo di più.
«Quel ragazzo è completamente innamorato di te, che Dio lo aiuti! Lo so io, lo sa Lanza e lo sai benissimo anche tu! Smettila di far finta di niente!»
Simone si lasciò scivolare lungo la parete, fino a sedersi a terra, mentre sentiva gli occhi riempirsi di lacrime.
«Os, non ti immischiare.»
«No, stavolta non lascio stare Ivan.» il cubano rispose al ringhio dell’altro alzando la voce. «Lo stai rovinando.»
Ivan rise.
«Cosa? Tu sei pazzo, non sto rovinando proprio nessuno.»
«Tu lo sei, se pensi questo.»
La voce dura di Juantorena sembrava non lasciar spazio a repliche, finché lo Zar non riprese la parola, con tono improvvisamente triste.
«Allora lascia che io dica una cosa a te.»
Giannelli si passò una mano tra i capelli, senza aver idea di cosa ci facesse ancora lì, o di come sarebbe riuscito ad alzarsi e guardare di nuovo in faccia gli altri compagni.
«Simone è fortunato, perché ha te e ha Lanza.»
Ivan sembrava di nuovo calmo, di nuovo consapevole di quello che stava dicendo.
«Io non avevo nessuno quando Dragan ha rovinato me.»
Simone alzò la testa quando lo sentì uscire a passi svelti dalla palestra e sparire lungo il corridoio, senza accorgersi di lui.
Si lasciò andare con la testa contro il muro e distese le gambe, mentre non poteva far altro che chiedersi se Ivan l’avrebbe mai visto veramente.
 
and I hope,
I hope there will be better days
 
 
 
 


Angolo dell’autrice.
Sembrava andare tutto troppo bene, vero? E invece io sguazzo nell’angst!
Cosa ne pensate di Ivan? E del povero Simone che subisce i suoi scatti di rabbia?
Fatemelo sapere nei commenti!
La canzone citata è “Stay” di Elisa, che trovo incredibilmente azzeccata per questa storia. <3
Un bacio e al prossimo capitolo,
 
Cla.
   
 
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