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Autore: Cataclisma    20/03/2017    1 recensioni
«Il passato non perdona. Il passato non dimentica. Il passato non restituisce. »
Sono queste le parole che Rosebell Roux ripete ogni mattina davanti allo specchio, nella speranza di non dimenticare il motivo per cui è scappata da Roquebrune e la ragione per cui non deve mai più tornarci.
Bell ormai ha smesso di credere; la sua vita è fatta di obbiettivi e liste, di studio e esami passati a pieni voti. O almeno fino a quando non incontra Poseidon Lévesque, misterioso, oscuro, incredibilmente complicato, con gli occhi più scuri di un cielo d'inverno ed il peso del passato come un masso rosso sangue sulle spalle.
Ed è proprio il sangue ciò che li accomuna: il dolore che hanno vissuto e le cicatrici che bruciano ancora. Ma il loro amore inaspettato, travolgente e disperato li trascinerà in un vortice, in un tumultuoso oceano, di passione, desiderio e rosso carminio.
E mentre i fili della verità vengono tratti, i nodi si stringono intorno a loro e l'unica cosa che rimane è l'amore sbagliato che li lega.
Perché loro sono vento, sono passione, odio e sofferenza. E nemmeno la tranquilla cittadina di Santa Luisa potrà sfuggirvi.
© Cataclisma - 2017
Genere: Azione, Mistero, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Universitario
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00. Nulla d'intero - Bell

 



 

Sì, per quanto Dio la cerchi con cautela,
Non c'è una cosa intatta in tutto ciò;
Per quanto frughi in tutte le mie vene,
nel farlo
Non troverà nulla d'intero, solo l'amore.

Algernon Charles Swinburne, Laus Veneris

24 dicembre, Roquebrune, Francia

I cenoni della Vigilia erano sempre stati angustamente attesi e puntualmente noiosi; qualcosa a cui ero obbligata a partecipare prima da mia madre e poi da zia Seira. Non avevo davvero nessun motivo valido per andarci, per sorridere alla gente, per vivere con gli altri e starmene ore ad ascoltare nonna Barbe che farneticava sulla sua vita da gran donna, criticando velatamente il mio abbigliamento, i miei modi di fare o il mio insensato, a suo parere, rifiuto verso gli uomini.

Anche se tale, non consideravo la mia famiglia una casa, un posto sicuro in cui tornare, ma più che altro un luogo da cui scappare: la nonna, gli zii, i cugini erano tutte persone opprimenti. Mi mettevano ansia, un affanno pesante che non ero mai riuscita a superare.

Perché la verità era che io amavo il distacco, il disincantato silenzio della mia camera, i libri e la taciturna solitudine delle notti.

Eppure ogni Natale mi ritrovavo schiacciata tra Agathe e Adeline, due mie lontane e frivole cugine un paio di anni più giovani di me, nonostante i miei costanti e insistenti rifiuti, che mi costavano ramanzine, occhiate di rimprovero e un insostenibile e frustrante prurito dovuto allo stress della situazione.

Anche quella sera ero stata fatta accomodare nel quarto posto alla destra dalla sedia di nonna Barbe; un posto niente male, con vista sui quadri dei trisavoli e su qualche dipinto finto impressionista, comprato probabilmente da nonno Armand ai mercatini dell'usato che aveva amato tanto.

La villa dei nonni a Roquebrune non era un posto che mi piaceva particolarmente: era la classica villetta rustica in mattoni grigi scheggiati, inoltre non avevo nessun appiglio, alcun ricordo importante a cui legarmi.

Lì, da quando il nonno era scomparso, avevo avuto solo pesanti critiche, insulti verso mia madre e mio padre e verso tutto ciò che realmente mi apparteneva.

Però dovevo ammettere che la luce calda dei lampadari a goccia nel soggiorno di quella vecchia casa nella fredda notte di Natale mi aveva sempre fatto stare bene, aveva un non so che di nostalgico e favolesco; e guardando fuori dai vetri temperati riuscivo sempre a scrutare l'allegria della casa vicina, così in netto contrasto al nostro cupo tradizionalismo.

Strinsi una ciocca di capelli tra le dita, mentre con il servizio d'argento giocavo con dell'insalata mista dall'aspetto e dal gusto piuttosto scadenti. Avevo il gomito appoggiato vicino al piatto di porcellana e il mento sul palmo della mano solo per infastidire le vecchie della sala. Era una cosa voluta: sapevo le buone maniere e conoscevo a memoria le regole base dell'etichetta, perché la maleducazione era una cosa che nemmeno io sopportavo, ma era più forte di me il desiderio di far alterare la nonna e le mie rugose prozie. Era cominciato tutto qualche anno prima, appena dopo quel fatto, in quel periodo avevo una rabbia e un odio verso il mondo che mi era appena caduto addosso che non potevo proprio fare a meno di detestare la maschera di perfezione che rimaneva incollata al viso dei miei familiari.

Mandai giù quasi forzatamente l'ennesimo boccone di insalata, assaporando il sapore acidulo e marcato dell'aceto, pensando che, forse, quelle due ore di mortorio che mi rimanevamo sarebbero finite prima del previsto: nessuno ancora mi aveva trattenuto troppo in una conversazione, nessuno, a parte la nonna, mi aveva criticato e nessuno sembrava intenzionato a farlo. Dovevo solo finire di mangiare e poi mi sarei, finalmente, dileguata.

«Rebell?» Agathe mi scosse la spalla delicatamente: «Non hai parlato molto questa sera, sicura di stare bene?»

Come non detto, eccoci di nuovo, come tutti gli anni, alla mia intervista personale.

Sbuffai scocciata, cercando di non darlo a vedere, e mi passai una mano sul collo, nervosamente. Agathe e Adeline erano famose in tutta la famiglia per essere delle gran pettegole: si impicciavano degli affari altrui di continuo e il loro maggior divertimento era spifferare ai quattro venti ciò che avevano scoperto della loro sfortunata e ignara vittima; cioè io.

«No, davvero. Va tutto bene» risposi a bassa voce, afferrando il mio bicchiere di vetro e saggiando con le labbra l'acqua fredda; come se fare qualcosa di concreto potesse in qualche modo difendermi dai loro sguardi indiscreti.

«Meno male» intervenne Adeline, sventolando le ciglia con fare civettuolo: «Non vorremmo mai che ti capitasse qualcosa di male» poi afferrò il telefono e spostandosi le ciocche bionde dal viso scrisse qualcosa a sua sorella.

Agathe lesse e sulle sue labbra rosso fuoco comparve un sorriso di intesa verso Adeline: «Già» concordò: «Non lo vorremmo mai».

L'altra raddrizzò la schiena, sporgendo il busto all'infuori dando una prosperosa visuale della sua taglia di seno abbondante all'altro lato del tavolo: quello dei miei cugini; poi puntò le iridi chiare su di me: «Ti trovo bene, carino quel maglione, è di Zara?»

Sotterrai nelle profondità del mio animo la mia vergogna per essermi presentata, a fronte dell'eleganza di tutti i presenti, con un maglione che possedevo dalla seconda media e risposi cercando di essere più civile possibile: «No, è di casa mia».

Agathe storse il naso, si lisciò i capelli freschi di tinta nera catrame e bofonchiò qualcosa riguardo il mio abbigliamento: «Ah, chiaro», poi fece girare il suo vino nel calice e mi rivolse di nuovo parola: «Ho sentito dire da nonna Barbe che hai fatto domanda per entrare in una facoltà di Lettere in Portogallo, è vero?»

Adeline annuì: «Già, e ha aggiunto che sei solo una che non si accontenta mai di nulla, una di quelle che se le dai un dito poi ti prendono tutto il braccio, o qualcosa del genere. Noi non la pensiamo così, credimi, ma lo sappiamo tutti che sei un po' strana: mai avuto un ragazzo, sempre sgarbata, sciatta e fissata con quella musica da vecchi. Dai, a noi puoi dire tutto, è successo qualcosa? Per questo scappi?»

Se era successo qualcosa? Tecnicamente sì, praticamente no. Era complicato da capire, io stessa a volte non riuscivo a comprendere la natura delle mie azioni, ma se davvero speravano che andassi a spifferare tutta la mia vita a quelle oche giulive si sbagliavano di grosso.

«No, ho solo voglia di cambiare aria».

Adeline e Agathe si guardarono per una frazione di secondo, poi la seconda avanzò di nuovo: «Be', sappiamo tutti cosa ti è successo, ma non vedo perché essere scortese anche con noi: siamo donne, sorelle, stiamo dalla stessa parte, ma tu non parli mai con noi, anzi non parli mai con nessuno a parte zia Seira, cominciamo a credere che tu ti sia inventata tutto per essere lasciata in pace».

«Comunque anche Sher lo dice, lui sta facendo dire a tutti che sei solo una racconta balle» proseguì l'altra.

Mandai giù un fiotto di saliva amara, cercando di rimuovere l'ultima affermazione di Adeline, poi accarezzai la lana ruvida del mio maglione con i cavalli stampati sul davanti e sospirai: «Noi non siamo né amiche, né tantomeno sorelle e piuttosto che donne mi sembrate galline da pollaio con le vostre tette spropositate e le tinte inguardabili. Comunque non sono sciatta, siete solo voi che siete troie», conclusa la mia affermazione, forse esclamata ad un volume leggermente sopra la norma, in sala calò un silenzio imbarazzante.

Nonna Barbe mi fissava infuocata, con le guance rosse di imbarazzo e le nocche bianche, Seira sembrava piuttosto divertita e teneva le mani chiuse a coppa sulle orecchie della piccola Sarah, che stava giocando ignara con delle bamboline colorate, il restante degli invitati sembrava sconvolto; Aubry, il padre di Agathe e Adeline, si era alzato immediatamente sventolando la mano indignato, fece per parlare, ma Barbe lo fermò con un gesto repentino: «Rosebell Roux! Come ti permetti di parlare così alle tue cugine?!» Sbraitò infervorata, saltando in piedi: «Non ti hanno mai insegnato la buona educazione? O è solo pigra svogliatezza la tua?! Ogni anno sei sempre peggio, sempre più chiusa nel tuo bozzolo: rispondi in modo vergognoso, rifiuti chiunque ti presenti, non accetti mai ciò che faccio per il tuo bene. Per di più non hai neanche la più pallida idea di cosa dicono gli altri alle nostre spalle per colpa tua! Sei una vergogna per la nostra intera famiglia! Non hai mai portato nulla di buono, è questa la verità!»

Si fermò, cercando consenso tra le donne in sala. Zia Clèmence, una donna di mezz'età con il naso fin troppo all'insù e le orecchie a sventola, annuì: «Concordo, Barbe. Tua nipote è una vera delusione. Ci siamo trattenuti tutti dal dirlo, ma visto che siamo al momento dei chiarimenti...» sentenziò, riscuotendo qualche mormorio.

Seira, a quel punto, si alzò da tavola, mise tra le braccia di Alain la figlia e tossicchiò per raccogliere attenzione: «Mamma, credo che sia abbastanza. Ne abbiamo già parlato e Bell non voleva di certo disonorare la famiglia».

Barbe si accigliò: «Certo, lei non vuole mai fare nulla, ma alla fine guarda dove siamo? Perfino i muri ci ridono addosso per colpa di questa nipote reietta».

«Mamma, stai esagerando. Lo sai anche tu che ormai non siamo più la famosa e ricca famiglia che vuoi far credere, quindi fammi il piacere di stare calma e di proseguire questa cena come è d'uso. Siamo a Natale, ricordate che è soprattutto in questo periodo che Dio ci vede e ci ascolta» Seira si passò una mano tra i capelli castani e si rivolse a me: «Per quanto riguarda te, signorina, lo scherzo è bello finché dura poco: chiedi scusa a Adeline e ad Agathe e anche a tua nonn-».

«Seira, basta. Hai parlato abbastanza. Sono la padrona di casa e pretendo di essere lasciata finire: è molto meglio che venga fuori tutto qui e ora e che Rosebell ritorni sulla retta via.» La nonna, nonostante le parole aspre di Seira, aveva ancora la canna piena di parole: «Una buona giovane donna della nostra famiglia» cominciò: «sarebbe rimasta alla nostra cara e prestigiosa facoltà di Medicina, ed invece, tu cosa fai? Te ne vai in Portogallo per chissà quale insulsa ragione!» Fece un respiro profondo e spostò la sedia all'indietro con eleganza: «Ci deludi sempre, sembra che tu finalmente stia prendendo il volo e improvvisamente ricadi nelle tenebre più tetre. Inoltre non hai alcun motivo per chiamare le tue care cugine con nomignoli così poco opportuni, lo sai che in questa casa non voglio denigrazioni o insulti. Mi aspettavo molto di più da te, Rosebell, ed è inutile la nascondere la delusione che ormai mi riempie il cuore».

Sapevo che sarebbe andata così. Andava così ogni volta da quando, due settimane prima, avevo detto alla nonna di aver preso in considerazione di lasciare alla fine del trimestre Medicina e di andare in Portogallo, dove avevo vissuto per quasi cinque anni con i miei genitori, per studiare Lettere. Tutte le volte che ci vedevamo da quel momento in poi, iniziava uno scontro di meschinità e perfidie, in cui lei mi sbraitava contro che ero un'incapace, una ragazza priva di ambizioni, di capacità, di senso critico e che sarei finita a fare l'insegnante in qualche buco di scuola statale.

Nella nostra famiglia erano stati sempre tutti medici, chi più o meno dotato, ma sempre, comunque dottori; per nonna Barbe era un affronto che io non volessi perseguire, ancora una volta, la strada che aveva preparato per me.

Il problema stava nel fatto che lei non aveva mai tenuto conto dei miei desideri: io volevo studiare latino, greco, i grandi autori e le maestose opere che avevano segnato il passato, non avevo mai nemmeno pensato per un secondo di diventare medico; non faceva per me.

«Dici che in questa casa non ci devono essere maltrattamenti o prese in giro, ma la prima a commettere un'offesa sei tu stessa; e non te ne rendi nemmeno conto! Non ascolti mai quello che ho da dire nonna, è come se avessi dei paraocchi sul viso che mostrano soltanto la tua visione del mondo. Mi hai mai chiesto cosa volessi davvero? Ti atteggi come se fossi mia madre, ma la verità è che non sarai mai lei, non mi capirai mai e questo ti da' troppo fastidio. Non accetterò più rimproveri da una come te, perchè non sei affatto il buon esempio che credi di essere, la verità è che ripieghi i tuoi fallimenti su me e Seira, e benedetto il Signore che Sarah è ancora troppo piccola, ma tranquilla, ora non ci sarà più questo problema: me ne vado sul serio, questa volta, e non torno più perché sei una donna opprimente e malvagia, e ti sbagli quando dici che non combinerò mai nulla nella mia vita» tirai su con il naso, mentre le emozioni e le parole represse che mi ero tenuta dentro per tanto tempo rotolavano fuori troppo veloci perché io potessi fermarle: «Vedrete: arriverò più in alto di tutti voi, inutili manichini!»

I presenti avevano cominciato a parlare imbarazzati, io lanciai uno sguardo diffidente alle mie cugine che mi guardavano piuttosto confuse e non resistetti: «Comunque lo sanno tutti che Adeline e Agathe si possono tranquillamente trovare tutte le notti nelle bettole del quartiere a luci rosse, non vedo perché nasconderlo: è un lavoro come un altro».

Seira veloce come un lampo mi afferrò per il maglione, sussurrandomi all'orecchio a metà tra il divertito e l'infastidito: «Bell, hai vent'anni, vedi di darti una regolata» poi afferrò il suo giubbotto da una delle poltrone: «Credo che sia arrivato per noi il momento di andarcene».

Annuii, cercando di estraniarmi dallo sguardo a dir poco furioso di nonna Barbe e mi vestii. Mentre aiutavo Sarah a indossare la sciarpa per non prendere freddo, sentivo distrattamente le persone in sala che mormoravano il mio nome, che parlavano di me, ma l'unica cosa che ascoltavo era la mia mente.

Forse, per una volta nella mia vita, sapevo davvero cosa avrei voluto fare.

Il freddo che mi travolse appena varcata l'uscita fu quasi piacevole, mi sistemai per bene, avevo ancora mal di stomaco per colpa di chissà che cosa, ma tutto sommato ero pronta ad andare.

Alain, si sistemò gli occhiali: «Se lo meritava».

«Nonna Barbe?»

«Mia madre, sì» si intromise Seira, aprendo la portiera davanti della Mercedes blu metallizzata: «Eccome se se lo meritava».

«È mia suocera e in certo senso la rispetto, ma non potrò mai dire che sia il tipo di donna che preferisco» brontolò di nuovo lui, mentre, salendo in macchina si toglieva i guanti.

Alain era un ragazzo gentile ed era il marito della mia più cara amica, nonché zia, Seira.

In un certo qual modo sapevo di tenere a Seira come se fosse stata una sorella: non avevamo molti anni di differenza ed eravamo cresciute insieme. L'affetto che si era sviluppato tra noi era molto più che un semplice rapporto di parentela.

«Sì, forse se lo meritava, ma non sarebbe dovuta finire così» allacciai la cintura a Sarah: «Avrei voluto che fosse stata fiera di me».

Seira si girò, guardandomi con i miei stessi occhi castani: «Lei non è mai fiera di nessuno, Bell. Non è mai stata orgogliosa di Solange, di Sarah, di me e non credo lo sarà mai di te. Siamo una famiglia difficile, ma la vita è dura e devi imparare a crescere e a difenderti dalle offese, anche quelle dure come queste».

Alain sorrise e i suoi occhi verdi si illuminarono esattamente nel modo in cui facevano quelli di Sarah quando giocavamo insieme: «Bell, siamo noi la tua casa. Non preoccuparti».

Per quanto Alain mi stesse relativamente simpatico, non amavo manifestazioni d'affetto di quel genere da parte di un uomo, quindi mi limitai ad ignorarlo e ad accarezzare la testa di Sarah.

La bambina stava nel sul seggiolino e mi guardava silenziosamente e con attenzione. A dirla tutta, non aveva detto nemmeno una parola da quando la discussione era iniziata. Sapevo che era una bimba timida e di poche parole, ma mi sorprendeva il fatto che non mi avesse ancora implorato di spiegarle cosa stava succedendo.

Sarah era molto intelligente ed acuta, curiosa ed intraprendente, molto più sveglia di tanti altri bambini della sua età. Io e lei avevamo un rapporto particolare: nonostante fosse mia nipote e una rognosa bestiaccia di cinque anni aveva una sincerità e una purezza nello sguardo che me la avevano sempre fatta amare.

Alla fine Sarah allungò la mano e afferrò la mia, appoggiata distrattamente al sedile di mezzo.

«Zia Bell, ma quindi te ne vai sul serio?»

Le sue parole risuonarono all'interno dell'abitacolo. Avevo davvero intenzione di andarmene? Lasciare tutto, prendere i risparmi che i miei genitori avevo tenuto per me e fuggire?

Non era propriamente fuggire, si trattava solo di esplorare il mondo fuori dalla Francia, mi corressi. Nonna Barbe desiderava che rimanessi attaccata alle cose che avevo qui, ma io volevo questo? No, io volevo essere indipendente. Avevo le mie paure, le mie incertezze, ero sicuramente una ragazza astrusa e sotto molti punti di vista complicata, ma sognavo e desideravo qualcosa come tutti.

«Sì, credo che me ne andrò, Sarah».

 

Salve, mi chiamo Cata✨ e sono su questa piattaforma da più di due anni (nuovo account ehehe) ed era da tanto che non pubblicavo qualcosa qui, ma sono contenta di averlo fatto. Questo è solo un piccolo prologo, nulla di speciale, ma spero davvero che la mia nuova storia possa piacervi. *^* Ho già cinque capitoli pronti, quindi non dovrete aspettare molto per il seguito ù.ù
Inoltre Saudade innazitutto è una storia d'amore, nulla di sovrannaturale e questa è la prima volta anche per me, quindi incrociamo dita! In ogni caso spero di non aver commesso errori e di non aver omesso qualche informazione importante, se sì, fatemelo sapere! In ogni caso non fatevi ingannare dalla genere, sto cercando di non banalizzarla e di creare qualcosa di avvincente e misterioso: quindi preparatevi buahahaha!
Prima di salutarvi vi lascio un grosso bacio e un invito, senza impegno, a lasciare una recensione perchè mi farebbe davvero tanto piacere! Inoltre durante la storia ci saranno un sacco di cose che vorrei dirvi quindi non fate i timidi: scrivetemi e conosciamoci(?)! °^°

Cata(clisma)

 

   
 
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