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Autore: miaar    20/03/2017    4 recensioni
Lei l'acqua santa;
Lui il diavolo.
Lei pura e innocente come un agnellino;
Lui abituato ad essere il lupo cattivo.
Eppure, nonostante le differenze, hanno qualcosa che li accomuna, che li rende affini.
Lui non è il bravo ragazzo della situazione, il principe azzurro che combatte i draghi per salvare la sua principessa. No, lui è la peggiore scelta che qualcuno potrebbe fare, perché si diverte a distruggere tutto ciò che tocca.
Lei lo sa, lo vede, ma non può restare ferma ad osservare. Lei crede, lei è convinta che anche un mostro del genere possa essere salvato e, soprattutto, sa che dentro di lui c'è ancora qualcosa per cui vale la pena battersi.
Così, cercando di salvare lui, salverà se stessa, scoprendo di essere molto più forte di quanto non avesse mai pensato.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago, Universitario
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- Questa storia fa parte della serie 'BF Series'
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12 Chelsea.

 

 

 

 

Lesley è preoccupata, lo vedo da come mi osserva, ma nonostante il tumulto che mi sta scuotendo, mi sento abbastanza bene persino soddisfatta di me stessa.

Aaron non mi ha persa di vista per tutto il pomeriggio, come se fossi sul punto di crollare, ma la verità è che non mi sento sul punto di collassare.

Sono scossa, è vero, perché il comportamento di Adrian mi hanno fatto pensare a quanto mi sia sentita impotente contro mio padre, ma il pensiero razionale sta vincendo sulla paura.

Lui non mi farebbe mai del male e questo mi basta.

Alla fine sono rimasta al pub, anche perché nella mia stanza non avrei avuto niente da fare e non avevo assolutamente voglia di voltarmi continuamente a guardare la porta di comunicazione, sperando in una comparsa di Meredith che non sarebbe mai avvenuta.

Così sono rimasta qui, ha chiacchierato con Lesley, cercato di tranquillizzare Aaron, che era evidente non fosse abituato a gestire le emozioni di una ragazza e ho aiutato Jillian a preparare le cose per la serata.

Voleva che riposassi, dato che era uno dei miei giorni liberi, ma le ho detto che lo avrei fatto dopo averla aiutata in quell’ingrato compito.

Cucinare è il meno. Preparare gli ingredienti, marinare la carne e preparare l’impasto dei tacos del giorno dopo è la cosa più impegnativa.

Mi sono occupata prima di tutto dell’impasto, perché lavorarlo mi aiuta a non pensare e mi fa scaricare le energie. Dopo aver finito mi ritrovo sempre con le braccia e le spalle irrigidite e doloranti, ma psicologicamente sono piuttosto soddisfatta.

“Allora, vuoi dirmi perché sei qui, a lavorare, invece che a trascorrere la domenica con la tua famiglia?”

La domanda mi ha preso un po’ alla sprovvista, ma me lo sarei dovuta aspettare, perché Jillian ha sempre dimostrato di essere incuriosita dai motivi che mi hanno portata a lavorare al Blue Moon.

Ho pensato di evitare la domanda, ma lei mi ha raccontato un po’ della sua vita, quindi mi è sembrato giusto ricambiare.

“Non c’è nessuno con cui vorrei trascorrere questa giornata. Rimanere al dormitorio, sperando che la mia amica decidesse di farsi viva e condividere con me i suoi problemi non mi è sembrata una buona idea. Per cui sono venuta qui. Almeno qui non mi sento sola ed inutile!”

Mi sono lasciata andare eccessivamente, ma alla fine io sono così. Non sono brava a mantenere i segreti, a non esprimere le mie emozioni.

L’espressione di Jillian si è adombrata e mi ha guardata, cercando di capire cosa intendessi.

“E i tuoi genitori? Non siete legati?”

Come al solito, pensare a mio padre ha riaperto quella ferita non ancora richiusa, ma adesso è più facile non farsi sopraffare dalla tristezza. La ferita sta guarendo, ha smesso di sanguinare. Ci vorrà del tempo e forse non guarirà mai del tutto, perché il tradimento è stato troppo grande, ma ho fatto pace con me stessa e so che non è colpa mia. Non lo è mai stata e io non sono responsabile dei suoi comportamenti, delle sua paure e paranoie, delle sue aspettative. Non sono stata io a mettergli la bottiglia in mano e dirgli di bere. Non sono stata io a dirgli di picchiarmi, quindi mi rifiuto di sentirmi in colpa.

“Ero molto legata a mio padre, ma non ero la figlia che avrebbe voluto, quindi ci siamo allontanati.”

Come riassunto può andare. Sebbene mi trovi molto in sintonia con Jillian, raccontarle ogni cosa mi sembra un po’ azzardato. Dopotutto non ho mai raccontato tutta la verità nemmeno  a Meredith.

Jillian è rimasta molto colpita dalla mia risposta, ma ha lasciato cadere l’argomento con una frase semplicissima.

“Tu vai bene così come sei. Sei una bravissima ragazza e spero che Allyson superi in fretta questa fase e diventi come te.”

Le sue parole in qualche modo mi hanno colpita, perché a parte Meredith, nessuno me le ha mai dette.

Ho continuato a lavorare in silenzio, immersa nei miei pensieri.

Una volta finito sono tornata da Lesley, ormai impegnata con i clienti della sera in attesa della partita dei Broncos.

Insieme a lei c’è un ragazzo snello e con i capelli alla punk-rock scuri poco più grande di me. Si chiama Denis e lavora con Lesley da quasi un anno. Indossa una maglietta a maniche corte blu e un paio di jeans che quasi sembrano cuciti addosso.

Betty Jo e Gilda, le due cameriere di servizio stasera, ogni volta che si avvicinano al bancone per lasciargli un ordine o ritirarne uno sbattono le ciglia con fare civettuolo, ma lui non le calcola minimamente.

Le due ragazze sono entrambe snelle e con capelli e occhi scuri, ma Betty Jo è una decina di centimetri più alta di Gilda e con la carnagione abbronzata, in netto contrasto con quella lattea dell’altra.

Ogni volta che le vedo, indossano pantaloncini in jeans striminziti oppure gonne cortissime ed estremamente aderenti.

Eppure, nonostante  i loro sforzi e le magliette fin troppo scollate, Denis non le ha mai degnate di una seconda occhiata.

Sarò anche ingenua, ma riesco a capire quando una ragazza è interessata ad un ragazzo.

Anche se non mi è mai capitato, sono andata al liceo e so che le ragazze assumono atteggiamenti provocanti solo quando sono interessate a fare colpo su qualcuno.

Mi siedo su uno sgabello libero, mentre al televisore in fondo alla sala va in onda il pre-partita.

Lesley mi fa cenno di aspettare, ma Denis arriva prima di lei e mi passa una cola fredda.

“Grazie mille!”

Lui mi sorride e torna ad occuparsi dei suoi complessi cocktail.

Denis è un ragazzo a posto e decisamente simpatico. Non si prende troppe confidenze e non mi osserva troppo attentamente.

Quando sono al bar, cosa che ad una certo ora evito di fare, finisce sempre che qualcuno mi guardi con troppa insistenza, mettendomi a disagio.

Nonostante negli ultimi mesi, un po’ a causa dell’inappetenza e un po’ a causa del lavoro, sono dimagrita moltissimo e non sono più esageratamente formosa come prima, ma nonostante i chili persi, il seno è rimasto abbondante e attira ancora troppo l’attenzione.

Nonostante usi magliette con il collo tondo è più che evidente e mi sento molto a disagio con me stessa per questo.

Lo sguardo lascivo che alcuni mi rivolgono mi fa rivoltare lo stomaco, ma so che è normale, che la malizia fa parte de questo mondo, ma nonostante ciò, non riesco a non essere disgustata dalla sensazione di sporco che quegli occhi curiosi mi lasciano addosso.

Poggio i gomiti sul bancone di legno  in modo da nascondermi un po’ e osservo come rapita i movimenti di Denis.

Don una mano prende una bottiglia e con l’altra versa un po’ di liquido rosa, che a me sembra sciroppo alla fragola, dentro un contenitore di metallo.

Lo osservo fare il giocoliere con due bottiglie, versare un po’ del loro contenuto nel recipiente e poi rimetterle al posto con un movimento rapido del polso.

Lo osservo ripetere tutti quei movimenti, per me impossibili anche se ci provassi per anni.

Sono troppo imbranata, troppo scoordinata per far compiere ad una bottiglia un giro di trecentosessanta gradi senza versarne nemmeno una goccia.

“Chelsea?”

Volto la testa e mi trovo davanti la persona che meno mi aspettavo di vedere.

Meredith ha i capelli rossi raccolti in una coda di cavallo, gli occhi verdi circondati da brutte occhiaie violacee e il viso più scavato di quanto già non fosse l’ultima volta che l’ho vista.

Indossa una maglietta rossa eccessivamente larga e un paio di pantaloni felpati neri che mettono in evidenza la magrezza eccessiva delle sue gambe.

È evidente che non sono l’unica ad aver passato un brutto momento, ma questo, per qualche motivo, non mi fa intenerire.

Sono una pessima persona, ma non riesco a non essere offesa per il comportamento che ha avuto con me.

Aveva promesso che mi sarebbe stata vicina, che anche se non abbiamo legami di sangue sarebbe stata la mia famiglia, ma mi ha lasciata sola  e non mi ha permesso di essere a mia volta un pezzo della sua famiglia e aiutarla a stare meglio.

Mi ha evitata per più di un mese e adesso è qui, davanti a me, che mi guarda come se non ci vedessimo da due giorni invece che da cinque settimane.

Eppure queste settimane per me sono state dure e qualcosa dentro di me è cambiato. Non voglio accontentarmi delle briciole, di passare del tempo con lei solo perché non ha niente di meglio da fare.

Prima di Meredith non ho mai avuto un amica, ma sono sicura che l’amicizia non sia vedersi solo quando serve.

Sì, quando ho avuto bisogno di lei, quando le ho chiesto aiuto, lei c’è stata, ma non mi basta. Al momento, sento di non poter fare affidamento su di lei.

Un mese senza notizie, dove mi ha escluso completamente dalla sua vita, hanno minato il nostro rapporto e non posso farci nulla.

È doloroso ed egoistico e trovarmela di fronte ora. Non può decidere da sola quando essermi amica e quando no.

Ho il cuore stretto in una morsa dolorosa, pesante come se lo avessero rivestito con una maglietta di piombo.

“Cosa vuoi, Meredith?”

Il tono della mia voce è più duro e triste di quanto non avrei voluto, ma sono pessima nel nascondere ciò che provo.

Vedo la luce dei suoi occhi  affievolirsi un po’ e le spalle incurvarsi, come gravate da un grosso peso.

“Possiamo parlare? Per favore?”

Vorrei dirle di no, che non abbiamo più niente da dirci, ma non ce la faccio. Nonostante tutto, nonostante ora siamo così lontane, nonostante la vicinanza, il mio affetto per lei è ancora intatto.

Sono patetica.

Faccio un cenno a Lesley e poi uno a Meredith, indicandole di seguirmi e la conduco fino allo spogliatoio, decisamente più silenzioso della sala.

Qui il rumore del mio cuore forsennato che batte è ancora più forte.

Mi fermo al centro della stanza, incrociando le braccia sotto al petto per cercare di proteggermi da tutte le emozioni che mi stanno bombardando.

Meredith è vicina alla porta, ora nuovamente chiusa e si dondola da un piede all’altro, incapace di guardarmi.

“Allora?”

Odio la mia voce, odio sentirmi così vulnerabile e arrabbiata. Il rancore non è un sentimento che conosco, ma sono due giorni che mi scava dentro senza che io riesca a fermare la sua avanzata.

Odio me stessa per non riuscire a perdonarla anche se è ovvio che è stata male quanto me.

.Eppure mi deve una spiegazione. Dopo tutto quello che è successo, merito di ricevere delle scuse.

Come se il mio pensiero fosse giunto alle sue orecchie, le scuse arrivano, ma non mi fanno sentire meglio, per nulla. Mi seno ancora peggio, meschina addirittura, perché non leniscono minimamente il dolore sordo che mi toglie il respiro.

“Mi dispiace, Chels!”

La osservo, mentre le sue parole mi si piazzano sullo stomaco e rischiano di farmi risalire la cola.

“Per cosa, Meredith? Per avermi esclusa dalla tua vita, per avermi fatta preoccupare o più semplicemente per non esserci stata e non avermi permesso di esserci? Per cose ti stai scusando esattamente.”

Mi sento male, non riesco a respirare, ma le parole mi escono di bocca prima che riesca a fermarle e, da un lato, mi fanno sentire meglio, ma dall’altro decisamente peggio.

Perché non riesco ad essere la buona fedele che sono sempre stata? Un anno fa, probabilmente l’avrei perdonata senza pensarci due volta, ma ora mi viene difficile anche solo pensare di farlo.

Ciò che so dovrei essere è entrato in contrasto con quella che sto diventando, la vera me stessa, ma non sono sicura mi piaccia quello che sto scoprendo.

Osservo Meredith scuotere la testa, l’espressione mortificata.

“Per tutto. Per ogni singola cosa, ma soprattutto per non essere riuscita a mantenere la promessa che ti ho fatto. Avevo promesso che sarei stata la tua famiglia, ma non l’ho mantenuta. Mi sono rinchiusa nel mio dolore e ti ho allontanata perché volevo semplicemente stare da sola. La cosa peggiore è che per tutto il tempo non ho minimamente pensato a quanto male ti stessi facendo.”

Si passa una mano sul viso, appoggiandola sulla fronte come per coprirsi gli occhi, ma all’ultimo cambia idea e punta gli occhi, lucidi di lacrime su di me.

In essi posso leggerci una muta supplica.

Perdonami.

Sento a mia volta gli occhi riempirsi di lacrime, mentre la nostalgia inizia, pian piano, ad allontanare il rancore.

“Ho detto a me stessa che ti stavo aiutando per il tuo bene, ma alla fine era solo un mio desiderio egoistico. Tu ti sei fidata di me, hai lasciato che ti mostrassi tutto quello che ti eri persa e a causa di ciò hai perso la tua famiglia. Dopo di che, non appena ho avuto un problema, per quanto grave, ti ho lasciata sola, abbandonata a te stessa. Non me lo perdonerò mai Chelsea, perché non importa quanto sia stato difficile per me, avrei dovuto  pensare a cosa ti stavo facendo. È tutta colpa mia. Tu ci hai provato, hai bussato così tante volte alla mia porta che è un miracolo che non si sia rotta, ma ero così trincerata dietro al mio dolore che non ho pensato, nemmeno per un istante, che anche tu stessi soffrendo e fossi preoccupata per me.”

Fa una pausa, mentre le lacrime appena trattenute iniziano a scivolarmi lungo il viso.

“Ti prego, perdonami per essere stata così egoista.”

Mi porto le mani sulla bocca per trattenere i singhiozzi, ma le lacrime ugualmente parlano per me.

Mi è mancata così tanto la mia amica. La persona che per la prima volta è riuscita a farmi sentire una ragazza normale. Una persona che, lo so, mi avrebbe voluto bene anche se non avessi cambiato aspetto.

Meredith non si sarebbe mai vergognata di me.

Non è vero che mi ha aiutata solo per egoismo. Mi ha aiutata a scoprire me stessa perché ne avevo bisogno.

Punto lo  sguardo, offuscato dalle lacrime, su di lei e annuisco, incapace di pronunciare una sola parole e un istante dopo siamo strette in un abbraccio, mentre mi lascio andare ad un pianto liberatorio.

Mi sento svuotata, ma la cosa più incredibile è che anche Meredith sta piangendo, mostrandomi un lato di se che finora non avevo visto e, quasi, immaginavo esistesse.

Mostrarmi le sue lacrime, la sua fragilità, probabilmente è l’atto di fiducia più grande che lei possa fare.

“Scusami anche tu. So che sei stata male e mi sento davvero meschina per essermi arrabbiata con te.”

Lei si allontana leggermente per potermi guardare negli occhi e scuotere la testa.

“Ne hai tutto il diritto. Sono stata imperdonabile. Non sei affatto meschina. Avrei capito se non mi avessi perdonata subito. Sei troppo buona e io me ne sto approfittando, ma farò di tutto perché ciò non accada più, te lo prometto.”

Mi asciugo le lacrime e prendo fiato, cercando di ritrovare la voce.

“Non so cosa ti sia successo, ma per qualsiasi cosa, io sono qui. Sentiti libera di parlarmi di tutto quello che vuoi!”

Un sorriso dolce, ma estremamente triste incurva le sue labbra.

“Oh, Chels, non sai quante cose ho da raccontarti. È stato davvero un periodo orribile..”

Si interrompe, mentre un sorriso sfavillante prende il posto di quello triste di pochi secondi fa.

“…ma non sono mai stata così felice in vita mia. Finalmente le cose stanno andando per il verso giusto, Chels. Sta andando tutto al suo posto e se c’è una persona con cui voglio condividere la mia gioia, la mia felicità, quella sei tu. Prima di conoscerti non avrei mai creduto nell’impossibile, ma se ho tenuto duro, è solo grazie a te e a quello che con la tua fede mi hai insegnato.”

Mi abbraccia di nuovo e questa volta non c’è più ombra di tristezza mentre ci stringiamo.

In qualche modo, questa riconciliazione, mi ha liberata da quella pesante cappa che mi stava avvolgendo e mi impediva di respirare.

Non voglio mai più essere così triste, così arrabbiata. Non mi piace sentirmi così.

Un leggero bussare ci fa sobbalzare e allontanare. Mezzo istante più tardi, la porta si apre e fa capolino la testa di Lesley.

Ha un espressione preoccupata.

“Chelsea, potresti venire un momento di la? C’è un ragazzo che chiede di te e credo abbia bevuto. Aaron ha provato a convincerlo ad andarsene, ma ha detto che non si muoverà di qui fino a quando non ti avrà parlato.”

Rimango perplessa per alcuni secondi, mentre mi chiedo chi mai possa volermi parlare. Non conosco quasi nessun ragazzo e nessuno di questi po’ avere un valido motivo per insistere così tanto.

“Sì, certo. Abbiamo finito. Arrivo subito.”

Lei annuisce e con un ultima frase si eclissa.

“Fai in fretta. La situazione si sta scaldando.”

Mi volto a guardare Meredith e lei è perplessa quanto me.

“Scusami, ma non ho davvero idea di chi sia e non vorrei che per colpa mia succedesse qualcosa di brutto.”

Lei scuote nuovamente la testa, comprensiva.

“Ma figurati. Andiamo a vedere chi è lo scocciatore, così poi potrò raccontarti tutto quello che non ti ho detto prima!”

La prima cosa che noto, appena varcata la porta basculante che collega la zona dipendenti dalla sala principale, è il capannello di persone vicino all’ingresso del locale.

Aaron è vicino alla porta e mi da le spalle. Parla con qualcuno in modo concitato e sembra sul punto di perdere la pazienza.

Mi faccio largo a spallate per raggiungerlo il prima possibile, cercando di ignorare il cuore che nuovamente batte come impazzito nel mio petto.

“Aaron, eccomi. Che sta succedendo?”

Lui si volta a guardarmi, l’espressione truce e impotente al tempo stesso.

“Non ne ho idea. È lui che sta dando di matto.”

Si sposta leggermente, permettendomi così di vedere chi c’è dall’altra parte, chi è che sta cercando a tutti i costi di entrare nel locale.

Il cuore mi salta in gola alla vista dei suoi occhi gonfi e iniettati di sangue, tipici di chi ha alzato troppo il gomito.

La voce mi esce come un sussurro, mentre vengo nuovamente bombardata da una serie di emozioni quasi incomprensibili.

L’unica cosa certa, al momento è che sono molto, molto, sorpresa, soprattutto visto come è finita l’ultima volta che ci siamo trovati faccia a faccia.

“Adrian, che ci fai qui?”

   
 
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