Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: Black Swallowtail    20/03/2017    1 recensioni
Nonostante Azure Kuri sia tornata alla normalità, vincolata ad Aidan Reiss dal loro patto, decide di seguirlo nel suo mondo distorto e brulicante, che si nasconde appena al di sotto della superficie della razionalità umana.
I mostri orribili e gli spiriti gentili non smettono mai di vorticare attorno all'uomo, perché, dopotutto, questa è la loro natura, ed è per tale motivo che esistono uomini come Aidan.
E non sempre si tratta di spiriti che vogliono aiutare il prossimo.
Una maledizione ricade inevitabilmente su chi si costruisce attorno un'identità ripugnante e disgusta perfino se stesso — una maledizione che avvelena l'animo e divora la carne.
La rende pietra.
Genere: Dark, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<    >>
- Questa storia fa parte della serie 'Scary Monsters and Nice Spirits'
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

III

Cracking the mask.

 

Non è semplice introdurre qualcuno in un mondo che sfugge alla logica e al senso comune. L'unico modo per farlo è, ovviamente, provarlo sulla propria pelle, entrarvi in contatto direttamente. Effettivamente, in questo caso specifico, la mia è una scelta di parole piuttosto infelice, considerando lo stato pietoso in cui versa Jeiv, rigidamente poggiato contro il divano del suo soggiorno, le braccia abbandonate lungo i fianchi, immobili, come se fossero strette all'interno di uno spesso strato di gesso.

A quanto pare, la pietrificazione indotta tramite l'instillazione di veleno non è qualcosa che si presenti in maniera così palese e, anzi non comportando una calcificazione della carne, è essenzialmente invisibile all'occhio, ma Aidan non si è ancora spiegato, limitandosi a dare questa scarna risposta alle proteste del tesoriere.

Ne sono rimasta sorpresa io per prima, che già immaginavo il suo corpo trasformarsi lentamente in una statua dura e gelida; in realtà, arrotolata la manica della sua maglietta fino alla spalla, sul punto in cui Aidan lo ha toccato per controllare il propagarsi del veleno, non ho visto nulla di fuori dal normale. Invece di intravedere i primi sintomi di quella che mi sarei aspettata pietrificazione della carne, mi sono trovata davanti semplicemente la sua pelle, senza alcuna particolare irregolarità, ase non fosse per l'impossibilità di muovere liberamente l'arto, come bloccato da pastoie invisibili.

Nonostante ciò, Aidan ha annunciato che la sua ipotesi si è rivelata azzeccata, qualcosa di cui non c'è molto da gioire, considerando che la maledizione gettata su di lui nella forma di veleno è già ad uno stato abbastanza avanzato, quanto meno a giudicare dalle sue parole.

Lo abbiamo dovuto trascinare faticosamente attraverso la cucina, visto che, a quanto pare, anche le sue gambe stanno iniziando a mostrare segni di una sorta di paralisi inspiegabile, sbocciata in lui come un virus che si è propagato per tutto il corpo, debilitandolo lentamente, con sempre maggiore ferocia, fino ad impedirgli di vivere la sua vita normalmente, a costringerlo a ritirarsi dalla scuola con la scusa di una malattia. Ormai, stando a quanto ci ha detto, sono già dieci giorni che il degrado del suo corpo sta avanzando.

Allora, Aidan ha iniziato la “solita, lunga chiacchierata”. Proprio come ha fatto con me, ha proceduto, passo per passo, a strappare l'invisibile velo dagli occhi di Kondras, parlandogli del mondo invisibile all'occhio razionale, di mostri e maledizioni, di bestiari latini e medievali, di un intero universo andato perduto con il progresso della scienza e con l'affermarsi della ragione. Gli ha rivelato come la realtà tutt'attorno non sia solo quella che percepiamo – e quando, infine, è arrivato alla maledizione, Jeiv, rimasto in silenzio, fino a quel momento, ha protestato.

“Questa storia della maledizione, non riesco a crederci del tutto.”

“Ti capisco...” annuisco, prendendo la parola prima che potesse intervenire Aidan, soffocando una sua eventuale risposta sarcastica o saccente, “Anche io non ero del tutto convinta. Ma ci sono cose che non possono essere spiegate in altro modo.”

“Non so cosa mi stia accadendo...” mugugna dopo qualche istante di riflessione, la sua voce, decisamente più calma di quando gli abbiamo rivelato che era caduto vittima di una maledizione, sembra ancora faticare ad uscire dalla gola, “I medici non hanno alcuna spiegazione. Dicono si tratti di un blocco psicologico e che non c'è nulla che non va, in me. Eppure, è come se fossi—”

“Pietrificato?” lo anticipa con tranquillità Aidan, sistemandosi un ciuffo ribelle che gli solletica gli occhi, senza distogliere lo sguardo dal viso del nostro interlocutore, “Sì, è così. In te, non c'è nulla che non vada, da un punto di vista scientifico o medico. D'altronde, come può una macchina trovare qualcosa che non può rilevare?”

Per quanto possa suonare strano, è un ragionamento piuttosto sensato. Le strumentazioni mediche e scientifiche rilevano ciò che rientra nel campo della razionalità e dell'esperienza umana, i mali ed i fenomeni calcolabili dall'intelletto; per questo, qualcosa che non rientri in questi campi, non può di certo essere individuata o misurata. All'occhio medico, non essendoci nulla di insolito, deve trattarsi di un problema psicologico—

L'espressione di Jeiv si distorce, assumendo un accenno di incredulità, in risposta alle parole di Aidan, “Quindi si tratta davvero di una maledizione? La magia è un'invenzione, qualcosa che leggi nei libri, non è possibile.”

“Evie Halliwell non la pensa così.”

Per un secondo, il viso del ragazzo sembra quasi spezzarsi, lasciando crollare una maschera di compostezza che ha tenuto fino ad ora, e rivelando, al di sotto, una piega irriconoscibile, come se avesse cambiato faccia, come se, per lo spazio di un battito di ciglia, davanti ai miei occhi, sia comparsa un'altra persona. Le sue labbra si serrano, arricciandosi, mentre getta uno sguardo indecifrabile ad Aidan, uno sguardo attraverso il quale non riesco a scorgere nulla, attraverso il quale non traspare alcuna emozione – come una torbida palude di acqua stagnante e scura, che nasconde il suo fondale.

Non risponde alla provocazione, non muove un solo muscolo, rimanendo incredibilmente controllato, nonostante un attimo fa mi sia sembrato di intravedere qualcosa che decisamente non corrisponde all'immagine che tutti conoscono del tesoriere, asso nello sport, genio scolastico che è Jeiv Kondras.

Aidan apre il suo bestiario sulla pagina che mi ha mostrato poco prima che fossimo interrotti dal fracasso in cucina e dai sintomi della maledizione. Le lettere gotiche, di solito così serrate ed indecifrabili, sono piuttosto chiare tuttavia nel titolo del capitolo, mostrando, di volta in volta, l'essere nel quale ci si è imbattuti – il Re dei Serpenti, quella piccola lucertola dalla voglia bianca conosciuta come Basilisco. Lo sguardo della vittima della maledizione si inchioda proprio sull'illustrazione dell'animale, ma non sembra avere alcuna reazione particolare, come se non l'abbia mai visto.

Pieno di esitazione, con un tono quasi arrendevole nella voce, sospira profondamente, “Ammettiamo… Ah, non posso crederci, ma ammettiamo che sia così, che sia stato davvero maledetto.” Le dita della sua mano destra, ancora non catturate dalla fossilizzazione invisibile all'occhio, tamburellano nervosamente contro il bracciolo, mentre parla, come se si stesse sforzando , “Di cosa si tratta?”

“Non vedo pietrificazione. Eppure, quando lo hai toccato, quel suono era roccioso,” gli faccio eco, scoccando uno sguardo dubbioso ad Aidan, “Hai detto anche tu che si tratta di questo.”

Aidan poggia il tomo con un tonfo sul tavolino da caffè che divide il divano dalle nostre poltrone, in modo che la pagina del Basilisco sia sotto ai nostri occhi e che quelle pupille giallastre da rettile ricambino il nostro sguardo, prima di parlare, “Non sempre le informazioni riportate nei bestiari sono del tutto accurate. Dopotutto, si trattava dello studio di animali insoliti, spesso rari, per cui le voci che circolavano su di loro erano esagerate e distorte, a volte vere e proprie invenzioni. In particolare, gli studi sul Basilisco sono stati innumerevoli e spesso in disaccordo,” scrolla le spalle, “Non posso di certo biasimare questi studiosi per non aver avuto il coraggio di approcciare una delle bestie più pericolose sulla Terra. Comunque, in questo caso, è un errore di interpretazione.”

“Vuoi dire che il Basilisco non pietrifica davvero le vittime con il suo veleno?”

Scuote la testa, “No, certo che no. Tuttavia, la pietrificazione non è così distante da quel che accade davvero...” Il suo indice si poggia sul mio braccio, facendomi irrigidire per un istante, mentre scorre sulla mia pelle lattea, seguendo la linea del muscolo, “Il veleno cementifica i muscoli. È come se, improvvisamente, si formasse uno strato che li blocchi, rendendoli, effettivamente, rigidi come pietra. Il risultato è lo stesso e la durezza non è così dissimile.”

“Quindi, vuol dire che...” il tono di Kondras si incrina per un secondo, riempendosi di terrore, non appena Aidan stringe il mio avambraccio, senza particolare forza, ma tenendolo immobile come se fosse costretto.

“Sì, se non spezzeremo la maledizione che permette al veleno di propagarsi dentro di te, morirai. Il tuo cuore si calcificherà.”

Sarebbe stato meglio avere un po' più di tatto, ma la situazione sembra essere fin troppo grave, e se questo servirà a convincerlo a lasciare che Aidan si occupi di lui, allora ben venga. Però, per qualche ragione, sento come se qualcosa non andasse. Forse, è il tono di Aidan, così risoluto e trepidante, forse è la sua espressione, completamente diversa dalle altre volte, del tutto distante da quella che ricordo quando mi ha aiutato, forse è per quella frase che ha pronunciato sottovoce, prima di uscire dall'atrio principale della scuola—Ma mi sembra che questa, per lui, non sia un'offerta di aiuto, un'occasione per strappare qualcuno dalle fauci del mondo occulto, di mostri e spiriti.

Sembra più una sfida, una disperata sfida a quella pianista che ci ha ingaggiati.

Una sfida che non riesco a comprendere del tutto.

“Non ho molta scelta, vero?” Jeiv storce le labbra, gettando un'occhiata ad Aidan, un lungo scambio di sguardi che sembra, di nuovo, far tremolare leggermente qualcosa dentro di lui, come se le torbide acque del suo sporco lago si stessero agitando, appena sotto la superficie, “Devo fidarmi di te.”

“Oh, non di me,” Aidan chiude il libro di scatto, lasciando che la figura del Basilico scompaia, tornando a rintanarsi tra le pagine mangiate dal tempo e ingiallite dall'uso, “Ma di Evie Halliwell.” Termina con una nota tagliente che vibra nell'aria per qualche istante, prima di sparire in un soffio. Mi sembra quasi di poter sentire i denti del tesoriere stridere tra di loro, e la sua faccia accartocciarsi, quasi a minacciare di spaccarsi e lasciare intravedere nuovamente quell'espressione che non gli appartiene, diversa.

“C'è gente che avrebbe una qualche particolare ragione per lanciarti contro una maledizione, per caso?”

“Che domanda sarebbe, questa?”

Riconosco che sembra piuttosto vaga. Prima di tutto, Jeiv Kondras è l'oggetto dell'invidia di molte persone, a scuola; il suo successo in ogni cosa che fa, basta a suscitare l'ira di molti, ma quante persone sono in grado di lanciare una maledizione? Il mondo dell'occulto è ambito di pochi e la maggior parte di coloro che vi entrano in contatto, lo fanno solo perché afflitti da cause esterne. Ricercare il modo di lanciare una maledizione è qualcosa di estremamente complicato.

“Conosci qualcuno in grado di lanciare una maledizione?” chiedo, a mia volta, nella speranza di restringere il campo, ma Aidan scuote la testa, “In realtà, sarebbe difficile prepararne una, bisognerebbe dedicarsi all'apprendimento delle arti occulte per molto tempo, anche anni.”

“Sopratutto, chiunque l'abbia fatto, ha avuto bisogno di veleno distillato di Basilisco, no?” aggiungo, “Non è una cosa facile da reperire.”

“Basta chiedere a qualcuno che si intende di occultismo, come me.”

“Ce ne sono altri?”

Il mio tono sorpreso fa alzare un sopracciglio ad Aidan, come se non comprendesse la mia reazione, “Non te lo avevo detto? D'altra parte, è impossibile pensare che non ci siano altri interessati all'occulto e che si dedichino a studiarlo. E da quanto ne so, nessuno di loro è nel nostro quartiere; chiunque abbia lanciato la maledizione, si è premurato di andare a chiedere una dose del veleno a qualcuno che non sono io.”

Quindi, chiunque abbia preparato il maleficio, pur conoscendo Aidan e la sua passione per questo mondo invisibile, probabilmente sicuro che non avrebbe mai avuto la sua collaborazione, ha voluto procurarsi il veleno rivolgendosi a qualcun altro. Si tratta di una persona che ci conosce e che odia Jeiv Kondras, forse la sua perfezione, la sua inavvicinabilità. Di conseguenza, è naturale pensare che frequenti la nostra stessa scuola.

I motivi per odiare Jeiv Kondras sono innumerevoli, certo. Ma possibile che l'invidia possa trasformarsi in un odio tanto rabbioso e feroce, da desiderare una morte, lenta e dolorosa, che divori e debiliti il corpo, che lo condanni a soffrire e a sfaldarsi, incapace di reagire?

“Forse… Forse c'è una persona.”

La nota nella sua voce ha una piega insolita, quasi disgustata, come se stesse immaginando qualcosa di ripugnante, talmente rivoltante da risultargli insopportabile. I suoi occhi fangosi si abbassano, evitando di incrociare i miei o quelli di Aidan…

Quasi voglia nascondere qualcosa. Nascondersi da noi, che lo guardiamo, che lo ascoltiamo, mentre sussurra un nome a mezza voce.

“Una ragazza mi si è dichiarata.”

“Congratulazioni, allora, pensavo ci fossi abituato.” Il sarcasmo non sembra intaccarlo, non sfiora nemmeno le sue orecchie, la testa ancora bassa, le mani che faticosamente si poggiano sul volto, a nasconderlo, a schermarlo dal resto del mondo.

Mi intrometto, dando un colpetto alla spalla di Aidan, bloccando eventuali altri commenti pungenti, “Sospetti di lei? L'hai solo respinta, dopotutto.”

Alza il viso. Nonostante la mano lo nasconda del tutto, riesco ad intravedere l'occhio destro, che trema, agitato, ribollendo del fango che emerge dalla superficie. Un occhio che non sembra il suo, che ha perso più della calma, ma l'intera identità.

“Le ho detto che mi disgustava.”

Normalmente, non penserei nemmeno alla remota possibilità che una cosa del genere possa giustificare una maledizione, sopratutto di questo genere. Ma il disgusto nella sua voce è qualcosa di talmente tagliente, che non fatico a credere quanto distruttivo sia stato per quella ragazza sentirsi schiacciare così. Forse è perché ho passato così tanto tempo priva di emozioni, eppure non riesco a spiegarmi il motivo di questa repulsione così intensa, qualcosa che sconfina quasi nell'odio, radicata e velenosa. Aidan coglie il dubbio nei miei occhi e si limita ad annuire. Non possiamo fare molto altro, dopotutto.

“Va bene. Come si chiama la ragazza?”

“Rui. Rui Miviel.”

Quando ci chiudiamo la porta alle spalle, Aidan si ferma un attimo sull'uscio, le mani in tasca, a guardare la figura che, ora in piedi, di fronte ad uno specchio, trema leggermente, respirando faticosamente, come se si stesse perdendo lì dentro.

Senza una parola, chiude la porta con un rumore secco, passandomi accanto, la ghiaia che scricchiola sotto le sue scarpe. Il vento inizia a soffiare, scompigliandomi i capelli, agitandoli dolcemente secondo il movimento dell'aria; il sole ormai è quasi sparito all'orizzonte, il cielo sfuma dal colore rossastro del tramonto, fiamme cremisi e punte rosate che vengono divorate dal blu scuro, sempre più torbido, più profondo, fino a divenire nero come catrame, nel suo punto più alto. Una cupola multicolore, crepuscolare, l'ora più favorevole all'occulto, alle creature invisibili, agli spiriti e ai mostri.

Sul volto di Aidan, non vedo alcuna preoccupazione, alcun dubbio. Solo quell'indefinita luce negli occhi che ha avuto per tutto il tempo. Non riesco a togliermi dalla testa le sue parole, quando siamo usciti dalla scuola, non riesco a cancellare gli sguardi che ha lanciato ad Evie Halliwell.

Le parole che lei gli ha detto con una calma cristallina, ma che hanno colpito un bersaglio invisibile. Che hanno fatto nascere un dolore nel mio petto.

“Non puoi resistere al richiamo dell'occulto, non è vero?”

Molto spesso, mi sono fermata a riflettere su cosa muova Aidan Reiss, cosa lo abbia spinto a sprofondare in questo mondo così nebuloso e distorto, al confine estremo con la coscienza e la mente umana. L'ho seguito per diverso tempo, nelle sue richieste, nelle sue investigazioni e nei suoi studi, e tuttavia non sono riuscita a decifrarlo in alcun modo.

Una cosa che io non ho capito.

Aidan non riesce a resistere al richiamo dell'occulto.

Ora mi sembra più chiaro, qualcosa che è sempre stato davanti ai miei occhi. Non riesce a sfuggirne alla presa. Come se grazie ad esso, potesse fuggire da qualcosa, potesse trovare conforto. Come se fosse il suo unico scopo nella vita. Qualunque cosa gli sia accaduta, ha scavato un solco in lui, una ferita che lo ha fatto fuggire dal mondo. La stessa ferita che ho subito anche io.

Quando certi pensieri mi aggrediscono, richiamo alla memoria quella notte, nel parco giochi abbandonato e un lieve tepore mi tranquillizza. Se lui ricorda me, mi sono detta, io dovrò ricordare lui. È naturale che sia così.

Eppure, nonostante tutto questo—Non sono riuscita a rendermene conto. A capire cosa passi dentro di lui.

“Tutto bene?” mi chiede, voltandosi appena verso di me, ancora immobile ad osservare le figure delle case controluce, come a voler cercare qualcosa, nel cielo crepuscolare. Mi irrigidisco di colpo, quasi avesse rotto una sorta di sospensione, il filo dei miei pensieri; staccando gli occhi dall'orizzonte, annuisco con poca convinzione, avvicinandomi a lui che aspetta sul cancello del giardino, mentre controlla qualcosa sul cellulare.

Non so come esprimere questa sensazione in fondo allo stomaco, non so come dirgli che mi dispiace non averlo capito prima, che noi, dopotutto, siamo legati da un filo invisibile. Respiro a fondo, scacciandola, ricacciandola indietro, dove non posso sentirla; nonostante non mi riesca ancora bene, reprimere le mie emozioni, non è il momento per lasciare che mi laceri. Un giorno—un giorno dovrò parlarne con lui. Chiedergli cosa gli è successo, chi è Ayane… Chi è Aidan Reiss.

“Rui Miviel. Ha la nostra stessa età, ma frequenta una classe differente.” Mi accoglie mostrandomi la foto della ragazza sull'annuario scolastico dell'anno precedente, aperto dal sito web della scuola, una ricerca di un paio di minuti è stata più che sufficiente. La foto non ha nulla di strano, sembra una ragazza come le altre; nulla, in lei, fa presagire qualcosa di disgustoso o ripugnante come traspariva dalle parole e dal tono di Jeiv. È semplicemente una delle tante ragazze che, preso il coraggio a due mani, si è fatta avanti ma è stata respinta.

Gli porgo il telefono, “Dobbiamo parlarci domani.”

“Non abbiamo molto tempo. A giudicare dal suo stato attuale, al nostro tesoriere mancano due o tre giorni, prima di essere ridotto ad un rigido manichino.”

“Pensi davvero che sia stata lei?” chiedo, mentre ci dirigiamo verso la pensilina, di un vago colorito rossiccio, scolorito dalla pioggia, dall'altra parte della strada, in attesa che passi l'autobus per tornare a casa. La panchina su cui siamo seduti è gelida ed un po' arrugginita, ma riusciamo a starci comunque, seppure lui stia seduto quasi in bilico sul bordo, per lasciarmi un po' di spazio.

“In realtà, no. Ma non abbiamo altre ipotesi e, a sentire lui, sembra che la maledizione si sia manifestata qualche giorno dopo.”

Il silenzio cala su di noi, stretti su questa minuscola panca, così vicini che le nostre spalle si toccano, ognuno immerso nei propri pensieri. Nessun rumore sembra voler infrangere l'atmosfera quasi surreale di questa strada avvolta nella semioscurità, ma ancora rischiarata debolmente dalla luce del tramonto ormai prossimo allo spegnersi. Non ci sono altre persone, oltre a noi, che passeggino sui marciapiedi o che si intravedano nelle case, solo queste villette a schiera che ci circondano, attraverso le cui tende, non riesco nemmeno a scorgere le ombre delle persone che le abitano.

È come se fossimo completamente soli, lontano da tutti, in questa via dove neanche una macchina calca la strada, dove nessun uccello cinguetta, nessun cane abbaia.

Penso che, forse, questo è il momento giusto. Forse questo è il momento di porgli quella domanda, di chiedergli anche solo qualcosa su quel che è accaduto prima di conoscermi. Non l'ho mai fatto, e lui non ha mai accennato a fatti specifici… A persone che ricordasse.

Ma il nome di quella ragazza, in qualche modo, ha come premuto un interruttore in lui, ha richiamato alla memoria un ricordo di qualche genere.

—Mi vergogno ad aver solo pensato di essere l'unica, in lui, ad essere ricordata. Allo stesso tempo, quella sensazione in fondo allo stomaco continua a grattare ed artigliare, a sbocciare in me, a mettere radici e rampicanti che si allungano e mi pungono.

Voglio sapere chi è la ragazza di nome Ayane, cos'è accaduto tra di loro. Forse, se lo facessi, mi sentirei meglio. Questa sensazione sparirebbe, mi lascerebbe in pace. Non so darle un nome, perché è indefinita e terribilmente nebulosa, ma è lì, che si agita in questi momenti, quando mi sento illusa per aver creduto, aver sperato, di essere in primo piano.

Ora, che siamo così sospesi, lontani dal mondo, posso chiederlo?

Ora, che il buio della sera ci ha avvolti, che siamo illuminati a malapena da un lampione stanco, posso chiederlo?

Ora, che non possiamo vederci in viso, che non noterà la mia espressione accartocciarsi, posso chiederlo?

“—Chi è Ayane?”

Una domanda, poco più di un soffio di vento, divorata dall'oscurità nel momento stesso in cui esce dalle mie labbra. Due fanali in fondo alla strada ed il sussultare di un rumore mi avvertono che l'autobus si avvicina, come una sorta di segno. Mi alzo in piedi di scatto, nascondendomi ancora di più nel buio, lontana dalla luce del lampione, più per scappare da Aidan, che ha alzato la testa, che per salire dalle porte aperte.

Non so se abbia udito la mia domanda. Guardandolo dal finestrino, non riesco a vedere il suo volto.

Riesco solo a vedere una strada illuminata dalle luci delle case, le ombre delle persone dietro alle finestre, la gente che passeggia per i marciapiedi, le macchine che sfrecciano per la strada.

Ed una figura solitaria, in piedi sotto alla luce esitante di un vecchio lampione, accanto alla fermata di un autobus, che si allontana dopo essersi guardata alle spalle un'ultima volta.

 

   
 
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: Black Swallowtail