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Autore: heather16    20/03/2017    0 recensioni
Erano sette in tutto quando arrivarono nella casa.
Sapevano benissimo cosa li aspettava.
Avevano scelto di partecipare. Volevano vincere.
Genere: Mistero, Sentimentale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: nessuno
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La casa era bianca, moderna, piena di vetrate. Il pavimento in legno chiaro. Un fuoco scoppiettava nell’immenso camino sulla parete nord del salone centrale. C’era un enorme divano bianco, una poltrona di vimini pendeva dal soffitto. Tre piani in tutto: il salone occupava il primo insieme a tre bagni e una cucina, al secondo c’erano le camere da letto. All’ultimo una mansarda buia, con divani di pelle nera e un tappeto rosso.
Nicolas e Christine furono i primi ad arrivare. Era stata data loro una chiave elettronica, che si sarebbe disattivata una volta entrati nella Casa.
-Questo posto sarebbe stupendo, se solo non facesse così freddo.-
-C’è nessuno?- Christine lasciò la valigia all’entrata, avviandosi verso il salone. –A quanto pare no.- Si disse.
- Vedrai, da un momento all’altro apparirà lo psicopatico venditore d’organi che ci ha fatto venire qui.-
-Non mettermi paura Nik, lo sai che non può essere nulla di pericoloso.-
Nicolas alzò un sopracciglio appena visibile fra le lunghe ciocche bionde che gli cadevano in viso. –Davvero hai il coraggio di dirlo?-
La ragazza preferì non rispondere.
Passò un quarto d’ora. La porta scattò. Istinitivamente i due, che si erano seduti sul divano, si alzarono e  guardando verso l’entrata. C’era un ragazzo: era alto e magro, dalla pelle diafana. Due grandi occhi verde scuro in un’espressione vacua spiccavano sul viso fine e sottile, incorniciato da un ciuffo di capelli scuri che ricadevano sulla fronte. Il naso all’insù era spruzzato di lentiggini. I tratti quasi femminei erano constrastati da una mascella squadrata e una fossetta di Apollo appena evidente. La ragazza spalancò gli occhi quando lo vide.
-Eugene?-
Un lampo di stupore animò gli occhi spenti di lui. -Christine! Cosa ci fai qui?-
La ragazza gli corse incontro; lui la superava appena in altezza. Gli buttò le braccia al collo. –Da quanto tempo! Ma cosa ci fai tu qui? Io credevo che non dovessimo conoscerci… Non sarò per caso una specie di rimpatriata? Eppure il messaggio è arrivato a Nicolas, non a me, quindi… Sono confusa.-
Il ragazzo arretrò leggermente, atterrito da domande e supposizioni. –Cosa? No, nessuna rimpatriata! Io sono qui… per il Gioco. Rispondimi, cosa ci fai tu qui?- ripetè.
Dalla sala arrivò Nicolas. Anche lui parve sorpreso. –Eugene?-
La ragazza si girò verso il biondo. –Lo conosci?-
-Nik! Anche tu? Ma che cazzo succede?- il moro sembrava stupito.
Il biondo lo guardò. –Ma non dovevamo essere sconosciuti?-
-Infatti! Aspetta…. Quindi sei anche tu qui per…?-
-Sì, certo.-
Christine guardò Nicolas sbattendo le lunghe ciglia nere. –Non capisco più nulla. Nik, mi stai prendendo per il culo? Come lo conosci lui?-
Con un tono piatto e tranquillo, Nicolas rispose: -Eravano compagni di scuola alle superiori e no, ti giuro che non ti sto prendendo in giro.- Si rivolse poi a Eugene- Secondo me, questa è tutta opera di Jim. Ultimamente mi parlava in continuazione di Deep Web e di certe proposte strane che si possono trovare.-
-Jim Dorton? – intervenne la ragazza. Jim era uno dei più grandi amici di Nicolas. Stessa scuola, stessa università. Lei lo aveva conosciuto lì. Era un ragazzo sensibile, paranoico e sociopatico. Lei gli voleva bene.
-Lo conosce anche lei?-
-Compagni di università. E tu come lo conosci Eugene?- domandò Nicolas alla ragazza, indicando il moro che era ancora in piedi sulla porta.
-Quando andavo alle superiori partecipavo a degli scambi culturali con le scuole americane e Eugene era sempre nella mia classe all’estero. Quindi voi credete che sia tutta un’idea di Jim?-
-Senza dubbio. A nessun’altro sarebbe potuto venire in mente un piano del genere.-
-Permesso…- Una voce femminile dal marcato accento americano interruppe le riflessioni degli altri. dalla porta entrò una ragazza con i capelli corti e gli occhiali. Portava un elegante cappotto beige, aveva una valigia marrone e sobria. Gli orecchini di perle brillavano. La seguiva un uomo alto e ben piazzato, con la barba e i capelli biondi.
-Heather!-
La ragazza guardò sbalordita Eugene e Christine, che con stupore l’avevano riconosciuta. –Voi qui? Ma come…?-
Christine si girò verso il biondo:-Tu lei non la conosci, e non credo la possa conoscere Jim. Non c’è nessuna connessione-
-Che ne so, magari conosce lui.- Le rispose l’altro indicando l’uomo che era arrivato con Heather.
Quello intanto stava guardando con aria interrogativa la fidanzata:-Li conosci?-
- Quando andavo alle superiori per un mese c’era un gruppo di inglesi che veniva nella nostra scuola per gli scambi culturali. Io, Eugene e Christine ci divertivamo un sacco alle feste.-
-Veramente la vedevamo scopare alle feste.- Bisbigliò il bruno all’orecchio della ragazza.
-Qualcuno di voi due conosce Jim Dorton?- domandò Nicolas.
I due scossero la testa in segno di diniego.
-Dobbiamo risolvere la questione. Avete ricevuto anche voi un invito, giusto?- Domandò Christine. Eugene le avvolse il braccio intorno alle spalle. Il mistero lo aveva già annoiato, voleva fare altro.
-Aspettiamo di vedere cosa succede. Non devono arrivare altre persone? Potrebbe trattarsi di uno scherzo, o di una coincidenza. Intanto, perché non vieni con me a fare un giro della casa?-
La ragazza esitò, poi sorrise debolmente. -Ok.-
–Noi andiamo a vedere il posto. Se arriva qualcuno chiamateci.- poi sussurrò qualcosa all’orecchio di Christine -così vediamo di trovare una finestra al piano di sopra e fumarci una sigaretta di nascosto come ai bei vecchi tempi.-
Salirono le scale, lucide di cera.
-Allora, come vanno le cose? Che hai fatto in questi anni?- le domandò lui.
-Sopravvivo, come al solito. Mi sono iscritta a legge. Un paio di esami e avrò finito.-
-Ah, che palle legge. Io ho dato gli ultimi quattro mesi fa. Lavoro da stagista in uno studio legge.-
- Chissà perché non ci siamo tenuti in contatto..-
-Ma lo sai come sono queste cose:  gli anni all’estero sono anni all’estero…
-…e quello che succede all’estero rimane all’estero, lo so.-  Christine scoppiò a ridere. Eugene le era mancato. Il corridoio era lungo e buio. Dalla prima porta proveniva uno spiraglio di luce bianca. Il moro la aprì dopo aver esitato per qualche secondo sulla maniglia. Un bagno, con la finestra che lasciava passare la luce di un cielo bianco di gennaio.
-Ed ecco il nostro biglietto per cancerland! Signora prego, si accomodi al suo posto.-
Christine sorrise e si appoggiò al piano di marmo su cui si trovava il lavandino. Eugene si sedette sul gabinetto e allungò una mano verso la maniglia della finestra. Era bloccata. –Cazzo, non si apre!-
-Vorrà dire che il bagno puzzerà di fumo…-
Il ragazzo rise e tirò fuori un pacchetto di Marlboro. –è pazzesco, in questo momento potremmo benissimo essere io e te nel 2011 a New York,chiusi negli spogliatoi che non usava nessuno.-
Christine rise. Era bella, bellissima. Aveva gli occhi scuri, grandi. Lunghi capelli neri le ricadevano appena ondulati sul seno. Era alta, slanciata e sottile. Aveva smesso di fumare, ma non sapeva dire di no.
Al piano di sotto intanto erano rimasti in tre, la stanza avvolta delle stupide considerazioni di Mattew. Nicolas guardava silenzioso la coppia, chiedendosi dove l’evoluzione avesse sbagliato con loro.
La porta si aprì.
Era un ragazzo alto, le spalle larghe. I capelli di un colore indefinibile, gli occhi verdi e spenti. Non era né brutto né bello, non sorrideva ma non aveva nemmeno un’aria triste. Spencer era un ragazzo grigio.
-Oddio, ma che ci fai qui?- Heather gli corse incontro. Spencer veniva a scuola con lei, si vedevano alle feste, si erano sì e no rivolti quindici parole in tutta la loro vita. Lui non la odiava, nè gli piaceva. Era così neutro.
-Io credevo…- come gli altri, anche lui non si aspettava quella serie di conoscenze.
Mattew gli venne vicino con aria stupita. Guardò la fidanzata, poi di nuovo lui: -Grent?-
-Dottor Priecett!-
-Cosa ci fai qui? Come la conosci?- Mattew, sebbene lavorasse da poco al Lenox Hill, seguiva gli stagisti. Si stupì di essersi ricordato di Spencer  Grent. A New York a malapena lo riconosceva per i corridoi.
-Andavamo a scuola insieme, tesoro.-  “Tesoro”. Heather era così falsa. Ostentava sempre calma, serenità. Non era un essere umano come gli altri. Si rivolse a Spencer: - Questa faccenda si sta facendo strana. In un modo o nell’altro, ci conosciamo quasi tutti.-
- Perché? Chi c’è oltre a voi?
Intanto Nicolas, che incurante di tutto era rimasto a guardare fuori dalla grande vetrata senza uscite del salone, finalmente si era costretto ad andare a scoprire l’identità del nuovo arrivato.
Heather sorrise: -Eugene è di sopra…-
Il ragazzo si illuminò.-Stai scherzando? Non ci vediamo da un sacco!- fece cadere il grande zaino nero che portava sulle spalle per terra.
In quel momento si sentirono due voci scendere le scale. Eugene apparve da una porta. Quando vide l’amico sorrise sorpreso.
-Mate!- aumentò il passo, lo abbracciò. Un’amicizia interrotta, mai finita. Dimentico del gioco, della strana situazione, del mistero che avvolgeva quella casa i due si strinsero in un abbraccio.
-Cazzo, che bello vederti!-
Intanto dalla porta era uscita anche Christine. Per prima cosa vide lo sguardo di Heather. Aveva gli occhi lucidi, che per un secondo furono attraversati da un lampo di scherno. Infine girò la testa, guardò la persona che stava abbracciando Eugene. Una fitta la colpì al cuore.
-Ciao Spencer.-
Il ragazzo alzò lo sguardo. Si fece subito freddo, quasi ostile. Rispose ad occhi bassi. –Ciao.-
Christine si rabbuiò. Non pensava che fra loro ci sarebbe stata ancora quella situazione di imbarazzo.
La porta si aprì. Una folata di aria gelida penetrò nel salone, poi svanì mitigata dal calore del camino. Era il settimo giocatore. la persona in questione era un ragazzo con i capelli lunghi. Un filo di barba gli copriva le guance. Una giacca rovinata, un paio di scarponcini, occhiali da vista.
Christine si illuminò.
 –Tyler!- Heather corse incontro al ragazzo, abbracciandolo con sincera contentezza. Erano stati migliori amici, poi Tyler era andato a studiare a Londra e si erano persi. Da dietro la spalla di lei, il ragazzo fece un sorriso all’inglese, che ricambiò con una espressione di vaga dolcezza.
-Ragazzi, cosa ci fate qui?-
Eugene gli si avvicinò: –è quello che stiamo cercando di capire. In un modo o nell’altro ci conosciamo tutti.- 
-Un po’ inquietante direi. Non dovevamo mica essere sconosciuti fra noi?- in quel momento si sentì un rumore metallico, come lo scatto di una serratura. Istintivamente Tyler, che era vicino alla porta, provò ad apirla. –è chiusa.- constatò con calma.
-Cosa?- Spencer spalancò gli occhi.
-Beh, in fondo erano queste le regole del Gioco.-
Eugene riflettè:-Ragioniamo: le regole del Gioco dicevano che non ci saremmo dovuti conoscere. Ora, o siamo di fronte ad un’incredibile rete di coincidenze, o qualcuno di noi ci sta prendendo in giro, o qualcuno che non è ancora arrivato ci sta facendo uno scherzo.-
Nicolas intervenne sollevando l’indice come a voler puntualizzare: - Oppure c’è fra noi o nascosto in casa un maniaco omicida.-
Tyler fece spallucce: -Per me sono tutte cazzate. Ma anche se fosse, stare qui non ci servirebbe a molto. Quindi o vediamo di chiamare aiuto, ma mi sembra inutile preoccuparsi, oppure proviamo ad uscire in qualche modo, ma saremmo comunque bloccati a cinquanta chilometri dalla stazione senza uno straccio di indicazione, oppure molto più semplicemente aspettiamo e stiamo al gioco a cui comunque volevamo partecipare. E ora scusate, ma devo andare in bagno. Dov’è?-
Basiti, i sei ragazzi rimasti si guardarono. Eugene fu il primo a parlare: -Di sopra- quando Tyler iniziò a salire le scale, l’inglese si rivolse agli altri -Ha ragione: in fondo siamo comunque venuti qui per un’esperienza estrema; questo è solo un colpo di scena.-
-Inoltre siamo in sette, nel caso succeda qualcosa siamo insieme.- intervenne Heather, che a quel punto si rese conto che Tyler stava andando via solo.-Vado anch’io su.-
Salì le scale, ma trovò la porta del bagno aperta e la stanza vuota. Lo zaino di Tyler, aperto, era adagiato per terra. Uno strano rumore proveniva dal soffitto. Per un secondo la teoria del maniaco omicida non le sembrò così improbabile.
-Tyler?- un macigno le schiacciò il petto. Il cuore salì in gola.
-Sono di sopra! In fondo al corridoio, apri la porta sulla destra!- sollevata Heather cercò un interruttore della luce. Non trovandolo usò il cellulare come torcia. Solo allora si accorse che non c’era campo. Arrivò fino in fondo al corridoio, prese la porta sulla destra. Davanti a lei una scala, illuminata da una debole luce bianca. Salì, si ritrovò in una mansarda ampia ma dai soffitti bassi. Due finestre sigillate illuminavano la stanza. Tyler era seduto su un divano. Si stava preparando uno spinello.
-Da quando hai imparato a farteli da solo?-
-Da quando non ho più nessuno che li prepari per me.-
Heather sospirò, con un’espressione di disapprovazione stampata in viso, ma non disse nulla. Si sedette.  L’odore intenso della marijuana già inondava la stanza.
- Allora, chi credi che sia l’ideatore di questo scherzo?-
-Non ne ho la minima idea. Parlano di un certo Jim Dorton, ma non so chi sia.-
-Jim? In effetti potrebbe darsi, lui ne sarebbe capace.- Ridacchiò il ragazzo.
Heather si girò verso di lui: -Lo conosci?-
- Era amico di uno che faceva legge, il ragazzo di una conoscente. L’ho incontrato  a una festa, è fantastico. Di una cultura incredibile, quando non ti prende per il culo ci fai dei discorsi incredibili.-
-Allora è collegato anche a te! Forse hanno ragione…. Forse è lui l’arteficie di tutto.-
-Ah, se fosse così lo adorerei soltanto di più.-
Heather sbuffò ancora. –Come va, Tay- tay?-
- Tiriamo avanti, capo.- gli occhi del ragazzo luccicarono. Non l’aveva ancora superata. Come se si fosse ripreso da un ricordo che gli si era proiettato sulle pareti cerebrali, si girò in direzione della ragazza. –E tu?Come stai?-
-Benissimo, sono passata al primo esame.-
-Giornalismo, eh?-
-Già.-
Tyler la guardò negli occhi: -E ora davvero Heather, come va?-
La ragazza sospirò, si tolse gli orecchini e li mise nella tasca del cappotto, che non si era ancora tolto. –È tutto perfetto. Mattew si ricorda di anniversari, compleanni e feste. –
-Ma..?-
-Ma niente, è solo che…. Niente. Va tutto bene, perché non dovrebbe?-
Tyler decise di non insistere. Con Heather funzionava così, lei rimaneva con la sua maschera di allegria attaccata al viso, e lui non ci poteva fare nulla.
-Vieni giù? è meglio che tu non rimanga qui da solo. Metti che abbia ragione Nik, che ci sia davvero uno psicopatico in casa.-
-Nah, sai che io a queste cose non ci credo. Vai tranquilla, finisco questa e vi raggiungo.-
-Mh. Okay. Fai in fretta allora.- La ragazza si alzò dal divano. Tyler le fece un cenno di saluto con la testa e la guardò allontanarsi verso le scale. La sua mente tornò ad un lontano ricordo estivo, sdraiato felice in un prato verde.
-Ok ragazzi, diciamoci le cose chiaramente. Se è qualcuno di voi che ha organizzato tutto, lo dica.- Christine cercava al piano di sotto di prendere in mano la situazione.
-Se davvero fosse qualcuno di noi, di certo non ce lo direbbe. Ah, a proposito: internet non prende.- Nicolas guardava fuori dalla finestra la steppa ghiacciata.
-Stai scherzando forse?- Mattew spalancò gli occhi in direzione del biondo- Non va affatto bene così. a me serve per lavorare.-
-E come lavorerebbe con un telefono un dottore?- domandò Eugene sarcastico a Spencer. I due si erano rifugiati in cucina, lontani dal dottore noioso, dall’inglese muto e, soprattutto per Spencer, da Christine.
Un urlo al piano di sopra, seguito da un tonfo, fece sollevare a tutti lo sguardo. Eugene affrettò il passo verso le scale, seguito dagli altri.
Arrivarono al corridoio buio. sulla destra una porta spalancata, da cui provenivano dei lamenti. Heather era sdraiata sulle scale, un rivolo di sangue dal sopracciglio le attraversava il viso sparso di lacrime.
-Cristo Heather, come hai fatto?- Eugene notò che i gradini scuri sembravano luccicare nella luce soffusa. Un rivolo di un liquido denso colava sul pavimento. Il ragazzo lo toccò, portò le dita al naso. –Questo sembra petrolio. Come cazzo…?-
-Ce la fai ad alzarti?- Christine le mise una mano sulla schiena accarezzandola appena.
–Credo di essermi rotta una caviglia. Dio, mi fa malissimo.-
Mattew la prese in braccio. –Ti porto di sotto, poi vediamo se ti sei davvero rotta qualcosa.-
-Che cazzo è successo?- dalla cima delle scale apparve Tyler.
-Heather è caduta. Attento a scendere, c’è una chiazza d’olio o roba del genere.- con cautela il ragazzo arrivò al piano di sotto, aggrappandosi al corrimano.
Heather fu portata al piano di sotto. La caviglia era gonfia, ma non rotta. Mattew la fasciò molto stretta, poi le si sedette accanto sul divano. Intanto in cucina Eugene e Christine discutevano.
-Come ci è finita quella chiazza lì? chiaramente non è stata una perdita.-
-E perché no?-
-Da quando un soffitto cola petrolio?-
-Giusto. Allora dev’essere una delle trappole. In fondo in questo gioco lo scopo dovrebbe essere quello di uscire dalla Casa. Questa  è solo una difficoltò in più, un tranello.-
-Nelle regole non c’era scritto che si rischiava di morire!-
-Andiamo, è scivolata per terra…-
-Poteva spezzarsi l’osso del collo, battere la testa, qualsiasi cosa!-
Una lunga conversazione, senza conclusione alcuna. Venne la sera. Qualcuno trovò delle pizze surgelate. Mangiarono in salotto intorno ad Heather, che una volta di più poteva essere al centro dell’attenzione, con serenità e saccenza. Con quelle attenzioni quasi si era dimenticata della caviglia. Portarono le valigie di sopra. Le camere da letto erano sette, ognuno ne scelse una.
Si diedero la buonanotte.
Tyler non dormiva. Erano le tre passate, quando sentì un rumore provenire dal corridoio. Passi. Qualcuno stava andando in bagno probabilmente. Il ragazzo ascoltò i piedi leggeri muoversi, rendendosi conto che non avevano percorso tutta la distanza del corridoio. Erano fermi.
La maniglia girò, lentamente e silenziosa. La finestra, da cui filtrava un raggio di luna, illuminava appena la porta. Tyler vide una figura alta e sottile.
-Cosa ci fai qui, Christine?-
-Sei sveglio, per fortuna. Non riesco a dormire. È tutto terribilmente assurdo. Dopo l’incidente di Heather nessuno si è più preoccupato del gioco. Ci stiamo compotrando come se non ci fosse nulla di strano in tutta questa fottuta situazione.-
-E che cosa ci dovrebbe essere di strano?-
La ragazza si avvicinò al letto e si sedette sul bordo. –Andiamo, non fare come quando andavamo a scuola! È effettivamente una situazione assurda.-
-Perché dovrei cambiare da com’ero? In ogni caso lo so bene che è una situazione assurda, ma che ci possiamo fare? In fondo non c’è campo, non c’è modo di uscire.-
-Cerchiamolo un modo di uscire, per esempio! Ti sembra che qualcuno abbia provato a forzare una finestra?-
-Christine, siamo stanchi e confusi. Domani vedrai che le persone si comporteranno esattamente come vuoi tu.-
-Non sto dicendo…- Tyler la interruppe. Non aveva voglia di parlare ancora del gioco.
-Che mi dici di Spencer?-
Lei sospirò nel buio.
-Ti ha dato così fastidio rivederlo?-
-In realtà no.anche se rendermi conto che per lui è ancora impossibile rivolgermi la paura è bizzarro. Mi sei mancato tesoro.-
-Anche tu, Chris.-
Tyler si sollevò dal materasso e le si avvicinò. Christine sapeva che sarebbe successo, dal momento in cui lui aveva varcato la soglia della porta, ma non pensava che sarebbe stata lei a raggiungerlo in camera da letto. Credeva di essere più forte di istinti e abitudini. Il ragazzo la afferrò per le spalle, facendola stendere sul letto, cominciando a baciarle il collo. Niente amore, soltanto libidine. Un sesso violento e istintivo.
Non parlarono dopo. Sfogate le voglie, Tyler si addormentò quasi all’istante. Christine, appoggiata al petto nudo di lui, rimase ancora sveglia.
Sperava che quel vecchio patto non valesse più. Ma lei non sapeva dire di no.
  
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