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Autore: Amaranthine    21/03/2017    3 recensioni
[Ambientato intorno al 2006]
Elena è affetta da dei disturbi psicologici, ed è stata messa da parte dai genitori che la ritengono un peso troppo difficile da sostenere. Sua sorella minore, Susanna, è la sua unica amica nonché l'unica persona che è disposta a prendersi cura di lei. Susanna però si sente in trappola: oppressa da una così grande responsabilità, ha voglia di vivere e di innamorarsi, pur sapendo che lasciarsi andare non è poi così semplice.
Susanna, tuttavia, troverà uno sfogo nella pittura e un sostegno nell'amica Nadia. Anche la presenza di Corrado, un ragazzo energico e solare che catturerà il suo cuore, si rivelerà decisiva.
Genere: Dark, Drammatico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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Questa pubblicazione è un esperimento. La scrissi quando avevo tra i 18 e i 20 anni (ora sono passati dieci anni), quindi non rispecchia il mio stile attuale. Ho deciso però che non lo avrei "aggiornato" perché questo racconto è stato molto importante per me, mi ero impegnata per renderlo al meglio delle mie possibilità, quindi per me è già perfetto così. 
Proprio perché ci tengo molto, però, non sento necessariamente bisogno di condividerlo col mondo. Se l'ho fatto è perché voglio vedere se davvero può piacere a qualcun altro o almeno interessare abbastanza da farmi sapere cosa ne pensa, e se questo non dovesse succedere è probabile che lo toglierò.
La storia è lunga 80 pagine word, ma dato che non aveva capitoli ne pubblicherò circa una decina ad ogni aggiornamento (aspettatene 8 sicuri). Se sarà il caso, dato che è un'incompiuta, potrò benissimo scrivere il resto, anche se a distanza di dieci anni!

Buona lettura.
Amaranthine.


 
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RESPIRAMI IN SILENZIO


"Aria, com'è dolce nell'aria
scivolare via
dalla vita mia.
Aria, respirami in silenzio,
non mi dire addio
ma solleva il mondo...."

Aria, Gianna Nannini.



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1

 
Delle urla e dei pianti disperati esplodono nella stanza accanto, e il cuore di Susanna comincia subito a battere irrequieto. Lei lo sa benissimo, quel pianto appartiene a sua sorella, di tre anni più grande, quelle grida d'incomprensione e rabbia sono il frutto della sua mente psicolabile.
Susanna la difende sempre: "Non è colpa sua, lei è così sensibile...", ma ormai nessuno vuol più darle retta. Non distingue le parole di Elena mentre, accucciata tra le coperte del letto, dentro il pigiama rosato che la sorella aveva rifiutato di indossare, continua a scrivere il suo diario segreto. Non sa nemmeno perché continua a scriverlo. Non le piace scrivere, e inoltre non ha mai nulla di interessante da raccontare. Lei, che a sedici anni suonati non esce mai di casa e studia tutto il giorno fino a sera, di cosa mai può riempire quelle pagine? Solo di sogni, forse, di speranze. Oppure parla della sorella, e di come soffre nel vederla in quello stato.
Elena apre di getto la porta della camera da letto, nella stanzetta che condividono assieme da quando Susanna aveva cinque anni. Piange, ha gli occhi arrossati e la matita nera disciolta sul suo bel viso rotondo, circondato da graziosi capelli corti in disordine. Si siede sul suo letto, dalla parte di Susanna, e continua a piangere.
"Susy, come sono stanca! Stanca di tutto! Non ce la faccio più..."
La sorella non si scompone. E' pacata, tranquilla, lievemente accigliata. Sa già qual'è il modo migliore per prendere Elena.
"Ely quante volte devo dirti di non parlare così? Tanto lo sai bene che domani mattina te ne sarai già pentita. Vuoi dirmi cos'è successo?" Elena si avvicina al letto della sorella, che posa il diario e le fa spazio. Si corica e abbraccia Susanna, come una bambina che cerca la protezione della madre.
"Sempre le solite cose. Non vado d'accordo con Roberto, non vado d'accordo con Ilaria... Non sopporto nessuno! E mamma e papà sono ancora peggio. E' tutto troppo angosciante, Susy."
"Tu devi solamente calmarti e riflettere. Prenderti di nervoso non serve a nulla, ti pare?" Susanna le accarezza i capelli mentre con un fazzoletto le asciuga gli occhi. Era una bella notte quella, tiepida, ricca di stelle; le strade piene di giovani che ancora non hanno accettato la fine del periodo estivo, e che invece hanno tanta voglia di divertirsi. Dalla finestra della stanza, al primo piano, giungono le voci e gli scherzi di quei ragazzi. Susanna non ci fa caso, ma Elena li sente benissimo, ed è come ricevere uno schiaffo. Tutta quella gioia la ferisce e la esaspera.
"Chiudi la finestra! Chiudi la finestra!" Grida improvvisamente, sbattendo le braccia sul letto.
Susanna si alza subito e chiude. Butta un'occhiata alla strada: eccoli lì i colpevoli. Tre ragazze chiacchierano sedute su una panchina, mentre dei loro amici lì accanto giocano a gettarsi acqua da una bottiglietta. Come li invidia.
 
Al mattino, Susanna si svegliò silenziosa e rattrappita. Ormai era abituata a condividere il letto con la sorella, perciò la lasciò dormire e la coprì bene. Quando Elena riposava, sembrava davvero la splendida principessa che avrebbe tanto voluto essere da bambina, quando ancora il mondo dei sogni sopravvaleva la realtà. E il mondo dei sogni, a quanto pare, era l’unico regno che la rendeva felice, nonché l’unica passione che le due sorelle condividevano.
La nuova, monotona giornata cominciò. In cucina, sua madre preparava latte e caffè. La serranda del balcone era quasi del tutto abbassata, ma i luminosissimi raggi del sole invadevano ugualmente la stanza. Per le strade, i primi lavoratori mattinieri erano già alle prese coi loro daffari. Susanna aveva i capelli scombinati e il viso sciupato, ma lei, nella sua vestaglia rosa, continuava a tenere il viso basso. Sua madre, Ludovica, quasi neanche si voltò. Malgrado fosse mattina, la donna pareva molto stanca.
"Dov’è papà?" Domandò Susanna, prendendo dalla dispensa fette biscottate e marmellata. Non poteva iniziare una giornata senza.
"Sta ancora dormendo." Rispose piano la madre, versando latte e caffè in una tazza. Consumò la sua colazione in piedi, accanto ai fornelli. "Elena si è calmata, vero?"
"Sì, quasi subito."
La madre sospirò: "Non so più che devo fare con lei. Ieri col cellulare per poco non colpiva Ilaria in testa. Me l’ha raccontato sua madre, di sera. Che vergogna. Ha detto che la prossima volta chiamerà i carabinieri. E quando ho tentato di parlarne con Elena, hai visto e sentito anche tu come ha reagito. E’ impossibile comunicare con lei. Nessuno sopporta più quella ragazza." E tenne per se quell’ultimo pezzo "Neanche io".
Susanna intervenne subito: "Mamma, lo sai anche tu che non sta bene."
"Certo che lo so! Ma che posso fare, se lei si rifiuta pure di farsi aiutare?" E si sedette, credendo di non reggere più in piedi.
"Da me si fa aiutare."
"Non è vero, perché tu non l’aiuti. Non cerchi mai di farla ragionare. La culli come se fosse una bambina, ma lei in questo modo non cambierà mai. Non guarirà mai." Lo sguardo della donna si perse tristemente nel vuoto, probabilmente scavando nel passato e nel dolore.
Non era la prima volta che nascevano discussioni simili, e ogni volta Susanna si meravigliava della fredda durezza della madre. Sembrava non volesse comprendere Elena, che non l’accettasse. Valeva quindi la pena spiegarle che era affetto e comprensione, ciò di cui Elena aveva bisogno, piuttosto che giudizi e rimproveri?
Se Susanna le avrebbe fatto questo discorso, probabilmente Ludovica l’avrebbe solo sbeffeggiata e criticata. Perciò decise di non aprire bocca, se non per accogliere la deliziosa marmellata di ciliegie. Ripensò invece a Ilaria, immaginando Elena che cerca di colpirla col cellulare. Chissà cosa le è passato per la testa. Chissà Ilaria cosa le aveva detto stavolta. “Quella ragazza è identica a mia madre” pensò Susanna “Loro affrontano Elena nel modo peggiore. Non capiscono che così la fanno impazzire ancora di più”.
 
Elena e il padre (che lavorava come guardiano notturno in una fabbrica) dormivano ancora, quando Susanna uscì di casa per andare a scuola. Ogni giorno era il momento più difficile, poiché Elena rimaneva da sola, completamente sola, e sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa.
Susanna arrivò a scuola in motorino, una Vespa grigia di seconda mano, in anticipo come sempre. Si diresse in classe come un’ombra, e restò piantata al banco a ripassare finché la campanella suonò. I suoi compagni la salutarono appena. Lei gli sorrise. Non era amica di nessuno di loro, forse solo un po’ della compagna di banco. A volte, la solitudine in cui s’immergeva e l’indifferenza di quei ragazzi la faceva star male, ma solitamente evitava di pensarci. Non si trattava di presunzione, ma semplicemente aveva cose più urgenti a cui badare. E poi, Susanna ne aveva di amiche, amiche d’infanzia, Lucia, Nicol e Marcella, che non l’avevano ancora abbandonata malgrado la vedessero poco. Certo, con Marcella i contatti erano sempre di meno, e quasi tutti i sabati sera aveva altri impegni. Ma questo non aveva importanza.
Le lezioni iniziarono normalmente, tra le solite risatine delle ragazze più espansive, i maschietti in vena di giochi e Susanna già pronta a prendere appunti. La sua compagna di banco, Federica, sbatteva ritmata le unghie sul banco, lanciando occhiate furtive a ciò che l’altra scriveva. Diceva sempre che adorava osservare gli altri scrivere, ma in realtà tutti la consideravano semplicemente un’impicciona. Invidiosa per di più, ma questa era solo una cattiveria sul suo conto, considerando che di sicuro non era una bella ragazza, e che i suoi compagni ritenevano che non lo sarebbe mai diventata: Federica aveva occhi sporgenti, labbra troppo larghe e un pessimo alito, i capelli ramati selvaggi, e nemmeno l’ombra di curve più o meno attraenti. Nemmeno a Susanna piaceva molto, ma tra loro esisteva una sorta di tacito accordo: se tu lasci in pace me, io lascio in pace te. La loro convivenza era dunque blanda, e a Susanna bastava: non aveva tempo di pensare a socializzare, figuriamoci a tenere testa ai litigi tra compagne di banco. Ogni santo giorno, a scuola, oltre a seguire la lezione, Susanna pensava esclusivamente a tenere d’occhio il cellulare, nel caso Elena chiamasse o le fosse successo qualcosa. Durante la ricreazione, invece di stare coi suoi compagni, Susanna telefonava alla sorella. Dal tono in cui ella rispondeva “pronto”, lei capiva se doveva preoccuparsi o no. E quel giorno Elena era tranquilla, forse addirittura più felice: la madre era al lavoro, il padre era sceso al bar e non sarebbe salito prima del ritorno della moglie, e il turno di Elena al negozio di intimo sarebbe iniziato nel primo pomeriggio, il che significava che non avrebbe dovuto passare troppo tempo con i genitori.
 
Ora che, sentendo la sorella, Susanna si era tranquillizzata, le venne più facile affrontare il resto della giornata. Divenne più socievole del solito, e si ritrovò a pensare alla propria infanzia, quando era una bambina solare e amichevole. In base ai suoi ricordi e ai racconti dei genitori, sentiva di essere tremendamente cambiata. Prima non aveva problemi così grandi a cui pensare, e poi si sa che quando si cresce si diventa un’altra persona. Solo, rimpiangeva amaramente di non avere più la stessa voglia di vivere che la caratterizzava in passato.
 
Susanna tornò a casa contemporaneamente ai suoi genitori. Il padre, Andrea, grassoccio ma dall'aspetto ben curato, fissava mesto il marciapiede, e salutò la figlia con aria sconsolata. La madre, con un debole sorriso, le chiese se a scuola era andato tutto bene. Susanna rispose di si, che aveva preso bei voti.
Non appena entrarono nel palazzo nessuno parlò più. Dagli altri appartamenti si dipanava un buon odore di minestrone, di cotoletta, di crostata. Delle risate lontane rimbombavano sulla fredda ceramica del pianerottolo, facendo appena rabbrividire la silenziosa famigliola.
Il ritorno a casa era sempre in qualche modo doloroso. Probabilmente perché sapevano bene che dentro non avrebbero trovato né risate sincere, né l'accogliente odore del cibo. Elena non cucinava mai, sua madre glielo aveva categoricamente proibito. Aveva paura che combinasse qualche disastro. D'altra parte, Elena aveva sempre lasciato intendere che detestava dover cucinare, così almeno in questo potevano tutti tirare un sospiro di sollievo.
Elena era sdraiata sul suo letto, quando Susanna andò a cercarla. Aveva gli auricolari alle orecchie, e il suo corpo si muoveva leggermente a tempo di musica. Gli occhi chiusi esprimevano tranquillità, proprio come quando la notte viaggiava tra i suoi dolci sogni. Era così bella quando fingeva d'essere felice, quasi la fotocopia della sorella Susanna. Entrambe avevano un visetto piccolo e rotondo, entrambe gli occhi nocciola e i capelli bruni. Pochi lineamenti le differenziavano, e la pettinatura.
Non appena Elena si accorse della sorella, con un grande sorriso in volto, spense il suo mp3 ed esclamò:
"Dolcezza mia, sono così felice! Ha chiamato Roberto, ha detto che stasera mi porta in pizzeria! Da quanto tempo non mi portava fuori... Stiamo sempre in quello stupido appartamento!"
Susanna ascoltò perplessa. Di certo Roberto era forse la seconda persona al mondo che dimostrava più di tutti di tenere davvero ad Elena, malgrado litigassero spesso per motivi di cui Susanna sapeva poco o nulla, ma questo invito in pizzeria le sembrò sospetto. Solo la sera prima erano volati cellulari e chissà quanti insulti... e adesso la portava fuori?
"Ah." fece lei, fingendosi felice "E' stato davvero carino."
"Si!" Disse Elena, entusiasta, lasciandosi cadere sul letto con un gran tonfo.
"Sembra quasi che abbia scordato tutto di ieri sera." Riflettè Susanna. Poi sua madre la chiamò ad aiutarla a preparare il pranzo. Elena si rimise le cuffie alle orecchie: non avrebbe mangiato con loro, più tardi avrebbe comprato qualcosa fuori, come faceva sempre.
"Se solo si azzarda a farle qualcosa" pensò Susanna su Roberto, mentre misurava la pasta "Giuro che andrò fino a casa sua e gliene dirò tante che si vergognerà di essere nato."
Pochi minuti più tardi il pranzo era pronto, e Susanna e i suoi genitori cominciarono a mangiare.
"E' buona, vero?" Domandò la ragazza.
Suo padre annuì. "Sì. Brava Susy."
"Almeno abbiamo qualcuno di cui essere orgogliosi, in famiglia." Disse la madre amaramente. Non poteva essere più chiaro quanto l'argomento fosse scottante. Suo marito fece finta di niente, ma Susanna, come sempre quando la sorella veniva sminuita, si rabbuiò.
"Sai Susy, ho una buona notizia per te." Disse la madre, poco dopo.
La ragazza non aveva idea di cosa potesse essere.
"Davvero?"
"Sì. Ho parlato con il proprietario dell’oreficeria dove lavoro, il signor Nocera. Te lo ricordi, no? Ecco, sua moglie gestisce una specie di corso di pittura. So che ti piace disegnare, quindi gli ho chiesto se possono accogliere qualche altra allieva... Insomma, se ti va da domani puoi partecipare a questi corsi!"
Susanna si sentì quasi colpevole di non poter condividere l’entusiasmo di Ludovica. Era vero che le piaceva disegnare, ma non ricordava d’aver mai detto di voler imparare anche a dipingere.
Non poteva essere più chiaro che il desiderio della madre fosse semplicemente quello di andar fiera di almeno una delle sue figlie, stremata dall’umiliazione dell’altra.
"Bello…" riuscì semplicemente a dire Susanna.
La madre finse di non rendersi conto del disagio:
"Ti divertirai di sicuro. E poi sarà un’occasione in più per fare amicizia… uscire un po’…"
Susanna arrossì. Trovava insopportabile che la madre s’intromettesse nelle sue faccende private, ma preferì non parlarne:
"Certo…" 
"Dura un'oretta e mezza, a giorni alterni."
"Va bene mamma. Hai avuto una bella idea. Non vedo l'ora di andarci."
 
Il pomeriggio trascorse tranquillo. Susanna aveva accompagnato Elena al lavoro in motorino, poi a casa si era immersa come sempre nei libri, disturbata solo dalla breve telefonata di Nicol. La ragazza le ricordò che quel sabato sera sarebbero uscite assieme, e le raccontò le ultime novità su Lucia che ha finalmente comprato il computer nuovo, e su Marcella che ormai si fa desiderare, perché, Nicol sospetta, probabilmente è fidanzata e a loro non vuole dire nulla.
Susanna voleva domandare perché mai non dovrebbe confidarsi con loro, le amiche d’infanzia, ma sapeva bene che ormai Marcella si era aperta a nuovi orizzonti, per i quali loro tre non volavano abbastanza alto.
Non ebbe tempo di parlare a Nicol del nuovo corso di pittura, perché l’amica dovette chiudere per lasciare il telefono a sua madre. La telefonata, comunque, le aveva riacceso un po’ il cuore.
 
La sera, Elena non tornò a casa. Aveva chiamato alla sorella per dirle che passava Roberto a prenderla all’uscita da lavoro, e che sarebbero andati direttamente a cena. Nessuno se ne preoccupò tranne Susanna. Sua madre dormiva, il padre era al lavoro, mentre lei lottava contro il sonno per aspettare Elena sveglia. Era troppo importante sapere cosa fosse successo durante la cena. Poi, verso la mezzanotte, il cellulare di Susanna squillò. Sullo schermo appariva il nome della persona che tanto aspettava.
Rispose: "Pronto?"
Subito un lamento disperato invase gli auricolari. Susanna si sentì mancare, poco bastava che piangesse anche lei. Sua sorella stava male. Quell’idiota le aveva fatto qualcosa. Stavolta era certa che non fosse un semplice lamento paranoico: Roberto l’aveva fatta soffrire davvero.
"Dimmi dove sei!" Gridò Susanna, sperando che si calmasse per dirglielo. Intanto sentiva altri suoni, la voce calda di Roberto che evidentemente tentava di trattenerla con condiscendenza. "Non la toccare!" Esclamò, piena di rabbia.
"Sono… sono a casa sua…"
Susanna di proposito non aveva ancora indossato il pigiama, così le bastarono queste poche parole per sgattaiolare fuori di casa e accendere il motorino. Roberto non abitava molto distante, circa un chilometro più in là e qualche strada piena di semafori che, a quell’ora della notte, lampeggiavano di giallo. Gettò il motorino sul marciapiede, incurante, e si attaccò al citofono di Roberto. Sapeva che abitava lì da solo. Poco dopo lui rispose:
"Aprimi, vigliacco! Aprimi o sveglio tutto il palazzo!"
"Tu sei più pazza di tua sorella! Che cosa credi di fare?"
"Fammi salire! Ma non la senti come piange? E’ disperata!"
"Lei fa sempre così, Susanna, sempre!"
Chiuse il citofono con un tonfo, ma aprì il portone. Susanna si precipitò tra le scale, giungendo al terzo piano dove vide una porta semichiusa e della luce giallastra proveniente dall’interno. La spalancò e trovò Roberto, quasi un uomo, con la camicia bianca tagliuzzata, mentre si guardava serio allo specchio del salotto, la prima stanza della casa. Si voltò, e Susanna vide subito un grosso taglio all’altezza del collo. La ferita era fresca, e coperta da bollicine di acqua ossigenata. Per un attimo la ragazza non seppe che fare, ma poi sentì dei pianti nel corridoio e corse a cercare Elena. La trovò sdraiata sul letto, a pancia sotto, mentre piangeva col visto tutto arrossato. Susanna si sdraiò con lei.
"Mi ha lasciata! Me l’ha detto dopo la pizza… Mi ha portato qua per parlare e mi ha detto che non può più stare con me!"
Susanna le baciò i capelli. “Che stronzo! Ma come ha potuto? Poteva almeno parlarne prima con me!” Pensò.
"Ely… adesso basta fare così. A lui non importa nulla delle tue lacrime, non dagli la soddisfazione di vederti in questo stato." Le disse accarezzandola.
"Ma non ci riesco! Non ci riesco!" E continuò a piangere a pancia in giù.
Roberto apparve sulla soglia, e guardò la scena mentre aderiva un fazzoletto alla ferita. Sembrava veramente arrabbiato, con lo sguardo da duro e il corpo magro e asciutto di un perfetto nuotatore.
"Susanna, portatela via." Le disse, piatto.
Susanna si alzò e, rabbiosa, lo trascinò per la manica verso il salone.
"L’hai lasciata! L’hai portata a cena solo per farla illudere e lasciarla!" Lo sgridò, mentre la rabbia cominciava a torturarle la testa.
Anche Roberto esplose: "Sai da quanto tempo pensavo di farlo? Non ne hai idea! Siamo stati assieme quattro anni, e per più della metà del tempo non ho fatto altro che sopportarla!"
"Ma lei ti amava! E io ero certa che anche tu l’amavi. Ero certa che ti importasse di lei."
"E’ vero, m’importava." ammise, calando la voce "Ma adesso sono stanco."
Per terra giaceva una cornice capovolta, col vetro in frantumi. Susanna la prese, e vi trovò una vecchia foto felice della coppia. Dei pesci colorati, nell’acquario di fronte, parevano seguire la scena con interesse. La ragazza pensò a quante scene simili quei pesci avevano visto accadere in quattro anni. Le stesse grida, gli stessi pianti, la stessa rabbia. E provò persino compassione per Roberto.
Riposò la cornice su un tavolino, e disse:
"Mi dispiace per quello che hai passato. Per me è normale prendermi cura di lei, è mia sorella. Ma se solo l’avessi amata un po’ di più, avresti continuato a starle accanto."
Roberto s’inalberò ancora: "Ma allora proprio non capisci? Elena non è una persona normale! E’ nevrotica, è pazza! Anche i tuoi genitori si sono arresi all’evidenza, tranne te! Non si può fare nulla per lei, se non rinchiuderla da qualche parte anche con la forza! Per anni mi sono illuso… e poi ieri sera l’ho vista prendersela con Ilaria solo perché le stava dando dei consigli! Appena crescerai, te ne accorgerai anche tu che tua sorella non può stare tra la gente civile."
Susanna si ritrovò a piangere, le lacrime erano scese senza farsene accorgere: "Lei è pazza perché voi volete che sia pazza! Se solo cercaste di capirla…"
E Roberto sbottò, quasi con un urlo: "Non c’è niente da fare con lei, lo vuoi capire?"
A quel punto Susanna non capì più nulla: aveva una forte emicrania, un oppugnante senso di umiliazione, e tanta rabbia nei confronti di quel maledetto disfattista. Andò verso di lui e lo colpì con calci e pugni, insultandolo, senza realmente capire cosa le stesse succedendo, e ascoltando solo di sfuggita i commenti di Roberto come “Sei pazza come tua sorella”.
Poi, successe qualcosa.
Roberto la prese dai fianchi e la schiaffò a terra, facendole quasi sbattere la testa. Nella foga del momento le slacciò i pantaloni, e cominciò ad accarezzarle la pancia. Con quel poco di lucidità che ancora le rimaneva, Susanna tentò di ribellarsi, gli graffiò il viso e tentò di infierire sul taglio che già aveva. Gli occhi di Roberto non sembravano più gli stessi, lo sguardo era come perso nel vuoto. Le tenne le braccia strette in alto, e le tirò via i pantaloni. Susanna fu presa da un forte spasimo di paura. Scalciava, si muoveva, faceva tutto ciò che poteva pur di togliere quell’essere da lei. Iniziò a gridare “aiuto, aiuto!”, ma Roberto le conficcò in gola lo stesso tovagliolo che aveva usato per coprirsi la ferita, zittendola.
Elena uscì dal corridoio ed entrò in salotto, sentendosi sospesa come in un incubo. Vide la sorella catturata da quell’uomo per cui aveva tanto pianto, e che ora insinuava le proprie mani sul corpo vergine di Susanna. Così tante volte le avevano detto di essere pazza, ma adesso, si disse, ne avrebbe dato a tutti la conferma. Saltò al collo di Roberto, e iniziò a strozzarlo. Quasi le piaceva essere pazza. Aveva una presa violenta e folle, dalla quale nemmeno uno come Roberto riusciva a svincolarsi.
Susanna si rivestì malgrado non sentisse più le proprie braccia, o le proprie gambe, o il proprio cervello. Rimase a guardare la scena senza reagire. Lui si lamentava, tentava di dire qualcosa.
"Sono pazza! Sono pazza! Lo vedi? Ti sto ammazzando. Lo sto facendo per l’umanità. E’ questa la fine che dovrebbero fare tutti i maniaci come te! Sei un essere inutile. Il giorno in cui morirò anche io, il Cielo potrà solo complimentarsi con me."
"Tu brucerai all’inferno." Disse Roberto, col poco fiato che gli rimaneva.
"Non lo uccidere!" Esclamò improvvisamente Susanna, tornando in sé.
Tolse le braccia di Elena dal collo del ragazzo, che crollò svenuto. Di certo era ancora vivo, ma Susanna si domandò se sarebbe sopravvissuto. La cosa più stupefacente, era che nemmeno le importava.
"Dovevi farmelo uccidere! Doveva morire! Allora sì che sarei stata davvero una pazza!" Esclamò Elena, rifugiandosi nell’abbraccio della sorella. "Come mi sono spaventata appena vi ho visti, prima! Stai bene? Ti ha fatto male? Ti ha fatto qualcosa?"
Susanna ebbe un capogiro. "No, sto bene. Sono solo…"
"Traumatizzata." Disse Elena, guardandola fissa negli occhi, sana e bella come non mai.
In quel momento, qualcuno bussò alla porta. Le due sorelle si guardarono sconcertate.
"Aprite, polizia." Disse una voce là fuori.
 
Elena non aveva aperto subito. Due poliziotti piuttosto giovani la scrutarono con sospetto, prima di mostrare il distintivo e dare una rapida occhiata alla casa, che adesso sembrava deserta. Elena aveva addosso un accappatoio celeste, e delle ciabatte maschili.
"Ci hanno chiamato i vicini, hanno sentito delle urla." Disse il più giovane dei due.
"E’ vero, mi dispiace, a volte io e il mio ragazzo ci lasciamo andare un pò troppo." Rispose subito Elena, diventando maliziosa.
I due poliziotti si scambiarono una rapida occhiata.
"E dov’è ora il suo fidanzato, signorina?"
"Beh… dove vuole che sia? Si è addormentato."
"Senta" continuò l’altro poliziotto "Qua hanno sentito pianti e insulti."
Elena sorrise piena di malizia, con bassi sguardi d’intesa che misero i due uomini in divertente disagio. Poi uno di loro non trattenne più lo sbuffo di una risata, e così anche l’altro, che tentava ancora di mantenere un contegno, si lasciò sfuggire un sorrisetto. L’occhio gli cadde sull’accappatoio, come a voler vedere cosa vi fosse sotto.
"Mi dispiace davvero che vi abbiano disturbato per una cosa simile." disse Elena, così laidamente, stringendo l’indumento "Chissà che ha pensato la gente. Probabilmente è tutta invidia."
Evidentemente i due poliziotti avevano dimenticato la divisa, perché si atteggiarono come se volessero provarci con lei, così graziosa e visibilmente piccante.
"Che uomo fortunato, eh? Vabbè Carlo, io direi che è meglio andarcene."
"Si, è meglio."
Lanciarono un’ultima occhiata alla ragazza e all’appartamento, poi scesero le scale augurandole “buon divertimento”. Elena fu libera di dare ascolto alle pulsazioni del suo cuore solo quando finalmente richiuse la porta, e poté accasciarsi a terra per riprendersi dall’adrenalina.
Susanna sbucò dalla porta del corridoio, pallida, smorta e con gli occhi stralunati.
"Sono andati via? Davvero ci sono cascati?"
Elena, raggomitolata, annuì.
Susanna si voltò nel corridoio per fissare il corpo di Roberto, ancora svenuto. Quando i poliziotti avevano bussato, mentre Elena inscenava il travestimento togliendosi i vestiti e cercando la roba di Roberto, Susanna l’aveva trascinato fino a lì, poi gli aveva controllato i polsi, accertandosi che tutto fosse apposto.
A questo punto, le sorelle decisero che era giunto il momento di mettere fine all’orrenda serata. Prima, però, Elena scrisse un biglietto.
 
Quando ti sarai ripreso, perché lo so che ti riprenderai, ti conviene tacere. Vai all’ospedale, fatti controllare il tuo stupido collo, ma sappi solo che se ti azzardi a fare il mio nome o quello di mia sorella, partirà immediatamente una denuncia per il tentato stupro di una minorenne! Quindi attento a quello che fai, perché le conseguenze peggiori saranno tutte per te.
Vaffanculo.
Elena.

 
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