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Autore: Black_Satin    01/04/2017    1 recensioni
Una ragazza disoccupata cerca un modo per risolvere i suoi problemi economici. Un disabile stenta ad accettare la sua condizione e sublima il malessere che lo avviluppa in odio verso gli altri. Un investigare non riesce a sbarazzarsi del suo passato da alcolista. Un ex spacciatore, appena uscito da galera, sorride alla vita, sicuro che il buon Dio guiderà i suoi passi. Un ricco industriale, fissato con i francesismi, desidera rintracciare il figlio tossicodipendente.
L’intera narrazione cerca di scavare nella ruggine che riveste alcune esistenze, sino a renderle drammaticamente solitarie e impermeabili a qualsiasi cambiamento costruttivo. È un bislacco artificio per inoltrarsi lemme lemme in alcune delicate tematiche sociali.
L’ironia, talvolta in punta di piedi, talaltra con caustica veemenza, cerca di attenuare un testo che vorrebbe essere tragico pur sdrucciolando spesso nella farsa. Se non addirittura nella demenzialità pura.
(Nota: All’inizio mi ero imposto di scrivere una storia seria e molto toccante, ove la solitudine fosse il tratto dominante di ogni personaggio, ma poi non sono riuscito a tener a freno una certa dose di ironia, forse perché a conti fatti io sperimento su me stesso questa perenne dicotomia da bipolare, sicché…)
Genere: Demenziale, Introspettivo, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Giovedì 3 maggio.
Ignaro che qualcuno lo avesse cercato in Italia e che qualcun altro coinvolto in queste indagini fosse morto, Nicola si mise in spalla uno zainetto contenente le sue poche cose, salutò gli amici e se ne andò. Si congedò senza troppi salamelecchi dalla piccola comunità di recupero francese in cui aveva dimorato per circa quattordici mesi.
I primi tempi erano stati un vero inferno. Superata l’astinenza fisica, era subentrata quella psicologica, un tarlo affamato che lo rodeva dall’interno senza sosta. Ciononostante, zigzagando tra rovinosi crolli e qualche raro giorno in cui gli sembrava che la vita potesse offrirgli qualcosa di meglio, era giunto alla fine del suo percorso. Ce l’aveva fatta. Benché fin troppo spesso avesse desiderato riadottare i panni del tossico, trasfigurandosi in un moderno Don Chisciotte indaffarato a combattere dei mulini a vento, si era infine issato dal crepaccio in cui era cascato. Forse non era proprio rinato, però si sentiva sufficientemente affrancato dal servaggio nei confronti dell’eroina. Per lui era un nuovo inizio. O almeno così si augurava.
Lasciò senza rimpianti un posto che per lungo tempo aveva imbrigliato ogni sua debolezza, proteggendolo da se stesso, conscio che non vi avrebbe fatto ritorno. Non avrebbe più rivisto quelle persone, quei volti che raccontavano mille storie sull’orlo della follia, uguali e al contempo diverse, ognuna con un privato maelstrom sullo sfondo.
Prese un pullman e in poche ore arrivò a Torino, dove pranzò in una modesta trattoria con un vecchio amico che si congratulò con lui per aver cambiato direzione alla sua vita. Quella vita che stava portando avanti da anni con sin troppa negligenza. Poi il sodale gli raccontò di Luciano, del modo in cui era stato freddato da un investigatore privato, pagato dal padre per raccogliere informazioni su di lui. I giornali avevano parlato a lungo di quell’omicidio, senza però conoscere tutti gli intrighi e riallacciare la figura di Demetrio al noto industriale Alvaro Monferrato Berghini. Lui ne era informato perché Luciano, pochi giorni prima della sua tragica fine, l’aveva chiamato da una cabina pubblica chiedendogli se sapesse qualcosa di Nicola. Spiegandogli perfino le motivazioni di quella domanda.
“Fidati, non gli ho detto una parola di te. Gli ho fatto intendere che non ti vedevo e sentivo da moltissimo tempo, e lui non ha insistito.”
“Hai fatto bene, è quello che volevo!” disse Nicola senza alcuna inflessione nella voce.
“Un po’ mi spiace per Luciano. Non si meritava di finire così. Avessi visto il cambiamento che aveva fatto. Era diventato un umile fraticello. Non faceva che parlare di Dio e di quanto fosse immenso il suo amore per ognuno di noi.”
“Così immenso che appena uscito da prigione qualcuno l’ha fatto diventare una foto dietro un lumino” commentò Nicola con dell’amara ironia.
Nel parcheggio fuori dalla trattoria l’amico di Nicola gli consegnò ciò che gli aveva chiesto nei mesi precedenti. Si erano incontrati per tre valide ragioni: una pistola di piccolo calibro, una boccetta contenente acido prussico, un biglietto aereo di sola andata per Vancouver, che avrebbe convalidato al check-in entro poche ore.
Nicola li sistemò con cura nel suo zainetto e gli diede in cambio quattro cd masterizzati avvolti in un foglio di cellophane sigillato con dello scotch. Poi gli confermò che l’avrebbe adeguatamente ricompensato appena arrivato in Canada.
“Sai cosa farne!”
“Li spedisco alla direzione dei principali quotidiani milanesi. A casa ho gli indirizzi, me li sono segnati, non preoccuparti.”
“Non sono preoccupato! E non esserlo nemmeno tu, non risaliranno mai a te. Evita di lasciare impronte sulle buste e spediscile in quattro diversi comuni distanti almeno dieci chilometri dalla città.”
“Cosa contengono i dischetti?”
A Nicola lampeggiarono gli occhi. Un sorriso gl’increspò il volto severo, che per un attimo rassomigliò a una maschera tragicomica.
“Sono la mia eredità, ciò che mio padre mi ha lasciato anzitempo in dote. Mi serviranno per riconquistarlo. Per trovare la mia strada e ricominciare una vita con la coscienza a posto.”
“La pistola e il veleno a che ti servono?” chiese l’amico poco persuaso.
Nicola non gli rispose. Gli strizzò un occhio e si accommiatò.
Tornò alla stazione, dove decise che avrebbe buttato un po’ di soldi viaggiando comodo e veloce in taxi. Anche se era in perfetto orario sulla sua tabella di marcia, aveva fretta di arrivare a destinazione.
Un’ora dopo già bazzicava per le vie di Milano.
Entrò in una ferramenta e comprò dello stucco per legno. Dopodiché, non avendo progetti sino a sera e non volendo farsi vedere troppo in giro, si piazzò su una panchina in prossimità del laghetto in Parco Sempione. Lì attese che le ore scorressero, avvicinandolo al piano d’azione che aveva premeditato per oltre un anno.
Verso le 20 iniziò a spostarsi in direzione della villa del padre. Sapeva che dopo cena era solito rilassarsi nel suo studio, ascoltando musica o leggendo un libro. Confidava perciò che fosse a casa.
Poco oltre le 20:30 varcò il cancello della villa servendosi di un mazzo di chiavi risalente al periodo in cui fruiva di quello splendore architettonico. I tre dobermann di guardia in giardino lo riconobbero e gli corsero incontro guaendo di felicità, sperando in qualche sua carezza. Poi, evitando le telecamere puntate sulla corte, raggiunse la porta principale. Il codice di sicurezza per entrare in casa era stato modificato. Se l’aspettava. Girò sul retro e, dopo aver forzato una piccola finestrella, stando attento a non rompere il vetro, s’introdusse nell’enorme seminterrato che fungeva quasi interamente da parco macchine. Disattivò l’impianto di allarme e delle telecamere di sorveglianza interne occultato in un piccolo vano, quindi si diresse verso la porta che conduceva al piano superiore, confidando che la serratura non fosse stata sostituita. Era la medesima di sempre. Bisognava spingere la chiave in profondità e fare leva dal basso verso l’alto, altrimenti non si sarebbe mai sbloccata. Da che aveva memoria, cioè da quando era bambino, era sempre stata così.
Salì una decina di gradini e sbucò nella hall del piano terra.
Alvaro, morta la moglie, aveva bandito la numerosa servitù, preferendo la solitudine alla comodità di farsi servire regalmente. Da allora, un paio di giorni la settimana, di lunedì e venerdì, un’intera squadra addetta alle pulizie e alle manutenzioni si occupava dell’enorme immobile, giardino e piscina esterna termoriscaldata inclusi.
Dopo essersi fermato a studiare un ritratto della madre, con il magone che gli appesantiva la testa e fletteva le gambe, Nicola salì lo scalone in stile Luigi XVI e si diresse verso lo studio del padre. Nell’aria vibravano le note di una celebre opera. Gli erano familiari. Ma pur avendole udite molte altre volte, non avrebbe saputo dire chi le avesse scritte, né il titolo di quella sua celebre composizione. La musica classica gli era sempre parsa troppo metodica e zeppa d’inutili manierismi. Quella operistica la riteneva addirittura frivola, con dei testi ridicoli e quasi indecifrabili per via dalle voci contraffatte. Erano melodie fredde e prive di personalità, prigioniere di regole draconiane che non lasciavano spazio ad alcun guizzo di creatività. E il fatto che piacessero al suo vecchio gliele rendeva ancora più indigeste.
Spalancò una porta a due battenti e si parò davanti a suo padre, che se ne stava con i piedi sulla scrivania e gli occhi chiusi, assorto in quella stucchevole aria. Così raccolto che non si accorse della sua presenza.
Nicola lo scrutò per qualche secondo pensando che forse avrebbe dovuto sparargli subito, senza dargli il tempo di capire cosa stesse succedendo. Prendendolo di sorpresa. Un colpo al cuore e uno alla testa, in rapida successione. Sarebbe stato facile. Troppo facile, tant’è che non avrebbe appagato appieno il suo desiderio di vederlo soffrire. Era fondamentale, invece, che intravedesse la morte arrivare, stringerlo a sé e portarselo via. Non meritava una fine rapida.
S’avvicino cauto all’impianto stereo e abbassò il volume quasi al minimo. La reazione di Alvaro fu istantanea. Scattò in piedi e abbrancò un appuntito tagliacarte in avorio, sventolandolo davanti a sé al pari di una scimitarra.
“Chi diamine sei e cosa ci fai in casa mia?” tuonò minaccioso.
Una pistola lo prese di mira facendolo sbiancare.
“Posa quel temperino e torna a sedere!”
L’eloquente minaccia lo sedò istantaneamente, cangiandolo da irruento primattore a ubbidiente spettatore disposto a una trattativa tra le parti.
“Vuoi soldi? Qui dietro c’è una cassaforte. Dentro ce ne stanno un bel po’. Ci sono anche gioielli. Prendi quello che vuoi e vattene!”
“Nemmeno tuo figlio riconosci?”
Alvaro mise a fuoco l’individuo che aveva davanti. Con la barba lunga era quasi irriconoscibile. Anche di corporatura era più massiccio di quanto fosse mai stato Nicola. La voce invece era la medesima. Impossibile confonderla con altre. Poteva coglierne ogni inflessione. La voce del suo unico figlio, anche se non lo sentiva da oltre un anno, non poteva essere dimenticata. E se prima non l’aveva riconosciuta è solo perché si era inquietato nello scorgere un intruso nella sua magione.
“Stai bene a quanto vedo. Hai messo su parecchi chili. A che ti serve quella pistola?”
“Sei il secondo che me lo chiede oggi. Non lo so neanche io a cosa possa servirmi. L’ho presa e basta! Ora, se permetti, ho bisogno di bere qualcosa.”
Nicola aprì una piccola vetrinetta contenente vari liquori e si riempì un generoso bicchiere di cognac. Nel compiere quest’operazione tenne sotto controllo il padre con la coda dell’occhio.
“Ne vuoi uno anche tu?”
“Non bevo mai dopo una certa ora. E poi alla mia età bisogna andarci piano.”
Nicola insistette.
“Non sarà un brindisi con tuo figlio a mandarti anzitempo all’altro mondo.”
Riempì un secondo bicchiere e lo depose al centro della scrivania.
Tra i due c’era una tensione palpabile.
Si guardarono a lungo negli occhi senza dire niente. Sembravano due lottatori pronti a torcersi qualche legamento.
Fu Nicola ad abbassare per primo lo sguardo, concedendosi un sorso di cognac.
“Dove sei stato tutto questo tempo?” gli chiese Alvaro.
“Oh, non è poi così importante. Un po’ qua, un po’ là. Tu, piuttosto, ho sentito dire che ti sei dato molto da fare per trovarmi. L’investigatore privato che hai reclutato per questo scopo è finito in prigione con l’accusa di omicidio. Dicono abbia ucciso Luciano, un mio conoscente che aveva interpellato pochi giorni prima, seguendo tue precise indicazioni. Davvero strane queste coincidenze. Non pare anche a te?”
“Non ne so assolutamente nulla!” disse secco e sfuggente Alvaro.
“Al solito ne sei uscito pulito, facendo credere a tutti di avere un culetto lindo e profumato, come quello cosparso di talco di un bebè cui è stato appena cambiato il pannolino.”
La tagliente ironia di Nicola inasprì Alvaro.
“Non ho nulla da dirti e non so di cosa tu stia parlando.”
“Davvero? E scommetto che non sai nulla manco di questo” in parte al bicchiere di cognac Nicola depose un cd nella sua custodia di plastica arancione. Era l’originale, quello da cui aveva tratto le copie lasciate durante la mattinata al suo amico torinese.
Alvaro capì di cosa si trattava e fu colto da un senso d’ineluttabile disfatta.
“È quello che penso io?” chiese quasi sperando che le sue preoccupazioni non fossero confermate.
“Che mossa stupida filmare le tue nefandezze e poi non curarti di nasconderle” sentenziò Nicola con un tono impertinente. “Ha dell’incredibile che un uomo nella tua posizione commetta un simile errore. Ti sei messo alle corde da solo!”
“Allora l’hai sempre avuto tu, io credevo che…”
“Sbagli” lo interruppe Nicola “mi fu consegnato da mamma, una settimana prima che si togliesse la vita. Prima di accorgersi che continuare a vivere accanto a un simile mostro era ormai impossibile. Era un peso che non poteva sopportare. Dopo aver visto ciò che hai fatto a quelle donne, e con quale gaudio, il disappunto e la vergogna ebbero la meglio su di lei. Suppongo ci abbia pensato per chissà quanto tempo. Di sicuro non deve essere stata una scelta fulminea. Comunque sono arrivato alla conclusione che quando me lo consegnò aveva già ideato il suo silenzioso addio, decidendo quando, dove e come terminare i suoi giorni.”
“Erano sciocche prostitute” provò a difendersi Alvaro.
“Erano donne! Esseri viventi” urlò Nicola “che tu hai torturato, seviziato e ucciso. E poi sepolto nel giardino del villino di Como, forse nella speranza che la legge acciuffasse me al posto tuo. Quante ce ne sono là sotto?”
Il volto di Alvaro assunse un’aria dura e inesorabile.
“Ormai anche tu hai il tuo carico di colpe sulle spalle. Ci sei dentro quanto me. Hai fatto passare troppo tempo senza far nulla, pur avendo delle prove inequivocabili in mano. Non è forse favoreggiamento? Credimi, non ne uscirai pulito neppure tu da questo ginepraio. E ora stupidiscimi! Voglio proprio vedere quale exploit t’inventerai. Quale colpo di scena mi riservi ancora?”
“Quando ricevetti questo cd ero un tossico bisognoso di continui finanziamenti. Pensai subito di usarlo per distruggerti. E l’avrei fatto se mamma non mi avesse preceduto col suo gesto disperato, facendomi precipitare in una realtà senza punti di riferimento.”
“Sei così sciocco da pensare che questa triste storia importerà a qualcuno? Ormai anche tu sei fregato! Il giardino del tuo villino a Como ospita molti rifugiati senza permesso di soggiorno. E appena andranno a darci un’occhiata, rovinerai a terra con me.”
“Mi stai forse dicendo che farò la stessa fine di quell’investigatore? Di quel pover’uomo che ha avuto la sfortuna d’incappare in una bestia priva di morale e bisognosa di svagarsi giocando con le vite altrui?”
Alvaro rise di gusto, poi si accese una sigaretta e sbuffò il fumo verso il figlio.
“Hai ragione, è stato soltanto uno svago. Un tiepido passatempo. Inizialmente mi serviva qualcuno che ti scovasse senza porre troppe domande, per far cadere in seguito, con qualche arguzia, le mie colpe su di te. Poi, un po’ alla volta, senza nemmeno volerlo, ho scoperto di avere tra le mani un nuovo gioco che mi procurava intensi brividi di piacere. Mi entusiasmava. Mi elettrizzava come non succedeva da anni, facendomi sentire un finisseur pieno di energie, a un niente dalla vittoria.”
“Hai ucciso Luciano e mandato in prigione una persona solo per stimolare un po’ la tua monocorde vita da ricco ozioso?”
“Secondo te?”
Nicola bevve un altro sorso di cognac e parve ponzare per qualche istante.
“Era una domanda che non implicava alcuna risposta. Una testa di cazzo che ha ucciso e martoriato senza alcun rimorso chissà quante donne, appagando le sue fantasie malate, non possiede alcuna umanità. È evidente! Per te gli altri non sono altro che articoli usa e getta, incluso il sottoscritto, che avresti volentieri sacrificato per continuare la tua merdosa esistenza da psicopatico. Persino tua moglie non è mai stata altro che un ricercato modello da esposizione. Non ti sei mai interessato di cosa pensasse o provasse. Dimmi, ti eri accorto che da anni non sorrideva?”
Nell’udire quelle parole Alvaro s’infuriò. Fece per alzarsi ma Nicola lo inchiodò dov’era puntandogli contro la pistola, facendogli intendere che non avrebbe esitato un attimo a premere il grilletto.
 Alvaro digrignò i denti come un animale pronto alla zuffa. Era chiaro che se non ci fosse stata quell’arma di mezzo lo avrebbe sbranato sul posto. Il capo branco gli avrebbe dato una lezione memorabile.
“Tua madre era un piccolo bijou, fragile e prezioso. Tu, al contrario, sei un bibelot che non vale niente. Fosti tu a spegnere il suo sorriso diventando uno sbandato ingrato.”
“E cosa sarebbe dovuto diventare il figlio di un assassino?” gli chiese Nicola col pollice che stuzzicava nervosamente il cane della pistola.
“Forse migliore del padre” buttò lì Alvaro, mordace.
Un silenzio sovraccarico di umori calò sui due contendenti e per qualche istante li fossilizzò nel loro reciproco livore.
Il ticchettio di una vecchia pendola prese la parola e tenne un breve discorso. Nessuno dei due lo intese.
“E ora che intenzioni hai?” proruppe infine Alvaro. “Vuoi spararmi? Vuoi lavare l’onta di avere un padre pluriomicida col suo stesso sangue, dimostrando così di essere uguale a lui?”
Nicola gli rispose quasi avesse imparato a memoria quell’arringa e non aspettasse altro che recitarla con un’acconcia carica di pathos.
“Potrei sempre farlo passare per un suicidio. Immaginiamo insieme la scena. Ti troverebbero riverso sulla tua poltrona, morto in solitudine nel tuo studio, con la pistola per terra e le tue impronte sul calcio. Nessun segno di lotta o violenza. Sulla scrivania il cd contenente i video che t’incastrano, regalandoti un numero impressionante di ergastoli.”
“Mi ritieni un uomo debole, capace di suicidarsi?” lo sfidò il padre.
“No, per niente! Gli assassini seriali spesso tengono alla propria vita in maniera esagerata. Tanto disprezzano quella altrui, tanto sovrastimano la loro.”
Questa volta Alvaro sembrò non accusare il colpo. Continuò a fumare, quasi non l’avesse udito.
 “Se fosse possibile, mi diletterebbe vedere le tue reazioni quando un mio amico, tra pochi giorni, farà conoscere a una nazione timorata di Dio il contenuto di questo cd” proseguì Nicola.
“Che intendi dire?” gli chiese Alvaro.
“Non ero sicuro di trovarti a casa, né che sarei riuscito a entrare, per cui ho pensato a un piano di riserva in grado d’inchiodarti alle tue responsabilità. Ho lasciato alcune copie di questo cd a una persona fidata. Al momento giusto farà sì che diventino pubbliche.”
“Ho conoscenze abbastanza in alto da far girare a mio favore anche questa tua saggia pensata!”
“Sì, può darsi. Anzi, ne sono convinto! Purtroppo, però, io ora sono qui, davanti a te. E sono armato. Credi che me ne andrò così come sono venuto?”
Alvaro espirò una boccata di fumo, spense la sigaretta e guardò il figlio.
“Dovrai avvicinarti e puntarmi la pistola alla tempia, oppure appoggiarmi la canna sul petto, all’altezza del cuore, altrimenti non crederanno mai che mi sia suicidato. Se tu mi sparassi da dove sei, le prove balistiche confermerebbero che c’era qualcun altro in questa stanza. Qualcuno che mi ha minacciato e poi sparato da breve distanza. L’ipotesi di un potenziale suicidio verrebbe meno e tu saresti il primo sulla lista dei sospetti.”
Nicola scostò una sedia e vi si accomodò. Il padre afferrò con aria da vincitore il suo bicchiere di cognac e lo trangugiò con avidità.
Mentre beveva rimase con gli occhi incollati su quelli del figlio. Erano due animali senza paura, pronti ad azzannarsi alla carotide.
“Mi hai sempre sottovalutato. Anche adesso, stai pensando di avermi in pugno e che alla fine l’avrai vinta” attaccò Nicola con un tono disteso.
Alvaro lo interruppe.
“Prendi le tue cose, i soldi in cassaforte e i gioielli di tua madre. Solo con quelli potresti ricavarci un capitale. Arraffa quello che vuoi e poi sparisci. Vai da qualche parte a goderti la vita. È la cosa migliore che tu possa fare!”
Nicola rimase taciturno per qualche istante, poi fece un lento respiro e volse lo sguardo oltre l’ampia finestra che dava sul giardino.
“No, ora ti dico io come andranno le cose. Anzi, in che modo stanno già procedendo. Ti ho versato del cianuro nel cognac. Tra pochi minuti sarai morto. Io simulerò il tuo suicidio e il mondo, dopo aver saputo delle tue malefatte, sarà lieto della tua dipartita. Ecco, d’interessante oggi accadrà questo!”
Quell’improvvisa confessione rabbuiò Alvaro. Gli precipitò addosso una realtà che non si aspettava, né aveva previsto di affrontare così presto. La morte, con la quale aveva spesso celiato, regalandola a giovani donne che lo avevano supplicato di risparmiarle, ora veniva a esigere la sua pellaccia. Quella stessa morte che poche settimane prima gli era parsa ingentilire il volto contratto di Luciano, favorendogli un incontro col suo diretto superiore.
Appena Alvaro cercò di alzarsi le gambe gli cedettero e capitombolò a terra. Il veleno stava agendo in fretta. Divenne cianotico e gli si dilatarono le pupille. Delle intense convulsioni lo assalirono. La bocca gli si coprì di schiuma. Per un po’ gli tremarono le labbra, quasi avesse ancora qualcosa da dire. Ma ormai le facoltà motorie, anche le più elementari, si erano estinte. Ancora qualche attimo e sarebbe sopraggiunto il sonno eterno.
“Spero tu riesca a sentirmi, così potrai capire i prossimi passaggi del mio piano. Lascerò il cd e la boccetta con l’acido prussico sulla tua scrivania. Su di essi e sul bicchiere rinverranno solo le tue impronte. Nel seminterrato ho disattivato le telecamere e il sistema di sicurezza, e come puoi ben vedere indosso dei guanti. Nulla potrà testimoniare che io sia stato qui. A parte forse i cani, ma quelli credo si faranno gli affari loro.”
Alvaro ansimò producendo dei singhiozzi attenuati.
“Infine aprirò la cassaforte. La combinazione è la data del tuo matrimonio con mamma. È sempre stata quella. Veramente strana questa scelta se esaminiamo il modo in cui l’hai sempre trattata e la fine verso la quale l’hai spinta. Presumo sia stata una decisione per facilitarti nel rammentare una sequenza di numeri piuttosto che per amore e devozione nei suoi confronti. Non importa. Sia come marito sia come padre sei sempre stato un completo fallimento. O meglio, un gran pezzo di merda!”
Nicola finì il suo cognac e sistemò il bicchiere nello zainetto. Se ne sarebbe liberato una volta lontano da lì.
“Non prenderò i tuoi soldi. Quelli puoi trascinarteli nella fossa. Però mi porterò via i gioielli di mamma. E non sarà neppure un furto visto che tra pochi istanti sarò l’unico erede del tuo impero. A proposito, quando troveranno il tuo cadavere io sarò già lontano e nessuno sospetterà di me. Inoltre credo che dopo aver visionato il cd indiranno una giornata di festa nazionale, per dare la possibilità a chiunque di venire a sputare di persona sulla tua tomba. E dubito che si sbatteranno per capire se qualcuno ti abbia sollecitato a compiere un riparatorio harakiri. Rimarranno inorriditi nel vedere come hai ridotto quelle ragazze e penseranno tu abbia fatto bene a suicidarti. E che avresti dovuto farlo prima. Molto prima!”
Un ultimo rantolo segnò la morte di Alvaro. Le pupille gli si dilatarono e le convulsioni cessarono.
Sì, avresti dovuto avere il coraggio di toglierti di mezzo anni fa, prima che mamma…
Prelevati gli ori della madre dalla cassaforte e sistemato ogni dettaglio favorendo l’idea del suicidio, Nicola scese nel seminterrato. Riattivò il sistema di sicurezza e le telecamere, poi, con calma, impiegando lo stucco per il legno, riparò la finestrella che aveva forzato. Non gli ci volle molto. Nei mesi trascorsi nella comunità francese aveva imparato a destreggiarsi piuttosto bene in simili occupazioni. A fine lavoro sembrava intatta. Per eccesso di zelo vi spostò davanti un armadio metallico, ostruendola dall’interno e rinforzando l’idea che da lì fosse impossibile entrare.
Prese un telecomando da una delle innumerevoli macchine del padre e aprì la saracinesca del garage. Quindi spostò il carrello portattrezzi vicino all’uscita, pigiò il tasto per richiudere la saracinesca, depose il telecomando sul carrello e si allontanò per l’ultima volta da quella casa.
Non aveva trascurato nulla.
Tornato in Parco Sempione, chiamò un suo conoscente, un maneggione disposto a comprare qualsiasi cosa, con cui aveva spesso trattato quando era ancora un tossico in costante ricerca di quattrini. Nelle settimane precedenti, tramite una chat, si erano accordati sulle modalità e il luogo dello scambio.
Venti minuti dopo Nicola gli consegnò gli anelli e le collane della madre in cambio di duecentomila euro in contanti e un passaporto a prova di controlli. Erano tutti gioielli unici commissionati a insigni orafi. Messi all’asta avrebbero fruttato almeno un milione.
Recuperato il malloppo, si spostò all’aeroporto di Malpensa e attese il suo volo per Vancouver. Presto avrebbe iniziato una nuova vita, pago di avere chiuso i conti col passato e sistemato quel pernicioso despota di suo padre.
 
***
 
Tre settimane dopo il ritrovamento del cadavere di Alvaro, da parte di una donna addetta alle pulizie che si fece quasi venire un infarto per lo spavento, Demetrio fu scarcerato. La giustizia, anche se a rilento, si era messa in moto facendo luce sugli accadimenti e svelando gli oneri dei vari interpreti.
Nell’appartamento di Luciano erano stati rinvenuti due capelli di Alvaro. In una via limitrofa, la mattina del delitto, la sua Pagani parcheggiata in divieto di sosta gli era valsa una multa. E sempre quella stessa mattina, la telecamera di sorveglianza di un negozio di pianoforti lo aveva immortalato mentre entrava e usciva dalle case popolari in cui risiedeva Luciano. Quella registrazione indicava agli inquirenti un fatto importante, cioè che era arrivato prima di Demetrio e se n’era andato quasi un’ora dopo la sua comparsa. Pertanto, nonostante Alvaro si fosse dichiarato estraneo a quanto avvenuto tra quelle mura, c’entrava invece parecchio. Oltretutto, dopo che il cd incriminante era pervenuto alla redazione di alcuni giornali, al villino di Como erano confluite diverse squadre della scientifica. In poche ore avevano messo a soqquadro l’intero giardino, disseppellendo i cadaveri di almeno tredici donne tra i venti e i trent’anni.
Non tutti i pezzi del mosaico erano andati al loro posto ma erano apparse piuttosto evidenti la malvagità di Alvaro e la buona fede di Demetrio. Il giovane investigatore era stato strumentalizzato da un pericoloso criminale che poi aveva escogitato un ingarbugliato stratagemma per sbarazzarsi di lui, facendo credere fosse l’assassino di Luciano.
 
***
 
Riacquistata la libertà, Demetrio prese una sbronza leggendaria, sprofondò in coma etilico e fece un paio di giorni in rianimazione. Poi, riavutosi anche da questo incidente di percorso, noncurante del pericolo scampato per miracolo, riattaccò a bere ridiventando con estrema naturalezza l’alcolizzato impenitente di un tempo.
L’audacia derivante dall’annebbiamento alcolico lo convinse a tentare un’audizione bandita da un’importante orchestra. Il giorno del provino si presentò in uno stato pietoso, ubriaco marcio. Paradossalmente fu la sua salvezza. L’avere sedato per qualche istante i suoi demoni gli permise di lanciarsi in una performance di altissimo livello, dando alle note prodotte dal suo bassotuba una connotazione metafisica che affascinò l’intera commissione. Fu preso.
Prosit!
 
***
 
Il rapporto tra Matteo e Maddalena, terminato a tempo di record dopo nemmeno due settimane di lirica convivenza, lasciò in entrambi parecchi strascichi. Ognuno immerso nel suo isolamento e nei suoi problemi esistenziali, senza distinguere la causa dall’ovvio corollario, tornò alla sordida esistenza di sempre.
Maddalena, vinta la timidezza e accantonati i saldi princìpi del cattolicesimo, divenne una valida donna di malaffare, facendo prevalere l’aspetto economico sulle questioni morali. Talvolta traendo anche un po’ di piacere da quella finzione.
Matteo riprese a spiare il mondo dal suo telescopio, dandosi dello stupido per non aver saputo portare avanti la relazione con Maddalena. Una cosa però l’aveva imparata: la vita era solo una questione di cuore, di sapersi lasciar andare senza troppi condizionamenti e pretese.
Chissà, forse il destino un giorno l’avrebbe messo dinanzi a una nuova strada da imboccare, concedendogli l’opportunità di far tesoro dei suoi errori. O forse avrebbe continuato a guardare fuori dalla finestra seguendo le regole della solitudine. Detestando se stesso e chiunque altro.
   
 
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