Storie originali > Giallo
Segui la storia  |      
Autore: Framboise    07/04/2017    0 recensioni
Settembre 1940: quando gli aerei tedeschi cominciano a bombardare Londra, i bambini che abitano nella capitale sono mandati a vivere in campagna per sfuggire agli attacchi. Tra loro c'è anche Patty, una ragazzina di tredici anni che vuole diventare la più grande archeologa del mondo. Modestia a parte, naturalmente.
Quando un omicidio sconvolge la cittadina in cui dovrà vivere, Patricia comincia a indagare, con l'aiuto della sua inestimabile Enciclopedia e di Noah, un machiavellico ragazzino pavee: in fondo, cosa c'è di meglio di un piccolo delitto per movimentare l'atmosfera? Tra incontri di lotta clandestini, vecchiette agorafobiche, bibliotecari troppo belli e una natura molto più selvaggia di quanto non avesse mai immaginato, riuscirà Patty a risolvere il mistero di St. Mary of the Moors?
Genere: Commedia, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

LA CONTA DELLE GAZZE



La voce penetrante di miss Huxley che grida ordini fende l’aria intorno a noi, quando entro nel cortile della scuola, affollato di bambini e genitori in lacrime. Mamma mi appoggia le mani sulle spalle, poi si abbassa, sedendosi sui talloni per guardarmi negli occhi.
«Non essere triste».
«Non lo sono» rispondo, cercando di mettere più convinzione possibile nelle mie parole.
«Sarà un po’ come una vacanza, in fondo… e magari non sarà per molto» continua. Ha gli occhi lucidi e la voce le si incrina sull’ultima parola. Pare che stia cercando di convincere se stessa, ma non ci sta riuscendo bene.
«Non preoccuparti, mamma. Andrà tutto bene».
Lei sospira, poi mi aggiusta il colletto e una ciocca di capelli che è sfuggita a una delle mie trecce – santo cielo, ho tredici anni, non cinque – quindi si rialza e mi abbraccia.
«Scrivimi, va bene?»
«Certo» replico con un sorriso. «E tu rispondimi, mi raccomando».
Mamma mi dà una rapida carezza sul viso, poi si allontana. La vedo parlare per un attimo con miss Huxley, poi mi saluta con la mano e se ne va, confondendosi con la folla dei genitori.
Stringendo la mia valigia in una mano e l’Enciclopedia nell’altra, mi unisco agli altri bambini, mentre la mia insegnante mi attacca un numero al cappotto, rassicura dei genitori, calca il cappello in tesa a un bambino e grida come un’aquila all’indirizzo di un ragazzino che ha rubato il cappello di un altro. Il tutto contemporaneamente. Strabiliante.

Li riflessioni sulla capacità di miss Huxley di compiere quattro azioni contemporaneamente mi distraggono per un attimo, ma un suo urlo pericolosamente vicino al mio timpano sinistro mi fa tornare alla realtà.
«Smettila di frignare! Guarda lei, che non piange» esclama indicandomi, rivolta ad un bambino di non più di sette anni col viso paonazzo e gli occhi lucidi. «Lei sì che è una brava bambina!»
Le sue parole mi fanno passare immediatamente il groppo in gola che ho da quando mia madre se ne è andata. Brava bambina, io!
Non mi sono mai sentita tanto insultata in vita mia.
Nel frattempo, miss Huxley se ne è andata, diretta verso un nuovo gruppo che è entrato nel cortile. Il bambino, sentendosi fuori pericolo, ha ricominciato a singhiozzare, stringendo a sé un coniglio di pezza spelacchiato che ha certamente visto tempi migliori.
«Andiamo, non piangere. Prendila come una vacanza. Andiamo in campagna! Pensa a quanti animali ci saranno! Cavalli, mucche… tu hai mai visto una mucca dal vivo? Io no. Sarà un’avventura!» dico, nel mio tono più allegro e tranquillizzante, cercando di consolarlo. A quanto pare funziona, perché lui smette di piangere e mi guardò ad occhi sgranati.
«Neanche io ho mai visto una mucca» mormorò, poi fece un piccolo sorriso.
«Hai visto quante cose scopriremo? Saremo come… degli esploratori, ecco!» esclamai, trionfante.
«Io sono Peter e lui è il Signor Orsetto. Tu come ti chiami?» chiese lui, asciugandosi il naso su un orecchio del coniglio.
Orrore e raccapriccio.
«Io sono Patricia, ma puoi chiamarmi Patty. Lo fanno tutti» risposi, soprassedendo sulle disgustose abitudini di Peter e sulla sua evidente confusione in fatto di specie animali.
In questo momento, miss Huxley alza una bandierina giallo brillante.
«Bambini! In marcia! In fila per due, forza!» strilla, agitando le braccia come un vigile e incamminandosi verso la stazione. Peter, con un sorriso fiducioso, si attacca alla manica del mio cappotto. Tentando di ignorare il fatto che fino a pochi secondi fa con quella stessa mano stringeva il coniglio moccicoso, lo seguo lungo la strada.

Lungo la strada, tutti i passanti ci fissano con aria triste. In effetti, siamo moltissimi. Alcuni bambini erano stati mandati in campagna già nel Trentanove, quando la guerra era appena cominciata, ma da quando i tedeschi hanno cominciato a bombardare Londra, la maggior parte delle famiglie ha deciso di fare lo stesso.
In breve arriviamo alla stazione. Tutti salgono sul treno, in un mare di voci, spintoni e spigoli appuntiti di valigie che colpiscono con inaudita cattiveria polpacci e fianchi.
Fatevi sotto!
Anche io mi butto nella mischia, riuscendo ad assestare qualche buona gomitata nelle costole a quegli illusi che pensavano di potermi spintonare impunemente solo perché sono piccola per la mia età e porto gli occhiali. In qualche modo, nonostante alcuni lividi e la perdita dell’elastico di una treccia durante la colluttazione, riesco a salire sul treno senza perdere né la valigia né l’Enciclopedia… e neppure Peter, che è rimasto ancorato come una cozza al mio cappotto. Riusciamo ad occupare uno scompartimento vuoto e sistemiamo le valigie sotto ai sedili, scambiandoci uno sguardo trionfante. Per qualche attimo glorioso, mi godo la sua silenziosa ammirazione.
Sono fantastica, lo so. Dove potevi trovarla, una come me?
Una volta tornata la calma, Peter si mette a chiacchierare a mezza voce con il Signor Orsetto Sozzo, mentre io posso finalmente leggere il mio tesoro. A questo punto, un excursus sulla mia enciclopedia è d’obbligo.
L’Enciclopedia il mio libro preferito e la mia fedele compagna di vita. Quasi mille pagine di pura conoscenza, indispensabile per qualunque studioso che si rispetti. Come me, insomma, che diventerò la più grande archeologa che il mondo abbia mai conosciuto. Modestia a parte.
C’è chi pensa che l’archeologia non sia un mestiere da donne – i miei genitori, tanto per fare un esempio – e chi pensa di dissuadermi dicendo che probabilmente tutto ciò che valeva la pena scoprire è già stato scoperto. Ignoranti. È la stessa cosa che hanno detto a Schliemann prima che scoprisse Troia, o a Carter. «Ma no, tutte le tombe della Valle dei Re sono già state esplorate»… e invece lui trovò la tomba di Tutankhamon e divenne ricco e famoso, alla faccia loro.
Gente di poca fede! C’è di sicuro qualcosa, là fuori, che aspetta me per essere scoperto. Tra qualche anno vedranno. Oh, se lo vedranno!

Il rumore della porta dello scompartimento che si apre mi distoglie dai miei sogni di gloria. Voltandomi con un sobbalzo, vedo sulla soglia due bambine molto somiglianti, probabilmente sorelle, che si tengono per mano. Hanno entrambe i capelli neri e ricci, gli occhi scuri e un po’ sperduti e stringono delle valigie di cartone tenute insieme con delle corde. La più piccola sembrava spaventata e aveva gli occhi rossi di chi ha pianto molto.
«Non preoccupatevi, andrà tutto bene. Vedremo tanti animali, scopriremo cose. Saremo tutti esploratori, lo ha detto lei!» esclama Peter, agitando il coniglio in segno di benvenuto e indicandomi con esagerato entusiasmo mentre massacra senza pietà il mio discorso di incoraggiamento di poco prima.
Le due nuove arrivate mi guardano ad occhi sgranati: come minimo, devono pensare che io sia pazza. Grazie mille, Peter.
«P-possiamo entrare?» domanda con accento straniero la maggiore, che ha più o meno la mia età.
«Certo, venite. È libero» dico, sorridendo. Le due, rispondendo al sorriso, si siedono di fronte a noi.
La più piccola guarda affascinata Peter che, dimentico di tutto, gioca col Signor Orsetto, quindi svolge lo spago che chiude la sua valigia e ne estrae una bambola di pezza dal viso sorridente. Pochi secondi dopo, i due hanno già fatto amicizia e hanno cominciato a giocare insieme, nonostante la bambina abbia poca dimestichezza con l’inglese.
Io e sua sorella ci scambiamo uno sguardo e un sorriso.
«Cosa leggi?» domanda lei.
«La costruzione delle piramidi di Giza». Sono già preparata ad una smorfia, ma i suoi occhi si illuminano.
«Davvero? Bello! Tu leggi anche a me, sì?»
Un’anima affine! E per trovarla dovevo lasciare Londra!
Comincio a leggere ad alta voce e dopo pochi minuti anche i due più piccoli si mettono ad ascoltare. Ad un tratto, colta da un’ispirazione, comincio ad inventare una storia in cui io, Peter, Judith e Ursula – così si chiamano le due sorelle, che dicono di essere tedesche e di essere venute a vivere da dei parenti – siamo degli intrepidi esploratori a caccia del tesoro perduto di Nefertari. In realtà la sua tomba è già stata aperta, ma andiamo, una licenza poetica ogni tanto è lecita. Anche perché probabilmente non lo sa nessuno di loro, diciamolo.
Anche gli altri si inseriscono nel racconto con imprevisti, modifiche e aggiunte improvvise, e per un po’ ci dimentichiamo del fatto che stiamo andando in un posto sconosciuto e lontano. Quando però, dopo qualche ora, il treno comincia a frenare, ci zittiamo di colpo.
La voce squillante di miss Huxley – ma è ancora qui? Non se ne andrà mai, per Baal e Osiride? – rimbomba nel corridoio.
«Prepararsi a scendere! Prendete le vostre valigie, non dimenticate nulla!»
Immediatamente si sente il trapestio di centinaia di bambini che raccolgono le proprie cose. Io e gli altri facciamo lo stesso, controlliamo di avere ancora attaccato al cappotto il nostro numero, quindi cominciamo a scrutare ansiosamente fuori dal finestrino. Sarà colpa della giornata grigia, ma tutto nei campi che ci circondano appare vagamente minaccioso, mucche e pecore comprese.  Peter deglutisce sonoramente.

Il treno si ferma e tutti noi ne sciamiamo fuori. Le insegnanti ci portano fuori dalla stazione, verso un grande mercato affollato di persone. Probabilmente sono venuti qui da tutti i paesi vicini. I passanti ci osservano con curiosità: Peter ricambia i loro sguardi ad occhi sgranati, Judith e Ursula si alzano sulle punte dei piedi per cercare di scorgere i loro zii, io cerco di non guardare nessuno. Le maestre ci fanno disporre in file parallele, poi cominciano a chiamare i nostri numeri e i nomi delle famiglie che dovranno ospitarci. I bambini nominati sono presi in custodia e si allontanano.
Dopo un po’ la lista si esaurisce, ma alcuni di noi restano in piedi. Evidentemente, a non tutti è stata assegnata una famiglia, ma i posti nei collegi sono troppo pochi.
«Qualcuno può prendersi cura di questi bambini?» grida miss Huxley ai presenti. Alcuni se ne vanno, cercando di passare inosservati, altri si avvicinano con aria indagatrice.
«Io prendo lui!» esclama una donna sui trent’anni dalle guance rosse, indicando Peter. L’insegnante le chiede nome e domicilio e se li segna su un taccuino, quindi l’altra fa segno al bambino di seguirla. Stringendo il coniglio di pezza e salutandoci con la mano, Peter si attacca alla sua gonna e la segue con un sorriso timido.
Altre donne seguono l’esempio della prima. Mi sembra di essere al mercato, solo che faccio parte della merce. È una sensazione orribile.
Ad un tratto, un’enorme donna di mezza età si ferma proprio accanto a me. Non sto scherzando, è davvero altissima: sembra una delle statue del tempio di Hatesputh. Intimidita, guardo in alto e incontro un viso lungo, abbronzato e vagamente cavallino, dai denti piuttosto sporgenti. I suoi capelli biondicci sono spettinati ed indossa dei vecchi calzoni da lavoro alla cui cintura sono assicurate delle cesoie. Sembra un po’ una strega delle fiabe. Per lo spavento chiudo gli occhi, aggrappandomi con tutte le mie forze al mio libro.
Enciclopedia, salvami tu!
Se anche lei dirà “prendo questa”, giuro che le tiro un calcio. Poi probabilmente lei mi ammazzerà, ma non importa. Ho una mia dignità. Se non altro, sarà una fine eroica.
Il donnone mi sorride. Noto che ha degli occhi gentili color nocciola.
«Come ti chiami?» mi chiede, con voce roca.
«Patty. P-Patricia, in realtà. Patricia Green».
«Ti va di venire a stare con me?»
Vagamente intimorita, annuisco. In realtà vorrei solo tornare a casa mia, ma so che non è possibile. Almeno, lei sembra gentile. Certo, ripensandoci, la sua potrebbe anche essere una tattica per rapirmi e farmi lavorare come una schiava in casa sua, ma ormai non posso più tirarmi indietro.
Lei sorride di nuovo, poi chiama miss Huxley.
«Mi scusi! Io sono Margaret Meady e vivo a St. Mary of the Moors. Patricia Green verrà con me».
L’insegnante appunta le informazioni sull’agenda, poi fa un cenno con la testa verso di noi: a questo punto saluto Judith e Ursula e seguo Margaret tra la folla.
«Vivo in un paese poco lontano. In quindici minuti col carro arriveremo. È un bel posto, sai? Ti piacerà» mi dice, mentre ci facciamo strada tra le bancarelle del mercato fino ad arrivare ad un carro a cui è legato un cavallo pomellato.
«Lei è Sandy, la mia cavalla. Puoi accarezzarla, se vuoi. Non morde» dice lei, mentre carica sul carretto la grossa cesta di vimini piena di frutta che fino a quel momento aveva stretto sotto un braccio. Cautamente allungo una mano verso il muso dell’animale, i cui occhi rotondi mi scrutano con curiosità. Ha il naso morbido e caldo, leggermente umido.
«È… bello. Non ho mai toccato un cavallo, prima» mormoro, accarezzando il muso di Sandy, che sbuffa soddisfatta.
Margaret scoppia a ridere. «C’è una prima volta per tutto! Vedrai che dopo qualche settimana qui, ti abituerai. Diventerai una vera campagnola!»
Indecisa se considerare questa frase un complimento o una minaccia, guardo la mia ospite saltare sul carro con inaspettata agilità. Da lassù allunga una manona scura e dalle unghie sporche verso di me. La guardo negli occhi, poi, con un sorriso – forse il primo sincero di questa giornata – la afferro e salgo accanto a lei.


***


Mentre il carretto percorre sobbalzando la strada sterrata, Margaret – o Meg, come mi ha chiesto di chiamarla – mi racconta della sua famiglia. Scopro che è sposata e che ha due figli grandi, che hanno l’età dei miei genitori e vivono lontano. Il minore è in Francia a combattere, il più grande invece ha una fattoria vicino a Hull ed è stato esentato: saremo anche in guerra, ma l’Inghilterra ha ancora bisogno di qualcuno che produca il cibo.
Arrivate a St. Mary of the Moors, un paesino sperduto di una ventina di case, stacchiamo Sally dal carretto e la portiamo nella stalla, poi aiuto Margaret a scaricare il carro. Entrati in casa, mi presenta suo marito, John. È un uomo sui settant’anni con i capelli bianchi, una pelata considerevole e dei vecchi occhiali con una stanghetta aggiustata col nastro adesivo. Mi guarda con occhi spalancati di un azzurro acquoso, salutandomi senza rispondere al mio sorriso tutto denti, che pian piano si affloscia sotto il suo sguardo perplesso.
Santo cielo, perché fa quella faccia? Ho qualcosa sul viso?
Cercando di non farmi notare, storco gli occhi nel tentativo di guardarmi il naso – a volte mi si macchia d’inchiostro mentre scrivo, non chiedetemi come – ma mi pare che sia tutto a posto. Purtroppo, le mie espressioni equivoche mi fanno guadagnare un’occhiata del più assoluto sconcerto da parte di John. Andiamo bene.
Con mio grande sollievo, Meg mi conduce in una stanza piccola ma confortevole, con un letto dalle lenzuola azzurre e alcuni vecchi libri impilati su di una mensola.
«Questa era la stanza del mio Adam. Ti troverai bene, vedrai. Buonanotte».
Rimasta sola, apro la mia valigia e prendo il pigiama. Una volta a letto, cerco di prendere sonno. È la prima volta che sono tanto lontana da casa mia. Nonostante mi secchi molto, ammetto che mi viene da piangere, ma mi mordo le labbra. Improvvisamente, mi rendo conto che le mie palpebre sono pesanti e tenere gli occhi aperti è sempre più difficile.
Sembrano passati solo pochi minuti, quando un suono mi fa balzare a sedere sul letto. Per un attimo mi chiedo dove sono finita, poi ricordo che sono da qualche parte nella campagna del Devon. Quello che mi ha svegliato è il canto di un gallo, che al momento mi sta guardando con aria truce, appollaiato appena fuori dalla mia finestra.
Santo cielo. Come faccio a mandarlo via?

  
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Giallo / Vai alla pagina dell'autore: Framboise