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Autore: simocarre83    10/04/2017    1 recensioni
Secondo racconto che parte dopo l'epilogo del primo. quindi se volete avere le idee chiare sarebbe, forse, il caso di leggere anche il primo. Ad ogni modo, una brutta notizia che presto diventano due, due vittime innocenti, loro malgrado, nuovi personaggi e purtroppo nemici che compaiono o RIcompaiono. Ma sempre l'amicizia che ha, come nella vita, un ruolo fondamentale.
Genere: Drammatico, Fantasy, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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MICHELE: LOTTA IMPARI

Anche Michele, appena chiusa la paratia, e vedendo quella porta aprirsi, infilò il casco e attivò la tuta.
Entrò per quella porticina. Quello che si ritrovò di fronte era un immenso stanzone. Lungo una trentina di metri. Proprio davanti a lui una porta. Di ferro. E una gabbia. Alta quanto il resto della stanza. Con i due lati che correvano paralleli a quelli dello stanzone. Aldilà di quella porta, Francesca. Legata. Solo allora si rese conto del fatto che la gabbia di ferro era immersa nel plexiglass, rendendo impossibile anche a lui l’accesso con le braccia in quella gabbia. Sulla porta, un indicatore aveva incominciato a scandire il tempo alla rovescia a partire da un’ora. Ed era già passato un minuto. Tanto più che quella stanza sembrava completamente disabitata.
Poi, nel pavimento si aprì una botola. Dalla quale fuoriuscì Dorian.
“Allora sei tu il mio avversario!” esclamò Michele. Pronto a caricare il suo pugno verso di lui.
“E tu sei il mio giocattolo!” rispose Dorian.
Michele si bloccò. Non tanto per quello che aveva sentito. Quanto per quello che aveva visto.
Perché dall’altro lato della porta, nella gabbia, immediatamente dopo l’apertura della botola da questa parte, se ne era aperta un’altra di là. E da questa era uscita la persona che, più di ogni altra, anche di Marco, Michele aveva considerato il peggior nemico. Lì, in quella stanza, lontano da tutti, ed abbastanza lontano dalla sua tuta, in compagnia di Francesca, c’era Amaraldo.
“Buongiorno, Caro!” rispose lui.
“Cosa ci fai lì?! Vieni da questa parte, dammi l’opportunità di combattere lealmente, uno contro uno. E vediamo chi è più forte”.
“Ma perché farlo, quando so che posso vincere, in questo modo?” rispose Amaraldo “E questo è anche un ottimo modo per far allenare Dorian per le tante cose che potremo fare insieme una volta che ci saremo liberati di voi. E ciò accadrà esattamente tra cinquantotto minuti e dodici secondi!”.
Michele comprese come stavano le cose. Evidentemente erano in assoluta superiorità, non solo due contro uno. Ma soprattutto con Amaraldo da quella parte e sua figlia completamente alla sua mercé, non era assolutamente possibile fare altro se non cercare di scendere a più miti consigli, non escludendo un azione decisa al momento opportuno.
“Va bene! sentite! Ditemi quello che devo fare, ma non fate nessun male a mia figlia, per favore!” esclamò, quasi piangendo, Michele.
“Beh! dipende da quanto farai il bravo con il mio fratellino!” rispose Amaraldo. “Più lo lascerai fare, meglio sarà per lei!”
“Cosa intendi!?” chiese Michele. Ancora più preoccupato.
“Adesso vedrai!” rispose Dorian. E così dicendo gli sferrò, senza neanche permettergli di accorgersene, un pugno in pancia.
Michele cadde a terra dolorante.
Un minuto dopo, si riprese. Alzandosi.
Si avvicinò, velocemente, a Dorian. Ma quando fu proprio in procinto di rendergli il favore, vide quello che stava accadendo nella stanza dove c’erano Amaraldo e Francesca.
Si fermò. Una lama di acciaio si era appena posata sulla gola di sua figlia. Il segnale era inequivocabile.
“Credo proprio che ci divertiremo!” disse Amaraldo, sorridendogli. “Se ti avvicini di un solo passo, la uccido. E sai che ne sono capace. Se invece lo lasci fare, e ti lasci picchiare, forse, verso la fine del conto alla rovescia, la lascio andare. Almeno lei potrebbe salvarsi”.
Michele lo guardò negli occhi. Profondamente. Vedeva che lo sguardo di Amaraldo era rimasto sempre lo stesso. Uno sguardo vuoto. Che non lasciava adito a dubbi. Avrebbe veramente potuto fare del male a Francesca se lui non fosse stato più che attento ad ubbidire ai suoi ordini. Significava subire. Subire quell’aggressione senza poter fare niente. Senza poter reagire. Senza potersi neanche difendere.
Pensò. Cercava di pensare più in fretta che poteva. La situazione era difficile. Ma non fece abbastanza in fretta. Un altro pugno lo fece cadere di nuovo a terra. Fece però in tempo ad elevare un campo di forza attorno al suo corpo. Così quei colpi divennero semplice pressione. Almeno non si faceva male. Si rialzò e corse lontano da Dorian.
“No! Così non ci siamo! E mi sto innervosendo! Devi stare vicino a mio fratello! Lui deve essere libero di picchiarti come e quanto vuole. Tu devi solo prenderle!”
Vide per un attimo sua figlia. Lo guardava impaurita. Vide l’orologio. Mancavano ancora cinquantatre minuti. Un’eternità.
Si alzò. Era inerme. Rimase fermo, in piedi, mentre Dorian si avvicinava a grandi passi. Gli sferrò una ginocchiata nel fianco. Cadde ancora a terra in ginocchio. Gli mancò il fiato per qualche secondo. Fu allora che riuscì ad aprire una comunicazione diretta con Dorian. Finché Amaraldo era concentrato a puntare la lama alla gola di Francesca, non poteva avvicinarsi e sentire quello che stava accadendo. Non era possibile, infatti, la comunicazione tra le due tute, quando una era all’interno di quella gabbia ed una all’esterno. E infatti fino a quel momento Amaraldo aveva parlato a loro, mediante un impianto stereo che amplificava e diffondeva la sua voce da un altoparlante posto nello stanzone. E Dorian non poteva in alcun modo comunicare con suo fratello. Se non attraverso un microfono posto proprio al centro dello stanzone.
Si accorse, inoltre, che i colpi di Dorian non erano molto forti. Quasi come se si volesse trattenere. Ne approfittò cercando di capirci qualcosa di più.
“Che cos’hai? Perché non colpisci con tutta la tua forza?” chiese.
Dorian ebbe un sussulto. Capì solo dopo un paio di secondi che colui che gli stava parlando era il suo avversario, colui che aveva davanti, che gli parlava attraverso la tuta e gli parlava dal casco completamente oscurato che ancora indossava. Però non gli rispose.  Se non con un pugno, tirato sul braccio destro.
Michele gli rifece quella domanda. Domanda che, ancora una volta, non ebbe alcuna risposta. Se non un altro calcio nello stomaco. E soprattutto Dorian si levò il casco disattivando la tuta.
Michele cadde all’indietro. Probabilmente, se non fosse stato per il campo di forza che aveva creato intorno a se, per quanto piano colpisse, Dorian gli avrebbe già fatto parecchio male.
Certo era che non poteva rimanere in quella situazione a lungo. Non avrebbe avuto senso. Sarebbe stata solo una semplice ed inutile perdita di tempo. Cercò allora di escogitare un piano.
Capì che il vero pericolo era Amaraldo, che stava mettendo in pericolo la vita di Francesca. Quindi la persona da attaccare doveva essere lui. Per prima. Liberarsi di Dorian poi, sarebbe stato un gioco da ragazzi, una volta eliminato il problema costituito da suo fratello.
Oltretutto quella stanza era completamente vuota. Non c’era alcuna traccia di ferro. A parte le spessissime pareti che non potevano essere utilizzate.
Erano passati altri dieci minuti intanto. E ne mancavano ancora quaranta. Sapeva che qualsiasi cosa avesse scelto di fare il primo da colpire doveva essere Amaraldo. Ma come raggiungerlo lì dentro? E Dorian stava anche incominciando a stancarsi.
Fu solo allora che ebbe l’illuminazione. Capì quello che poteva fare. perché gli venne in mente quello che gli aveva fatto Frem. Cioè, quello che Frem aveva fatto alla sua tuta. Il suo potere nuovo di zecca. E capì come utilizzarlo.
In quel momento gli venne sferrato un pugno, sempre sul braccio. E capì come fare anche per non farsi accorgere di niente. Il problema era che per utilizzare la cosa che aveva portato con sé nel modo giusto doveva disattivare il campo di forza. E quello significava prenderle seriamente per qualche secondo.
Ma era pronto a farlo.
Quel mattino, mentre erano ad allenarsi, con gli altri quattro, Michele aveva trovato dei cuscinetti sferici di ferro. Uno, che gli piaceva particolarmente l’aveva preso con sé. E se l’era messo in tasca.
Ora, per levarlo dalla tasca l’unico modo era disattivare quel campo magnetico. E lo fece.
Il primo calcio che sentì seriamente, gli arrivò immediatamente dopo. Il cuscinetto gli cascò dalla tasca. Mentre, fingendosi sospinto da quel calcio e da quelli che seguirono, lentamente riuscì a spostarsi lateralmente. Amaraldo era troppo occupato a guardarlo prenderle per rendersi conto di quello che stava succedendo.
Un altro paio di colpi assestati e Michele scivolò nella posizione perfetta per seguire il suo piano. Riprese il cuscinetto.
Attivò in quel momento la pila di emergenza. Avrebbe usato tutta la sua energia in quel secondo, per accelerare il cuscinetto oltre la velocità del suono. Esattamente come aveva fatto Frem qualche mese prima con lui.
Dorian non si accorse di nulla. Sentì solo uno schiocco, come quello di una frusta quando Michele fece partire quel proiettile improvvisato. Che squarciò in due il casco di Amaraldo, dopo aver rotto la parete di plexiglass. E che miracolosamente non fece nulla allo stesso Amaraldo.
Amaraldo, ancora prima di rendersi conto della rottura della tuta, vide, materialmente, la lama di acciaio che cadeva ai piedi di Francesca. Cercò di muovere le mani ma il casco, e quindi la tuta, erano stati resi inutilizzabili da Michele.
“Hai commesso l’errore della tua vita!” disse Amaraldo in preda all’ira isterica nella quale si ritrovò nel giro di pochi decimi di secondo. Si avvicinò immediatamente verso Francesca. Si chinò davanti a lei per prendere il coltello con le sue mani. Ma si rese conto di aver fatto un solo errore. Essersi lasciato ingannare dall’aspetto mite e debole di quella ragazza: così aveva legato solo le mani di Francesca.
Una ginocchiata sul volto lo fece rialzare ed un calcio, dato con tutte le sue forze, in mezzo alle gambe da parte di Francesca, lo lasciarono sofferente a terra. Piuttosto che gettare lontano da sé la lama, la schiacciò contro il pavimento con il piede.
Dopo neanche dieci secondi Amaraldo riuscì a ricominciare a respirare e rialzarsi, solo per vedersi arrivare addosso un altro calcio da parte della mite ragazza che aveva davanti.
Contemporaneamente Michele, nello stanzone, stava riservando lo stesso trattamento a Dorian. Cercando il prima possibile di estorcergli informazioni su dove fossero le chiavi che l’avrebbero facilmente condotto alla camera dove era legata sua figlia. Che comunque si stava difendendo bene, avendo, da pochi secondi, lasciato tramortito davanti a sé Amaraldo.
A differenza di Dorian, Michele puntava direttamente al viso scoperto dal casco del suo nemico. Quindi dopo qualche colpo ben assestato, Dorian decise di scendere a più miti consigli. E fu Dorian stesso a prendere dalla sua tasca e porgergli la chiave. Con la quale Michele corse ad aprire la porta della stanza.
“Sei stata fantastica, Francesca!” disse Michele, avvicinandosi a sua figlia. Non era ancora arrivato, che il metallo con cui erano state legati le mani della ragazza venne facilmente divelto dalla forza della tuta.
“E anche tu! Complimenti per la mira chirurgica!” rispose sua figlia.
“Beh! Veramente avevo puntato qualche centimetro più in basso. Ma forse è stato meglio così”
Padre e figlia si abbracciarono. In quel momento Francesca vide Dorian che stava indossando il casco.
“Papà! Attento!” urlò. Mentre Michele, voltatosi, fece ripartire il cuscinetto, che attraversò la porta e, non sospinto oltre la velocità del suono, si conficcò nel casco di Dorian, mettendo fuori uso anche quella tuta.
Il cronometro segnava che mancava ancora mezz’ora. Con calma Michele aprì la porta. Un cartello segnalava che per salire dovevano premere il pulsante posto sotto. Francesca lo fece, e si attivò l’ascensore idraulico per la risalita. Sbucarono fuori dalla radura, ad una cinquantina di metri verso sud. Tra i due lidi principali di Policoro, in un’altra piccola radura nascosta tra la macchia e la pineta.
Michele intanto, avendo ristabilito le comunicazioni con Frem, scaricò nella sua memoria tutto il filmato di quello che era successo. Frem inoltre inviò a Michele anche uno schema con cui poter orientarsi di modo che, se anche gli altri avessero vissuto le stesse esperienze, avrebbe saputo dove poterli recuperare. Cercando di orientarsi, Michele decise di correre verso il probabile punto di uscita di uno degli altri tre. Ed era proprio quello giusto, perché esattamente allo scadere dell’ora prevista, vide, a pochi metri da lui, uscire anche Giuseppe con Anna.
“Ragazzi! ce l’avete fatta!” disse Michele rivolgendosi a Giuseppe.
“Si!” rispose costui “anche se i miei avversari sono morti”
“Di chi si trattava?”
“I Tre Fratelli!”
Michele, vedendo Giuseppe, capì che anche lui doveva averne passate parecchie.
Si abbracciarono, finalmente.
Intanto, a una cinquantina di metri di distanza, qualcosa simile a un geyser spuntò dal terreno. E due figure spuntarono in mezzo all’acqua. Era una persona che ne teneva in braccio un’altra più grande di lui.


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NdA: Buongiorno e benvenuti a questo secondo capitolo dedicato alla "battaglia finale" :).
Fatemi sapere cosa ne pensate. 
  
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