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Autore: Benny Bromuro    10/04/2017    0 recensioni
Sono settimane che ormai la piccola cittadina di Varcaturo, nel napoletano, è vessata dalla presenza di giovani killer senza scrupoli, pronti a tutto pur di versare sangue innocente nelle strade.
Tuttavia, nella paura crescente, uomini coraggiosi, speciali, decidono di cercare di uscire dal buio in cui qualcuno li ha immersi. Per salvare il proprio domani e tenere in alto la testa, come gli eroi che sono.
[LA STORIA È SCRITTA CON TRATTI PALESEMENTE PARODISTICI IN RIFERIMENTO AL MONDO FUMETTISTICO E SUPEREROISTICO MARVEL, NON SI VOGLIA QUINDI FRAINTENDERE IL TENTATIVO DI BANALE DIVERTIMENTO CON QUELLO DI BANALE PLAGIO (dato che in tasca non mi entra una ceppa)].
Buona lettura!
Genere: Azione, Fantasy, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, Nonsense | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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[LA STORIA È SCRITTA CON TRATTI PALESEMENTE PARODISTICI IN RIFERIMENTO AL MONDO FUMETTISTICO E SUPEREROISTICO MARVEL, NON SI VOGLIA QUINDI FRAINTENDERE IL TENTATIVO DI BANALE DIVERTIMENTO CON QUELLO DI BANALE PLAGIO (dato che in tasca non mi entra una ceppa). Presenza di linguaggio scurrile e violenze varie sparse qua e là].
Buona lettura!
 
I. L'ALBA DI NUOVI EROI
Chronicles Of A Broken Land - Gli Inconsistenti
 
- Varcaturo, Via Ripuaria, altezza Kaluka -
 
Un’altra notte stava per finire. Insonne, come le altre.
Le sirene avrebbero dovuto gridare come delle ossesse lungo Via Ripuaria e invece il silenzio spadroneggiava in lungo e in largo, lasciando che la gente godesse soltanto del proprio respiro.
Già, nessuno parlava.
Nella prima casa del terzo viale, quello della palestra, una madre vedova stringeva la sua figlia orfana, rannicchiata in un angolo nascosto e buio oltre il divano, nel salotto.
“Va tutto bene, tra poco ci sarà il sole” diceva la donna, speranzosa che qualcosa sarebbe potuta finalmente cambiare.
“Loro ci sono anche col sole, mamma” piangeva la piccola.
“No, stai tranquilla. Andrà tutto bene, andrà tutto bene. Lo sai, alla fine della notte sono sempre stanchi. Sono meno aggressivi” la cullava lei, stringendola al petto.
Un forte rumore poco lontano da lì fece sussultare la piccola Maria, costringendola a spingersi con ancor più vigore al corpo di sua madre, che dal canto suo non riuscì più a trattenere le lacrime.
Baciava i boccoli biondi della bimba, col buio che ormai le aveva divorate.
“Il sole è vicino” ripeteva, con gli occhi spalancati e il sudore che le colava ai lati del volto. “Non piangere, amore. Ci siamo quasi. Domani andremo al bar e prenderemo una bella crostatina. Di quelle che fa Claudia e...”.
Poi una grossa esplosione deflagrò poco lontano da lì. Maria e sua madre non riuscirono a trattenere un urlo, con la madre che premeva contro i seni la piccola, tremula come l’ultima foglia secca attaccata al ramo di un albero in mezzo alla tempesta.
Qualcuno rideva, poco lontano da lì. Risate di un ragazzino.
“Sono loro...” sussurrò la donna, mordendosi le labbra con tutta la forza che possedeva, cercando di calmare l’irrefrenabile istinto di urlare.
“Dobbiamo andare via!” urlò poi, prima che la porta di casa sua fosse letteralmente divelta dai cardini. La luce dell’alba penetrò aggressiva all’interno del salotto, e subito dopo una losca sagoma dagli occhi rossi e splendenti si pose davanti all’ingresso.
“Mentalità” disse quello, ridendo.
“È uno di loro!” si disperò Maria, piangendo ancor più forte e affondando le dita nella felpa di sua madre.
Sentiva i passi di quell’essere e guardò poi la mamma negli occhi, totalmente paralizzati.
“Ci ha sentite...” sussurrò la più grande.
Maria si voltò di scatto. I suoi capelli, biondi e morbidi, si poggiarono sul braccio della più grande quando, con una sola mano, quell’essere alzò il divano e lo sbatté contro la parete di fronte, frantumando quadri e credenze
Le urla s’espansero velocemente.
“Cercavo voi, splendide…” esclamò quello, alzando i pantaloni un po’ scesi. Possedeva una voce prepuberale.
Maria strinse forte sua madre, mentre vedeva quel tipo caricare un forte pugno che avrebbe sicuramente ammazzato le due.
La donna chiuse gli occhi e premette al petto la testa della sua bambina, quando sentì dentro di sé una strana forza.
Niente di soprannaturale, era semplicemente il senso di maternità che le imponeva di proteggere sua figlia. Spalancò gli occhi, il cuore batteva come un tamburo e il sangue veniva pompato alla velocità della luce all’interno delle sue arterie.
L’adrenalina la costrinse ad agire.
Afferrò una pesante ceneriera di marmo e la gettò contro il manigoldo, che indietreggiò lentamente di qualche passo.
Aveva recuperato qualche secondo, quando si alzò in piedi.
“Scappa! Scappa in stanza!” urlò a Maria, che eseguì celermente. Allungò poi la mano, trovando l’interruttore e accendendo le luci.
“Sei... un ragazzino!” esclamò poi, osservando meglio l’aggressore: non aveva neppure tredici anni ma aveva l’atteggiamento di un galeotto con esperienza carceraria di oltre mezzo secolo.
“E te lo metto nel culo!” ribatté a tono quello, volgare come mai nessun adolescente era mai stato.
“Ma che diamine dici?! Non avrai neppure quindici anni!”.
Lo stridio dei freni di un auto poco fuori la casa della donna distrasse l’aggressore, e diede alla donna l’occasione per mettere in moto un piano che allontanasse lo scontro da Maria. Raccolse di nuovo la ceneriera e, per una seconda violentissima volta, la sbatté contro il volto del ragazzino.
Quello non perse sangue, né il suo viso parve accusare il colpo; si limitò soltanto a indietreggiare, lasciandole lo spazio per fuggire verso la porta.
“Prendimi, se ci riesci!” lo sfidò lei, scattando goffa ma motivata verso l’uscio. Due secondi dopo il suo aggressore si mise all’inseguimento, e la raggiunse, sgambettandola e facendo in modo che cadesse, proprio fuori il cancello di casa.
La donna urlò, con le lacrime in volto. Era stesa sull’asfalto, col braccio totalmente abraso per via della caduta. Vedeva quell’individuo avvicinarsi con sempre maggior cattiveria.
“Dovrei essere più gentile. Ma voi vecchi non vi meritate un cazzo” disse poi, afferrandola per il collo della felpa e sollevandola in aria.
“Ma… ma come fai… a… a fare questo? Sei solo… solo un ragazzino!”. La madre aveva difficoltà nel parlare, con la gola costretta e la paura che le faceva tremare le ginocchia. In un attimo di lucidità riuscì a guardare per bene il suo assassino: era davvero un ragazzino.
Soltanto un ragazzino.
Aveva i capelli neri, rasati sotto e sfumati man mano fin sulla fronte, dove un grosso ciuffo, riccio e impomatato, pendeva verso destra. Le lentiggini sul naso e gli occhi innocenti creavano un contrasto immenso con la cattiveria dell’espressione che assumeva.
Indossava una camicia a quadri rossi e neri, aperta ovunque tranne che al primo bottone, quello sul collo. S’intravedeva sotto una maglietta bianca e dei pantaloni aderentissimi coi risvoltini alti. Chiudeva il quadro un paio di Adidas Superstar, che anche sua figlia le aveva ripetutamente chiesto.
Vedeva il suo volto, oltre la figura losca del ragazzetto killer, nascosta dietro la porta. I suoi occhi erano spalancati e avrebbero visto la fine di sua madre.
“Ti prego…” piangeva quella, sentendo le dita stringersi sempre di più, col fiato che s’accorciava. “Mia figlia…”.
“Morirà anche lei!” esclamò poi, sorridendo. “O si unirà a noi! Lo radiamo al suolo, questo cazzo di posto!” concluse urlando.
“Tu non farai nulla!” esclamò qualcuno, a qualche metro da loro. Rumore di ferro s’univa ai versi di sforzo che quello produceva.
Il manigoldo allungò lo sguardo verso la fonte di quei rumori e, meccanicamente, la sua espressione mutò. Sembrò che avesse visto il diavolo, e invece era soltanto un giovane uomo che stava smontando il copricerchio di una vecchia Fiat Panda color ruggine dell’80.
Gli occhi del ragazzino s’illuminarono e lasciò la presa dalla donna, che si dileguò velocemente.
“Un momento… un momento e arrivo...” disse quello, accovacciato davanti alla ruota.
“Che stai facendo, aborto?” chiese quello, ridendo, mentre si avvicinava.
“Stammi lontano!” urlò, lasciando cadere un cacciavite e afferrando il copricerchi che aveva appena smontato. Fu rapido nell’utilizzarlo immediatamente come scudo per parare il pugno dell’avventore.
“Ti distruggo!” urlò quello, continuando a sferrare potenti pugni, che l’eroe schivò. Ricevette poi un calcio nel petto dall’avventore, che lo fece cadere all’indietro.
“Non farmi ridere. Insomma, mi hai visto?!” chiese quello con lo scudo in mano, guardandolo sollevarsi subito dopo. “E poi guarda te… Non ti rendi conto di quanto io sia meraviglioso?”.
“Muto, come il cesso!” urlò il più giovane, sferrando un violentissimo pugno, che il più grande schivò. L’aggressore colpì il cofano della Panda, che rispose con un tonfo sordo.
Ed era strano, perché per la violenza col quale quello l’aveva sferrato avrebbe dovuto accartocciare tutto il quarto davanti della Fiat.
“Non si scalfisce con così poco la F2017” sorrise il nostro eroe, cogliendo impreparato l’avversario e colpendolo col copricerchio, dritto sul volto.
Fu una stilettata potentissima, che sbatté l’aggressore per terra.
Il silenzio dell’alba era quasi assordante ma lui, l’eroe, l’aveva riempito coi suoi sospiri, con gli ansimi degli sforzi compiuti.
Ce l’aveva fatta.

Anzi no.

Lo vide muoversi, si rialzava velocemente e senza aver accusato minimamente il colpo.
“Ma di cosa sei fatto?!”.
“Di sogni, cazzimma e desideri!” urlò, sferrando un colpo a tradimento, dal basso, che colse sorpreso il ragazzo. Ricadde per terra, spettinato e con un forte dolore alla mandibola.
“Ragazzini bastardi…” sospirò, facendo un passo indietro.
“Mentalità, fratè”.
E il ragazzo scansò un altro grosso pugno sul muso, scivolando alle sue spalle e tirandolo a terra per le spalle. Poi si gettò su di lui e cominciò a colpirlo più e più volte sul viso, fino a quando i muscoli delle braccia non gli bruciarono.
Forse lo aveva ucciso; un po’ gli dispiaceva.
Si sollevò dal corpo di quello e cominciò a frugargli tra le tasche, non trovandovi nulla.
Incredulo, ricordò che fosse solo un ragazzino.
Come poteva possedere tanta rabbia e potenza in corpo? La cosa era strana, fin troppo.
Tirò fuori il cellulare e vide che ancora non ci fosse ricezione.
“Dannazione...” sospirò, e poi vide quello che aveva atterrato riaprire gli occhi.
“Ancora?!” esclamò, indietreggiando e afferrando il copricerchi della sua Panda.
“Non puoi sconfiggermi, fratè... A quelli come te, noi ci pisciamo addosso!” sorrideva quello, sistemando la mascella spostata, che emise un sinistro rumore metallico.
“Che cosa sei?!” chiese l’altro, stringendo i denti.
“A te che te fotte?”.
Si avvicinò minaccioso ma d’improvviso lo vide spalancare con terrore gli occhi. Gli stessi si riempirono velocemente di una calma quasi irreale, accompagnata da un sorriso di soddisfazione e pace.
“Che succede?” domandò quello nascosto dal copricerchi.
Vedeva l’aggressore totalmente immobile, con le braccia allargate. Poi sentì una voce alle sue spalle.
“Cerca di fare presto... Non potrò tenerlo così per molto”.
Il giovane si voltò impaurito, vedendo un ragazzo, suo coetaneo, in piedi su di una macchina. Aveva i capelli castani e gli occhi scuri, dilatati. Mostrava fiero sul volto un’espressione calma e rilassata.
“Ma sei cannato?!” gli chiese.
“La testa. Devi mozzargli la testa...” rispose l’altro quello, ancora sorridente, col palmo della mano destra teso in avanti, a formare dei movimenti circolari.
E quello non se lo fece ripetere due volte: afferrò il cerchio per il bordo e lo lanciò dritto contro il collo, trapassandolo da parte a parte; il taglio fu netto e la testa cadde ai suoi piedi, rovinando poi davanti alle ruote della Panda.
“Ottimo lavoro...” sorrise quello sulla macchina, che saltò agilmente giù, salvo poi mantenersi al cofano. “Cielo, mi gira la testa. Che trip...”.
Il primo raccolse il coppo e lo incastrò sul cerchio. Poi si alzò e portò le mani ai fianchi, ansimando.
“E tu chi saresti?”.
“Puoi chiamarmi L.O.O.P., se vuoi...” rispose quello, avvicinandosi.
“E... e che diamine hai fatto?”.
“Intendi il gesto con la mano?”.
“Già, quello”.
“Ehm... nulla. Tu, piuttosto, com’è che a quest’ora ti trovavi qui?”.
“Mi chiamo Vincenzo. E comunque ero ad allenarmi in Palestra e ho sentito le urla...”.
L’altro sorrise, stringendogli la mano e notando lo sguardo stanco dietro gli occhiali da vista.
“Beh, amico, sembri stanco... Dovresti andare a riposare”.
Vincenzo fece spallucce e prese le chiavi della macchina dalla tasca. “È che ultimamente non si capisce più nulla, qui a Varcaturo... Ci sono questi ragazzini violenti e...”.
“Sono androidi” rispose L.O.O.P. “Sono androidi... non hanno sangue, vedi?”.
Entrambi s’avvicinarono alla salma decapitata e si accorsero che nessun fluido fosse fuoriuscito dopo la mozzatura del collo.
“Non è normale...” disse Vincenzo.
“No. Per nulla...”.
“Hai bisogno di un passaggio?” chiese poi, salendo in auto.
“No, vivo qui vicino. Ma stai attento”.
“So cavarmela da solo...”.
“Certo...” sospirò quello, vedendolo andare via. Afferrò la testa di quello e la spaccò sull’asfalto, vedendo componenti metallici schizzare ovunque. “Ora rolliamoci una torcia e andiamo a dormire...”.

 
- Varcaturo, Parco Noce, Terzo Viale –

L’attrezzatura era pronta.
Antonio strinse le cinghie degli stivaloni neri e assicurò la grossa torcia alla cintura.
Sospirò, poi grattò la barba, ormai troppo lunga.
Ricordava i tempi in cui definiva il pizzetto e radeva il resto, tutte le mattine.
A Roberta piaceva il pizzetto.
E a lui piaceva Roberta.
Erano ormai due settimane che in quella casa rimbombavano persino i suoi pensieri. La mancanza di corrente elettrica non aveva aiutato e quello strano immobilismo da parte degli addetti al ripristino lo indispettiva.
Tuttavia non osava parlare. Non parlava più.
Aveva bisogno di recuperare un po’ della sua serenità, del suo sorriso.
E l’unico modo per farlo era guardare le fotografie del matrimonio, quando, qualche anno prima, sua moglie era ancora lì, sorridente e amorevole.
Ormai erano sedici giorni che non la sentiva ridere. Sedici giorni che non andava a prenderla a lavoro, sedici giorni che non odorava i suoi capelli.
Avrebbe voluto capire, avrebbe voluto farsene una ragione, ma il fato volle che lui non trovasse né un biglietto né un cadavere.
E da un lato forse era una cosa buona. Il beneficio del dubbio certe volte aiuta a non buttarsi giù.
Infilò un paio di guanti neri e alzò il cappuccio; era pronto per scendere alla ricerca di sua moglie.
Scese di casa, torcia nella mano destra e paura nel cuore, ma tanta, tanta rabbia a muoverlo.
Non appena uscì erano tre i senzamente che gli si avventarono immediatamente incontro; stavano dilaniando il corpo ormai senza vita di un uomo anziano che s’era arrischiato oltre le mura di casa. Erano totalmente identici, come copie esatte di un ragazzino qualunque di quindici anni
“Guarda quel coglione!” aveva urlato uno di quelli.
“Ora gli facciamo vedere chi comanda!”.
“Non l’ha capito, secondo me” rispose il primo. Tutti e tre s’avventarono con estrema violenza sull’uomo, che già sapeva a cosa puntare. Il calcio della possente torcia si piantò nella tempia del primo dei cattivi, che si accasciò per terra senza forze. Antonio schivò il primo attacco da quello di sinistra e incassò quello di destra, ma fu abbastanza abile da non perdere l’equilibrio e cadere. Afferrò quindi il braccio di quello andato a vuoto e lo spezzò, sentendo quel sinistro rumore metallico che i corpi dei senzamente producevano quando li aveva ammazzati per la prima volta.
“Siete soltanto dei robot...” sussurrò, col cappuccio che cadde, a mostrare a quel mattino la sua barba incolta e il ciuffo corvino. Gli occhi castani fissarono rapidi l’altro avversario, quello che lo aveva colpito, nel tentativo di replicare sferrando l’ennesimo pugno.
Tuttavia Antonio fu più intelligente, utilizzando la testa di quello che stringeva come scudo.
Testa che finì in mille pezzi.
L’adolescente rimase stranito quando poi, nello sgomento, il calcio della torcia gli sfondò l’osso frontale, trapassandogli il cranio e facendo di quell’androide un androide morto.
Il silenzio calò sul Parco Noce nuovamente, come una calda coperta. Lui alzò il cappuccio e controllò che la torcia funzionasse ancora.
E funzionava.
Vide uno stormo che si allontanava lento e stanco, lungo la strada principale oltre le vie del parco.
Antonio doveva trovare Roberta. Doveva capire se fosse con loro.
Se l’avessero rapita.

 
- Varcaturo, Via Madonna del Pantano Sud –

Il sole fioco di mezzogiorno indicava chiaramente che l’inverno stentava ad abbandonare quei luoghi, un tempo ameni e naturali, ormai soltanto rudere di ciò che era.
Vincenzo massaggiava la mascella colpita dal grosso pugno qualche ora prima.
Lucidava il cofano della sua macchina quando il ricordo di quel ragazzo in piedi sull’auto alle sue spalle gli sovvenne alla mente.
Cosa stava facendo, esattamente, roteando quella mano?
Aveva forse dei magici poteri?
Lottare con quei ragazzini non era così semplice come sembrava. Erano ostinati e sembravano non interessarsi minimamente degli altri; gli pareva che il loro unico obiettivo fosse distruggere ogni cosa.
Poi sospirò, voltandosi. La palazzina dove viveva era ormai stata evacuata diversi giorni prima, quando l’allerta preventiva aveva consentito a chiunque ne avesse la possibilità e la voglia di scappare da quel paese.
Prima che quell’enorme campo di forza ponesse dei limiti, delle barriere attorno a un perimetro immaginario.
Era intrappolato lì dentro, Vincenzo, assieme a pochi altri superstiti. Lui aveva deciso di non abbandonare quel posto, dove c’erano i suoi progetti e le sue idee messe su carta.
I suoi hard disk erano pieni di idee rivoluzionarie, pronte a cambiare il mondo.
Ma la corrente elettrica non c’era e quindi rimanevano solo i rimasugli nella sua mente, l’unica memoria fisica su cui poteva fare affidamento.
Voleva difendere le sue idee.
Difendere i suoi posti.
Riconquistare quelle strade, in qualche modo.
Aveva visto i primi cloni apparire nelle strade qualche settimana prima, ma non aveva fatto caso davvero al fatto che fossero realmente tutti uguali l’uno all’altro.
Aveva pensato soltanto che avessero gli stessi vestiti. Una cosa che i più giovani facevano già quando non avevano tutti il medesimo volto.
Erano diventati il nemico ma lui non demordeva. Il suo sogno era quello di vedere i suoi progetti diventare realtà.
E avrebbe combattuto a testa alta per difenderlo.
   
 
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