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Autore: Crilu_98    13/04/2017    5 recensioni
Secondo capitolo de "The Walker Series" - non è necessario aver letto la prima storia.
Mark ed Elizabeth Walker sono fratelli ma non si vedono da dieci anni, da quando un terribile incidente ha cambiato per sempre le loro vite. Elizabeth è una ragazza insicura e tormentata dai sensi di colpa che all'improvviso è costretta a lasciare la cittadina di campagna dove ha sempre vissuto e a raggiungere San Francisco per salvare il fratello. Aiutata da uno scontroso gentiluomo dalle origini misteriose, da una risoluta ereditiera poco convenzionale e da un impacciato pescatore italiano, Elizabeth dovrà fronteggiare un intrigo molto più grande di lei. Un complotto che potrebbe diventare la miccia di un'incontrollabile rivolta operaia...
Genere: Azione, Romantico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Triangolo | Contesto: Il Novecento
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'THE WALKER SERIES '
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Mi svegliai più serena, completamente ristorata dopo quella lunga notte piena di avvenimenti. Un po’ della mia tranquillità svanì non appena ricordai tutti i particolari della notte precedente: un fratello socialista, un imprenditore corrotto impossibile da smascherare… E un bacio rubato che bruciava ancora sulle mie labbra.
Decisa a non lasciarmi influenzare mi vestii in fretta, legai i capelli nella solita crocchia e mi diressi in soggiorno, dove trovai un Connor Price ancora profondamente addormentato sul divano, nonostante fosse quasi mezzogiorno.
Non si era cambiato da quando eravamo rientrati, limitandosi a sbottonare i polsini della camicia per arrotolarsi le maniche fino al gomito; rimasi per un attimo turbata nell’osservare l’espressione infantile che aveva quell’uomo mentre dormiva, totalmente in contrasto con l’aura da predatore che lo circondava quando era sveglio. Ero imbarazzata nel sostare davanti a lui ma non avrei saputo indicare una ragione precisa del mio disagio, perciò mi limitai a scuoterlo per un braccio e svegliarlo.
L’uomo emise un grugnito insoddisfatto e sbatté le palpebre un paio di volte prima di mettere a fuoco la mia espressione severa:
-Buongiorno, Price!- esclamai, impaziente.
-Connor…- biascicò lui, ancora non del tutto lucido, mentre si rigirava sul divano alla ricerca di una posizione più comoda. -Mi chiamo Connor, perché nessuno sembra afferrarlo?-
-Non ho tempo da perdere in questioni così futili!- strillai, mentre i residui del mio buonumore evaporavano in fretta -Hai promesso di portarmi da mio fratello, oggi!-
Fissò gli occhi castani nei miei e sospirò:
-Che il Cielo mi assista, Mark non me lo perdonerà mai…-
 
Effettivamente, mio fratello non prese molto bene il mio arrivo nella sua cella. Mi ero aspettata un ambiente simile alle carceri di Rosenville, buie, umide e pericolanti; invece ero entrata in una costruzione dagli spazi angusti, ma pulita e relativamente calda. Mentre entravamo nel cortile interno, avevo osservato con un brivido le guardie armate che ne percorrevano il perimetro e Connor si era chinato verso di me:
-Sai perché hanno costruito una prigione così grande proprio in questa zona?- mi sussurrò, riferendosi al promontorio roccioso a picco sul mare su cui ci trovavamo. Scossi la testa.
-Perché così è impossibile scappare.-
Era un’ammonizione ed io la colsi chiaramente, abbandonando ogni piano di evasione ancora prima di entrare nella cella di Mark.
Mi presi qualche istante per osservarlo, mentre lui, superato lo sbigottimento iniziale, era balzato in piedi ed aveva iniziato ad imprecare contro il mio accompagnatore.
Mio fratello si era irrobustito negli ultimi anni e aveva lasciato crescere i capelli e la barba: era il ritratto giovanile di nostro padre, sebbene gli occhi verdi fossero più torbidi e scuri di quelli di Russell Walker.
-Mark, per favore!- lo redarguii, fermandolo un attimo prima che si potesse slanciare su Connor, che lo fissava con aria colpevole -Lascialo stare. Sono io che ho insistito per venire qui!-
Mark puntò gli occhi scuri e tormentati su di me e piegò il capo di lato:
-So quanto puoi essere testarda…- mormorò, mentre i suoi occhi si facevano lucidi -Sei ancora la mia piccola Lizzie, dopotutto!-
-Oh, Mark!- singhiozzai, mentre lui mi stringeva in un abbraccio caldo che avevo aspettato per dieci anni.
-Sei il peggior fratello di tutti i tempi!- sbottai tra le lacrime e sentii i muscoli della sua schiena tendersi. -La mamma si è consumata giorno dopo giorno, papà non è stato più lo stesso e neanche io, Mark!-
-Nessuno di noi è rimasto lo stesso, Lizzie…-
-Dieci anni e neanche una riga!-
-Lo so, mi dispiace!- mormorò mio fratello, staccandosi -Avevo paura di mettervi nei guai e poi… Non sono stati anni molto facili, per me!-
-Neanche quando sei entrato nella fabbrica di Calloway?- sibilai, come una bambina dispettosa. Avevo meditato molto su cosa avrei detto a Mark se mai un giorno avessi avuto la fortuna di rivederlo, ma in quel momento nessuna dolcezza mitigava la severità del mio tono: ero troppo arrabbiata per l’ingiustizia della sua situazione.
Mark mi scrutò da capo a piedi e sorrise:
-Sei cresciuta, Lizzie, e non solo nel corpo! Sei molto più ardita di quanto ricordassi!-
Lanciai un’occhiata di sbieco a Connor, che stava soffocando una risata con un attacco di tosse:
-Price, qui, mi ha detto che non vuoi fare nulla per uscire di galera: è vero?-
Mark sbiancò leggermente in volto:
-Io… Sì. Insomma, cosa potrei mai fare? Sanno chi sono!-
-E’ passato tanto tempo, potremmo richiedere la grazia!-
Mark si rivolse all’amico, che sostava sull’entrata della cella, qualche passo indietro rispetto a me:
-Le hai raccontato tutto di Calloway?-
-Sì.-
-Bene. Allora devi sapere che avevo deciso di chiedere aiuto a Calloway come “pagamento” per il servizio reso, ma ovviamente adesso è lui stesso che preme per la mia condanna… Non ho avuto il tempo di spiegargli…-
-Sciocchezze!- sbottò Connor, infastidito -Sai benissimo che c’è lui dietro il tuo arresto, Mark. Come puoi continuare a difenderlo?-
-Questa è solo una tua supposizione! Calloway è un uomo vecchio stile: non dico che sia onesto ed integerrimo, ma neanche che abbia ordito questa trappola macchinosa per incastrarmi. Perché chiedermi di indagare in primo luogo?-
Connor sbuffò, per niente convinto, mentre io rimasi colpita da quell’interrogativo: apriva uno scenario molto più complesso.
La guardia batté sulle sbarre della cella:
-Tempo scaduto!-
-L’uomo che ti ha incastrato… Chi è? Dove si trova?- mormorai all’orecchio di mio fratello mentre mi abbracciava ancora.
-Non posso dirtelo, Lizzie. Mi dispiace, ma davvero non posso.-
Mi divincolai dal suo abbraccio:
-L’hai detto tu stesso che sono cresciuta: non devi più proteggermi, so badare a me stessa! Sono qui, no?-
Mark sorrise: era un sorriso stanco e preoccupato e d’improvviso ebbi la sensazione che io e Connor non fossimo a conoscenza di tutti i fatti.
-Non sei tu che sto proteggendo!- bisbigliò ancora Mark, mentre ci allontanavamo lungo il corridoio.
 
-Non è me che sta proteggendo…- riflettei, mentre Connor mi guidava per le affollate strade di San Francisco guardandosi attorno con fare nervoso. -Ma allora chi?-
-Ne possiamo discutere più tardi?- chiese lui esasperato.
-Che ti prende? Sei strano…-
-Ho l’impressione che ci seguano. Fin da quando siamo usciti dalla prigione.-
Feci saettare lo sguardo da una parte all’altra del marciapiede, ma nessuno sembrava far caso a noi; nel mezzo della strada, carrozze e rumorose automobili procedevano indifferenti.
Colsi un movimento affrettato dietro di noi e mi girai a controllare meglio: vidi una donna vestita di blu, con il capo celato da un grazioso cappellino decorato con delle peonie, che si nascondeva nell’ombra di un androne. Socchiusi gli occhi nel tentativo di scorgere i suoi lineamenti, ma Connor mi strattonò violentemente in una strada laterale. Ci ritrovammo davanti ad un dedalo di vicoli che il mio compagno non esitò ad imboccare a casaccio.
-Dove stiamo andando?-
-Non mi importa un accidente di dove andiamo, hai capito? L’importante è seminare i nostri inseguitori!-
-Ti preoccupi di una signora con delle peonie sul cappello?-
-Eh? Che vai farneticando? Io sto parlando di quei due tizi vestiti da marinaio col coltello in mano…-
Non fece in tempo a finire la frase che i due uomini sbucarono da dietro l’angolo, tagliandoci la strada. Erano alti e ben piazzati, sicuramente adatti a svolgere il tipo di mansione per cui ci stavano braccando in una stradina desolata di San Francisco… Anche se non avevo ancora capito se volessero ucciderci o rapinarci.
Con un gesto brusco che mi sorprese, Connor mi spinse dietro di sé: sapevo che non era armato, ma non aveva esitato un attimo a farmi da scudo contro i due che si avvicinavano minacciosi. Mi ricordavano in maniera inquietante i pistoleri di Rosenville e sentii la familiare nausea montare alla bocca dello stomaco mentre in un lampo mi tornavano in mente le mie mani e il mio vestito sporchi di sangue.
-Appena si buttano su di me…- sibilò Price, riportandomi al presente con una semplice stretta di mano -Scappa, torna sulla strada principale.-
-Non posso abbandonarti qui!- sussurrai terrorizzata -Cosa faccio senza di te?-
Connor, incredibilmente, sorrise:
-Non avrei mai potuto immaginare di sentirti dire una cosa del genere, sono lusingato! Vai a casa del tuo bell’italiano e aspetta che le acque si siano calmate… Come hai detto a tuo fratello, tigre, puoi cavartela da sola!-
-Non sono una tigre!- mormorai, mentre mi irrigidivo, pronta a correre per salvarmi la vita.
Proprio quando il primo uomo sembrava pronto a scattare, uno sparo risuonò nel silenzio tombale del vicolo: il tizio barcollò, prima di cadere a terra con una macchia scarlatta all’altezza del petto.
L’altro si guardò attorno, sorpreso, cercando di capire da dove fosse partito il colpo.
-Dov’è il vostro complice?- gridò con voce rauca, prima di essere colpito alla testa da un secondo proiettile. Dopo un lungo istante di silenzio, da dietro un angolò uscì la donna in blu, che stringeva tra le mani guantate una piccola pistola fumante: per quanto mi risultasse incredibile, quella donna doveva averla nascosta… Nella borsetta!
Adesso che era più vicina potevo osservare il suo volto sotto il cappello: aveva gli occhi castani, ma più scuri rispetto alle iridi dorate di Price, sormontati da due sopracciglia folte ed espressive; le guance erano macchiate da numerose efelidi, sebbene la ragazza avesse tentato di nasconderle con uno spesso strato di trucco. Le labbra scure e piene erano piegate in un timido sorriso imbarazzato, come se fossimo ad una serata di bridge e non in un vicolo che puzzava di pesce con due morti ammazzati in mezzo a noi. I capelli erano di un colore indefinito tra il castano e il rosso e ad inizio mattinata dovevano essere legati in una bella acconciatura piena di boccoli capricciosi, ma la sconosciuta doveva essersi affannata parecchio nel seguirci, perché diverse ciocche mosse le ricadevano scomposte sul viso. Era decisamente più giovane di me, come notai con un pizzico di incredulità.
Nel complesso era una bellissima ragazza, vestita con abiti di indubbia qualità, perciò non riuscivo a trovare un nesso con il duplice omicidio che aveva appena commesso. Poi però sentii Connor trattenere il fiato:
-Tu sei Barbara Calloway!- 
 
 
Angolo Autrice:
Scusate il ritardo, spero di essermi fatta perdonare con l'entrata in scena di questi due nuovi personaggi!!! Soprattutto con la sconosciuta di fine capitolo xD
Sebbene mi allettasse l'idea di rinchiudere Mark ad Alcatraz, la famosa prigione non era ancora stata costruita all'epoca… E un solo omicidio vecchio di un decennio non sarebbe comunque stato un reato così grave da costargli una tale pena!
Spero che il capitolo vi piaccia!
A presto
 
Crilu
 
   
 
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