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Autore: MomoiDancho    13/04/2017    0 recensioni
Zafrina è una ragazza di 17 anni, con un disturbo alimentare non altrimenti specificato: i suoi genitori pensano che dopo il suo primo ricovero sia totalmente guarita, ma quando Arianna, la sua migliore amica, tenta il suicidio, la protagonista si ritrova a ricadere nel vortice che la porterà negli abissi della sua malattia: riuscirà la ragazza a trovare la forza per risalire verso la superficie?
Genere: Drammatico, Introspettivo, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo 1, The Beginning

 
Sono seduta sul letto mentre giocherello con le cuffiette, immersa nei miei pensieri.
La mia migliore amica è stata ricoverata, per la seconda volta.
Mia madre me l’ha detto così, come se fosse una cosa che non avrebbe dovuto toccarmi più di tanto.
Ha tentato di suicidarsi, prendendo 50 pastiglie di paracetamolo: l’hanno salvata per un soffio, grazie a tre lavande gastriche.
Lei ed io ci siamo conosciute durante il nostro primo ricovero, quando io ero stata internata per un disturbo del comportamento alimentare non altrimenti specificato (in poche parole, neanche i dottori sapevano cosa diavolo avessi di sbagliato); mentre a lei era stato diagnosticato un disturbo di personalità borderline. Almeno lei era qualcosa.
Tutti mi hanno sempre detto di non identificarmi con la malattia che avrei dovuto avere, ma è sempre stato difficile: questo Arianna lo sapeva.
Lei si era appena fatta tatuare una figura femminile sulla coscia sinistra, una donna senza occhi, circondata da rose nere; questo era il suo demone e lei se l’era fatta disegnare sulla pelle in maniera indelebile, come se la sua presenza non fosse già abbastanza presente nella sua vita.
Arianna era sempre stata con me, da quando avevo avuto la mia prima crisi di ansia davanti ad un Ensure (un terribile integratore alimentare da 200ml; 1,5 kcal/ml, 300 calorie da prendere in massimo 10 minuti, altrimenti gli infermieri mi avrebbero messo il sondino naso gastrico), fino a quando si era trovata ad assistere divertita, alle mie corse avanti e indietro per il piccolo corridoio del reparto, in punta dei piedi e con le ciabatte in mano durante il momento di riunione degli infermieri.
Ricordo come fosse ieri i nostri esperimenti durante le attività di gruppo, quando provavamo insieme i giochi più disparati senza leggere le istruzioni oppure quando, dopo aver avuto un opprimente colloquio con i miei genitori e le dottoresse, ero  tornata in reparto sotto effetto di tranquillizzanti: mi ero appena messa a ricopiare tristemente dei disegni di anatomia, quando avevo sentito provenire dallo stereo la mia canzone preferita. L’aveva messa apposta per me.
Mi aveva preso le mani, trascinandomi in una goffa danza, con i rumori attutiti dagli psicofarmaci e dall’ambiente soporifero che ci circondava.
«… ma non è nulla di irrimediabile, per fortuna, al momento sta bene. E’ solo sotto effetto di sostanze “stabilizzanti”, ecco. »
“Potrebbe dire anche ‘simpatiche pastiglie colorate per psicotici’, già che c’è… dov’è la fregatura?”
«Tuttavia, penso che, come dire, al momento non sia il caso che tu la veda. E’ troppo stanca per vedere altre persone».
La guardo con un’aria indefinita, senza dire nulla. La mia migliore amica è sotto pesanti psicofarmaci, circondata da persone che non sono in grado di capirla veramente, di ascoltare le urla del suo demone, che possono al massimo stordirla e farla stare buona con aiuti chimici. Bella merda.
Mia madre si siede vicino a me, con la sua aria comprensiva e io mi irrigidisco.
«Tesoro, so che è difficile… per favore, cerca di non tormentarti troppo, non è colpa tua» mi dice accarezzandomi il viso, mentre io chiudo gli occhi e respiro rumorosamente «Dai, vieni di la, ho preparato una torta nuova, devi assolutamente dirmi com’è».
Queste parole fanno scattare il meccanismo.
La mia testa inizia freneticamente a mandarmi segnali di allarme, mentre la seguo.
Siamo in cucina, dopo attimi che sembrano secoli: “Don’t reward yourself with food, you’re not a dog!”, la osservo mentre prende un coltello, “Wake up with determination, go to bed with satisfaction!”, taglia una fetta di torta e me la porge. Il sapore dell’impasto mi esplode in bocca, travolgendomi con mille sensazioni “If it tastes good, it’s trying to kill you!”; le frasi delle thinspiration che ho letto in precedenza mi travolgono mentre finisco l’ultimo pezzo di torta.
So che me ne pentirò, so che dopo starò malissimo.
“E’ sempre così eppure non impari mai!”, la voce che mi sussurra queste frasi, da assopita quale era, inizia a farsi sempre più forte. Un pezzo di torta = 150, 200 calorie? Non è una tragedia, se riesco a fermarmi prima di avere un’abbuffata. Non mangio da questa mattina e sono le cinque del pomeriggio: mi costringo ad uscire dalla cucina e a seguire mia madre, che blatera sulla quantità di faccende di cui deve occuparsi, fingendo che sia tutto a posto.
Dopo dieci minuti, la porta si chiude, mia madre è uscita e non tornerà fino alle sei e mezza.
Perdo il controllo, ma non totalmente.
Sono conscia delle mie azioni: prendo il coltello, taglio una fetta di torta spessa quanto un dito e velocemente la porto alla bocca. Ne taglio un’altra. La mia bocca mastica, la mia testa e i miei pensieri stanno correndo, Arianna, Arianna, le pastiglie, le voci, l’ospedale, le dottoresse, la musica… guardo la torta. Ne ho mangiata quasi metà.
Riprendo il controllo della mia testa: “I regret every single bite that I had today!” la voce riprende ad urlare, il mio demone ora è decisamente sveglio.
Mi siedo sul divano e inizio a tremare, con la testa fra le mani. Il mio abaco inizia a far scorrere le palline lungo le asticelle. 200, 400, 600, 800? Ho i sudori freddi. 750 calorie di sicuro.
Lotto contro l’impulso di mettermi a piangere e vado davanti allo specchio: mi guardo fissa e scorgo un’ombra familiare nello specchio, nei miei occhi. Molto lentamente osservo ogni centimetro quadrato della mia pelle, vedendo come il mio corpo è deformato dai numeri che ho appena ingerito. Sono terribile, un disastro, un fallimento. Dovrei digiunare fino a dopodomani per il modo disgustoso in cui mi sono ridotta. La mia mente inizia a calcolare quanto workout dovrei fare per bruciare il tutto: “Dunque, calmati.” prendo la mia agenda, dove solitamente scrivo il conto delle calorie giornaliere e la apro sul giorno di oggi “Calma. Devi fare 5 workout da 150 calorie, per essere in pari. Sono le 17:30, se ti metti subito a lavorare ce la dovresti fare. Altri due workout dopo la cena e, se accade un miracolo, domani sarai aumentata di massimo due o tre etti. Il che è disastroso, ma sarebbe una prospettiva ottimistica contando quanto hai mangiato”. Prendo il materassino da yoga, accendo la televisione e alzo il volume al massimo, mentre inizio a fare addominali furiosamente.
La mia agendina è piena di numeri, la mia pancia è colma di cibo, ma la mia testa ha un solo pensiero fisso: Arianna.

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Buonasera a tutti!
Questa è la prima volta che mi ritrovo a descrivere una storia in cui i protagonisti sono “reali” e devo dire che ho scelto tematiche che trovo parecchio attuali per il mio debutto nel mondo della scrittura introspettiva: spero che l’inizio (di quello che mi auguro sia un lungo percorso) vi piaccia!
Momoidancho, 13/04/2017
   
 
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