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Autore: francyalterego    14/04/2017    0 recensioni
Una ragazza viene costretta ad entrare in un'organizzazione segreta da un contratto firmato dai suoi genitori anni prima. Perché costringerla ad entrare in un progetto così rischioso? Perché l'organizzazione vuole lei? Ma soprattutto, chi è che sta giostrando gli attacchi per farla fuori?
Genere: Azione | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Dinanzi a noi si presentò un uomo con una lunga cicatrice su metà volto, era vestito di nero ed i capelli erano coperti da un cappello in lana.
«Lasciaci stare e non ne subirai conseguenze», gli ordinò con calma Mike, «hai perso spesso con noi, non farti umiliare ancora.»
L’uomo ridacchiò, indicandomi con la pistola. Nel frattempo Alex e Mike erano quasi scattati davanti a me per proteggermi.
«Tu, hai un volto familiare, chi sei?»
«Non rispondere» mi ordinò Alex.
«Dimmelo, ora.»
«Non posso disubbidire agli ordini…» commenta, sperando non insistesse. Successe tutto in un attimo, sentimmo uno sparo provenire da dietro di noi e sia io che Alex ci girammo, i due visti prima stavano combattendo. Quel momento di distrazione fu però un errore, in quanto l’uomo davanti a me mi attirò a sé tirandomi dalla spalla, quando Mike provò a fermarlo lui tolse la sicura alla pistola, allarmandolo.
«Non ti serve una recluta, avanti…» disse lui, cercando di dissuaderlo dal prendere anche me in ostaggio.
«Voglio sapere di chi è figlia, ora. Ditemelo.»
«… è erede della squadra bianca, ricordi chi sono?» da quella domanda capii che il nostro nemico conosceva i nostri genitori, soprattutto dalla sua reazione sorpresa. Mi strinse la spalla più forte a quel punto, allarmato.
«Come dimenticare chi mi ha procurato una cicatrice che mi segnerà a vita…» a quel punto capii che non era allarmato, ma furioso. «Deve valere molto…» sentii distintamente la pistola poggiata sulla mia tempia destra. Un movimento mio, o dei miei due compagni, avrebbe segnato la mia fine probabilmente. Guardai loro, avevano lo sguardo fisso sull’uomo dietro di me.
«Fare una cosa del genere… ti metterebbe in grossi guai» lo avvertì Alex, con tono calmo e pacato. Sentii l’uomo ridere, era una risata aspra, non c’era nulla di umano in quella risata. Cercai di calmarmi guardando che succedeva alle spalle dei due, il combattimento continuava ed il nostro collega era in netto vantaggio per fortuna. Cercavo ogni minimo dettaglio che potesse salvarmi da quella situazione, vedevo Mike cercare di ingegnarsi ma temevo che ogni sua mossa non mi avrebbe affatto salvata. Mi giocai il tutto per tutto.
«Ti prego, non mi uccidere…» esclamai con una voce rotta dal pianto, tremante, coprendomi il volto con le mani. L’uomo dietro di me allentò leggermente la presa per ridacchiare, avevo capito che tipo era, si divertiva con certe cose.
«Se davvero hai così paura… inginocchiati e ti risparmierò», ordinò puntandomi la pistola sulla nuca. A quel punto successe tutto in un momento, mi piegai su un ginocchio e sfruttai lo sbilanciamento verso destra per buttarmi a terra lontano dalla traiettoria della pistola. Sentii due spari uno dopo l’altro. L’uomo aveva cercato di sparare, ma mi ero spostata in tempo, a quel punto Mike gli aveva piantato una pallottola nella gamba facendolo cadere a terra sofferente.
«Alex, è un’imboscata, portala via!» ordinò all’altro, mentre lui ammanettava l’uomo e lo strattonava per tenerlo a bada. A quel punto Alex mi aiutò a rialzarmi e velocemente corremmo verso la “base”, ma poco prima della nostra destinazione ci si presentarono davanti altri tre nemici.
«Avevano previsto tutto…» mi sussurrò Alex all’orecchio, prendendo le proprie armi. Io impugnai la pistola e due dei tre subito si buttarono su Alex che prese a combatterli, mentre io puntai la pistola sul terzo che si iniziò ad avvicinare lentamente.
«Uh, agguerrita», esclamò tirando fuori una spada. Dovevo puntare sul combattimento a distanza, ma non ci speravo poi tanto. Stavo calcolando il punto migliore dove sparare non per ucciderlo, ma per impedirgli di farmi del male. Ci mettevo troppo però, in quanto lui continuava ad avvicinarsi ed io ad indietreggiare. Non ero ancora stata allenata al combattimento con armi vero e proprio, a questo punto misi la pistola a posto e puntai su altro.
«Avanti, io dico che nel corpo a corpo non mi batti», lo sfidai, mentre lui mi osservava riflettendoci ed io a furia di indietreggiare arrivavo spalle al muro. Ripose la spada nel fodero accettando di buon grado la mia sfida, si vedeva che voleva capire di cosa fossi capace.
Non ero a livelli troppo alti nemmeno sul combattimento corpo a corpo, ma potevo sperare nell’arrivo di Mike prima che mi uccidesse. Sferrò il primo pugno all’improvviso, era diretto all’occhio destro e velocemente lo schivai contrattaccando con un pugno nello stomaco. Lo presi in pieno ma capii subito che non avevo troppa forza, in quanto sembrò quasi non accorgersene e mi colpì in pieno volto più di una volta, approfittandosi della mia lentezza rispetto a lui. Sentivo in bocca il sapore metallico del sangue e prima che tutto degenerasse gli diedi una gomitata nei “bassifondi”. Era un colpo basso, molto basso, ma pur sempre efficace. Approfittando della sua sofferenza tirai fuori la pistola e sparai dritto sull’anca, ma mancai il bersaglio, utilizzando a suo favore questo mio errore prese la pistola e tirò un fendente dritto sulla mano, con l’intento di disarmarmi, ma velocemente usai l’avambraccio per proteggermi. Mi fece un lungo taglio seppur non troppo profondo, e subito mi tenni il braccio dal dolore imprecando silenziosamente. Stava per colpirmi ancora se non fosse che sentii uno sparo alle sue spalle. L’uomo velocemente crollò a terra rivelando che alle sue spalle c’era l’ostaggio visto in precedenza, che subito mi guardò con una smorfia quasi di disgusto.
«Tu sei la figlia dei Sanders… ci procurerai solo guai qui.»
«Lasciala stare», arrivò Alex in mio soccorso mentre io non potevo far altro che tenermi il braccio ormai insanguinato, «andiamo, devi farti vedere quella ferita.»
«No, dov’è Mike? È al sicuro?»
«Si, è all’organizzazione a fare rapporto, ora andiamo…» lo seguii e scoprii che in base c’era un mini ospedale davvero attrezzato, con medici più che professionali. Mi portarono in una stanza che sembrava un’infermeria per le ferite più o meno lievi dove misero qualche punto al taglio che mi ero fatta mentre Mike, sconfortato per com’era andata la serata, osservava il livido che mi si era formato sulla guancia sinistra a causa del forte colpo ricevuto.
«Te la sei cavata bene, avrebbe potuto ucciderti per quanto è basso il tuo livello in questo momento… senza offesa.»
«Nessun’offesa… cos’è successo? Come sapevano che saremmo andati lì?» prima che potessero rispondermi arrivò il comandante, sorridendo soddisfatto. Mi dava ai nervi.
«Il primo vero combattimento! Dai, almeno non ti ha amputato il braccio.»
«Voi non dovreste monitorare i segni vitali? Non avresti dovuto mandare qualche agente vedendo che mi stavo ferendo nonostante dovessi solo osservare?»
«Avrei potuto… ma lo faccio solo quando siete in fin di vita. Dovete farvi le ossa, avanti!» esclamò protestando alla mia osservazione, sospirai alzandomi dalla sedia su cui mi avevano sistemata, mentre lui riprendeva parola. «Comunque vedo che hai combattuto abbastanza bene, nonostante ti sia fatta colpire e mettere fuori gioco da un soldatino senza valore, complimenti», non capii se la sua fosse ironia o altro, ma non ebbi il tempo di chiederglielo che cambiò argomento, «domani potrai allenarti anche con nuove armi, voglio velocizzare i tempi prima che ti uccidano. Sei un bersaglio facile ora come ora, dunque hai bisogno di conoscere le tecniche fondamentali per difenderti. Voi due…» continuò rivolgendosi ai miei allenatori. «Siete stati bravi entrambi, sul serio. Ora andate tutti e tre a cenare, e tu non pensare di saltare scuola.»
«Il livido come lo spiego?»
«Usa la fantasia!» detto questo uscì dalla stanza, mentre Mike ed Alex sorridevano al suo comportamento.
«Imparerai ad apprezzarlo», affermò il più giovane, prima che tutti e tre ci dirigessimo fuori dalla base per mangiare un panino.
Passammo la serata discutendo sul programma del giorno successivo, volevo allenarmi più duramente dal momento in cui avevo chiaramente capito che li mettevo in pericolo, soprattutto se dovevano badare anche alla mia di vita.
Andammo a dormire ma il sonno tardò ad arrivare, il braccio bruciava e risultava impossibile dormire dopo tutto ciò che era successo. Decisi di dirigermi al bar per prendermi qualcosa di rilassante, c’erano molti agenti che avevo visto in giro solo di sfuggita, ed il fratello del comandante era al bancone seduto su uno sgabello, intento a bere del liquore.  Mi diressi lì vicino e solo in quel momento riuscii ad osservare bene il bancone, c’erano decine di bottiglie d’alcool su delle mensole ed il bancone, oltre ad avere i macchinari classici e le bustine per tisane e tè, era accessoriato di ogni tipo di cioccolata che avessi mai visto. Era bizzarro, ma mi andava più che bene; mi sedetti poco distante da lui. Ordinai una cioccolata calda, poteva essere infantile ma volevo qualcosa per distendere i nervi.
«Vedo che la prima missione è andata bene!» esclamò il barista che prima era di spalle, girandosi, ma mi sorpresi quando vidi che il suo tono era serio.
«Ma non ho concluso nulla… inoltre non era una vera e propria missione, ero solo in ricognizione.»
«Non dovrei dirtelo io, ma nessuno va mai in ricognizione… Stefano progetta sempre una prima missione per chiunque, per me ti ha mentito.»
Nel riflettere alla sua affermazione lo osservai, aveva folti capelli ricci di color castano chiaro, gli occhi verdi erano di una tonalità accesa che mai avevo visto prima. Indossava anche lui la divisa, con l’aggiunta di un adesivo di una tazzina del caffè probabilmente aggiunto da lui.
«Ci hanno semplicemente teso un’imboscata secondo me…»
«Il comandante sapeva che ci sarebbe stata… voleva metterti alla prova. Insomma, non saresti stata un bersaglio difficile da notare da un infiltrato nell’organizzazione.»
«Non c’è alcun infiltrato qui!» si intromise il l’uomo vicino a me, sorprendendomi. «Io sono l’agente Keynt comunque.»
«Ma anche tuo fratello è l’agente Keynt… e che intendi? Perché pensi che non ci siano infiltrati qui?»
«Non mi importa come si fa chiamare lui, io mi faccio chiamare così. Inoltre, la base è troppo sicura. Ross, dammene un altro», tornò a rivolgersi al barista che ubbidì dandogli altro alcool prima di tornare a parlare con me.
«Per me invece, tu sei qui per scoprire chi è la spia… e la prova lampante che la spia è qui, è che ti hanno teso un’imboscata. Comunque, per me te la sei cavata bene in quanto molti dopo la prima missione ne escono svenuti, impossibilitati a camminare o addirittura in coma… ma la prima missione è quella che insegna più di tutte, con il tempo lo capirai.»
Annuii ascoltandolo, mentre l’agente Keynt2 (lo chiamavo così per non confondermi) mi osservava di sottecchi, inquietandomi alquanto. Sembrava che tutti lì mi analizzassero, era strano ma con il tempo speravo smettessero.
«Secondo te si farà avanti, questa fantomatica spia?» domandai al barista, che ci pensò un attimo prima di rispondermi mentre io continuavo a bere la mia cioccolata, che mi stava finalmente rilassando da quel clima di pericolo che ancora aleggiava nell’aria.
«Intendi con te? Per me ci parlerai presto, vorrà conoscerti dopotutto… e poi gli conviene ucciderti ora che sei debole, quindi sta attenta.»
«Per me non vuole uccidermi… o l’avrebbe tranquillamente fatto questa notte, aveva abbastanza agenti», iniziai a riflettere. Ma cosa poteva volere da me, a quel punto?
«Non saprei… resta che qualunque cosa voglia farti, è meglio fermarlo al principio… quindi datti da fare, solo tu puoi salvarci.»
Memorizzai quella sua frase che mi aveva colpita, avevo davvero sulle spalle un peso così grande? Decisi di terminare la mia bevanda e salutarlo ringraziandolo per la chiacchierata. Non mi andava di pensarci in quel momento, andai a dormire e cercai di riposare il più possibile.
L’indomani andai a scuola usando la banale scusa del “sono caduta”, per fortuna avevo rubato un po’ di fondotinta che rendeva la mia scusa più credibile. Tornai in organizzazione e mi allenai tranquillamente, prima che Mike mi annunciasse che ero pronta per una nuova missione. Era una missione tranquilla, eravamo noi tre più una squadra leggermente più esperta composta da otto persone, dovevamo semplicemente fare irruzione in un edificio utilizzato per il traffico illegale di droga. Mentre ci dirigevamo lì in una lussuosa auto, mi venne un dubbio.
«Non dovrebbe occuparsene la DEA?»
«Si ma a te serve una missione da principiante per iniziare… quindi usiamo una missione gentilmente concessa dalla DEA», esclamò Alex guardandomi dallo specchietto retrovisore mentre Mike sistemava il proprio orologio che recentemente aveva avuto un guasto.
«L’altra squadra sa chi sono? Il fatto dei miei genitori eccetera?»
«Tutti lo sanno ormai… piuttosto, ricordi le regole base?»
«Sto vicina a voi, seguo le indicazioni di Mike, uso solo la pistola e cerco di non farmi coinvolgere in combattimenti corpo a corpo.»
Mike subito mi guardò, continuando la lista: «Non parlare con i membri dell’altra squadra se non ti rivolgono loro la parola. Non tutti ti vedono di buon occhio, e loro fanno parte di quelli che preferirebbero che tu non esistessi… devi imparare a conviverci, chiaro?»
Annuii, non mi importava più di tanto. La cosa essenziale era avere dalla propria parte gente senza pregiudizi come loro, in poco arrivammo fuori dall’edificio. Presi la pistola non appena fui fuori dalla macchina, imitando i miei compagni di squadra. Gli altri alleati sarebbero arrivati dal retro dell’edificio, per circondare le due uniche uscite. Mike passò avanti, io dietro di lui ed Alex mi coprì le spalle mentre entravamo lentamente nell’edificio. Con un cenno, mi fece cenno di andare dietro un muro mentre Alex controllava che la via d’ingresso fosse libera; era un enorme edificio abbandonato in cui un tempo si producevano tessuti di vario tipo, difatti molti macchinari erano ancora lì. Quando il giovane ci diede il via libera iniziammo ad entrare a passo felpato, leggermente chinati per essere il meno visibili possibili dietro i vari macchinari.
In pochi minuti ci trovammo davanti ad un grande tavolo, su cui erano stati sistemati tutti gli strumenti per cucinare della metamfetamina. Ci sistemammo in semicerchio distanti circa quattro metri l’uno dall’altro, non appena ricevetti il segnale di Mike uscimmo allo scoperto puntando le pistole. Nonostante non fossi d’accordo era quella la mia unica arma anche quel giorno, ma non mi lamentavo dopotutto.
«Mani in alto tutti e cinque, siete in arresto!» urlò a gran voce il “capo” dell’altra squadra, che era sempre disposta in semicerchio ma dall’altra parte dell’edificio. C’erano quattro uomini ed una donna al centro della stanza che allarmati alzarono le mani, guardandosi intorno cercando una qualche via d’uscita. Avevano tutti circa 40 anni ma sembravano molto più vecchi, ci avvicinammo tutti lentamente a loro e lentamente sistemammo le manette a tutti. Inizialmente uno degli uomini era irrequieto, ma strattonandolo un po’ Mike lo fece calmare. Noi portammo in macchina sia lui che la donna ed io mi sedetti avanti, in quanto c’erano tre posti compreso quello del guidatore. Sembrava che la missione andasse per il meglio, se non fosse che ad un certo punto una delle macchine dell’altra squadra, che era avanti a noi, non sbandò di lato contro un muro strisciando su di esso per quasi un minuto prima di andare fuori strada sfondando un guardrail poco prima di frenare, restando bloccata nel terreno.
«State in macchina», esclamò Alex uscendo ed avviandosi verso l’auto con il fucile puntato sulle portiere. Prima che arrivasse vicino alla portiera, ci fu un’esplosione dall’interno dell’auto che lo scaraventò più lontano, facendolo cadere.
«Tu resta qui!» Mi ordinò Mike uscendo dall’auto e correndo verso di lui, nel frattempo l’altra macchina si era fermata di fianco a noi e l’altra squadra si stava dirigendo verso il luogo dell’esplosione.
«Giovane, chissà che ci fa qui…» esclamò all’improvviso la donna alle mie spalle, facendomi sussultare per un attimo.
«Voi sapevate tutto, ammettetelo, avete avuto una soffiata…» tentai, guardandoli negli occhi.
«Non vale che abbiate soffiate solo voi!» commentò l’altro, mentre entrambi mi guardavano.
«Oh, l’hai riconosciuta? È lei colei di cui ci hanno parlato…» ignorai l’ultimo commento, volendo approfondire la questione dell’infiltrato.
«Se mi dite chi vi ha fatto la soffiata, potrete avere un vantaggio quando sarete in base… sono lì da poco, ma posso assicurarvi che non sarà piacevole parlare con gli altri agenti.»
«Oh, che ragazzina intraprendente!» rise lui, mentre lei mi guardava seriamente.
«Non ti dirò un nome… ma voglio darti un indizio, per vedere se sei intelligente come dicono dalle nostre parti. Guarda l’occhio che tutto vede, interrogalo sul sole e lui ti dirà che per vederlo dovresti alzare gli occhi al cielo.»
Non ebbi il tempo di riflettere su quell’indovinello, che un proiettile colpì il parabrezza e velocemente mi abbassai ed uscii dall’auto, sempre accovacciata cercando di guardare da dove fosse arrivato il colpo. Usai come scudo la portiera dell’auto prima di notare uno dell’altra squadra combattere con uno dei trafficanti presi, da lì era partito il colpo. Chiusi la portiera e trovai alle mie spalle un altro dei trafficanti, che si era liberato dall’altra auto. Mi puntò contro la sua rivoltella e sorrise, porgendo la mano.
«Le chiavi delle manette dei miei amici.»
«Le hanno i miei compagni di squadra.»
«Allora spero tu ti sia divertita nella tua breve vita…» cercò di sparare ma con un veloce riflesso tirai un calcio al suo polso, facendogliela sfuggire di mano. Era una delle poche tecniche che conoscevo, ma mi era subito stata utile. A quel punto volevo prendere la Beretta, ma una minima distrazione gli avrebbe permesso di attaccare con il corpo a corpo. Allora puntai su quello e cercai di colpirlo, ma la donna di prima si era liberata e velocemente aveva recuperato un pugnale dall’auto, e mi teneva la punta sul collo.
«Tu sta indietro, facci andar via, ed io ti risparmio.»
A quelle parole guardai istintivamente verso Mike ed Alex ma erano impegnati con gli altri due criminali, intanto quello davanti a me riprese la propria arma sogghignando. Ero nel panico più totale, fin quando non vidi uno dei membri dell’altra squadra poco più avanti puntare la pistola verso la donna dietro di me e sparare. Mi spostai di scatto, permettendogli di sparare all’altro con la rivoltella. A quel punto presi le manette in macchina ed ammanettai entrambi, poco prima di ringraziare il mio “salvatore”.
«Comunque, grazie davvero…»
«Grazie? Grazie! Se avessi potuto avrei colpito anche te, dov’è l’altro che era in macchina?»
L’avevo perso di vista, ma non capivo la sua rabbia.
«Si sarà liberato come gli altri, non è colpa mia se il vostro comandante non ci sta mandando rinforzi!»
«Calmi ora!» urlò Mike avvicinandosi, mentre Alex metteva in auto gli altri due combattenti e gli altri componenti dell’altra squadra si avvicinavano a noi incuriositi dalla rabbia del loro amico.
«Calmi un corno, se siamo in questa situazione è solo a causa sua! Che ci ha trovato di positivo in lei Stefano?»
«Tutto questo è solo a causa di chi ci sta tradendo…» continuò Mike calmo, avvicinandosi a lui. «Non dare colpe immeritate a lei solo perché non sai con chi prendertela!»
«Intanto se non fosse stato per la sua incapacità noi non saremmo in questa missione e tre dei nostri non sarebbero morti, a questo non ci hai pensato?» urlò quasi, con tutta la disperazione che aveva a causa della grave perdita. Non sapevo ancora che tre di loro fossero morti, ma dovevo immaginarlo dopo l’esplosione. «Noi paghiamo le conseguenze solo perché suo padre non è stato capace di insegnarle un minimo di base, raccomandato era e raccomandato rimane.»
A quel punto non ci vidi più dalla rabbia, non mi piaceva che si sputassero sentenze insensate.
«Lui ha solo voluto darmi un’infanzia normale, ed un’educazione che non comprendesse lo sparare alla gente, quella che probabilmente i tuoi genitori non ti hanno dato!» non avevo finito, questa volta avrei risposto a tono. Nel mentre, mi avvicinavo a lui. «Se non apprezzi la mia presenza qui, vatti a lamentare invece di parlare da dietro! Se non apprezzi cos’ha fatto come padre, va da lui e criticalo se ne hai il coraggio. Sai chi mi sembri? Mi sembri uno capace solo di parlare alle spalle delle persone, un codardo, capace soltanto di insultare una ragazzina che cerca di adeguarsi ad una situazione che non ha mai voluto. Se i tuoi compagni sono morti è colpa tua quanto mia, tu sei più esperto di me, perché non l’hai evitato?»
A quel punto calò il silenzio, non avrei mai voluto essere così diretta e schietta ma non sopportavo chi criticava il lavoro di altri senza provare a mettersi nella loro situazione. Mike mi spinse in macchina prima che l’altro rispondesse e velocemente partimmo tutti verso la base, mentre un elicottero dell’organizzazione si dirigeva all’auto esplosa per prelevarla. Mi sedetti nei sedili posteriori al ritorno, poco distante dalla donna che grazie alla morfina dormiva nell’angolo opposto. Di tanto in tanto, Alex mi lanciava occhiate fugaci.
«Non è colpa tua la morte di quei tre, non devi nemmeno pensarlo», disse poco dopo, interrompendo il silenzio nell’auto.
«Se io non fossi qui, probabilmente sarebbero vivi.»
«Se tu non fossi qui, noi non avremmo speranze…» mi corresse Mike, abbassando lo sguardo amareggiato.
  
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