Storie originali > Storico
Segui la storia  |       
Autore: Pixel    14/04/2017    1 recensioni
Genova 1833.
"La verità è che Stefano nutriva dentro sè la speranza che il popolo fosse di natura un' entità romantica e avesse bisogno solo di una guida per conquistare ognuno di quegli ideali.
E per quanto poco umile potesse apparire, Stefano sapeva di essere mosso dal velleitario desiderio di essere uno di quei condottieri.
~
Era stato Mazzini a creare la Giovane Italia. Un movimento che perseguiva l'obiettivo di trasformare l'Italia in una repubblica unita e democratica. Un gruppo di ragazzi che sognava un paese fondato sui principi di libertà, indipendenza e unità.
Stefano ricordava la prima volta che ne aveva sentito parlare. Non era riuscito a dormire per l'intera notte, proprio come fa un innamorato, scosso da idee sconosciute ma talmente grandi da essere quasi tangibili.
Erano passati due anni da quella notte e quelle idee non erano più sconosciute ma sempre più vicine."
MiniLong 4 Capitoli (Completa)
Storia partecipante al contest "Cantami, o Diva...” Indetto da Dollarbaby sul forum di EFP.
Vincitrice del premio speciale “Bacio di Erato”: Alla storia d’amore più bella e coinvolgente.
Genere: Angst, Romantico, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: L'Ottocento
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Capitolo 3.

 

21 Dicembre 1832, Genova.

 

"Se vuoi mettere in mezzo a noi questa serpe, io mi tiro fuori dai giochi. Non starò qua a guardare come lasci che ci faccia eliminare uno ad uno." Il pugno del ragazzo impattò forte sul tavolo di legno provocando un sonoro tonfo. Riccardo aveva la tendenza ad essere plateale e questo talvolta lo rendeva odioso agli occhi di Stefano che mal sopportava l'esibizionismo.

"Se non ti calmi quello che rischia di farci uccidere, sei tu." Parlò Lorenzo dando voce ai pensieri di Stefano.

Se la notte prima era stato lui a impedire che i suoi compagni uccidessero la ragazza, quel giorno non era sicuro che accoglierla nel movimento avrebbe costituito una mossa vincente. Ma conosceva bene l'amico, il suo carattere diffidente e difficile da condizionare. Era certo che se Stefano si era presentato a loro con una proposta tanto assurda sicuramente era spinto da qualche forte motivazione, e se Stefano aveva un forte motivazione sicuramente quella causa meritava il uso appoggio.

"Oh, quindi era questa la pericolosa spia di cui parlavi ieri, compagno?" chiese Teo con aria di chi non era interessato ad una risposta ma piuttosto a sbeffeggiare l'amico.

Nell'ilarità generale si alzò nuovamente la voce di Stefano "non fate l'errore di sottovalutare qualcuno perchè donna." e intercettò subito lo sguardo fiero di Isabella dopo quell'affermazione.

"Ha le sue armi e sa come usarle."

"Certo, in mezzo alle gambe." Borbottò Riccardo tra sè e sè ma con voce abbastanza alta in modo che tutti potessero sentire. Il suo parlottare fu presto interrotto, e all'espressione spavalda se ne sostituì una allarmata, quando sentì la canna di una pistola puntata sul cavallo dei suoi pantaloni.

"Dillo ancora e perderai le tue di armi in mezzo alle gambe." lo minacciò Isabella.

"Poggia subito quella pistola o ti butto fuori con le mie mani. E tu chiudi quella bocca o non farai una fine migliore." L'espressione severa di Stefano, quella che assumeva contraendo i muscoli del viso, serrando la mascella leggermente sporgente e assottigliando gli occhi scuri rendendoli ancora più penetranti, aveva la capacità di trasformarlo in una figura tanto spaventosa quanto affascinante al tempo stesso. Era come se nei momenti di tensione raggiungesse il massimo della sua bellezza e della sua autorevolezza.

A Isabella non era mai capitato di eseguire prontamente un ordine senza neanche riflettere, come in quel momento, quando ripose repentinamente la pistola nella sua fodera, come se la sola espressione severa del giovane leader di fronte a lei fosse stata sufficiente a far muovere il suo braccio.

"Non voglio che questa storia ci faccia perdere di vista ulteriormente qual'è il nostro vero obbiettivo. Questa ragazza ha chiesto di affiliarsi alla Giovane Italia, e benché fossi molto restio nel darle un'opportunità si è dimostrata valorosa e degna della mia fiducia. Ma lottiamo per costruire insieme una democrazia e dobbiamo saperla costruire a partire dall'interno del movimento. Per cui non imporrò la mia idea. Se la maggioranza di voi è della stessa idea di Riccardo, ditelo ora. Ma prendiamo una decisione per poi passare a questioni più importanti."

Seguirono dei necessari secondi di mormorio. Il primo a parlare fu Lorenzo "Fino a ieri saresti stato pronto ad ucciderla perchè ritenevi potesse essere un pericolo per il movimento. E saresti pronto a sacrificare anche te stesso per raggiungere il nostro obbiettivo, questo lo sappiamo tutti. Per cui sono sicuro che se hai deciso di fidarti di lei non può costituire un pericolo, non ci metteresti mai in pericolo."

Poi parlò Teo "Non dubiterei mai di Stefano, nè delle sue doti da calcolatore. Ma di questa ragazza sappiamo solo che vive tra gli Austriaci, e questo non può che costituire un fattore di rischio."

"Allora cacciate anche me" intervenne per la prima volta Simone, con un parlare che stupì tutti i presenti. "Cosa stai dicendo, amico?" chiese Teo.

"Questa ragazza non ha nascosto di vivere tutti i giorni a contatto con gli Austriaci, come io non ho mai nascosto di vivere con un padre che, mio malgrado, li appoggia. Ma nessuno di voi ha mai dubitato dei miei sentimenti sinceri verso questa causa, e io non dubito dei suoi perchè so bene quanto avere in casa il germe dell'invasore non faccia altro che alimentare la propria voglia di scacciarlo."

 

~

 

"Grazie per avermi aiutato ad avere quest'opportunità, Stefano."

I due come la notte precedente si trovavano a camminare uno affianco all'altro.

"L'ho fatto per senso del dovere, come per senso del dovere continuo ad accompagnarti a casa."

"Posso anche andare da sola, lo sai." la sua voce tradì un tono profondamente offeso "anzi, il tuo tentativo di essere un uomo in grado di proteggere una donna è alquanto fallimentare, visto che ieri hanno rischiato di colpirmi per uccidere te."

"Tu tendi a tirare fuori gli attributi anche quando non ce n'è bisogno." Lui invece non tradiva quasi mai particolari emozioni, diceva le cose così come le vedeva nella realtà. Oggi, nella discussione con Riccardo sei stata alquanto deludente."

"Ma come ti permetti? Per quanto mi riguarda tu non sei nessuno neanche per poter essere deluso."

"Sono la persona che ha puntato su di te. E per la prima volta, a differenza di quello che ha detto Lorenzo, sto rischiando di mettere in pericolo il sogno su cui sto investendo la mia vita. Per quanto ne so tu potresti veramente essere una spia, ma mi sto fidando di te."

"Sto provando a dimostrarti gratitudine per questo, ma se tornassi indietro minaccerei di nuovo quel cafone del tuo amico di fargli saltare via i gioielli di famiglia."

"Vedi, anche adesso. Che bisogno c'è? Si, si, sei una donna forte, abbiamo capito. Ma non voglio più vedere risse da bettola nelle riunioni, è una cosa seria per me."

"Lo è anche per me."

"E allora dimostralo, impara a stare al tuo posto."

Isabella odiava con ogni singola parte di sè stessa essere ripresa, in quel momento si sentiva come una bambina, una sensazione veramente rara per lei. Odiava quel ragazzo perchè le stava facendo provare quel forte senso di vergogna. Ma d'altra parte sentiva di stimare quella temperanza e serietà che metteva in ciò in cui credeva. Stefano aveva ragione, era questa la cosa che le provocava imbarazzo, essere messa nella posizione di non poter discolparsi davanti alla realtà.

"E Riccardo non è un mio amico. È un mio compagno, così come da adesso sarà anche un tuo compagno. Ma è stato un idiota, sa eccellere in questo."

Lei annuì, poi sorrise. Non sapeva come, ma la rabbia in lei si era calmata.

"Sai che non mi devi riaccompagnare a casa ogni volta?"

"Lo so, ma i miei mi hanno educato ad essere un gentiluomo."

"Un rivoluzionario, un gentiluomo... e poi?"

"E poi cosa?"

"Non so, cosa vuole fare da grande Stefano Menossi"

Lui sorrise per quell'espressione, cosa vuoi fare da grande? L'ultima volta che gli era stato chiesto doveva aver avuto una decina di anni e ancora si ricorda distintamente la risposta, il maresciallo, quanto avrebbe reso orgoglioso i suoi genitori. Forse avrebbe potuto dire l'avvocato o il notaio, a fronte degli studi giuridici che stava portando a compimento. Ma la verità è che non aveva mai creduto che avrebbe fatto niente del genere. Studiava legge perchè amava l'ideale su cui si fondava, non per rubare una professione.

Effettivamente, non ci pensava più da tanto tempo, a cosa sarebbe voluto diventare. Da qualche anno a quella parte aveva investito ogni energia e pensiero nell'obbiettivo della Giovane Italia.

"Esattamente quello che sto facendo." rispose senza indugiare oltre.

"Ma prima o poi questo finirà, altrimenti per cosa combatti?"

"Sappiamo bene tutti che molto probabilmente non vivremo abbastanza per vedere l'Italia unita." disse quella frase con un'apatia tale da essere stupefacente.

"E allora perchè lo fate?"

"Perchè a fare la storia non è solo ciò che è successo ma anche ciò che sarebbe potuto succedere ma non è avvenuto."

"Non credo di capire."

"Strano. Pensavo fossi una ragazza molto perspicace."

"Sono una ragazza molto pratica, se lotto per qualcosa lo faccio per raggiungere un'obbiettivo."

"Hai ragione, non hai capito. Quello che stiamo facendo adesso per l'Italia, con ogni probabilità ci porterà a morire prima di riuscirne a vedere i risultati. Ma quello che avremmo fatto, quello in cui avremmo creduto e per il quale saremmo morti, rimarrà impresso nella memoria, spianerà la strada a chi dopo di noi farà la storia. Noi scriveremo il prologo, della storia. E sarà assolutamente necessario. Sarà la nostra memoria che spingerà al progresso."

"Insomma pensi che siamo tutti dei martiri? Mi dispiace contraddirti ma non è quello che voglio essere. Io, al contrario tuo, non inizierei mai una guerra da perdente."

Stefano estrasse la mano dalla tasca dei pantaloni per appoggiarla sulla nuca della ragazza e con un gesto completamente estraneo al suo normale modo di essere, scompigliò i morbidi capelli color dell'oro. "Sei tanto più ingenua di quello che pensavo."

Isabella non rispose, non le capitava mai, che un gesto così semplice la lasciasse senza parole.

"Ma questo non è un male. Ti rende sicuramente una persona più interessante rispetto a quello che ti ostini ad ostentare."

"Non sai niente di me."

"Dicono tutti così. Tutti hanno l'arrogante convinzione di essere incomprensibili." Disse lui, che era il primo a pensare di esserlo, e probabilmente uno dei pochi ad essere incomprensibile realmente.

 

~

 

25 Gennaio 1833, Genova.

 

Il vento freddo del nord era arrivato puntuale ad agitare il mare, a imperversare le onde che come cavalli imbizzarriti minacciavano i marinai; a gettare aria di tempesta su una Genova che, forse troppo spesso si faceva trovare impreparata.

 

Quella sera la Locanda del porto era più affollata del solito. Molti marinai si rintanavano al suo interno a causa della furia della Tramontana. Consumavano ingenti quantità di birra e si addormentavano con la faccia sui tavoli di legno, sperano di risvegliarsi all'alba con un tempo migliore. Giovanni solitamente li avrebbe buttati fuori, ma nelle notti in cui la tramontana era più arrabbiata era consuetudine dei Genovesi offrire riparo ai marinai.

In particolare quell'anno, la prassi di ospitalità dei cittadini di quella città di mare offrivano un ottimo diversivo per i piani dei ribelli.

Infatti, nell'atmosfera caotica di quelle sere, nessuno prestava particolare attenzione a chi entrava nella locanda, a cosa faceva o a con chi parlava.

Fu semplice far passare inosservati i due uomini e il carico che trasportavano.

Lucio e Carlo Falletti erano due fratelli che vivevano del contrabbando di armi, il Pirata, che nonostante lo sfortunato incidente del suo occhio, non aveva mai abbandonato la passione per le armi, li conosceva bene ed era in trattativa con loro per conto della Giovane Italia da qualche mese.

"Se avete bisogno di tutte queste armi avrete intenzione di agire" fece la sua supposizione Carlo, il minore dei fratelli.

Pietro alzò le spalle assunse espressione indifferente mentre passava in rassegna l'artiglieria. Non era un tipo loquace, piuttosto era una persona molto concreta, e lo dimostrava anche nel movimento, difficilmente partecipava alle accese discussioni, era più probabile trovarlo al porto o nei vicoli di

Genova a cercare di procurare tutto il necessario per organizzare il loro moto, come la fornitura di provviste per non morire di fame dietro le barricate, o per l'appunto, l'armamentario necessario per affrontare gli Austriaci in modo dignitoso.

"Allora, un proiettile ti ha fatto saltare via la lingua oltre che l'occhio, Pirata?"

"Anche se vi dicessi che abbiamo deciso quando muoverci sono sicuro che non vi vedremmo al nostro fianco in quel giorno"

"Amico mio, noi ci teniamo alla pelle."

Il ragazzo tirò fuori il sacco e lo lanciò ai piedi dei fratelli, nell'impatto le monete al suo interno risuonarono come come piccole campanelle. Carlo lo raccolse e constatò con piacere che quel sacco era ben pesante.

"Allora amico, se avete deciso di fare questa follia di rivoluzione, immagino che questo sia il nostro ultimo saluto." disse Lucio durante le strette di mano "vendi cara la pelle, Pirata." aggiunse, dopo aver interpretato il suo silenzio assenso.

 

Una volta concluso l'affare, Stefano raggiunse il compagno nel retrobottega accompagnato da Simone ed Isabella.

"Voi avete il compito di nascondere le armi fino al giorno stabilito. Siete certi che le persone che avete in casa non sospettino di voi, non vi seguano, non abbiano modo di trovare le armi?"

"Affermativo, mio padre è sempre fuori casa, tra il lavoro e il suo circolo di amici ripugnanti, non andrà mai alla ricerca di nulla. In più è rispettato da ogni Austriaco di Genova, nessuno si permetterebbe di far incursione nella nostra abitazione."

"Io conosco quella casa come le mie tasche, se qualcuno mi spiasse me ne accorgerei. Nella cantina non entra mai nessuno e sopratutto, non ci sono probabilità che vengano a perquisire una famiglia di Austriaci."

"Va bene, Pietro, tu aiuta Simone a portare il suo carico. Io aiuto Isabella con questo." disse indicando una delle due casse che erano state precedentemente aperte e passate al vaglio del Pirata.

"Che poi, vorrei proprio sapere se saprai cavartela anche con uno di questi." estrasse uno dei fucili a percussione che gli erano appena stati portati dai fratelli Falletti.

Lei lo imitò, ed imbracciò uno di quelle armi, che effettivamente a confronto con la grazia delle braccia esili pareva molto pesante. Qualche secondo dopo prese la mira nella direzione di Stefano "vuoi una dimostrazione?" chiese con un'ironia inquietante che altre volte l'aveva contraddistinta.

Invece che arretrare, Stefano mosse qualche passo nella direzione dell'arma, fino quasi a sfiorarne la canna con petto. Ma mentre puntava i suoi occhi scuri sulla ragazza, pareva che tra i due fosse lei ad essere sotto tiro in quel momento. Con il palmo della mano destra afferrò saldamente la canna del fucile e con una mossa veloce ne deviò la direzione

"Tu tendi a tirare fuori gli attributi anche quando non ce n'è bisogno." disse, quasi ridendo, per smorzare la tensione.

 

 

~

 

 

Il vento richiuse velocemente la porta della Locanda, giusto in tempo perchè entrambi potessero uscire trasportando fuori la cassa. Quel tempo tempestoso che era stato loro alleato poco prima era già diventato un nuovo ostacolo.

"tramuntan-na scüa, ægua següa." disse il ragazzo rispolverando il vecchio proverbio Ligure.

"Tramontana scura, pioggia scura." Tradusse dopo aver notato l'espressione interrogativa di Isabella "Sicura di essere Genovese?" la prese in giro. Lei sospirò "io odio la pioggia."

"Mi dispiace, perchè ne dovrai prendere un bel po'. Dobbiamo usare i mantelli per coprire il carico."

"Meraviglioso."

 

 

~

 

 

Il percorso per tornare a casa non era mia stato tanto ostile, l'acqua gelida doveva essere penetrata nelle ossa per procurargli quei tremori. Una volta entrati nella cantina la situazione non fece altro che peggiorare. L'ambiente era umido e buio. Isabella accese la piccola luce, insufficiente ad illuminare tutto l'ambiente, che rimaneva angusto ed in penombra.

"Dove potremmo mettere le armi per essere sicuri che nessuno le trovi?"

Lei indicò un angolo, già pieno di diverse altre casse.

"Tutto bene?"

Lei annuì.

"Ma tu stai morendo di freddo."

"No, sto bene. Ora ti aiuto a nasconderle e andiamo via."

Per quanto la poca luce potesse permettere, vide il ragazzo sorridere gentilmente,

e, lasciati cadere per terra i mantelli fradici, avvicinarsi a lei.

"Stai tremando." Disse prima di avvolgerla tra le sue braccia.

Conosceva Stefano da più di un mese ormai, non gli era nascosto che il ragazzo godesse di un personale fascino statuario, a tratti algido. Mai aveva pensato all'ipotesi che avrebbe potuto ricevere qualcosa di simile ad un abbraccio. Ma per quanto inaspettato fosse quel gesto, Isabella non esitò un secondo a stringersi il più possibile contro il corpo del ragazzo. E mentre lei nascondeva il viso nell'incavo del suo collo, lui, le baciò la chioma dorata. E dopo averle usato questa premura sciolse l'abbraccio. "Aiutami a nascondere le armi e poi andiamo via."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Storico / Vai alla pagina dell'autore: Pixel