Storie originali > Fantascienza
Ricorda la storia  |      
Autore: Black_Satin    15/04/2017    1 recensioni
Siamo la specie evoluta, che vi piaccia o meno!
Genere: Demenziale, Introspettivo, Parodia | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Dal diario di Bob Hendersen Jr.

17 marzo 2036.
Un giorno, e non saprei dirvi quale perché nella loro cultura la consuetudine di misurare il tempo non aveva attecchito, una flotta di astronavi simili ad enormi mattoncini della Lego si alzò in volo e uscì dall’atmosfera di Agep 412, pianeta sito nella galassia Cinerea – da non confondersi con 214 Pega, che si trovava da tutt’altra parte, e probabilmente ci si trova tuttora.
Gli agepiani, o se preferite potete pensare a loro come gli agepini, agepotti o agepesi, erano un popolo avanzatissimo, nobile, pacifico, che era giunto a un livello di convivenza ottimale con le altre specie sviluppatesi su Agep 412. Un’unica questione li affliggeva: avendo evoluto oltremisura le conoscenze scientifiche, senza cadere nell’oblio di astruse credenze religiose o di criptiche digressioni filosofiche sul senso ultimo della vita, si domandavano semplicemente se nell’Universo vi fossero loro simili, o quanto meno altre forme di vita che avessero un barlume di coscienza e delle capacità critiche. E così, dopo vari preparativi e aver studiato a fondo le mappe stellari, un bel dì partirono alla ventura.
Viaggiarono a lungo e scansionarono migliaia di pianeti nella loro galassia, ma nulla. Parevano tutti ugualmente aridi, ossia sprovvisti di organismi dotati di un pizzico di assennatezza. E non di rado, per lunghissimi periodi, s’imbattevano soltanto in un desolante susseguirsi di deserti infuocati e distese gelate, di oceani gassosi e cieli densi come catrame. Demoralizzati, ma lungi dall’essere paghi, decisero di osare inoltrandosi nelle galassie limitrofe. D’altronde, come ben sapevano, ce n’erano una moltitudine, e la loro, pur essendo smisuratamente grande, non era altro che una capocchia di spillo fusa in una colata lavica di cui non intravedevano neppure l’origine. Avevano ancora moltissima strada da fare. Anzi, all’atto pratico, dinanzi alla vastità dell’Universo, si potrebbe quasi dire che nonostante tutti i loro sforzi fossero ancora sulla linea di partenza.
Un po’ alla volta, senza fretta, perlustrarono plurime galassie e lanciarono sonde in tutte le direzioni, in modo da poter raggiungere anche i pianeti più lontani, ma ancora nulla. Là fuori, ad attenderli, c’era solo un roboante silenzio che faceva sembrare la loro stessa esistenza un’eccezione, un’anomalia sviluppatasi per caso e sopravvissuta – sempre per caso – in mezzo ad una bolla di sapone, che per puro caso non era ancora scoppiata. Sicché, quando il malcontento iniziò a serpeggiare tra le file dell’equipaggio, il capitano Ollorf chiamò a sé gli ufficiali di grado maggiore per un briefing. A quel punto era basilare stabilire se fosse ancora conveniente continuare un viaggio dispendioso ed inconcludente, o se fosse più opportuno tornarsene su Agep 412, mettendo a tacere la curiosità ed accontentandosi di una quieta esistenza, che tutto sommato non era neppure malaccio.
- Signori, esordì il capitano Ollorf, a quanto pare la nostra ricerca si sta dimostrando inutile. Le statistiche ci assicuravano che nella nostra galassia c’erano almeno quattro milioni di pianeti rassomiglianti ad Agep 412, con delle potenziali forme di vita che propendessero alla conoscenza, tuttavia non siamo riusciti a scovarne una che facesse al caso nostro. Men che meno nelle galassie attigue, ognuna delle quali, sempre in linea teorica, avrebbe potuto offrirci altrettante opportunità. Insomma, potremmo viaggiare sino alla fine dei nostri giorni, lontani dai nostri cari, senza ottenere alcunché. Senza trovare delle risposte ai nostri quesiti. Perciò, quel che in sintesi voglio chiedervi, è se pensate che sia opportuno fare dietrofront e tornarcene alle nostre umili dimore. A mio avviso, lo dico senza vergognarmene, stiamo davvero rischiando di spendere la nostra vita in una ricerca destinata a restare infruttuosa.
Slata, un anziano scienziato assai famoso su Agep 412 per aver formulato varie teorie agepocentriche, poi dimostratesi false ma rimaste incastonate nella memoria collettiva come sfolgoranti miti o ancestrali archetipi, fu il primo a prendere la parola, e a dir il vero anche l’ultimo, almeno per quel giorno.
– E se… come dire… se noi non fossimo in grado di percepire delle forme di vita dissimili dalla nostra? Se i nostri parametri logici e le nostre capacità cognitive non ci permettessero di osservare ciò che abbiamo dinanzi agli occhi?
- Che intendi Slata? gli chiese basito il capitano Ollorf.
- Abbiamo visitato moltissimi pianeti e su alcuni di essi abbiamo scovato delle forme di vita primitive. Erano interessanti, non lo nego, ma troppo poco progredite per poterci rapportare ad esse. Però… magari l’aspetto delle creature che stiamo cercando è ingannevole… magari sono simili a rocce e comunicano telepaticamente, senza muoversi e senza articolare suoni… oppure sono filamenti di luce che noi non riusciamo a captare, voglio dire… non potrebbe darsi che…
Proprio in quel momento un tarantolato sottufficiale informò il capitano Ollorf che si stavano avvicinando ad un pianeta che, stando alle prime analisi, sembrava ricco di variegate forme di vita. Il fermento pervase gli animi di tutti quanti e la riunione fu sospesa.
Per qualche tempo gli agepiani osservarono ciò che accadeva sul pianeta Terra, e lo fecero pur non sapendo che quello fosse il nome che gli aveva affibbiato una specie senziente, tra l’altro, a loro dire dopo esserne venuti a conoscenza, senza particolare fantasia. Loro, al contrario, in uno slancio di creatività l’avevano chiamato Agep 13.127/C. Ma chiariamo che possedevano un concetto di creatività parecchio discutibile. O comunque parecchio caratteristico.
Costatarono subito che in effetti molteplici forme di vita pullulavano ovunque sulla superficie del pianeta, e non solo. Oltre a quelle che camminavano, strisciavano e saltellavano sulle terre emerse, ce n’erano talune che riempivano le distese d’acqua, e persino gli abissi che celavano, oppure che solcavano i cieli facendo un baffo alla forza di gravità.
Ora non gli restava che stabilire quale fosse la specie dominante che avrebbero dovuto approcciare, e in quale modo presentarsi ad essa senza metterla in allarme. Confabularono per parecchio, per quasi la durata di quaranta giorni terresti, finché arrivarono a delle conclusioni che ritenevano assennate e prudenti. E soprattutto che mettevano d’accordo diplomatici e scienziati, fatto piuttosto raro.
Ciononostante il primo contatto fu improduttivo, e mi sa che sto persino usando un modo di dire un filino benevolo. Un team di agepiani, munito di sofisticatissime mute da sub allestite per l’occasione, s’imbatté in un banco di tonni che nemmeno deviò traiettoria per scansarli. Zero. Non vi fu alcuna reazione emotiva nei pesci. Anzi, a dirla tutta ognuno dei partecipanti a quel primo contatto alieno, come poi riferì, ebbe l’impressione di non essere neppure percepito. Si sentirono più incorporei e trasparenti dell’acqua in cui si erano immersi. In compenso poco ci mancò che uno squalo affamato trasformasse quell’avventura in sciagura.
Appurato di aver commesso qualche errore di calcolo, cioè di aver puntato alla specie sbagliata, qualche giorno dopo gli agepiani azzardarono una seconda sortita. Questa volta un eroico volontario tentò un timido abboccamento con una colonia di vespe. Ma purtroppo gli imenotteri reagirono assaltandolo con un’aggressività tale che il poveretto, sprovvisto di agili arti assai utili per svignarsela di gran carriera, tirò le cuoia dopo decine di dolorosissime punture.
Sulla nave madre il capitano Ollorf divenne insolitamente furibondo, e dico insolitamente perché la rabbia era uno stato d’animo che gli agepiani esperivano di rado. Di solito nulla li scuoteva sino a farli schiumare di rabbia, tant’è che molti di loro, soprattutto i più giovani, non avevano mai provato questo sentimento, né uno similare.
Per un po’ vi fu una fase d’arresto. L’intera flotta si piazzò su un altopiano del piccolo satellite che orbitava attorno a quel pianeta riottoso, cioè la Luna, ove abitiamo noi oggi. Vi fu un’interminabile processione di riunioni che non approdarono pressoché a nulla. Qualcuno era pronto a girare i tacchi e dimenticarsi della Terra, altri erano propensi a riprovare ad oltranza, sino al raggiungimento di un risultato soddisfacente.
Irriflex, una delle menti più brillanti dell’intera stirpe agepiana, autore di testi accademici come “La speranza muore dopo l’ultima sconfitta” e “La meccanica riproduttiva si desta quando la coscienza dorme”, sosteneva che la specie dominante, quella che avrebbero dovuto incontrare, era quella che si ricopriva il corpo con materiali strani, senza uno scopo apparente. Ed era altresì quella che stava minando la salute dell’intero pianeta, depredandolo delle sue risorse naturali, inquinandolo e molestandolo in tutte le maniere possibili.
Tuttavia, dapprincipio, quasi nessuno diede credito alle speculazioni teoretiche del luminare. Quella non poteva considerarsi una specie evoluta. Figurarsi! L’evoluzione, secondo dei criteri che avevano stabilito sin dagli albori della loro civilizzazione, si basava su dei princìpi semplicissimi, che chiunque conosceva a menadito: salubre integrazione con l’ambiente ospitante, rispetto delle altre specie animali e vegetali, equa distribuzione del benessere e utilizzo ragionato delle conquiste scientifiche. No, quei bipedi erano quanto di più lontano vi potesse essere da una qualsiasi forma di evoluzione, a meno che la si intendesse come una forma di mostruosità deforme, suppurante, intenta a divorare ogni cosa per puro dispetto: un’evoluzione schizofrenica!
Il capitano Ollorf cominciava a temere ch’era ormai inutile starsene lì. La morte di un suo valoroso compagno l’aveva scosso nel profondo. Era la prima volta che accadevano da quando erano partiti per quella perigliosa odissea. Nondimeno, un po’ alla volta, forse anche per via dell’insistenza di Irriflex, in vari mutarono idea, pertanto alla fine anch’egli cedette e stabilì che dovevano fare un ultimo tentativo. Lui in prima persona, assieme ad un paio di sapienti linguisti, sarebbe sceso all’interno di un insediamento umano, cioè in uno dei covi di quei bipedi alquanto stravaganti e poco sagaci.
Sfortunatamente, appena gli umani videro i tre agepiani, che per loro avevano un aspetto assai bizzarro, ma di sicuro non più bizzarro di quello che avevano gli umani per gli agepiani, caddero in deliquio, o meglio, furono colti dal panico. E così, mentre Ollorf cercava d’interpretare quella reazione, scervellandosi per arguire se fosse di buon o cattivo auspicio, un umano al quale aveva rivolto un banale cenno di saluto estrasse una pistola e gli sparò a distanza ravvicinata, forandogli da parte a parte uno dei suoi quattro arti superiori. Per la cronaca, quello che aveva maggior forza e coordinava meglio degli altri.
Sulle prime i tre agepiani pensarono ad un malinteso, ma poi, vedendosi assaltati da un’orda di umani che non sembravano per nulla pacifici, scelsero di salvarsi la pelle, cioè una ritirata tattica. Gli ci volle un po’ per tornare più o meno incolumi sull’astronave madre, prima dovettero scappare a lungo, schivando tutti – quasi tutti – gli oggetti che gli umani gli lanciavano addosso con gran gaudio e partecipazione.
Una volta tornati al sicuro, Ollorf tirò le somme e giunse alla conclusione che il pianeta Terra fosse troppo pericoloso per restarci. Era da escludersi un altro tentativo per entrare in contatto con gli autoctoni. Le creature che lo abitavano erano ostili e spesso, come documentavano varie ricerche, entravano in conflitto persino tra loro. In special modo quei bipedi che si coprivano il corpo con materiali di ogni tipo, cioè gli umani. Quelli erano i più belligeranti di tutti. Erano molesti sino all’eccesso, delle vere piaghe, difatti stavano devastando l’intero ecosistema con una nonchalance da imbecilli all’ennesima potenza.
A questo punto gli agepiani decisero di andarsene, ma prima di partire, mossi dal desiderio di aiutare il pianeta Terra a tirare un po’ il fiato, immisero nell’atmosfera una tossina che avrebbe debellato la sola razza umana nel giro di poche ore. Ed è presumibile che nel farlo si sentirono dei benefattori, in quanto, a conti fatti, stavano epurando il pianeta da quello che era con ogni evidenza il suo peggior parassita.
Ecco, quanto ho scritto finora è pressappoco la versione dei fatti secondo gli agepiani. E poiché è sin troppo palese, non sto a sottolineare quanto questa versione sia impregnata da atavico livore e da uno sprezzante senso di superiorità. 
Per nostra fortuna, o forse per intercessione del buon Dio, alcuni gruppi di astronauti si salvarono, e tra essi, in orbita attorno alla Luna, c’ero anch’io, Bob Hendersen, ingegnere aerospaziale dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Ora non ci resta che aspettare di tornare in possesso del nostro giardino dell’Eden, accontentandoci, nel frattempo, di rimirarlo da degli oblò. Secondo Bern, il mio collega biologo, entro massimo altri sei anni l’aria sarà tornata respirabile. Sei anni sono un’eternità quassù. C’è da uscirne pazzi. Ma in un modo o nell’altro ce la faremo e ripopoleremo la Terra. Le attività per tenerci impegnati d’altronde non mancano. 
Appena allunati trovammo una navetta agepiana in avaria e prendemmo in ostaggio i suoi due piloti. Da allora li torturiamo quasi tutti i giorni, li spremiamo come limoni affinché ci rivelino le loro conoscenze, cosa che all’inizio non fu per nulla semplice giacché non ci servivamo della medesima lingua. In ogni caso, un po’ alla volta, siamo arrivati a capirci quanto basta. Sono stati loro a raccontarci come andarono i fatti, ovviamente dal loro punto di vista distorto che scarica tutte le colpe su noi umani, raffigurandoci come una specie troglodita. Dal canto mio, non dico che siamo una razza perfetta, priva di difetti, questo no, ma non siamo nemmeno dei mostri smargiassi e privi di empatia come pensano loro. Comunque per me sono liberi di credere quel che gli pare, tanto alla fine gli faccio sempre dire quello che voglio, e anche supplicare pietà. Sono sensibili alla corrente elettrica più di una madre al pianto del suo frugoletto. Bassissimi voltaggi li fanno sobbalzare sulle sedie in maniera assai comica. Mi sa che basterebbe una comune batteria da 12 volt, di quelle che si mettono nei telecomandi, per ammorbidirli. Ormai so come prenderli. Il trucco consiste nel fargli intendere che una volta svuotato il sacco li lascerò in pace. E così loro sono piuttosto accondiscendenti e non mi fanno perdere tempo. Devono essere una specie alquanto credulona perché ci cascano sempre. O forse abbiamo pizzicato un paio d’idioti che non sanno tenersi nulla per sé. Va’ a saperlo! Suppongo ve ne siano in ogni cultura.
Beh, tra poco inizierà il mio turno. Toccherà a me lavorarmeli per un po’ insieme a Stock, l'astrofisico svizzero. Spero che almeno oggi sia di buonumore. Ultimamente non lo vedo più rallegrarsi come le prime volte che facevamo il culo ai due agepiani. Devi essersi assuefatto alle loro lagne. Io invece li trovo sempre più insopportabili e tormentarli un po’ tende a farmi tornare il sorriso.

   
 
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Fantascienza / Vai alla pagina dell'autore: Black_Satin