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Autore: GothicGaia    15/04/2017    0 recensioni
La ragazza reggeva ancora il suo i-phon in mano. La chiamata con suo padre era stata interrotta e ora sullo schermo nero lampeggiava in bianco la misteriosa frase.
Consegnateci il custode della Luna
Cosa significava? Che cosa voleva dire quel messaggio? Suo padre le aveva fatto una telefonata, da lavoro, cosa che in vent'anni dalla sua nascita non era mai accaduto.
Genere: Azione, Fantasy, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Violenza
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Il telefono squillò svegliandola di soprassalto. Era il suo I-phon.  La ragazza si sollevò a sedere, afferrandolo per toccare il cerchio verde. Ma quando vide chi era rimase frastornata come se stesse per giungere un attacco alieno.
Era suo padre.
L’incertezza durò un solo istante, poi si costrinse a rispondere alla telefonata.
“da cos’è data l’incertezza dell’uomo?”
“dalla paura di fallire!” dopo aver dato la sua risposta un gelo avvolgente le colpì il cuore. Quello ero un discorso in codice. Se suo padre lo stava usando, poteva solo significare che quella era un’emergenza.
“Ascoltami bene Lince!” disse suo padre attraverso il telefono “non abbiamo molto tempo, fra cinque minuti esatti tutte le linee telefoniche del mondo verranno interrotte! Prendi carta e penna, e scrivi esattamente tutto quello che ti detto!”
La ragazza togliendosi la coperta di dosso si diresse alla scrivania e afferrando una penna dal cestino attese che il padre le dettasse ciò che andava appuntato sul taccuino.
“23-6-2020 è un codice d’accesso! E poi: Edificio 10 Piano -5 e Porta F-7!”
Dopo aver scritto tutto  la ragazza avvicinandosi alla finestra scorse una serie di automobili nere, dai finestrini scuri, e un paio di uomini armati di mitra e fucili, che si stavano fermando sotto all’ingresso del suo appartamento.
“Falcone…”
Ma suo padre la interruppe “Raggiungi i confini del paese, al centro della foresta troverai al base nascosta! Ti ho lasciato aperto il possibile! Non ti sarà difficile entrare! Addio Lince!” disse in fine, come se sapesse esattamente che in quel preciso istante un fischio assordante avrebbe colpito l’udito della ragazza, attraverso il cellulare, costringendola ad allontanarlo istintivamente dall’orecchio.
Consegnateci il custode della Luna
La frase era improvvisamente apparsa in modo inspiegabile sul computer, sul  cellulare, e perfino sullo schermo del Nintendo DS, con cui giocava assieme a sua sorella minore. Ogni apparecchio che disponesse di uno schermo, riportava la seguente frase: Consegnateci il custode della Luna
La ragazza reggeva ancora il suo i-phon in mano. La chiamata con suo padre era stata interrotta e ora sullo schermo nero lampeggiava in bianco la misteriosa frase.
Consegnateci il custode della Luna
Cosa significava? Che cosa voleva dire quel messaggio? Suo padre le aveva fatto una telefonata, da lavoro, cosa che in vent’anni dalla sua nascita non era mai accaduto.
23-6-2020
Niente di strano. Era la data della sua nascita.
Edificio 10 Piano -5 Porta F 7
Quello si che era strano.  Non sapeva molto del lavoro di suo padre. L’unica cosa che sapeva di certo era che lavorava come scienziato per i servizi segreti. E in casa vigilava la regola che vietava severamente di porgli domande sul suo lavoro.
E se chiamava al telefono era necessario parlarsi in codice. Per questo si erano dati delle frasi per iniziare la conversazione, e dei nomi di animali per rispondersi, in modo che i servizi segreti non potessero rintracciarli. 
Lei era la Lince, e suo padre era il Falcone.
Ma Amethyst, era il suo vero nome.
E per essere maggiormente sicuri che nessuno l’avrebbe rintracciata gettò l’I-phon sul parquet e con tutta la forza che aveva nel piede lo pestò violentemente schiacciandolo. Lo schermo si spaccò e la scritta scomparve. Rotto. Ora non lo avrebbero mai rintracciato.
Amethyst senza perdere altro tempo aprì l’armadio a due ante, e afferrando degli indumenti a casaccio si vestì in fretta, infilandosi un jeans grigio scuro, una maglietta bianca e una felpa nera. Prese degli stilavi neri infilandoseli velocemente afferrò il suo zaino riempiendolo del necessario, per il viaggio. Mise degli indumenti freschi un cuscino e una coperta, supponendo che i soldi che si trovavano nel suo portafoglio non bastassero per andare a dormire in un Hotel. L’attendeva un lungo viaggio, fino al confine del paese, e non sapeva quanto ci avrebbe messo per raggiungerli. Non contando che forse non avrebbe avuto in prestito neanche la macchina.
Stava già per precipitarsi fuori quando una foto, attaccata alla parete con un pezzo di scotch richiamò la sua attenzione. Era la sua famiglia. Sua madre Megan, con i lunghi capelli castani a onde, sua sorella minore, Lilia che le somigliava tantissimo, suo fratello maggiore Anton, che mancava da casa, da quasi più di un anno, per gli studi all’estero, e suo padre Michael Atsumori Hirotaka. Pensando che non sapesse minimante come sarebbe andato il futuro, la stacco dalla parete e la infilò nello zaino.
Guardandosi allo specchio sollevò i lunghi capelli lisci, che le circondavano il volto dal mento triangolare, e li legò in una crocchia, lasciando che alcune ciocche sul davanti, le cadessero ai lati del viso, incorniciandolo.
Aveva la pelle di un bianco marmoreo, il naso sottile, dalla punta leggermente all’insù, le labbra chiare e carnose, gli zigomi alti, il collo sottile, proporzionato al resto della sua figura snella e smilza, e i capelli di un nero lucente.
Quel nero lucente era l’unica cosa che aveva preso del sangue per metà orientale, di suo padre. E sebbene avesse degli occhi dalla forma allungata e leggermente appuntiti, erano gli occhi d’un occidentale, non di un orientale.
Ma la cosa incredibile era il loro colore: un viola chiarissimo, tendente al lilla.
Ed era per questo che avevano deciso di chiamarla Amethyst.
Amethyst Hirotaka, era il suo nome completo, se si prendeva in considerazione il cognome, ereditato da suo padre, e da suo nonno, Misao.
Ed era da lui che doveva andare, prima di mettersi in viaggio.
Chiuse la cerniera dello zaino e uscì dalla sua camera. Attraversando il corridoio vide, sua madre, sua zia, e sua sorella, sedute al tavolo, che fissavano lo schermo del televisore con arie sconcertate.
Amethyst in gran silenzio tentò di tirare giù la maniglia della porta d’ingresso, ma sua madre la sorprese.
“dove stai andando?” le domandò.
“a sbrigare delle faccende affidatemi da papà!” gli rispose non staccando la mano e lo sguardo dalla maniglia della porta. Gli uomini che sostavano sotto al palazzo le mettevano ansia. E se avessero fatti irruzione mentre lei era già via?
“Tuo padre sa qualcosa riguardo a quello che sta succedendo?”
“è ciò che intendo scoprire!”
“quando pensi di tornare?” le domandò sua madre.
Amethyst si voltò verso di lei. “Tardi! Ma non tardi come si dice in una qualsiasi sera! Molto più tardi!” e senza attendere una risposta tirò giù la maniglia, e uscì di corsa dall’appartamento.
“Addio!” pensò mentre correva giù dalle scale. Entrando nel garage delle auto raggiunse la sua moto, nera appena lucidata, e montando in sella avviò i motori, mentre il cancello automatico si apriva davanti a lei.
Infilandosi il casco uscì in strada. La città era nel caos. Pochi metri dietro di lei, gli uomini armati di mitra attendevano davanti alla machina, con espressioni di pietra.
Un tipo d’espressione che rivelava la rigidità di chi non si fa scrupoli ad ammazzare donne e bambini.
Amethyst con il casco sul volto, si voltò verso di loro lanciandogli un occhiata, per attirare l' attenzione su di sé. Doveva allontanarli da casa.
Poi partì con i motori al massimo, sperando che la seguissero. 
   
 
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