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Autore: SanjitaSwan    15/04/2017    0 recensioni
Giada, ventun'anni, è una ragazza estremamente ansiosa e disillusa che, dopo aver perso in contemporanea il suo primo amore e la maggior parte delle sue amiche, si chiude in un guscio fatto di freddezza e cinismo verso il mondo esterno.
Un bel giorno, però, le si presenta l'opportunità di studiare l'inglese a Los Angeles, la città che ha sempre sognato di visitare sin da piccola, in una scuola speciale per ragazzi provenienti da ogni angolo del mondo.
Giada parte quindi alla volta della città degli angeli, ma si accorgerà ben presto che dover cavarsela da sola in ogni situazione per tre mesi in una delle città più grandi del mondo non è esattamente la passeggiata sotto il sole californiano che si aspettava.
Tra una palma e l'altra, una simpatica hostmother, una coinquilina perfettina, un amico speciale, compagni arroganti, nuovi amici e ostacoli più o meno grandi da fronteggiare, Giada vivrà un'incredibile avventura che cambierà la sua pigra e monotona vita per sempre.
Genere: Avventura, Commedia, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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La mattina dopo, alle otto il sole già splendeva alto nel cielo, completamente privo di nuvole.
Mayumi arrivò di buon’ora, io e Tiffany la facemmo accomodare qualche minuto in casa, poi ordinammo Uber e ci avviammo verso casa di Ying.
Salite in macchina, per i primi due minuti ci fu un silenzio imbarazzante.
“Hey, Giada, let’s take a selfie!” mi disse lei improvvisamente, attivando la fotocamera del suo iPhone.
Io mi avvicinai a lei, che scattò qualche foto.
“Ooh, you’re so cute!” disse infine. “After I will send them to you”
“Thank you” risposi. “So, tomorrow you will come back to Japan… are you happy?”
“Oh, yes. I miss Japan, and my family and friends, but I’m also sad because I’ve been here only for two weeks and I wanted to stay more. But university is going to start, and I have to study hard when I will come back”
“Oh, I see. What do you study?”
“Medicine. It’s very hard, but I like it”
Alla faccia!
“Oh, it sounds great! So you are here for vacation”
“Yes. And also to learn English. And you know, when I arrived here it happened a incredible thing. Do you know Tadashi, the tall Japanese boy in our Grammar class?”
Oddio, che dolci! Si sono conosciuti e si sono messi insieme qui.
 “Yes, I know who you mean, even if I never talked to him… he is your boyfriend, right?”
Lei spalancò i piccoli occhi a mandorla e iniziò a ridere.
Figura di merda in arrivo.
“Oh no, absolutely not. Well, when we were children we went to the same school. We were in the same class and we used to play together everyday. But then, on our last year of elementary school he moved to Kyoto and I have never met him anymore. But when I arrived here in Los Angeles I met him in my same school! I were so happy to see him after ten years, we spent two weeks together and we had a lot of fun”
“Really?” chiesi incredula. “It’s such a cute story! It looks like an anime”
Era davvero una storia troppo tenera. Erano amici da piccoli e dopo non essersi visti per dieci anni si erano rincontrati dall’altra parte del mondo!
È proprio vero che il mondo è davvero piccolo.
“Yes, I really hope to see him again someday”
“Well, you live in the same country, and maybe you can meet. Is Osaka very far from Kyoto?”
“Not so much, but they are big cities. But we will keep in touch and maybe we will meet”
“I hope so. It’s a very beautiful story” risposi.
In quel momento, l’autista si fermò, dicendoci di essere giunti a destinazione.
La casa dove alloggiava Ying era in un quartiere molto elegante vicino a Beverly Hills, pieno di villette molto belle e grandi con giardini spaziosi e macchine di grossa cilindrata.
Ying ci stava aspettando di fronte a casa sua, una villetta un po’ più piccola rispetto alle altre ma comunque bella ed elegante.
“Hi, girls. Please, come in. My hostmother and my roommate are almost ready” disse quando arrivammo, invitandoci a entrare.
All’interno, l’arredamento era molto povero e molti spazi erano vuoti, ma era comunque un ambiente accogliente.
“Please, wait there…” ci disse, indicando un piccolo divano in pelle rossa un po’ liso.
Io e Mayumi ci sedemmo, mentre Ying sparì dietro una porta.
“Regina! They are arrived” la sentii dire.
“Oh, good! Tell them we are arriving. Five minutes!” fece una voce di donna in lontananza.
Dopo averci avvertite, Ying sparì di nuovo dietro la porta, e io e Mayumi restammo sole.
Dopo un minuto di imbarazzante silenzio, la porta da dove Ying era uscita si aprì, e spuntò fuori una ragazza dai tratti orientali, coi capelli lunghi e ramati e con indosso un vestito a righe blu e bianche che non avevo mai visto.
Non doveva avere più di diciotto anni.
“Oh... hello!” ci disse, mostrandoci un sorrisone a trentadue denti un po’ sporgenti.
“Hi” rispondemmo noi.
“I’m Shiori” continuò lei, indicando prima se stessa e poi noi. “And you?”
“I’m Mayumi”
“And I’m Giada”
“Oh, Dada!” esclamò lei ridacchiando. “Cute name…”
Io scoppiai a ridere.
“Not Dada. Gia-da. G!” la corressi.
“Tada! Giada!” continuò, mentre io continuavo a ridere.
“Yes, Giada. Like Jade. It’s the Italian version of Jade”
“Oh… Giada!”
“Good!”
A quel punto, Shiori iniziò a balbettare, cercando di dire qualcosa che evidentemente non riusciva a dire.
Qualcosa mi diceva che non aveva mai parlato inglese in vita sua, e doveva essere lì da poco tempo.
“Where you are from?” disse infine, confermando pienamente i miei dubbi.
“Oh, I’m from Italy. And you?”
“Japan! I live Osaka” disse, scandendo le parole.
Era chiaro che aveva enormi difficoltà a esprimersi.
Sarebbe stata dura capirsi.
Quando nominò Osaka, Mayumi si illuminò, e iniziò a conversare con lei in giapponese.
“Hey girls! Speak English” disse improvvisamente una voce.
Sulla porta c’era una massiccia donna di colore di mezza età con un largo sorriso stampato in faccia, che ispirava una grande simpatia.
Aveva i capelli raccolti in uno chignon, degli occhialetti a montatura ovale sul naso e indossava un vestito estivo tutto colorato con la gonna lunga.
Entrò nella stanza abbracciando Shiori e dandole un bacio sulla guancia, poi salutò me e Mayumi dandoci una calorosa stretta di mano.
“Nice to meet you, girls. I am Regina, and I am Ying and Shiori’s hostmother”
“Nice to meet you too, I’m Giada and I come from Italy” dissi io, ricambiando la stretta.
“And I’m Mayumi and I come from Osaka like Shiori” rispose invece Mayumi.
“Oh, good! But don’t speak Japanese, Shiori doesn’t know English very well, she never studied it before, and she needs to improve. So try to speak English as more as possible. Good, girls, let’s go to the super car!”
Ci avviammo davanti al garage, dove c’era parcheggiata una macchina a otto sedili.
Riuscii a capire da alcune parole e dei gesti che Shiori stava male in macchina, quindi lei si sedette di fianco a Regina, io e Mayumi in seconda fila e Ying nell’ultima.
Durante il tragitto, Regina iniziò a farci domande sul nostro soggiorno a Los Angeles, sulla nostra vita nei nostri paesi, poi iniziò a raccontarci dei quarantasette ragazzi che aveva ospitato nel corso degli anni, della sua famiglia e dei suoi cinque figli, mostrandoci anche le foto sul suo telefono.
Era troppo simpatica.
Shiori cercava di farci domande, che la maggior parte delle volte non riuscivo a capire, tra le quali quanti anni avessimo (dove scoprii che i diciotto li aveva passati da un po’, visto che aveva la mia età), se avessimo Instagram e Facebook e quanto ci saremmo fermate a Los Angeles.
Con l’aiuto di Regina, riuscii a dirci che lei era lì da metà agosto e ci sarebbe stata un anno, come facevano molti giapponesi della nostra scuola.
Infine, lei era al livello 100B, ed era quindi principiante assoluta.
Chissà, probabilmente quando sarebbe tornata in Giappone avrebbe raggiunto il livello più alto, perché nonostante fosse veramente molto poco comprensibile l’impegno ce lo metteva tutto.
La strada per gli Universal Studios attraversava la città fino a Hollywood, poi continuava tra le colline e, infine, giungeva a North Hollywood, dall’altra parte della collina della Hollywood Sign.
Mentre la radio ci offriva canzoni a tutto volume di Ariana Grande, Katy Perry e Bruno Mars, che avevo notato essere molto popolari in America, il finestrino abbassato faceva entrare l’aria calda del deserto in macchina, mentre il sole picchiava che era un piacere, nonostante fossero solo le dieci.
Finalmente arrivammo ai parcheggi, che erano segnati da colori diversi a seconda del piano e numerati precisamente, e per ogni parcheggio c’era un piccolo e dolcissimo ET disegnato sopra.
Prima di entrare negli studios, attraversammo Universal City, una lunga strada piena di negozi dedicati ai film Universal e di ristoranti, il tutto pieno di luci e insegne spente.
Il tutto era molto emozionante. Eccola la Hollywood di cui avevo tanto sentito parlare.
Poi, dopo una decina di minuti di camminata, la fontana con il logo Universal roteante posto sopra annunciò il nostro arrivo agli Universal Studios.
L’entrata degli studios era già piena sebbene avessero aperto da poco.
Dopo aver passato i controlli, rigidissimi, accompagnati dalla musica ufficiale della Universal che mettono all’inizio di ogni film, finalmente entrammo.
Ero molto eccitante, e non vedevo l’ora di vedere tutte le attrazioni.
Mayumi era più eccitata di me, e mi stinse in un abbraccio.
“Aaah, Giada, I’m so happy to be here! I love this place!”
“Yes, me too! I look forward to try all the attractions” risposi io.
Ying si limitò a sorridere.
Ok, bisogna che la tiriamo un po’ fuori oggi. Magari se la portiamo a divertirsi si aprirà di più.
“Selfie!” disse Shiori, aprendo un’applicazione sul telefono.
Sulle nostre facce, immediatamente comparvero un naso, delle orecchie e dei baffetti da topo, i nostri occhi si ingrandirono e dietro apparvero dei glitter.
 “Oh, Giada, your eyes are enormous with this!” ridacchiò Mayumi.
“I love eyes” disse Shiori indicando i miei occhi e sorridendo.
“My eyes?”
“Yes. Green colour, I love!” cercò di spiegare, continuando a indicare i miei occhi.
“Oh, thank you Shiori. I love Japanese eyes’ style too” dissi, sperando che mi capisse.
Ovviamente, però, lei mi guardò storto, senza però perdere il sorriso.
Mayumi mi venne in soccorso, spiegandole cosa intendevo.
Alla fine Shiori riprese il suo sorrisone,inchinandosi un po’ e continuando a ripetere “Thank you, thank you”.
“Ok, girls, I suggest you to go to the Studios Tour. It will be around one hour and a half, but it’s amazing and super funny! And then you can go wherever you want” spiegò Regina, prendendo un volantino e indicandoci un percorso che portava a fare il giro degli studios.
Doveva essere bellissimo! Magari c’era in giro anche qualche celebrità che stava girando un film!
Che stavamo aspettando?
Tutte acconsentimmo, quindi ci avviammo verso le scale mobili e scendemmo al livello inferiore del parco, dove si trovavano metà delle attrazioni.
La coda per il tour degli Studios non era moltissima per fortuna. Pescammo degli occhiali 3D negli appositi cestini e salimmo infine su un pulmino aperto a cinque posti.
Mayumi e Shiori erano evidentemente emozionate, e continuavano a scattare selfie e ad abbracciarmi.
A un certo punto, uno schermo sul pulmino si azionò, e un video precedentemente registrato partì, dandoci il benvenuto nello Studios Tour.
Il pulmino partì, facendoci prima godere il panorama stupendo dall’alto delle colline sulla parte nord della città, poi facendo il giro dei capannoni degli studios, e poi spostandosi in spazi aperti decorati come città, parchi, ristoranti usati come set cinematografici, in modo da farli sembrare veri.
E ogni volta che passavamo davanti a uno di questi spazi, nel filmato partiva un video di spezzoni di scene di film girati in quel luogo.
Passammo dunque a un ambiente chiuso, dove ci mettemmo gli occhiali 3D e partì intorno a noi una scena di Jurassic Park, e, più avanti, una di Fast And Furious, con gli appositi effetti 4D in modo da dare l’illusione di essere all’interno del film.
Il tour mostrava i set cinematografici dove erano stati girati film come Psycho, il Grinch, Jurassic Park, Fast And Furious, Lo Squalo e moltissimi altri, ognuno con l’ambientazione che avevo sempre visto nei film.
C’erano effetti speciali ovunque. La pinna dello squalo che si muoveva verso una barca, dove poi divorava un uomo e compariva del finto sangue, per poi far muovere uno squalo finto verso il pulmino e facendolo saltare fuori, bagnandoci tutti. Poi piccoli dinosauri che saltavano fuori sputando acqua verso di noi, la fila delle macchine usate nel film Ritorno al Futuro, la simulazione di un terremoto catastrofico all’interno di una stazione metropolitana, con tanto di autobus e treni che ci crollavano addosso e si fermavano al momento opportuno, idranti che si rompevano e strade che venivano allagate e tantissime altre cose bellissime che ci lasciavano a bocca aperta.
Se quello era solo l’inizio del giro degli Universal Studios, l’impressione era più che ottima.
Non avevo mai visto uno spettacolo così in vita mia, e non avevo mai visto un set cinematografico, tantomeno di un film famoso.
Quella giornata prometteva veramente bene.
 
Dopo lo Studios Tour, volemmo andare subito a vedere il mondo di Harry Potter, che era esattamente lo scenario che si vedeva nei film, solo fatto di negozi e punti di ristoro.
L’attrazione principale, invece, era all’interno del castello di Hogwarts.
La coda era lunga, ma i creatori degli Universal avevano fatto in modo di ingannare l’attesa mostrando l’interno del castello, che era uguale identico a quello nei film, e mettendo effetti speciali da lasciare la gente col fiato sospeso.
L’attrazione, poi, era qualcosa di straordinario: era un’attrazione 4D, che consisteva nel sedersi su quattro sedili che, con il loro meccanismo interno, diventavano un simulatore di sedie volanti.
Dopo pochi secondi di buio, la giostra faceva prima il giro delle cantine del castello, con tanto di ragni finti che si muovevano e ragnatele, e poi, guardando la schermata che circondava lo spettatore, usciva dalla finestra e faceva tutto il giro esterno, con in sottofondo la musica del film e, infine, tutta la scuola di Hogwarts che applaudiva.
Oltre a questo, di fianco al castello c’era un rollercoaster che durava più o meno un minuto, sul quale salimmo io, Ying e Mayumi (Shiori aveva paura dei rollercoaster, e preferiva stare giù).
Dopo aver guardato i negozi colmi di oggetti che in Italia non avrei mai trovato neanche al Lucca Comics, dove comprai lo stemma del Grifondoro e un portachiavi per mio fratello, ci spostammo invece nell’area Simpsons, che era una sorta di Springfield ricostruita secondo gli scenari del cartone, con il Krusty Burger, il pub Moe e la pizzeria Luigi’s, dove servivano davvero hamburger, bevande, pizze e ciambelle. Tutt’intorno c’erano animatori vestiti con costumi dei personaggi della famiglia Simpsons, Krusty il Clown, Grattachecca e Fighetto e anche Telespalla Bob.
l’attrazione, anche in questo caso una giostra in 4D all’interno di una stanza buia, era una puntata in cui, durante una gita al luna park di Krusty il Clown, Telespalla Bob, evaso, cercava di uccidere Bart Simpsons e la sua famiglia su un rollercoaster, sul quale era seduto anche lo spettatore, che faceva prima un turbolento giro sul rollercoaster rotto, poi scaraventato in un vulcano, e infine lanciato in orbita, il tutto con foto finale a sorpresa.
Era davvero divertente.
Dopo quest’attrazione, ci rendemmo conto che si era fatta ora di pranzo.
Fuori aveva iniziato a fare veramente troppo caldo, quindi cercammo ristoro all’interno del Krusty Burger, dove ci sedemmo a tavola a mangiare.
Non ero una grande appassionata di hamburger in quanto troppo pieni di salse, perciò presi delle alette fritte di pollo con patatine fritte e coca cola.
“Well girls, tell me about your lessons!” disse Regina rivolgendosi a me e Mayumi con un bel sorriso quando fummo tutte sedute. “Who are your teachers?”
“Bob, Chris and for afternoon classes Maria and Nicole” risposi io.
“Oh, I love Nicole. She really loves her students, and she’s a good teacher. And Maria too, she’s so nice… but I don’t know Chris, he should be new” rispose Regina.
“Oh, for me he’s the best! He’s so funny and good, he always make us play” continuai.
“Oh, he should be nice! And Bob… oh, good luck with him, he’s very strict” sorrise Regina.
“Oh, we know” fece Mayumi guardandomi. “He’s very strict, especially if we use phones. Me, I have Bob too, and Josh”
“I have Josh!” disse Shiori.
“Yes she has Josh in Grammar” continuò Regina. “And do you like your classmates?”
“Oh, I have known them for a short time, so I can’t tell now… But I’m happy to be there” risposi, mordendo un’aletta di pollo.
“Oh, I really love them. We spent three days in Las Vegas last week and we had so much fun! I suggest you to go there before you leave, it’s very fun! Even if I haven’t played casinos because I’m underage” rispose invece Mayumi, iniziando poi a raccontare la sua tenera storia di come aveva rincontrato Tadashi.
“Oh, dear, this story is so sweet! I’m so happy you met your friend right here! What’s his name?”
“Tadashi!”
“I know Tadashi! I like Tadashi!” esclamò Shiori.
“Yes, he’s such a good boy” aggiunse Ying, che per tutto il tempo aveva continuato a mangiare senza aprire bocca.
“Do you know him, Giada?” chiese Regina.
“Yes, I know who he is, but he never talked to me, I’m just arrived and I don’t know almost anyone”
“Oh, Tadashi is really shy with people he doesn’t know, as the most of Japanese people. But if you know him better, he’s such a nice guy, and if he likes you he becomes the most friendly person in the world. He’s probably the sweetest guy I know, you would like him, and I think he would like you too. You should talk to him sometimes”
“Oh, I will try. I want to know Japanese people” dissi io.
“Yes! I know you Japanese friends!” disse Shiori, facendomi una carezza sul braccio.
Che vuol dire ‘I know you Japanese friends’?
“What do you want to do?” chiesi, cercando di farmi capire.
“You want to know Japanese friends. I know Japanese friends! So you know Japanese friends with me” cercò di spiegare.
“She wants to tell you that she will make you know Japanese friends” mi venne in aiuto Mayumi.
“Oh, yes! Thank you, Shiori” dissi, mettendo una mano sulla sua.
Poi lei mi abbracciò.
Cucciola.
Era tenera e dolce, ma non riuscivo davvero a capire quello che voleva dire.
In classe con me c’erano abbastanza giapponesi, ma la maggior parte era concentrata nei livelli inferiori, e in pochissimi erano ai livelli più alti del mio.
Se tutti i giapponesi erano come lei, non c’era modo di avere un rapporto in cui ci si poteva comprendere.
 
Dopo la pausa pranzo, il giro continuò.
Notai che la maggior parte delle attrazioni erano in 4D, e la cosa cominciava a divertirmi sul serio.
Dopo aver guardato il negozio di souvenir del Simpsons e fatto un po’ di spesa, andammo nell’area di Cattivissimo me, dove facemmo un sacco di foto coi Minions, salimmo sull’attrazione e comprammo anche dei piccoli pupazzetti dei Minions.
L’attrazione di Shrek era invece solo un cortometraggio in 3D con qualche effetto speciale.
Poi decidemmo di andare a vedere Waterworld, uno spettacolo mozzafiato della durata di mezz’ora all’incirca ispirato appunto al film Waterworld, dove veniva ricreata la trama del film con effetti speciali e stuntman che si esibivano in esibizioni pericolosissime da farci restar secco lo spettatore.
La cosa divertente era che, prima di iniziare, due stuntman si divertivano a lanciare sul pubblico, diviso in due sezioni, secchiate d’acqua presa dal set delle loro esibizioni in una sorta di gara ‘vediamo quale sezione si bagna di più’.
Certo, avere i vestiti inzuppati non era certo il massimo, ma almeno potevamo trovare sollievo dal caldo proveniente dal deserto.
E la doccia non era finita lì!
Dopo esserci gustate le mirabolanti imprese degli stuntman e aver fatto merenda da Starbucks, decidemmo di andare sull’attrazione di Jurassic Park, che era uno dei pochissimi rollercoaster non 4D presenti nel parco, oltre che l’unico acquatico.
Peccato che non eravamo pronte ad essere lavate completamente.
Dopo aver attraversato un boschetto pieno di finti dinosauri che sputavano acqua a tutti, il rollercoaster a mo’ di barca su cui eravamo si arrampicò su una salita e ci portò in un’area al coperto… dove però non c’era nessuna discesa.
Poi lo vidi avanzare verso una zona buia, e compresi ciò che stava per accadere.
Oh no!
Manco a farlo apposta, il rollercoaster precipitò nel buio, e prima ancora che riuscissimo a vedere la luce, un’onda anomala ci venne addosso, bagnando dove gli stuntman non avevano bagnato nello spettacolo precedente.
Completamente fradice, ci dirigemmo verso l’attrazione della Mummia, altro rollercoaster non 4D.
Mentre aspettavamo nella coda infinita, Shiori chiese a me e Mayumi che programmi avessimo per la serata.
“No plans. Tomorrow I have the plane, so I won’t go out tonight” rispose Mayumi.
“And you, Giada?”
“Nothing, I didn’t plan anything” risposi.
“We go eat together? You want?” chiese, con gli occhi che le si illuminavano.
“Oh, I don’t know… where do you want to go?” chiesi.
“What?” chiese lei, che ancora una volta non aveva capito.
“You want to go out, right? Where?” riprovai.
“I want to go out!” continuo, ancora più confusa di prima.
Santo Dio, è impossibile!
“Ok! But where? What we do?” provai, scandendo molto lentamente le parole.
“Do you want to go out, girls?” chiese Regina.
“Shiori told she wants to go out…” disse Mayumi.
“I want to go out. Everybody” disse Shiori, indicandoci tutte.
“Oh, ok Shiori! Do you want to go out for dinner all together, girls?”
“Oh, nice idea! I want!” disse Mayumi.
“Me too” esclamai entusiasta.
“And you, honey, do you want to go out?” chiese infine a Ying, che, nonostante I nostri sforzi, continuava a stare zitta.
“Ok…” rispose semplicemente,
Mamma mia, che mortorio però!
“Ok, where do you want to go?” chiese infine Regina, tutta contenta.
“You like sushi?” chiese Shiori speranzosa.
Oh cazzo, sì!
Erano due settimane che non toccavo sushi, e ne avevo proprio bisogno.
“I love!” risposi.
“Me too!” disse Mayumi al settimo cielo.
“Everything is ok for me…” disse infine Ying.
“Yaaay, perfect!” esclamò felice Regina. “I know a beautiful place in Sawtelle! You will love there, I’m sure. When we leave, we will go there girls”
Sorrisi.
Era troppo simpatica quella donna.
Shiori mi abbracciò forte, esultando.
“I love sushi!” disse infine, non riuscendo a dire altro. “You eat in your country?”
“Oh, of course! I love it too” risposi stringendole le mani, mentre Mayumi esultava e batteva le mani saltellando.
L’attrazione della Mummia mi fece letteralmente perdere dieci anni di vita.
Il rollercoaster percorreva lentamente un tunnel semibuio, con alcuni effetti speciali sulle pareti, finché improvvisamente non entrava in picchiata in un tunnel più stretto e buio, andando a velocità supersonica fino a far ritrovare i passeggeri faccia a faccia con un muro.
A quel punto, tornava indietro al contrario, fino a fermarsi e cambiare direzione.
Allora si apriva una finta parete, dietro al rollercoaster successivo che stava per partire, come se avesse fatto un giro completo, e non fosse mai tornato indietro.
Io avevo i capelli in piedi.
La giornata era stata parecchio eccitante.
Il sole stava quasi tramontando quando uscimmo da lì, e optammo per Transformers come ultima attrazione della giornata prima di andare via.
Se non l’avessimo lasciata per ultima l’avremmo trovata molto più interessante, l’attrazione a 4D dei Transformers che combattevano e faceva precipitare in picchiata il vagone su cui eravamo sull’asfalto, ma avevamo visto tante attrazioni 4D quel giorno, e non la trovammo particolarmente stupefacente.
Il sole era tramontato da poco, e le luci della città si stavano iniziando ad accendere, mentre il cielo si stava dipingendo di un bel colore rosa.
Ripassammo per Universal City, ancora più bella di quella mattina con tutte le insegne accese, i negozi aperti e colmi di gente e i ristoranti già pieni.
Dopo aver fatto l’ultimo shopping della giornata, dove comprai dei regalini per Asia e Melissa, mio fratello e i miei pochissimi amici italiani che, per forza di cose, non riuscivo a vedere più, tornammo al parcheggio, che si stava svuotando.
Come salimmo in macchina, Shiori si addormentò sulla mia spalla, abbracciandosi al mio braccio come se fosse un peluche.
“I’ve had so much fun today with you, Giada! I’m so happy!” disse invece Mayumi, che era ancora tutta elettrizzata.
Era stata davvero una bellissima giornata.
Ero molto dispiaciuta che Mayumi se ne andasse. Avremmo potuto diventare ottime amiche.
Shiori era dolcissima, anche se purtroppo non riuscivo ad avere un dialogo con lei facendomi capire, e Regina era una donna così solare e piena di vita, come solo gli abitanti di Los Angeles erano.
E Ying… beh, io ci avevo provato. Ma non ero davvero riuscita a farla uscire.
Una cosa era certa, con lei non ci sarei più uscita di mia spontanea volontà.
Era ormai buio quando entrammo nella highway sulla collina, dove già vedevo il meraviglioso panorama delle luci di Los Angeles innanzi a me.
Quanto era bella.
Quando finalmente arrivammo in città, l’atmosfera magica della LA notturna mi catturò nuovamente.
Ristoranti pieni, i grattacieli in lontananza che diventavano sempre più luminosi, gente che si preparava a una bella serata, le luci abbaglianti delle insegne, coppie che passeggiavano e, poco lontano, la Hollywood Sign appena appena visibile.
Quella città aveva davvero qualcosa di magico e inspiegabile che mi faceva innamorare sempre di più.
Avevo sempre sognato di poter ammirare quel panorama dal vivo, e ora finalmente eccomi lì, con tre mesi a disposizione davanti a me per conoscere davvero la città dei sogni.
Abbandonammo la caotica Hollywood, per entrare a Beverly Hills, dove Regina volle farci vedere i viali più belli.
Le case erano tutte con le luci accese, dove si potevano ammirare gli interni ben arredati, i giardini puliti e curati e la gente che passeggiava tranquilla per le vie calme.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal finestrino, era tutto così bello, e io lo stavo vivendo in prima persona.
Poi, dopo aver percorso la highway per Santa Monica, ci ritrovammo in un quartiere più caotico pieno di ristoranti, negozi e supermercati asiatici, dove centinaia di persone, perlopiù appunto asiatiche, camminavano.
“Sawtelle Blvd! The Little Osaka” disse Regina, curvando improvvisamente all’interno di un parcheggio sotterraneo. “We’re arrived, girls”
Dopo aver svegliato Shiori, che si stava facendo una bella dormitina, scendemmo dalla macchina e salimmo su un ascensore che ci portò dritte all’entrata di un elegante ristorante giapponese, dove fummo accolte e accompagnate a un tavolo, proprio di fianco al bancone dove il cuoco affettava con grande abilità salmoni, tonni e polpi e preparava il sushi come se stesse dipingendo un quadro.
In quel momento non riuscii a non pensare a tutte le volte che io, Asia e Melissa uscivamo a mangiare sushi nel ristorante all you can eat sotto casa di Asia, divorando tutto quello che arrivava a tavola.
Già, Asia e Melissa… mentre io ero agli Universal Studios, quel pomeriggio, in Italia era sera, e loro due erano andate alla festa del paese di Melissa, dove eravamo solite andare tutte e tre.
Beh, era anche vero che però gli Universal Studios, in California, erano molto più divertenti di una stupida festa di un paese nei pressi di Milano, quindi di che potevo lamentarmi? Quando quel pomeriggio avevo inviato le foto nel gruppo mi avevano anche mandato a quel paese.
Decisi di non dare troppo peso a quel pensiero, e mi concentrai sul menù.
Il ristorante era di una certa qualità, e non era un all you can eat, ovviamente.
Dovevo stare attenta a cosa prendevo.
Le uniche volte in cui non ero andata a un ristorante giapponese all you can eat erano state le occasioni in cui io e Marco eravamo usciti per qualche ricorrenza speciale, e comunque ogni volta pagava lui.
Mi si gelò il sangue ripensando a quei momenti in cui compravamo quelle barche enormi e ce le mangiavamo di gusto, a quando, durante l’attesa, lui mi teneva una mano o a quando mi imboccava con i pezzi di sushi più buoni che c’erano.
Basta, Giada! Smettila di pensare a quel verme, sei a migliaia di chilometri di distanza da lui e devi divertirti!
Alla fine decisi di ordinare tre nigiri al salmone, due al tonno e quattro uramaki al tonno piccante e salsa.
Dopo dieci minuti, il nostro tavolo era stracolmo di piattini di sushi, più due scodelle di zuppa di miso e un piatto di yakisoba saltati con verdure.
“I love sushi!” disse Shiori, felice come una pasqua. “I eat always in Japan. I’m happy to be here tonight with you”
“Oh, me too…” dissi.
“And me too! I spent a beautiful last day with you, girls, thank you so much!” concluse Mayumi, mandando giù un sorso di zuppa di miso.
Mentre ripeteva a una Shiori confusa quello che aveva appena detto in giapponese, alla radio passò una canzone di Justin Bieber.
Appena se ne accorse, Shiori fece un gridolino battendo le mani tutta contenta.
“Shiori loves Justin Bieber a lot” spiegò Regina.
Oh Cristo. No, ti prego, questo no!
“Yes! I love! And I love One Direction! I went concert in Japan!”
Poteva andare peggio? Ovviamente sì.
“And you? You like?” mi chiese.
Ecco. E ora come glielo dicevo?
“Ehm… not very much. I don’t like their music…”
Insomma, non avevo niente contro di loro, personalmente. Ma io ricordavo Justin Bieber per Baby nel 2010, che mentre le mie compagne di scuola urlavano e strepitavano per lui, io schifavo quella canzone e quel genere di musica nella maniera più assoluta.
Da allora, per me non era mai cambiato niente, anche perché non avevo mai ascoltato quasi nient’altro di suo nel corso degli anni proprio perché ormai l’avevo inquadrato per quella canzone.
Per quanto riguardava i One Direction, non avevo mai ascoltato niente di loro, e quindi non ero esattamente nella posizione adatta per giudicare, ma mi parevano cinque versioni inglesi di Justin Bieber.
Poi quando un paio di anni prima avevo sentito che molte ragazzine di dodici anni si erano suicidate perché uno era uscito dal gruppo, avevo già capito l’andazzo, e non ci pensavo proprio ad ascoltare una loro canzone.
“Oh, no problem. But he’s so cute. I love him!”
“Oh, Shiori, he’s cute, but he’s a bad boy” disse Regina, che nel mentre stava parlando con Mayumi di cosa avrebbe fatto una volta tornata in Giappone (in tutto ciò, ovviamente, Ying non aveva aperto bocca, pur essendo a volte interpellata da Regina o Mayumi).
“I know, and I’m sorry” rispose lei, assumendo un’espressione dispiaciuta.
Poi continuò il suo discorso, mostrandomi anche delle foto di alcune boy band giapponesi e coreane che lei adorava e seguiva tantissimo, oltre ad aver assistito a molti concerti.
Beh, non mi piacciono le boy band, ma almeno lei ai concerti ci va. Io non sono mai stata a un concerto.
Era vero. Non avevo mai assistito a un concerto in vita mia.
Per me era molto importante, quasi più importante della cosiddetta prima volta, e volevo che il mio primo concerto fosse il concerto di un cantante che amassi.
Peccato che i Maroon 5 chissà quando sarebbero tornati in Italia, e anche se ero a Los Angeles, la loro sede, dubitavo molto che sarei riuscita a vederli in tre mesi.
E anche i Green Day, che adoravo alla follia, sarebbero venuti in Italia a gennaio del 2017, ma comunque non avevo soldi, e dopo aver passato tre mesi negli Stati Uniti, chiedere ai miei altri soldi per un concerto sarebbe stato un suicidio.
Quando aveva scoperto che non avevo mai assistito a un concerto, Marco, che invece ne aveva visti tanti, era rimasto scioccato, e voleva che fosse lui ad accompagnarmi al mio primo concerto, e dovevo anche dire che lui ascoltava buona musica e se ne intendeva, contagiando anche me.
Ma poi la fine della storia la conosciamo tutti.
“You what singer you like?” mi chiese Shiori, interrompendo il corso dei miei pensieri.
“Oh, I love Maroon 5, Green Day, Katy Perry… but also some rock groups like Aerosmith, Queen, ACDC… And also Sum 41, Blink-182… I like different kinds of music”
“Oh, I like Katy Perry! And Maroon 5! But I don’t understand…”
E forse è meglio così. Mica che poi salta fuori che non ha mai sentito nominare i Queen.
“I like rock. My ex boyfriend liked rock, and so he influenced me” dissi, lentamente.
“Oh. You have a boyfriend?”
Ecco. L’unica domanda che non dovevi farmi l’hai fatta.
“No. Not anymore. We broke up almost two months ago”
“Oh no! I’m so sorry…” disse lei, prendendomi una mano che era appoggiata sul tavolo e stringendola tra le sue.
Feci di tutto per non pensare a Marco, quando lo faceva al ristorante, e andai avanti nel discorso.
“Don’t worry, it’s ok. We were too different and he didn’t love me, so we broke up”
“How time you were together?”
“How long?”
“Yes, yes!”
“Almost two years”
“WOW!” esclamò lei, spalancando gli occhi. “It’s much time!”
“Oh honey, I’m so sorry” disse Regina, facendomi una carezza. “He must have been very important to you, I understand it by the way you talk about him…”
Che dolce.
“Oh, you don’t have to worry, I am ok now. He was very important, but now I don’t care anymore”
Mayumi tradusse a Shiori quello che avevo appena detto, mentre Ying si limitò a dire “I’m so sorry for you Giada. I hope you will find better man than him”.
“Sweetie, you are very strong. I can see it” disse Regina. “now you are in Los Angeles, and you must have fun. Don’t think about him and enjoy your trip!”
E ti pare facile…
Però aveva ragione. Almeno dovevo provarci.
Non ero forte come diceva lei, e lo sapevo. Ma sicuramente lo ero più di Marco, che mi aveva mollata con un messaggio per poi scappare con la coda tra le gambe, e forse quel viaggio mi avrebbe aiutata.
Ma ci sarebbe voluto tempo.
Molto tempo.
“Thank you very much, Regina”
“Picture?” chiese Shiori, indicando il mio telefono. “Of your boyfriend?”
“Do you want to see my ex boyfriend?” chiesi.
Lei fece cenno di sì, così come Mayumi.
Feci scorrere la libreria del mio telefono, e presi l’unica nostra foto che avevo nel telefono, l’unicissima traccia che rimaneva di lui nella mia vita.
Era un selfie che ci eravamo fatti il giorno del nostro primo appuntamento, seduti a un tavolo sul terrazzo della rinascente di piazza Duomo.
Lui con una mano teneva il mio telefono, e con l’altra mi stringeva a sé, mentre io avevo una mano sulla sua, ed entrambi sorridevamo radiosi.
Amavo quella foto, e non avevo avuto il coraggio di cancellarla neanche dopo la rottura.
Volevo che rimanesse un piccolissimo segno.
Cercai di impedire ai ricordi taglienti come la lama di un rasoio di tornare alla mente, e mostrai la foto.
“Oh, he’s a nice guy. And in this picture he looks like he really loves you” disse Regina, sorridendo.
“He looks Japanese!”
Era vero, Marco aveva i capelli nerissimi, e inoltre aveva sempre avuto un difetto visivo che dava ai suoi occhi una forma un po’ a mandorla.
E un po’ per il fatto che, per qualche oscuro motivo, ero affascinata dai tratti asiatici, e un po’ per il fatto che, pur non essendo bellissimo, Marco per me era stato per molto tempo il ragazzo più bello del mondo, io li adoravo.
“Yes, I know. But he’s completely Italian. But he likes Japan!”
“I don’t like him” concluse infine Shiori. “You will find good boy, beautiful boy. Maybe here in LA”
“Oh no, I don’t want to find a boyfriend here. I really don’t want”
Era proprio il primo obiettivo che mi ero preposta prima di partire, e per questo mi ero fissata tre regole d’oro:
1. Fai in modo che i ragazzi si interessino il meno possibile a te.
2. Non guardare con un certo occhio nessun ragazzo.
3. Non pensare neanche lontanamente di provare un sentimento anche minimo per qualcuno.
Da quando avevo conosciuto Marco, che in fin dei conti era stato il mio primo amore, non avevo più voluto conoscere nessun ragazzo, anche perché non credevo assolutamente nell’amicizia tra uomo e donna (cosa in cui invece Marco, considerata la stragrande maggioranza di amicizie femminili che aveva, credeva moltissimo), e anche quando io e Marco non ci parlavamo per molto tempo, non prendevo in considerazione nessuno.
A lungo andare, il guscio di asocialità che mi ero creata verso il genere maschile, si era ingrandito, fino a far diventare la mia asocialità quasi una fobia.
Dopo la rottura, le cose erano andate un po’ meglio, ma avevo sempre e comunque dei problemi a rapportarmi coi ragazzi.
Non volevo avere complicazioni sentimentali, quindi, a ogni nuova conoscenza maschile che facevo, parlavo tranquillamente, ma tenevo sempre bene a mente di pormi queste tre regole d’oro, al fine di non oltrepassare mai un certo limite di rapporto.
 “And you, Shiori?” chiesi, per cambiare argomento. “Do you have a boyfriend?”
“No. I never have”
“You have never had a boyfriend? Really?”
“No. I just went out some boys but I don’t like them or they don’t like me”
Oddio che amore, non ha mai avuto storie. Eppure è così carina.
“And do you want a boyfriend?”
“Oh yes, I want. I want find boyfriend here!”
“Sorry, girls, but I have to go home, I have to finish to pack my stuff and I need to go to bed, tomorrow I will get up early…” disse improvvisamente Mayumi, guardando il suo orologio.
Regina insisté per pagare la cena a tutte, malgrado le nostre proteste, ma alla fine riuscì ad averla vinta.
Non solo! Dopo aver speso sui duecento dollari come totale, ci riaccompagnò tutte a casa, mentre Shiori mi raccontava, a modo suo, di come una volta, lì a Los Angeles, era uscita con un ragazzo di trent’anni, mentre lei ne aveva solo ventuno.
La cosa, ovviamente, non era andata a buon fine, ma era rimasta amica di questo ragazzo, anche lui giapponese e anche lui della nostra scuola.
Quando arrivai a casa, dove Tiffany era già andata a dormire, ero stanca morta.
Mi misi il pigiama, mi struccai i pochi residui di trucco che coprivano la mia faccia stravolta, e mi lavai i denti velocemente.
Quando feci per mettermi sotto le coperte, mi arrivarono in contemporanea una decina di messaggi.
Erano tutte foto che mi aveva mandato Mayumi.
Solo nell’ultimo c’era un messaggio scritto.
‘Mayumi: Thank you for this wonderful day, I really had fun! I will keep you in my heart, and I wish to you the best for your trip and also for life. I’m sure you will find the love of your life someday, but for now enjoy the trip and meet some wonderful friends in LA. I hope I will see you again some day. If you come to Japan let me know! I send you this pics of today. Keep in touch! :*:*:*’.
Mi si inumidirono gli occhi a leggere quel messaggio.
Mi dispiaceva così tanto che se ne fosse andata così presto, avevamo ancora tanto da condividere.
Mi resi conto che, probabilmente, sarebbe stato così ogni settimana.
Un nuovo amico che se ne andava, con la probabilità di non rivederlo mai più.
Era molto triste.
Tuttavia, sarei stata lì per altre undici settimane, e ne avevo di tempo per conoscere nuove persone.
Risposi a Mayumi, poi spensi la luce e mi addormentai.
‘Thank you so much, Mayumi. My first week was amazing with you, I’m really sorry that you left so soon. Today I had a lot of fun too, and I wish to you the best too. These pictures are beautiful, and so funny! Have a nice trip tomorrow, and let me know when you will arrive. Love you! Giada’.
   
 
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