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Autore: missiswolf03    16/04/2017    0 recensioni
Lei era una semplice bambina, piccola ma con un grande cuore. Ma al resto del mondo non importava.
Genere: Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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C'era una volta una bambina, non troppo grande ma nemmeno troppo piccola. Era una semplice bambina, piccola ma con un grande cuore, che amava amare, che amava giocare, che amava sorridere e veder sorridere. Era buona, era innocente. Era pura. Ma al resto del mondo non importava. Per loro, il suo era solo un grande cuore indifeso, lei era solo una ragazzina sciocca e ingenua. Doveva essere iniziata ala mondo “dei grandi”. E perciò l'amore veniva condannato, i giochi rotti e i sorrisi proibiti. Ad un certo punto, nessuno le sorrideva più. Nemmeno lei sorrideva più. Provava a spiegare alla madre e al padre come si sentiva, ma per farlo usava la voce dell'innocenza, e i suoi genitori non potevano capirla. Anche loro, in un certo senso, cercavano di farla crescere. La povera bambina si ritrovò sola in un mondo che la schiacciava, la pressava, affinché cambiasse. E lei ci provava a resistere, chiedeva ai suoi amici se volevano giocare, provava a far ridere i suoi familiari, ce la metteva tutta. Ma era inutile. Finché un giorno, dopo essere stata cacciata via in malo modo per l'ennesima volta da quello che un tempo era il suo più caro amico, sentì qualcosa spezzarsi dentro di lei. Spaventata, corse a casa e andò a chiudersi in camera. Guardò dentro di se e vide che il suo grande cuore era stato distrutto. La paura iniziò ad assalirla, così si mise a cercare di ripararlo, impiastricciandosi le goffe manine di colla e ingarbugliandosi le piccole dita con lo scotch. Alla fine riuscì a rimettere tutti i pezzi insieme, e andò a dormire, sollevata. Non sapeva che, sul cuore, scotch e colla non tengono. Così l'indomani tornò in quel mondo crudele. E così il giorno dopo, e quello dopo ancora, e tutti i giorni a seguire. E ogni volta tornava a casa col cuore rotto in mille pezzi. Si chiudeva in camera, prendeva la colla e lo scotch e provava nuovamente a riunire quei pezzi, che ogni volta erano sempre di più, che ogni volta erano sempre più piccoli. Che ogni volta facevano sempre più male. E mentre lavorava, piangeva. Piangeva, e stava attenta a non farsi sentire dalla madre, che non si accorgeva del dolore della figlia, forse perché non la capiva, forse perché nemmeno ci provava più di tanto a capirla. E quindi questa piangeva, e ogni tanto le lacrime cadevano sulla colla applicata sui frammenti di cuore, sciogliendola, e lei doveva ricominciare da capo. Finché una sera, dopo aver pianto tutte le lacrime che aveva, si sentì invadere da una strana sensazione, diversa da tutte quelle provate fino ad allora nella sua vita. Guardò dentro di se, e nonostante fosse la prima volta che la sentiva, riuscì a darle un nome; era consapevolezza. Spostò lo sguardo sui cocci del suo cuore, ormai quasi più simili a granelli di sabbia, e capì. Era la consapevolezza che non sarebbe mai riuscita a ripararlo. Fu in quel momento, mentre fuori il sole tramontava, che la bambina si arrese. Non voleva più lottare, era inutile. Le avrebbe portato solo solitudine, le avrebbe condotto ancora più dolore. Lasciò cadere la braccia lungo i fianchi, buttando a terra quello che poteva benissimo essere scambiato per terra rossa, ma che in realtà, un tempo almeno, era stato il suo grande cuore. Si lasciò cadere sul letto, con la pancia all'insù, e si mise ad osservare il soffitto. E intanto si guardava dentro, alla ricerca di qualcosa che le facesse capire che ancora era viva, che ancora respirava. Ma ormai era vuota. Non sentiva più niente. Non voleva piangere, non voleva urlare. Niente. Non era pace, quella. No. Quella era apatia. E lei non sarebbe mai più potuta tornare a “prima”. Rimase lì distesa a lungo, sempre fissando lo stesso punto, sempre nella stessa posizione. Non un battito di ciglia, non un sospiro. Si limitava a respirare. Verso sera, la madre la chiamò per cena. Ma lei non rispose, non si mosse neppure. Dopo averla chiamata svariate volte, la donna decise di andare a chiamarla direttamente in camera. Salì le scale e bussò alla porta della bimba. Niente. Abbassò la maniglia, lentamente, e aprì la porta. Si affacciò e, dolcemente, chiamò sua figlia. Finalmente questa si decise ad alzarsi, e scese a cenare. La madre non si accorse della “terra rossa” a terra. Non si accorse del vuoto negli occhi di sua figlia. Ma, cosa più importante, non si accorse che la sua dolce e innocente bambina era morta; al suo posto a tavola sedeva una ragazza, che le assomigliava, certo, ma non poteva sicuramente essere lei. O almeno, non poteva essere la lei di “prima”. Perché dentro questa ragazza, che un tempo aveva avuto mani goffe e occhi pieni di vita, che aveva amato amare, che aveva amato giocare, che aveva amato sorridere e che, quando ancora si impiastricciava di colla e si ingarbugliava le dita con lo scotch, aveva lei stessa provato ad illuminare il mondo col suo sorriso, dentro questa ragazza non c'era assolutamente niente.

 

 

Angolo autrice:

questo è il mio modo di augurarvi una felice Pasqua!! Viva la positività!!! Scherzi a parte, questa storia vuol far capire quello che penso della gioventù odierna e del mondo in cui viviamo. Io AMO la vita. È bellissima. Ma troppo spesso vedo ragazzi, bambini, che piangono perché in qualche modo il mondo gli ha schiacciati. E non sempre so come aiutarli, forse perché anch'io, che mi sento una bambina, non sono più così innocente. E mi dispiace moltissimo. Spero che questa mia storia possa farvi riflettere. Tanti kisskiss, e soprattutto buona Pasqua!! Non deprimetevi (scrisse colei che osava pubblicare cose del genere...) !!!

 

missiswolf03

   
 
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