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Autore: _lynda_    18/04/2017    0 recensioni
«Presente quando hai un vizio che non riesci ad abbandonare? Tipo, all’inizio non è nulla, sei curioso e hai voglia di provare cose nuove, solo che una volta cominciato non ti rendi nemmeno conto di esserne dipendente. E inizialmente ti piace, ti fa sentire bene, ma più tempo passa più ne hai bisogno e non solo il tuo cervello, anche tu fisicamente lo necessiti. Quindi ne cerchi sempre di più e quando meno te lo aspetti ci sei sotto fino al collo e non sai da che parte scappare. Vorresti smettere ma sarebbe un suicidio perché andresti in astinenza e staresti solo male. E metti caso che tu riesca ad uscirne, comunque avresti perso quell’abitudine maligna e ti mancherebbe nonostante tutto. Ecco, così mi sento io»
Genere: Angst, Malinconico, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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Questo è ciò che chiami amore? Questa è una guerra che non posso vincere.
 
Era affacciato alla finestra. Pioveva. Pioveva a dirotto e grandinava. Non c’era nessun rumore all’interno dell’appartamento e tutt’intorno arieggiava un silenzio tombale che metteva inquietudine. La pioggia infatti era l’unico rumore che rendeva vivo quel luogo che sembrava quasi morto.
Con una mano Christopher aveva scostato leggermente la tenda bianca e poi si era affacciato per guardare fuori. C’era stato un calo di corrente poco prima, a causa del temporale che aveva tuonato per pochissimi minuti, e oltre alle case anche le strade erano senza luci. Ma comunque quel blackout era durato pochi secondi.
Adorava la pioggia. Dal rumore, all’odore, all’aria fresca che portava. Anche l’atmosfera che creava tutt’intorno. Era tutto molto malinconico, dava l’idea di qualcosa di lontano ed irraggiungibile, infinito. E in lui risvegliava mille pensieri. Pensieri tormentati, pensieri di pace, pensieri di tutti i tipi. Ogni volta gli veniva voglia di correre in mezzo a l’acqua che precipitava dal cielo e girare in torno a se stesso, le gocce a fargli da accompagnatrici ad un ballo immaginario e danzare con loro, urlare e bagnarsi da testa i piedi.
Quel giorno però l’unica cosa che si era risvegliata in lui era il tormento che arriva dritto al cuore e che lo stringeva. Era quel tipo di dolore che faceva un male cane e che impediva di respirare, ma che, per qualche strana ragione, era quasi un sollievo. O forse era solo lui un terribile masochista. Sì, probabilmente era così.
Con il dito indice seguì il percorso di una delle tante gocce che avevano bagnato il vetro della finestra fino a che questa non venne mangiata da un’altra goccia. Era questo quello che aveva pensato fin da piccolo quando vedeva la pioggia bagnare le finestre. Credeva che le gocce d’acqua facessero le gare tra di loro e si dovessero mangiare una con l’altra per diventare più grandi e più veloci, per arrivare poi al traguardo dove si sarebbero disintegrate. In effetti, ora che ci pensava, non era molto bello. Erano delle piccole kamikaze pronte a schiantarsi su ogni superficie e poi morire.
La goccia che seguì col dito arrivò a destinazione, e con lei molte altre, e morirono una dopo l’altra. Era davvero triste pensare a come volesse essere una di quelle piccole ed insignificanti gocce che avevano avuto vita breve.
Il telefono squillò un messaggio da sopra il comodino e venne distratto da quella quiete che tanto lo tormentava quanto lo rilassava. Era Isaac.
        
Oggi giochiamo lo stesso nonostante la pioggia. Vorrei che venissi comunque, ho voglia di vederti…
 
Sorrise triste e fece un sospiro. Avrebbe voluto avere il coraggio di rifiutare ma non ci riuscì, quando si trattava di affari di cuore non riusciva a ragionare. Non riusciva a pensare a se stesso e non importava se veniva distrutto e torturato nell’anima, era più forte di lui, l’amore era più forte di lui.
        
A che ora?
 
         Tra un’ora… vieni? Finito la partita possiamo stare insieme
 
         Sì
 
Gli balenò l’idea di non andarci e cominciò a scrivere un altro messaggio in cui ritirava la sua conferma. Poi ci ripensò. Non ce l’avrebbe fatta. Doveva andarci perché nonostante il dolore e la vergogna gli mancavano troppo quegli occhi azzurri a cui aveva rinunciato per troppo tempo.
Si cambiò, sfilò il pigiama che indossava da tutto il giorno e si vestì. Un paio di jeans aderenti neri, la maglietta dei Black Sabbath e una felpa con la cerniera. Si accese una sigaretta e aprì leggermente la finestra della sua camera dalla quale entrò subito un freddo cane, ma alzò il cappuccio della felpa sulla testa e chiuse la cerniera. Fumò ascoltando il rumore della pioggia e pensando a ciò che lo aspettava più tardi.
Avrebbe dovuto parlare ad Isaac? Dirgli come si sentiva? Che l’amore che provava al posto di farlo sentire al settimo cielo lo stava piano piano uccidendo? Ma lo sapeva che sarebbe stato comunque tutto inutile. Di sicuro gli avrebbe rifilato sempre le solite scuse. “Non lo devono sapere, altrimenti mi fanno nero” o ancora “È eccitante mantenere questo segreto”, “La cosa migliore per me è mantenere un profilo basso”. Vaffanculo, vaffanculo. Avrebbe dovuto lasciarlo, dargli un ultimatum. Dire: o me, o il resto del mondo. Ma non poteva perché sapeva che Isaac non avrebbe scelto mai l’amore che provava per lui e lui non si poteva permettere di perderlo, per quegli occhi moriva e senza sarebbe stato uno schifo. Peggio di un suicidio.
Avrebbe tenuto duro ancora.
Finì la cicca e la buttò fuori dalla finestra facendola cadere sul terrazzo del condominio al piano inferiore. Fanculo anche a quello, pensò.
Preparò anche lo zaino che si portava sempre appresso. Prese portafoglio, un piccolo quaderno e una matita, l’ombrello (anche se non l’avrebbe usato), una bottiglietta d’acqua e le sigarette con accendino in aggiunta –quelli non li avrebbe mai dimenticati.
Andò in cucina dove riscaldò il tè fatto quella mattina e ne bevve una tazza di fronte alla tv.
Era agitato, aveva una paura fottuta e nulla era in grado di distrarlo da quei sentimenti. Ed era anche infinitamente triste e stanco.
Fumò un’altra sigaretta, seduto sul piccolo divano, e usò come portacenere la tazza da dove aveva bevuto il tè. La tv sembrava essere accesa solo per frenare quei pensieri e creare un po’ di confusione in quel silenzio che lo opprimeva.
La gamba si muoveva su e giù ininterrottamente e l’ansia la percepiva dal dolore allo stomaco fino ai polmoni che sembravano aver aspirato non aria ma emozioni nere.
Si alzò di colpo. Non riusciva ad aspettare ancora per molto ed uscì di casa nonostante fosse ancora abbastanza presto.
Il cappuccio della felpa era ancora alzato sui capelli rasati e il giubbotto che aveva indossato lo riscaldava un poco, e nonostante la pioggia non prese l’ombrello dallo zaino. Non andò nemmeno in macchina al campo da calcio, aveva voglia di camminare, anzi, ne aveva bisogno, per sentire quelle goccioline che andavano a schiantarsi su di lui. Pioveva meno, comunque.
 
In venti minuti di camminata ci arrivò, e i vestiti erano quasi del tutto inzuppati. Tremava leggermente per il freddo ma non se ne curò. Decise di non rimanere troppo nei paraggi, non avrebbe voluto mandare nei casini Isaac. Abbassò ancora un poco il cappuccio fino a coprirsi quasi gli occhi e aspettò alla fermata dell’autobus vicina dove c’era una piccola panchina. Qui si sedette e fumò l’ennesima sigaretta. Prese poi le cuffiette che si trovavano dentro alla tasca del giubbotto e ascoltò un po’ di musica, sperando che questa riuscisse un po’ a calmarlo.
Dio, com’era possibile che una sola canzone contenesse tutti i suoi dolori, i suoi tormenti, le sue domande? Sembrava che quelle parole fossero scritte apposta per lui e non sapeva se esserne confortato oppure disperato.
 
[…]I've said it once, I've said it twice, I've said it a thousand fucking times
That I'm OK, that I'm fine, that it's all just in my mind…


Quante volte ci aveva provato senza raggiungere un risultato. Era spaventato, solo e provare a convincere se stesso di stare bene era stato l’errore più grosso della sua vita. Era cominciato con un sorriso falso, con una maschera dalle mille crepe ed era finito con lacrime salate che avevano bagnato le sue guance per così tanto tempo.
 
…But this has got the best of me, and I can't seem to sleep
It's not 'cause you're not with me, it's 'cause you never leave
 
Avrebbe preferito che fosse stato Isaac a lasciarlo ancora tempo indietro. Probabilmente avrebbe fatto meno male. Ma Isaac non sarebbe mai stato capace di lasciarlo andare, di liberarlo da quel tormento che osavano chiamare amore.
 
[…]
You say this is suicide,
I say this is a war
And I'm losing the battle…
 
Ed eccolo quel verso, quella frase che faceva più male di tutti…
 
…Is this what you call love?
This is a war I can't win!
[…]
 
Ed era proprio quell’amore che lo stava uccidendo. Era in guerra con se stesso e con i suoi sentimenti ma questi erano più forti e stava perdendo. Stava morendo sotto i colpi dei fucili che ferivano il suo cuore fragile. Faceva male. Faceva un male cane.
La canzone si concluse e oltre alla tristezza si aggiunse anche la rabbia. Dio, era sempre in conflitto con tutto, come poteva una persona provare così tante emozioni senza esplodere? Si sentiva una bomba ad orologeria, in cui avevano impostato ora, minuti e secondi, la quale era in attesa di scoppiare. Non mancava molto all’esplosione.
Passarono altri dieci minuti in cui le sue orecchie si riempirono di parole rudi, suoni cattivi e potenti. La gamba si alzava e abbassava a ritmo di musica e sentiva una strana forza impossessarsi del suo corpo. Era una forza distruttiva che avrebbe voluto prendere a pugni tutti e tutto, che gli faceva sempre digrignare i denti per quanto pompava nel suo sangue.
Carico da quelle note tutt’altro che tranquille si diresse verso il campo dove di lì a poco si sarebbe tenuta la partita, coperto dalla sua invisibile armatura. Appunto perché era invisibile nessuno avrebbe visto quante ammaccature minacciavano di farla rompere in mille pezzi.
Assistette alla partita in disparte da tutti, non si sedette sulle piccole tribune di cui era fornito il campo sportivo, ma rimase in piedi per tutto il tempo di fronte alla rete di ferro. Era talmente distante che nessuno si era accorto della sua presenza. Meglio, pensò.
Ogni tanto andava a fare due passi lì intorno, poi tornava. Fumava una sigaretta e continuava ad ascoltare la musica. Fu talmente distratto che non riuscì nemmeno a prestare attenzione alle azioni che venivano giocate in campo e men che meno al risultato a cui erano arrivate le due squadre fino a metà partita.
Fu solo quando il numero 11 segnò un goal che riuscì a portare tutta la sua attenzione verso la partita. Isaac aveva appena tirato in porta e dopo aver segnato quel punto, oltre ad esultare con i suoi compagni di squadra, aveva alzato lo sguardo verso gli spalti e aveva dato un’occhiata veloce. Lo stava cercando. Isaac lo stava cercando con lo sguardo, e dopo non averlo visto sembrò rimanere deluso. Christopher invece notò quel piccolo gesto e un poco del suo gelo si sciolse. Il suo cuore sembrò battere più forte e fare dieci capriole su se stesso. Allora non era così invisibile come pensava, valeva qualcosa.
La pioggia intanto continuava a scendere, ma stava facendo cadere le sue ultime gocce, e tutto era infangato. Anche le sue scarpe lo erano, e lui era completamente fradicio. Si domandò come quei scimmioni che correvano dietro al pallone riuscissero a giocare in quelle condizioni fangose. Va bene la pioggia, ma il fango decisamente no.
La partita finì. Probabilmente con un pareggio, ma di questo non ne era sicuro. Era talmente distratto che il calcio era l’ultimo dei suoi pensieri.
Tornò alla fermata dell’autobus aspettando che Isaac uscisse dagli spogliatoi e gli mandò un messaggio. Fumò un’altra sigaretta e sì, cazzo, era peggio di una ciminiera, lo sapeva benissimo.
Spense la musica. Si sentiva troppo frastornato e le orecchie fischiavano un poco. Anche la pioggia finì e si rese conto di non avere nemmeno più il conforto di questa. Il cielo invece diventava sempre più buio e anche quella sera la luna si dimostrò timida di uscire dalla coperta di nuvole grigie.
Poi fu distratto da una sagoma che si avvicinava sempre di più alla fermata. Doveva essere Isaac. Non poté impedire al suo cuore di battere all’impazzata.
Lo vide alzare lo sguardo verso di lui e poi superarlo dopo avergli rivolto un cenno con il capo. Voleva che lo seguisse. Allora lo fece, aspettò un attimo, fece finta di guardare gli orari dell’autobus e poi seguì la sua direzione. Arrivarono fino a un parchetto che si trovava lì vicino. Solo allora ebbero il coraggio di guardarsi in faccia.
Si sedette sull’altalena, un po’ troppo stretta e bassa per le sue gambe lunghe. Isaac si avvicinò a lui e gli sorrise leggermente.
Era così bello. Un demone dagli occhi azzurri si era mai visto? Forse era come Lucifero, un angelo caduto dal Paradiso con la differenza che Isaac non era caduto da solo, si era stretto al polso di Christopher e lo aveva portato con sé verso gli Inferi.
Tremò. Non seppe se per il freddo o se per quegli occhi che lo guardavano e sembravano scavargli a fondo nell’anima. Avrebbe voluto dirgli di smetterla di torturarlo in quel modo e di lasciarlo respirare. Ma non ci riuscì. Era un masochista dipendente da tutto quello.
«Non ti ho visto alla partita, pensavo fossi rimasto a casa» disse Isaac un po’ dispiaciuto.
Anche se non avessi voluto ci sarei venuto lo stesso, avrebbe voluto dirgli, non avrei potuto farmi un torto così grande.
Disse invece: «Ero lontano perché non volevo farmi vedere dagli altri» fece una piccola pausa e poi aggiunse sospirando fievole «L’ho fatto per te…». Abbassò la testa. Tutto quello che faceva era per lui.
«Lo capisco Chris, grazie».
Grazie un corno, avrebbe voluto urlargli, ma stette in silenzio cercando di placare quel freddo che sembrava non dargli pace.
Isaac si avvicinò a lui e lo guardò dall’alto. Gli alzò il mento. Lo baciò, lentamente e delicatamente, come se stesse toccando un fiore raro e avesse paura di rovinarlo. È inutile perché mi hai già distrutto, pensò.
Tutta quella tenerezza fece male al cuore di Christopher, il quale ricambiò con la disperazione che lo attanagliava da dentro. Approfondì quel bacio, divenne arrabbiato e rude, una lotta che non aveva né vincitori né caduti. Fu quasi disperato e a Christopher venne quasi da piangere.
Si allontanò da quelle labbra che lo tentavano ogni volta, complici di parole dolci, stupide, cattive. «Mi sei mancato» sussurrarono quelle stesse labbra al suo orecchio come se quella frase fosse uno dei loro tanti segreti. Quelle parole erano ricche di una dolcezza e tenerezza che furono in grado di scioglierlo. Come avrebbe potuto fare a meno di tutto quello? Era un dolore-amore in grado di ucciderlo e farlo rivivere ancora una volta. Una dipendenza dalla potenza letale più pericolosa di una coltellata al cuore.
Non rispose. Lo baciò ancora una volta, e ancora e ancora. Con amore, con disperazione. Cominciò a piangere e rimpianse la pioggia in quel momento, l’unica ad essere in grado di nascondere quelle lacrime maledette che gli rigavano il volto.
Cercò di non farsi notare ma fu impossibile nascondere quell’attimo di cedimento. Abbassò la testa, proteggendosi, ma Isaac non era uno stupido, sentiva quando qualcosa non andava. Ormai aveva imparato a gestire ogni sua mossa e ad analizzarlo da testa i piedi come dei fottutissimi raggi x.
Gli alzò il mento ma lui si ritrasse e non lo guardò in faccia.
«Parlami, Chris. Ti prego»
No, quella voce sofferente no. Sembrava fosse ferito anche lui da quel dolore che non poteva comprendere e non lo poteva accettare. Lui non sapeva niente.
Scosse la testa e si asciugò il volto con i palmi delle mani. Non ci riusciva, era più forte di lui. Aveva un demone grande sempre dentro di lui che gli impediva di parlare. Erano la vergogna e la paura.
«Chris, guardami. Se c’è qualcosa che non va io vorrei che me ne parlassi. Vorrei affrontare queste cose insieme, non voglio che ti tieni tutto dentro altrimenti finirai per scoppiare. Io ormai so come sei fatto, è inutile che ti nascondi da me». Cos’era quel tono dolce e preoccupato? Il suo cuore tremò e tremò pure lui.
Si accese una sigaretta, aspirò a lungo e non appena sentì la nicotina andare in circolò percepì i nervi sciogliersi leggermente.
«Presente quando hai un vizio che non riesci ad abbandonare? Tipo, all’inizio non è nulla, sei curioso e hai voglia di provare cose nuove, solo che una volta cominciato non ti rendi nemmeno conto di esserne dipendente. E inizialmente ti piace, ti fa sentire bene, ma più tempo passa più ne hai bisogno e non solo il tuo cervello, anche tu fisicamente lo necessiti. Quindi ne cerchi sempre di più e quando meno te lo aspetti ci sei sotto fino al collo e non sai da che parte scappare. Vorresti smettere ma sarebbe un suicidio perché andresti in astinenza e staresti solo male. E metti caso che tu riesca ad uscirne, comunque avresti perso quell’abitudine maligna e ti mancherebbe nonostante tutto. Ecco, così mi sento io»
«Che cazzo Chris, è un modo strano di dirmi che sei un drogato?»
Sospirò sconsolato. «Io…no, non centra nulla». Prese una lunga boccata dalla sigaretta e alzò il volto per espirare il fumo. Andò tutto dritto in faccia ad Isaac che fece una smorfia infastidita.
«Dovresti smetterla con questa merda» disse probabilmente riferito alla sigaretta.
Scosse la testa. «Lo so che non sono in grado di spiegarmi bene però è proprio questo che intendevo prima. Fumo perché ormai è diventata un’abitudine e se smettessi mi mancherebbe talmente tanto da sentirmi privo di una piccolissima parte di me. Odio questo vizio, ma da una parte mi piace. È una dipendenza da cui non posso disintossicarmi. E lo stesso vale anche per…altre cose…»
«Continuo a non capire. Centro io per caso? Che cazzo era? Una specie di frecciatina?»
«Senti, basta. Andiamo perché sto morendo di freddo».
Tornarono a casa sua e stettero tutto il tempo in silenzio. Christopher si trovava più avanti che sospirava ogni dieci secondi mentre Isaac che gli guardava le spalle ancora confuso dallo strano discorso fatto poco prima. Sembrava incazzato per qualche motivo, ma lui non era un cazzo di indovino, se avesse avuto qualche problema con lui sarebbe andato a parlargli…no? Provò anche ad avvicinarsi a lui, a prenderlo per mano ma ogni volta che si faceva più vicino lui sembrava aumentare il passo. Sconsolato decise di lasciare perdere.
 
Quando tornarono a casa di Christopher non parlarono, l’uno per timore e l’altro per colpa dei troppi pensieri che gli si erano annidati in ogni meandro della sua mente.
Fecero l’amore. Una, due, tre volte, fino a quando non fece male, fino a quando le menti non i svuotarono completamente. Lo fecero perché avevano bisogno l’uno dell’altro ed entrambi erano dei tossici che non riuscivano a smettere con la loro dipendenza. Anche quella sera era stata un’overdose e questo minacciava di farli cadere nel nulla. Erano una coppia sbagliata e squilibrata, erano andati contro il destino ed ecco che questo aveva ripagato loro con la stessa moneta. Non funzionavano e basta. Erano come un vaso rotto, formato da crepe e cocci, piccoli, grandi, medi, uniti tra loro da colla e scotch. Un vaso che in principio fu una bellissima creazione ma a causa delle troppe cadute era diventato fragile, instabile e brutto. Loro erano così. Viaggiavano a bordo di due treni che andavano nella stessa direzione ma su corsie diverse. Non avrebbero mai trovato il modo di incontrarsi e in un momento o in un altro avrebbero preso strade diverse.
Così il silenzio troppo opprimente di quella stanza venne riempito dalle note sensuali di Affection, dei Cigarettes After Sex e in loro si risvegliò quell’amore malato che in qualche modo li legava stretti. Ed un'altra volta Christopher fece l’amore con Isaac a ritmo di quella canzone che sotto sotto raccontava il loro strano sentimento. E si giurarono amore con quei sospiri, ma che non sarebbe durato perché troppo fragile, mentre Isaac si teneva ben stretto al suo amante e impazziva per il piacere e annegava in quell’atmosfera pericolosa e triste ed eccitante.
Christopher invece affondava lentamente nelle carni di Isaac, nascondendo il volto sulla sua spalla per non veder quell’espressione che di sicuro lo avrebbe fatto morire. Mentre l’altro si aggrappava a lui neanche fosse la sua ancora e cercava di afferrare quei suoi capelli quasi inesistenti, annegarono entrambi loro stessi nella loro dipendenza sotto forma d’amore, fino ad arrivare all’orgasmo con gli occhi lucidi dal piacere e dalla stanchezza.
Rimasero in silenzio ed ascoltarono il brano seguente. Keep on Loving You.
«Questa parla di noi» sussurrò Christopher all’orecchio del ragazzo in parte a lui. Questi sorrise leggermente, forse un po’ triste. Ascoltò quelle parole in silenzio, venne cullato da quella voce calda che riempiva tutto l’ambiente. Sembrava una dolce ma triste ninna nanna.
E Christopher continuò a sussurrare parole e fece un male cane. «Un giorno ascoltando questa canzone ti ricorderai di me». E lo disse come se in un futuro avrebbe cessato di esistere. Una morsa strinse il cuore di Isaac.
«Penserai a me, a noi e all’amore malato che provavamo l’uno per l’altro. Ti mancherà tutto questo, però…» una risata amareggiata «però sarai confortato dal fatto di non esserne più dipendente».
«Lo dici come se fossimo destinati a non durare»
«E infatti è così, amore»
Rimase in silenzio. Christopher aveva ragione.
«Ti riferivi a questo prima? A quello strano discorso sulla dipendenza, intendo»
«Sì. Siamo dei tossici e prima o poi ne avremmo abbastanza di questa situazione, o ne diventeremo talmente dipendenti che diventeremo l’uno il male dell’altro»
Troppe parole, troppe emozioni. Tutto faceva male ed entrambi soffrivano.
«Ricordati una cosa però. Promettimelo»
Isaac lo guardò un po’ stranito.
«Ricordati di quanto ti ho amato» e lo sussurrò ancora più piano al suo orecchio, quasi avesse paura che l’ossigeno che stavano respirando fosse in grado di rubare quel piccolo, dolce segreto.
  
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