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Autore: MarcoBacchella    18/04/2017    0 recensioni
Dopo anni in cui Marco essenzialmente non aveva fatto altro che vivere da vegetale, inizia l'università. O meglio. Ci è iscritto. Che poi venga denunciato per contrabbando, si innamori due volte a settimana di tutte le donne che vede sui mezzi pubblici e che tenti di applicare i rudimenti di morale alla sua vita familiare sono un altro paio di maniche.
"E c'è gente che ancora si ostina a dire che questi sono i giorni più belli della mia vita
Beh, belli son belli. Instabili. Sentimentalmente instabili. Però non suona bene. Questi sono i giorni più sentimentalmente instabili della tua vita non è musicale."

La pubblicazione avverrà a breve, sia in cartaceo che in Kindle, quindi, se volete, potete copincollare tutto e piratarlo preventivamente. Avrei anche bisogno di opinioni sulla copertina, quindi se avete idee, scrivete pure.
Genere: Avventura, Comico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Parte 31

Parte 31: Persone migliori


21:19. 14 Aprile. Chez-Danilo, provincia di Novara.


Avevo deciso di tornare in provincia, per Pasqua. L'ennesimo tentativo a una seconda chance che stavo dando alla mia famiglia.

Dopo poco, ero da Danilo: dopo che la mia famiglia mi aveva prontamente ricordato perché ero scappato dalla provincia, dopo che i miei genitori mi avevano ricordato di come fosse impossibile la vita in provincia con loro, scappai da Danilo.
Esattamente come in quel film dove c'era quel tale sulla vespa che parlava dell'urbanistica di Roma, Danilo mi spiegò come l'urbanistica della provincia, in realtà, vuole uccidere chiunque non gli vada a genio, quasi a personificare questa provincia brutta e cattiva.
Vi ricordate la storia del parking a 5€? Bene, il comune di Colazza gli intimò di levare il cartello, perché alcuni villeggianti avevano portato le proprie rimostranze al sindaco sul fatto che dall'estate precedente ci fosse una dazio sul parcheggio, su un parcheggio inesistente, creato ad hoc su un'isola pedonale dai villeggianti stessi.
Quindi, Danilo, non contento con il sistema, mise il cartello “Parcheggio gratis a cinquanta metri”.

Di per sé, il comune di Colazza, nonché mia madre, non pensava il bar come lo pensava Danilo: infatti lui aveva una perfetta strategia imprenditoriale, condivisa da nessuno, se non dalla sua compagna e da me, ed era quello di vivere tranquilli. Stanislavskij pensava che l'attore aveva bisogno di distrazioni sul palco per far sì che non si accorgesse della platea, per far sì di non accorgersi di star recitando, per far sì che reciti nel migliore modo possibile, ovvero, non pensando; in provincia, la distrazione è rompere il cazzo all'ultimo arrivato.
L'ultimo arrivato, da oramai un anno, era comunque il povero Danilo. Tutte le sue scelte imprenditoriali erano dissentite dalla popolazione, che, essenzialmente, voleva il bar di paese e nulla più: lui però, voleva differenziarsi rispetto allo standard, e sicuramente non voleva diventare un bar sport, voleva che il Vulcan diventasse il suo bar, quindi lui continuò, in tutto il tempo in cui ero a Milano, a perseguire la sua filosofia di vita. Non basata sulle citazioni alle canzoni o sull'autoreferenzialità , ma su una vita basata in modo tale da poter vedere suo figlio, da poter lavorare il giusto per poter vivere felice, da poter dormire un paio d'ore in più tra la notte e il giorno.



15:10. 15 Aprile. Colazza.


Casa era vuota. C'eravamo io e lui. Salii in camera, dove lui era svaccato a guardare la televisione.
“La psicologa del SERT sa che hai abusato di me?” Devo dire che ho sempre adorato la teatralità. Frasi a effetto il cui unico scopo è di spiazzare l'interlocutore.

In quel momento mi prese la morsa allo stomaco.
La solita morsa allo stomaco che mi uccideva ogni volta che tentavo di parlarne.
All'inizio tentò di giustificarsi.
Disse che erano giochi stupidi, che non era un vero e proprio stupro.
Poi, da solo, mi chiese perché mi fosse venuto in mente.
Gli spiegai in modo chiaro quello che era stata la mia vita. Della mia completa inadeguatezza in quello che erano le relazioni umane perché non riuscivo a essere sincero fin dall'inizio con le persone, dei miei attacchi di panico ogni volta che ci ripensavo, del mio sentimento di impotenza di fronte al mondo.
Lui volle dirmi a tutti i costi di come in realtà quello non c'entrasse assolutamente nulla con la sua dipendenza da eroina, quindi la psicologa non doveva saperlo.
Lui ribatté che aveva già molte cose per cui sentirsi in colpa, che non gli serviva anche questo.
Ma non era quello il punto. O forse sì.
Volevo che si sentisse in colpa?
Volevo che si pentisse?
Volevo che si punisse da solo?
Oppure volevo scaricarmi di un peso?

Tutte e quattro le alternative, contemporaneamente?
È egoistica vederla in questo modo?

E se anche fosse egoistico? D'altronde, lui ammise di aver sempre saputo le motivazioni per il mio risentimento nei suoi confronti, un risentimento che non c'è dubbio fosse, e credo proprio sia ancora, completamente irrazionale che credo sia nato solo come meccanismo di difesa della mia psiche per tentare di aggrapparsi a quello straccio di innocenza che c'era ancora in me.
Ma io non volevo tutto questo. Forse gli parlai soltanto per tentare di recuperare la mia infanzia. Gli parlai per tentare di alleggerire il peso, forse anche con un po' di vendetta nelle mie intenzioni.


Non ci riuscii, non alleggerii affatto il peso. Servì a razionalizzare la cosa, a confermare che non era soltanto un ricordo traumatico ma fu un avvenimento reale, ma non alleggerì nulla, perché non feci tempo ad andarmene che stavo già avendo i conati di vomito.


21:25. Da Danilo.


Non feci tempo ad assaggiare il mio Parking che Danilo, giusto per aggiornarmi su come la provincia lo stesse trattando, mi spiegò come, verso le cinque del pomeriggio, gli chiesero se la strada verso il palazzetto dello sport (giusto cento metri in salita su una strada ben illuminata) fosse pericolosa.
Danilo rispose che i puma e gli orsi in questa stagione non c'erano, e i vecchietti reagirono male, dicendo che bisogna essere seri sul lavoro.


21:12. 16 Aprile. Da Danilo.


Per l'ennesima, purtroppo mai l'ultima, volta, mi ero rintanato da Danilo per fuggire dalla provincia. Certo, non era il modo migliore di interagire con i problemi: soprattutto non era il modo migliore di tentare di risolvere i problemi con mio padre. Sì, mio padre. È folle, ho parlato dei vari problemi che avevo con tutti i membri della mia famiglia, ma non mi ero mai accorto dei dissapori che si erano solo evidenziati con il passare del tempo.
Mio padre era una di quelle persone che era oggettivamente superiore in molti campi a tutte le persone che però non aveva una briciola di rispetto per nessuno.
Lo pretendeva, e forse lo meritava anche, chiariamoci, ma non osava darlo.
Era una di quelle persone che pensava che il rispetto fosse il riconoscimento di una superiorità quando lo riceveva, ma se tu non lo facevi, se lo reputavi un individuo e lo rispettavi per ciò che era, a quel punto lui non ti mostrava rispetto nel senso che non riconosceva la tua individualità, diventavi un bersaglio su cui lui doveva riversare i suoi dissapori su qualsiasi cosa.
E col tempo io mi ero disabituato alle continue frecciatine, al continuo atteggiamento di disprezzo verso quello che pensavo e che facevo. Quella sera, semplicemente, non ce la feci più. Gli chiesi di aver rispetto per le mie stronzate, come lui le definì, e lui mi rispose che non ce n'era bisogno, perché io in ogni caso dovevo “abbassargli le arie”. Gli risposi che come io ho rispetto per lui, lui doveva averne per me e doveva abbassarmi le arie. Lui tagliò il discorso, non volendo più parlare con me. Non che io avessi più ragione di lui in qualche modo, e di sicuro per come passammo immediatamente ai patronimici e agli inviti cordiali nessuno dei due l'aveva.



Poi Danilo mi diede una massima, oltre che ad un Parking.

Arriva un punto, nella vita di una persona, in cui i genitori diventano più cretini dei figli. È in quel momento in cui i figli diventano persone migliori.


La mia unica speranza era quella di diventare una persona migliore di tutta la mia famiglia, dopo tutto quello che era successo, il problema di non riuscire a parlare con mia madre era la cosa minore. Tutti i rapporti con la mia famiglia si erano degradati, se mai erano esistiti. Non mi rimaneva molto da fare, se non tornare a casa e staccarmi come mi ero staccato in adolescenza. È complicato spiegare cosa successe nella mia adolescenza. Non so se fossero pochi giorni o diversi anni in cui semplicemente ero un vegetale, e riuscivo a vedere uno sprazzo di vita soltanto quando facevo qualcosa al di fuori di casa.
Che fosse viaggiare, che fosse recitare, che fosse passare troppo tempo sui videogiochi, che fosse inventarmi un'identità per evitare di sembrare pazzo di fronte a loro, qualsiasi cosa.
Lo facevo perché la provincia, no, la provincia non c'entra nulla.
Lo facevo perché la mia famiglia mi uccideva.
I miei genitori mi uccidevano, e dopo mesi in cui ero stato vivo, in cui vivevo bene, bastarono 3 giorni per uccidermi di nuovo, per rendermi un vegetale. Dicevano che Milano era un mostro con la bocca grandei, ma i veri mostri sono nelle case monofamiliari della provincia, nascosti dietro maschere di ipocrisia e di emozioni forzate.

iSamuele, Edoardo Cremonese, Siamo il remix dei nostri genitori, 2013, Libellula Music

  
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