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Autore: Primavere rouge    18/04/2017    2 recensioni
Saint Germain è una città tranquilla nelle vicinanze di Parigi con la sua piazza centrale, la sua banca, i suoi caffè e i suoi parchi. Nella chiesa posta sul cucuzzolo della collina che predomina il paese padre Armand si scorda spesso di aprire la canonica, ma mai si scorda di tenere l'oratorio in cui convergono i bambini e i ragazzi della ridente cittadina ed è così che li vede crescere sotto i suoi occhi - con risultati a volte molto inaspettati.
(una modern!verse AU di una storia storica in corso linkata all'interno)
Genere: Commedia, Romantico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Hyacinthe & affini'
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Torno ad aggiornare questa raccolta, olè. Questo è un regalino di Pasqua. Con due giorni di ritardo, ma, va bene, abbonatemelo ^^'

Per ora solo la prima parte perché la os mi è venuta lunga, ma poi aggiungerò la seconda in cui si racconta l'ultimo pezzo della giornata. Ci sono i personaggi da bambini, quindi la narrazione è al passato, sempre molto semplice e spensierata. Temporalmente la si può collocare un paio di mesi dopo la prima os di questa raccolta. Si conoscono tutti bene, meno Krystian che da poco si è trasferito.
Buona lettura e auguri :)

ps1: Da piccolo, in età moderna, immagino Andres un po' bulletto, per questo quasi nessuno lo sopporta. Col tempo maturerà - nei suoi limiti *rolls*
ps2: Da piccolo, questo sia in età moderna che nel canon, Vincent è parecchio scostante e "serioso" a causa del lutto della madre. Col tempo cambierà, diventando come lo conoscete in età giovane/adulta.


Oratorio7


Caccia all’uovo di Pasqua – Prima parte



Padre Armand si sfregò le mani, il sole che gli inghirlandava le spalle e le orecchie da coniglio che si era infilato in capo per l’occasione.

«Allora, bambini, le regole sono semplici: vi dividerete in squadre, vediamo da… tre, ecco, così nessuno sarà lasciato fuori. Così divisi perlustrerete il giardino e i campi dell’abbazia dove io, Lucille e padre Stefan abbiamo nascosto le uova di Pasqua. Sono tante e ben nascoste, eh! La squadra che ne troverà di più vincerà, ma ricordate sempre che non è importante vincere, ma divertirsi.»
«Cavolate» sussurrò Andres. «Noi vinceremo facendo il culo a tutti.»
Da un po’ di tempo Andres aveva imparato certe espressioni colorite, forse sentite da loro zio, supponeva Louis, che ogni tanto lo coglieva inveire quando veniva a trovarli.
«Adesso dividetevi. Mi raccomando: non voglio litigi, né spintoni, né risse. Io, Lucille e i novizi vi controlleremo, ma non provate a corromperci! Saremo muti come tombe.»
Il prete annuì più volte, Lucille al suo fianco sospirava.
«Chi scegliamo?» chiese Andres, dando per scontato che lui e Louis sarebbero stati insieme. «Pierre? Ha tremila fratelli che sgambettano tutto il giorno nascondendosi nei posti più insensati. Per me sa fare le caccie al tesoro.»
Louis si schiarì la gola. Era indugiante.
«Se lo chiediamo ad Isabelle?»
«Una femmina? Perché dobbiamo avere una femmina in squadra?»
«Guarda che è più sveglia di te» mormorò non a voce abbastanza bassa perché lui non sentisse.
Si guadagnò uno sguardo piccato.
«Dai, Andres.»
Lui sollevò gli occhi al cielo, che quel giorno era particolarmente limpido, come uno specchio d’acqua baluginante di luce.
«Va bene, va bene, ma se cominci a fare il fesso innamorato invece di pensare alla caccia ti pesto!»
«Ma che dici!» protestò Louis, sentendosi avvampare.
«Ti conviene chiederglielo subito, se no va con qualcun altro.»
«Io? Perché glielo devo chiedere io?»
«Perché è tua l’idea.»
«No, chiediglielo tu.»
«Ma quanto sei fifone! Cos’è, hai paura di vomitare cuoricini appena le parli?»
Gli diede una spinta.
«Stai zitto» sibilò, così in preda alla vergogna da avere le palpitazioni.
«O glielo chiedi tu o io lo chiedo a Pierre.»
Certo che sapeva essere di un dispotico a volte… Louis cedette alla fine. Col cuore che continuava a battergli al ritmo di mille campane in festa, si diresse verso Isabelle. Si allargò il colletto della maglietta. Era una sua impressione o l’aria, quell’aria di una calda mattina d’aprile, si era fatta più pesante? Non riusciva a respirare normalmente.
«Ciao, Isabelle» disse o perlomeno: avrebbe voluto dire così, quel che gli uscì dalle labbra però fu un farfugliante “sciaobelle”.
La bambina volse i suoi grandi occhi scuri verso di lui.
«Oh, Louis.»
«Ti va di stare in squadra con me e Andres?» chiese tutto d’un fiato senza prendere una pausa tra una parola e l’altra. Era sicuro di essere diventato più rosso dei capelli di Etienne.
«Oh.» Lei parve sorpresa. «Lo stavo per chiedere a Diane, però, beh, lei sicuramente starà col fratello. Va bene, volentieri.» E sorrise, un sorriso così candido, più accecante del sole sopra di loro, che Louis sentì le gambe diventare di gelatina gommosa.
«Bene» ripeté come un idiota e si girò, facendole strada verso Andres.
Lui stava già buttando giù un piano d’azione.
«Appena padre Armand dà il via, seguitemi. Saremo tipo pirati, anche se tu sei una femmina, Isabelle, ma va bene, in Pirati dei Caraibi ci sono le femmine. Io sono il capitano, voi la ciurma.»
«Va bene» fecero in coro, poi si guardarono.
«Facciamo finta di dargli retta» le bisbigliò Louis.
Con Andres bisognava fare così. Quasi undici anni di fratellanza lo avevano industriato sul comportamento da tenere per non farsi travolgere dalla sua esuberanza.
Lei annuì. Era seria e concentrata, cosa di cui si compiacque molto.
«Isabelle è stata presa dai Vaudemont!» esclamò a poca distanza Diane. Si voltò verso il fratello. «Uffa, volevo stare con lei invece che con te.»
«Neanche io voglio stare con te» replicò prontamente lui. «Ma papà mi ammazza se ti faccio gironzolare da sola nei campi.»
«Papà non capisce niente» borbottò lei, poi continuò a guardarsi intorno. Una visione la colpì. Afferrò freneticamente il polso del fratello «Chiediamo di unirsi a noi quello nuovo, l’angelo?»
Diane chiamava così il nuovo arrivato, il bambino straniero proveniente dalla Polonia che da un paio di mesi si era trasferito nella loro città. Così o “principe azzurro”. Le dava proprio l’idea di un principe, ripeteva sempre, tartassandolo con le sue sciocchezze da bambina.
«Mm.» Vincent incrociò le braccia. «Quello neanche sa parlare la nostra lingua. Come fa ad esserci utile?»
«Ma se parla meglio di te e di Andres!»
«Di me no.»
«Comunque sa parlare il francese, sbaglia delle cose, ma lo sa e capisce tutto quel che gli si dice. Dai, dai.» Non smetteva di scrollargli il polso. «Lo prendiamo nella nostra squadra? È così carino
«Diane, dobbiamo fare una caccia all’uovo di Pasqua, mica una gara di bellezza.»
«Tu non capisci niente. Poi non sto dicendo che lo voglio in squadra solo perché è carino. Una volta mi ha detto che stava in un posto in cui c’era una grande, grandissima foresta dove giocava. Vedi? Se ce lo abbiamo in squadra, sarà bravo a cacciare le uova.»
Dal modo in cui Vincent non ribatté, ma strinse le labbra, adottando quell’espressione pensierosa che le ricordava tanto il loro papà, capì di aver fatto breccia. Aveva utilizzato la leva giusta per convincerlo. Insistette, dunque, e dopo svariati tentativi lui diede finalmente il suo assenso.
«Chiediglielo subito però» l’avvisò. «Vedo Aurore Fabreaux puntarlo.»
Come se le avesse detto di avere un grosso labrador alle calcagna, scattò. Nella foga di raggiungere Krystian, urtò Jussac Sorel che in quel momento stava radunando i componenti della sua squadra, Roxanne ed Etienne. Mormorò una scusa, ma non si fermò: Aurore Fabreaux era quasi arrivata, stava aprendo la bocca, quando lei sopraggiunse e, letteralmente, la spinse via.
«Krystian, vuoi stare in squadra con me?» chiese con un sorriso tutto denti, mentre Aurore, tenendosi in piedi per miracolo, protestava.
Era livida.
«Diane, glielo stavo chiedendo io!»
«L’ho fatto prima io!»
«Non è giusto!»
«Non è colpa mia se sei lenta come una lumaca.»
«Guarda che sei proprio…»
«Ehm.»
Un tossicchio. Krystian attirò l’attenzione delle due bambine che a vedere il suo sorriso timido almeno un poco si ammansirono.
«Perché non stiamo tutti e tre in squadra?» propose, non preoccupato all’idea di stare con due femmine come altri maschi. Se padre Armand avesse concesso squadre da quattro sarebbe andato con Michel, Sophie ed Alain, con cui aveva stretto amicizia in quelle settimane.
«Non voglio stare in squadra con lei!» esclamò Aurore, paonazza di sdegno.
«Neanche io!» concordò Diane con l’espressione di chi ha uno scarafaggio che le corre sulla manica.
«Allora…»
«Te l’ho chiesto prima io» insistette Diane. «Vuoi?»
Gli sembrava brutto dire di no, poi la piccola des Yssem gli stava simpatica. Un po’ troppo espansiva per i suoi gusti, forse, ma era simpatica e allegra. Era il fratello di lei che non gli piaceva.
«Stai con tuo fratello?» volle sapere, sbirciando nella direzione dove si trovava Vincent des Yssem, che ora stava parlottando con Louis Vaudemont.
La sicurezza di lei ebbe un’incrinatura, ma fu solo un attimo.
«Sì, ti assicuro che sarà una grande squadra. Mio fratello è intelligentissimo, sai? Quando papà ci fa fare giochi di calcolo o anche caccie al tesoro coi nostri cugini, vince sempre. È un ottimo compagno, con lui non perdi mai.»
«Sì, peccato che è più antipatico di te ed è dire tanto» disse Aurore. Fece un gran sorriso. «Se invece vieni in squadra con me, Krystian, c’è Ludovique, la sorella di Éléonore. Anche lei è intelligente e un sacco brava.»
«Guarda che anche mio fratello è simpatico» non demorse Diane, la quale, si vedeva, era disposta a tutto per avere Krystian in squadra con sé. «In fondo in fondo. In fondo. Molto in fondo.» Scosse la testa, sbuffando. «Però lo è, lo giuro. E poi scusa, a cosa serve la simpatia? Se vuoi vincere stai sicuro che noi lo farai.»
In realtà Krystian voleva più divertirsi che vincere. L’idea di passare l’intero pomeriggio a cercar uova con Vincent des Yssem non era allettante, però si disse anche che, in effetti, tra tutti i bambini presenti era quello più indicato come compagno di squadra e tanto ci sarebbe stata Diane.
«Va bene.» Abbozzò un moto di scusa rivolto ad Aurore. «Mi dispiace. Lo ha chiesto prima lei.»
La bambina accusò il colpo con classe.
«Ok, però vieni alla mia festa di compleanno, vero?»
Quando si allontanarono, Diane lo prese da parte, scuotendolo per il braccio – aveva una forza inusuale per essere una bambina così magrolina.
«Io non ci andrei alla festa di quella vipera. Dice di avere la piscina, ma in realtà è solo una piscina gonfiabile grande come una pozzanghera. Io a casa invece ho davvero la piscina col trampolino.»
«Mm» fu il commento poco esaustivo di Krystian.
Raggiunsero Vincent, che aveva finito di parlare con Louis..
«Abbiamo finito?»
«Krystian sta con noi!» esclamò Diane, felice come una Pasqua.
«Ok» disse solo lui e si voltò. «Andiamo a dirlo a padre Armand.»
Prese Krystian una seconda volta da parte.
«Ti giuro che è simpatico.» E aggiunse: «In fondo.»
Le squadre erano state fatte. Quando si diede il via, Jussac era pronto a fare man bassa di uova di Pasqua.
«Sfruttiamo le nostre conoscenze su padre Armand: dove potrebbe averle nascoste?»
«Il gazebo» suggerì Etienne. «Padre Armand ci va spesso perché ci sono gli attrezzi da giardino. A lui piace prendersi cura dei roseti.»
«Io guarderei pure sotto la siepe di bosso. È dove lo becco sempre che sonnecchia» fece Roxanne.
«Ah, voi sì che siete degli ottimi attendenti»
«Come scusa?» Roxanne socchiuse gli occhi. «Avevo capito che non c’erano capi in questa squadra. Siamo tutti uguali. Se no mica stavo con te, Sorel.»
«Certo che no! Siamo tutti uguali ugualissimi!»
Etienne sollevò gli occhi al cielo. Se conosceva abbastanza Jussac, che si era preso una cotta stratosferica per Roxanne, si sarebbe inventato di tutto per starle simpatico, anche far finta di avere una coda da tritone.
«Peccato che padre Armand non mi fa usare Gatto. Lui il cibo lo trova sempre.»
«Perché non lo hai portato lo stesso, Hyacinthe? Gliela facevamo in barba.»
«Smettila di chiamarmi così. No, non sarebbe giusto. Poi dove lo nascondevo?»
Si inoltrarono per il sentiero di gaia che portava al gazebo. Altri bambini avevano avuto la loro idea e stavano già frugando sotto i cespugli che fiancheggiavano il sentiero. Il sole batteva tiepido sui rami degli alberi, tappezzando di briciole di luce il terreno sottostante. Il muschio attaccato alle cortecce aveva assunto la sfumatura dell’acqua marina. Etienne si fermò per staccarne un pezzo e aspirarne il profumo, così vide la squadra dei due fratelli des Yssem e il bambino nuovo che si avviava fuori dal cancello.
«Perché staranno andando lì?»
«Ho sentito prima des Yssem confabulare con Louis Vaudemont» rispose Jussac. «Per lui conviene perlustrare subito i campi perché tutti si gettano prima nel giardino.»
«Ah, sì?» Etienne ci pensò su. «Non è male come idea. Forse anche noi…»
«Poi ci fregano tutte le uova nel giardino!»
«Eh, ma intanto i des Yssem prendono tutte quelle nei campi senza avere nessuno attorno.»
Jussac continuava a scuotere la testa.
«No, no, state a sentire a me: i nascondigli qui sono facili, meglio buttarsi subito.»
Etienne non era tanto convinto, ma non gli andava di discutere. Seguì docilmente l’amico, mentre Roxanne intonava una canzone.

Un uovo sotto ogni cespuglio
Ben nascosto lì che aspetta
Segui ora il mio consiglio
Cerca, cerca in tutta fretta

Il coniglio birichino
Coi bambini vuol giocare
Tutto il giro del giardino
Con gli amici devi fare

«Roxanne, hai una bellissima voce.»
«Oh, grazie, Etienne.» Lei arrossì di piacere. «Mi ha insegnato madame Pasquette: facciamo sempre dei cori per le feste. A Natale, a Pasqua…»
«Potresti fare la cantante!» esclamò Jussac con entusiasmo. «Sai, io sto imparando a suonare la pianola. Ti va di…»
«Bu!»
Saltarono tutti e tre a quel grido. Etienne quasi capitombolò all’indietro. Una risata stormì nell’aria limpida e riconobbe subito a chi apparteneva: Andres Vaudemont, sbucato fuori da un cespuglio, stava ora in mezzo al sentiero tenendosi la pancia per il ridere.
«Ahah, oddio, che facce avete fatto!»
«Vaudemont» fece Jussac, stizzito. «Sei un idiota.»
«E tu un fifone. Ah, dovevo avere la macchina fotografica!»
«Andres, che stai facendo?» gridò qualcuno da dietro un albero.
Fece capolino Louis, con Isabelle dietro di lui.
«Cercavo di vedere chi erano i pappamolla: allora, Pel di Carota me lo aspettavo, tu Sorel un po’ di meno. L’unica che non si è spaventata tanto è Roxanne.» Andres si batté una mano sulla coscia. «Non è che è lei il maschio tra voi due?»
Etienne dovette trattenere Jussac per il polso. Aveva tutta l’aria di voler saltare addosso all’altro bambino per menarlo di santa ragione.
Roxanne distorse le labbra in una smorfia.
«Sei un cretino, Andres.»
«Roxanne, Roxanne, dovevi stare in squadra con me. Perché stai con questi sfigati? Dai.» Sbandierò un sorriso smagliante. «Unisciti a noi, poi ci prendiamo un gelato.»
Con uno strattone Jussac si liberò dalla stretta di Etienne e stava per prendere Andres con un pugno in un occhio se non si fosse messo in mezzo Louis.
«Scusate, scusate.» Si affannò per far arretrare il fratello, rosso di imbarazzo e disappunto. «Non ascoltatelo. Mannaggia a te, Andres, ma possibile…»
«Oh, e lasciami.»
«Scusate, non volevamo disturbarvi» disse Isabelle, torcendosi le dita. «Adesso andiamo via.»
«La prossima volta ti meno, Vaudemont!»
«Con quelle braccia da passerotto? Voglio vedere, Sorel.»
«Giuro che ti…»
Il resto della frase si perse in uno sciorinare di insulti in vernacolo italiano. Etienne non ci capì niente, se non che Jussac era molto arrabbiato.
«Ma guarda te che pezzo di idiota. Non lo sopporto proprio.»
I due Vaudemont ed Isabelle erano spariti dietro gli alberi, Louis continuando a scusarsi, Isabelle scuotendo la testa mortificata. Etienne si lasciò sfuggire un sospiro.
«Non prendertela. Non ne vale la pena.»
«Si crede chissà chi solo perché è figlio del sindaco. Ah, ma aspetta che lo becchi da solo e…»
«Oh, stai zitto» sbottò Roxanne. «Pensate solo a fare a botte, voi maschi.»
«Un paio di pugni non gli farebbero male.»
Etienne doveva ammettere di essere d’accordo: neanche lui sopportava Vaudemont, la sua spocchia e le sue prese in giro. Non sarebbe mai stato in grado di picchiarlo, però, perché era più grande e più grosso di lui, ma se lo avesse fatto Jussac certo non avrebbe protestato.
«No, non gli farebbero male» convenne Roxanne. «Ma non vale la pena mettersi nei guai come dice Etienne.»
«Non è che ti piace?»
Gli occhi di Jussac si erano ridotti a due fessure scintillanti di brace. Roxanne reagì con uno sguardo altrettanto infiammato.
«No, nemmeno tra mille anni e a proposito: non farlo più.»
«Cosa?»
«Fare quello che hai fatto prima: metterti in mezzo.»
«Ah, perché volevi prendere il gelato con lui?»
«No, ma anche se era così non ti devi mettere in mezzo.»
«Stavo solo…»
«Non sei il mio cane da guardia» sentenziò, dura, poi si girò, allontanandosi ad ampie falcate, la chioma rossa scossa dalla brezza.
Jussac ribolliva di rabbia.
«Oh, ma cos’è oggi, il mondo ce l’ha con me?!»
Etienne non sapeva se il mondo ce l’avesse o meno con lui, però sapeva come ammansirlo. Gli diede un paio di pacche sulla spalla.
«Dai, lascia perdere. Roxanne non è arrabbiata con te, vuole solo essere...»
Non gli venne la parola, ma tanto Jussac non lo stava ascoltando.
«Ma dici che le piace Vaudemont?»
«Ma no! Figurati. Perché lo pensi?»
«Ad un sacco di bambine della mia classe piace…»
«Perché sono stupide. Roxanne non è stupida, non le piacerebbe mai un bullo come quello.»
«Col cervello della grandezza di una nocciolina. Ah, sì, deve avere il cervello grande come una nocciolina, ci scommetto.»
Etienne concordò con un grave cenno del capo. Rinfrancato, dopo aver insultato un altro po’ il figlio del sindaco, Jussac ritornò il solito Jussac.
«Troviamo queste uova, avanti, poi glielo offro io un gelato a Roxanne.»
La bambina aveva già raggiunto il gazebo nel frattempo. Scoprirono di non essere gli unici ad aver pensato a quel nascondiglio: c’era già un gruppo nutrito di ragazzini intenti a mettere a soqquadro la piccola costruzione, tra cui distinsero Michel, Sophie ed Alain. Quest’ultimo stava seduto per terra, la schiena contro il muro, le braccia conserte, apparentemente indifferente alla confusione circostante.
«Non cerchi le uova, Alain?» gli chiese Etienne.
«È una perdita di tempo. La Pasqua non esiste. Gesù non esiste.»
«Mammamia, vai via da lui che appena ci parli ti viene voglia di buttarti da un dirupo.»
Jussac lo costrinse a spostarsi e così insieme si misero a cercare le uova. Non ne trovarono neanche mezza. A quanto pareva qualcuno era arrivato prima e aveva preso l’unica nascosta dentro la cassetta degli attrezzi.
«Sono stati i Vaudemont» disse Michel.
«Maledetti!» Jussac batté il pugno sul vecchio tavolo da ping pong che padre Armand teneva lì per non si sapeva quale ragione. «Non Louis, Louis mi sta simpatico. Maledetto Andres. Se vince lui mi ammazzo.»
«Ora non essere drastico come Alain…»
«Non dobbiamo farli vincere, è vero!» Sophie era più fomentata di Jussac. «Facciamogli un’imboscata.»
«Ohi, calmatevi, questa non è una guerra.»
«Sì che lo è. Ad Andres ci penso io, voi distraete Isabelle e Louis.»
Michel scosse la testa con decisione.
«No, niente rappresaglie, piuttosto cerchiamo le uova altrove. Ci saranno tantissimi altri nascondigli.»
Mentre Etienne si chiedeva cosa significasse il termine “rappresaglie”, Roxanne si riavviò i capelli e indicò la finestra.
«Io dico di fare come i des Yssem: andiamo direttamente nei campi. Non c’è nessuno ancora, battiamo tutti sul tempo.»
«Hai ragione, andiamo!»
«Ma come» protestò lui con un pigolio. «Lo stavo dicendo io e non mi ascoltavi, ora…»
Jussac fece un gesto affettato con la mano.
«Zitto, Hyacinthe, sto pensando ad un piano. Facciamo così: ora andiamo, ma non facciamoci vedere dalla squadra di Vincent. Mi raccomando, oh, che quello è peggio di un mastino quando fiuta un altro cane nel suo territorio. Veloci, veloci. Al mio tre…»
Etienne sospirò mentalmente. Quella caccia non era iniziata coi migliori auspici, ma voleva essere ottimista, dunque tenne i suoi dubbi per sé, incassò le spalle e sciamò via insieme agli altri, fuori dal gazebo, incontro alla luce, inseguiti dal cielo.

***

I campi attorno alla chiesa erano ampi e rigogliosi con gli alberi frangivento che spuntavano dal terreno simili a dita di un gigante addormentato. A Diane il paesaggio ricordava quello ondulato della Provenza, la regione dove era nata. L’aria che si respirava quel giorno era la stessa che avrebbe potuto sentire sulla riva della Sorgue: limpida e fragrante, con strascichi di fiori calpestati e il ronzio delle cicale in lontananza. Un assaggio di primavera, il cielo che si spiana per l’arrivo dell’estate.
«Dove vieni tu ci sono tante foreste allora?»
Camminando adagio al fianco di Krystian, con Vincent che li precedeva per stanare le uova, si godeva la carezza del sole e il calore del braccio del ragazzino che ogni tanto la sfiorava.
«Sì, poi ci sono i monti. Si chiamano Carpazi.»
«Ma davvero abitavi in un castello?»
«No.» Lui ridacchiò. «Il castello appartiene alla mia famiglia, ma è vecchio, molto vecchio. Lo hanno trasformato in un museo. Io vivevo a Cracovia.»
«Cracocosa?»
«È una città, la capitale della Polonia. È molto bella, dovresti venirci un giorno.»
Con te vado pure sulla luna, pensò, ma non lo disse. Si limitò a sorridere e a buttar lì che le sarebbe piaciuto, ma chissà quando mai avrebbe potuto visitare un paese così lontano…
«Io ci ritorno, se vuoi una volta…»
Non gli fece finire la frase.
«Oh, sì, sì, che bello! E tu dovresti venire a vedere la Provenza. Io e Vincent siamo nati lì, sai? Poi papà si è trasferito qui per stare più vicino a Parigi, comunque ogni estate ci ritorniamo. Ci sei mai stato? No? È bellissima. C’è la lavanda, che è quel fiore tutto viola o blu, dipende. Vincent, diglielo anche tu quant’è bella la Provenza.»
«Bellissima» rispose lui in tono piatto, troppo occupato a cercare le uova per badare a loro.
Diane non demorse nel suo entusiasmo.
«Non ci saranno i monti Carpaccio, ma ti assicuro che lascia senza fiato.»
«Carpazi» corresse lui con un sorriso. «Ci credo, ci credo. Mi piacerebbe visitarla. Facciamo che ci scambiamo i paesi? Io ti faccio vedere la Polonia, tu la Provenza.»
Le sembrava di star toccando il cielo con un dito. Già sentiva il suono delle campane in festa quando avrebbe varcato la soglia della chiesa con l’abito da sposa – rigorosamente rosa – per andare incontro a lui. Ne era convinta: sarebbero stati una bellissima coppia. Doveva solo arrivare a sedici anni, convincere suo padre e trovare il modo, nel frattempo, di farsi fare la proposta.
«La Polonia è diversa dalla Francia» stava dicendo lui, sempre camminando di buona lena – aveva un passo lungo; Diane faceva un po’ fatica a stargli dietro. «È più… selvaggia.»
«Come si chiama quella foresta che dicevi?»
«Bialowieza. Non è vicino Cracovia, ma più lontana, sul confine di un altro paese. Era stata costruita per gli zar della Russia.»
«Oh.» Non aveva assolutamente idea di chi fossero questi “zar”, ma pareva una cosa “figa”. «Ci andavi spesso?»
«Qualche volta, anche a cavallo. Mio padre mi ha detto che i nostri antenati ci abitavano tanto tempo fa. C’è un villaggio che si chiama Jadowia, che viene da un’antica parola polacca. Significa “veleno”. Ecco, la nostra famiglia deve essere nata lì.»
Jadow, Jadowia. Non faceva una piega. A Diane sembrava di essere finita in un libro di favole, di quelle che raccontano di foreste secolari, verdi e misteriose, e di principi che le attraversano a cavallo cacciando coi lupi.
«Però tu non sei uno da “veleno”» osservò con un risolino. «Non ti sta bene come nome. Pensavo che significasse qualcos’altro.»
«Tipo?»
«Ah, non lo so, qualcosa di bello, di nobile.»
Lui sorrise.
«C’è quel bambino – Jussac? – che dice che non nasciamo mai coi nomi giusti.»
«Oh, Jussac è tutto matto.»
«Sembra simpatico.»
«Oh, lo è, l’altra volta ha preso la carta igienica e ha avvolto la testa di padre Stefan mentre stava schiacciando un pisolino. Lo hai visto? Mi ha fatto morir dal ridere.»
«Ho trovato un altro uovo.»
La voce seria di Vincent spezzò l’atmosfera allegra della conversazione. Diane guardò il fratello un po’ scocciata. Non capiva perché dovesse sempre fare il sostenuto, anche adesso, con quel bambino nuovo con cui lei stava cercando di stringere amicizia: anche adesso continuava a starsene per i fatti suoi, concentrato sulla caccia come se fosse un compito scolastico. Non si divertiva neanche a pagarlo. A volte si chiedeva come facessero ad essere fratelli.
«Oh, bravo» fece Krystian. Si passò una mano dietro la nuca, abbozzando un sorriso di scuse. «Meno male ci sei tu, noi ci siamo distratti.»
«Ho visto» ribatté lui, nessuna inflessione gentile nel tono.
Diane, che ci era abituata, non se ne sorprese, ma vide che Krystian si ritraeva, un poco. Guardava Vincent da sotto le palpebre socchiuse, a metà tra l’intimidito e l’incuriosito.
Quando ripresero a camminare, Vincent sempre in testa che setacciava ogni zolla d’erba che superavano, si chinò per bisbigliarle una domanda all’orecchio.
«Ma non è che tuo fratello si arrabbia se non lo aiutiamo?»
«Oh, no, si arrabbia di più se gli stiamo tra i piedi, credi a me. A lui piace fare tutto da solo.»
«Eh, ma dovremmo essere una squadra.»
«Lascia perdere Vincent.» Lo prese a braccetto, attirandolo un po’ più vicino a sé. «Allora, dicevamo: la foresta. Ci sono anche i lupi?»
Arrivarono presso un casale abbandonato dove un tempo si trebbiava il grano. C’era uno dei novizi, Georges, uno dei più giovani, coi capelli sale e pepe e il naso schiacciato, intento a fumare una sigaretta. Quando li vide, per poco non colpì con la testa il tetto di lamiera nella foga di buttare la cicca.
«Bambini! Come va? Quante uova avete trovato?»
«Cinque» rispose Vincent.
«Bravi, bravissimi, continuate a cercare.»
Gli fece l’occhiolino e con finta disinvoltura poggiò la schiena contro il muro, supervisionando il cortile. Non c’era nessun altro per ora; erano stati i primi ad inoltrarsi nei campi.
«I preti non possono fumare?» chiese Diane a bassa voce, mentre entravano nel casale.
Vincent alzò le spalle, Krystian mormorò un “forse”. Per quanto ne sapevano loro erano tante le cose che i preti non potevano fare.
All’interno il casale aveva un aspetto rispettabile, meno fatiscente di come appariva di facciata. Dalla finestra coi vetri rotti si poteva vedere il fiumiciattolo che scorreva attorno alla chiesa, solcando i campi come una vena blu o verde a seconda della sfumatura del sole. Alzando lo sguardo, col naso all’aria, Diane scorse una breccia nel tetto, un oculo da cui filtrava uno spiraglio di cielo azzurro.
«Non c’è niente qui.»
Krystian si era messo a rovistare, solerte e animato ora, forse perché, nonostante le rassicurazioni di Diane, non gli sembrava giusto che fosse Vincent a fare tutto il lavoro. Mentre i due maschi cercavano, lei vagò per il casale, osservando i ghirigori di luce che si formavano nell’aria polverosa. Trovò lo scheletro di una lucertola appiccato al muro. Passato il primo momento di disgusto, si mise a sezionarla con un rametto.
«Eccolo!»
Trionfante, coi capelli scompigliati, Krystian emerse con un uovo colorato di verde e rosa. Diane batté le mani, Vincent lo prese e senza tanti complimenti lo mise nella busta.
«Ora il fiume.»
Il fiume era sempre di colore diverso, dacché lei ricordasse. A volte blu, a volte verdognolo, a volte marrone o grigio. L’aveva visto nero, la sera, che rifletteva le stelle assise in cielo e la faccia di chi lo guardava. L’acqua era fredda, ma d’estate i bambini si avventuravano lo stesso, supervisionati da padre Armand, tuffandosi dalla roccia di granito a forma di parallelepipedo che si trovava in un’insenatura. In quel punto l’acqua era abbastanza alta per farsi il bagno: sotto la volta degli alberi si trovava una gora, scavata chissà quanto tempo prima, una chiusa di pietra che rallentava la corrente facendo di quel tratto una piscina naturale. Quando ci si tuffava, volando in aria, si sprofondava subito in tre metri d’acqua. Solo i bambini che sapevano già nuotare erano autorizzati. Diane aveva preso lezioni l’anno prima, in piscina, ma anche con suo fratello, che l’aveva accompagnata lì al fiume verso la fine dell’estate, quando l’acqua era più bassa e la corrente pigra. Era lui che le aveva insegnato, tenendole la mano e non facendola mai cadere.
Socchiuse gli occhi al riverbero del sole sulla superficie scintillante; la luce creava degli strani disegni, guizzi d’arcobaleno. Le libellule d’acqua volavano pigre tra le ninfee. Ebbe la tentazione di togliersi le scarpe per bagnarsi i piedi. Lo propose.
«È ancora troppo fredda» disse Vincent, sollevando solo un attimo il capo dal sasso che stava sollevando.
«No che non lo è.»
Krystian si era chinato: inginocchiato sulla riva, aveva messo una mano nell’acqua e ora la stava rimestando con un sorriso che gli rischiava tutto il volto.
«È bella.»
Diane si avvicinò.
«Vicino a casa nostra, la nostra casa in Provenza, dico, c’è un fiume che si chiama Sorgue. È molto più grande di questo. Vincent ci nuota sempre.»
«Ah, sì?» Krystian lanciò un’occhiata all’altro bambino da sopra la spalla. «Ti piace nuotare?»
Vincent annuì, distratto. Stava ancora sollevando pietre.
«Anche a me.»
Visto che l’altro non replicò, Krystian tornò a guardare l’acqua. Le parve un po’ abbattuto: le sue spalle si erano impercettibilmente abbassate.
«Io ho imparato l’anno scorso» fece Diane. Si sedette accanto a lui, desiderosa ormai di colmare ogni distanza possibile tra loro. «Mi ha insegnato Vincent. D’estate col corso estivo dell’oratorio si viene sempre qui a nuotare.»
«Oh, deve essere bello. Anch’io nuotavo sempre a casa mia.»
«Allora verrai con noi.»
Gli sorrise e lui sorrise a sua volta. Di sfuggita, ogni tanto, gettava occhiate dietro di sé.
«Possiamo anche riposarci un po’ adesso» azzardò, a voce così bassa che quasi non si sentì, ma poi si fece coraggio – così almeno pensò Diane – e si schiarì la gola per ripetere. «Che ne dici?»
Stava guardando Vincent, che si interruppe e, finalmente, lo fissò dritto in faccia.
«Non hai riposato tutto il tempo?»
Diane, presagendo guai in vista, come un odore sottovento, si mise in mezzo.
«Eddai, Vincent, una piccola pausa. Vieni qui a vedere il fiume con noi.»
«L’ho già visto.»
«Perché non ci togliamo le scarpe? Potremmo…»
«Scusa, eh.» Krystian si era alzato. Preso da un’animazione nuova, fronteggiò l’altro bambino. «Ti volevo aiutare, ma hai voluto fare tutto tu dall’inizio. Ora non dirmi…»
«Scusa tu, non volevo disturbare il principino sul pisello.»
«Cosa hai detto?»
Vincent piegò le labbra in un sorriso smaccato.
«Non conosci la storia? Non dirmi che non la conoscete in Polonia. La principessa sul pisello, che non muove un ditino e non riesce a dormire perché c’è un pisello rinsecchito sotto il materasso che la disturba.» Gli scoccò un’occhiata condiscendente. «Devo averti scambiato per lei.»
Un rossore color mattone era risalito sulle guance di Krystian. Fece un passo avanti, allora Diane si alzò, impaurita dalla tensione che avvertiva nell’aria.
«Vincent, dai! Possibile che devi essere sempre così antipatico? Ce ne stiamo stati tranquilli perché volevi fare tutto tu, lo hai fatto capire benissimo. Non inventarti ora che volevi aiuto perché rido fino a domani.»
Lui emise uno sbuffo.
«No, infatti, me la cavo da solo. Ritornate pure a guardare il fiume, ci penso io.»
«Perché ci devi pensare solo tu?»
Krystian, ignorando la presa di Diane al braccio, avanzò e gli si piantò davanti.
«Le so cercare anch’io le uova. Se proprio vuoi saperlo non volevo neanche stare in squadra con te.»
«E io non ti volevo.» Annoiato, Vincent tagliò l’aria con un gesto distratto. «Ma tanto c’eri o non c’eri non si notava, quindi…»
«Vincent…»
«No, Diane, lascia perdere. È stata una brutta idea. Non dovevo stare con voi, mi dispiace solo per te. A me piace stare in squadra, non in dittatura.»
A quella parola Vincent scoppiò a ridere.
«Sai almeno cosa significa?»
«Tu sicuramente non sai cosa vuol dire fare squadra.»
«Nelle squadre c’è un capo che decide.»
«Perché devi essere tu?»
«Perché sono io che ho cercato le uova finora e poi sono il più grande. Si chiama “gerarchia”, questo lo sai cosa significa?»
Diane non lo sapeva.
«Che significa?»
«È come una scala: c’è chi sta sopra, chi sta sotto. Io sto sopra perché sono più grande, voi invece state sotto.»
«Eh, no.» Si animò anche lei a quel punto. «Non è giusto.»
«Io non sto sotto» sibilò Krystian, scandendo per bene le parole, gli occhi fissi sull’altro.
Erano diventati più scuri, un azzurro adirato, come un fuoco di ghiaccio tra le iridi.
«Invece ci stai» ribatté Vincent, sempre con quel tono annoiato.
«Ma chi cavolo ti credi di essere, si può sapere?»
«Non una principessina sul pisello, sicuro.»
Una spinta. Diane vide sì Krystian che si sporgeva, ma fu molto veloce e poi fu troppa la sorpresa. Sgranò gli occhi e gli rivolse uno sguardo confuso. Vincent, che aveva barcollato per un attimo, lo guardò dapprima stupito, la stessa espressione che doveva aver avuto lei, ma poi il suo sguardo si indurì. Strinse le labbra fino a farle diventare una linea tesa.
«Provaci di nuovo.»
Krystian, per nulla intimidito, lo fece. Gli diede un’altra spinta, questa più forte. Diane soffocò un’esclamazione, Vincent rispose con uno spintone.
«Ehi! State fermi! Cosa fate?»
Non capiva come era successo, ma la situazione stava vertiginosamente precipitando.
«Ritira quello che hai detto» ordinò Krystian, tra i denti.
Aveva assunto una posizione sulla difensiva, gambe allargate, braccia sollevate. Vincent, a neanche mezzo metro di distanza, ne aveva una simile e lo fissava. Due gatti che si guatavano, girandosi attorno, ecco cosa sembravano. Lei non ci voleva credere.
«Dai, non fate gli scemi, smettetela sub…»
«Che mi fai se no?»
«Ti spacco la faccia.»
«Che paura. Dimmi un po’, tutti i polacchi sono come te o solo tu sei un frignone?»
Quando quel pomeriggio sul tardi padre Armand le avrebbe chiesto cosa era successo e lei si sarebbe inventata una storia per non far mettere in punizione i due, avrebbe potuto rispondere che era stato Krystian ad iniziare, però non ne sarebbe stata così sicura. Chi si può dire cominci una rissa, quello che tira per primo il pugno o quello che provoca? Conosceva abbastanza suo fratello per sapere che certe volte se le andava a cercare. Con Andres Vaudemont, per esempio, litigavano sempre e a volte passavano alle mani. Non avrebbe pensato però che il ragazzino nuovo, che dava l’aria di essere così a modo, potesse scattare come Andres, reagendo con deliberata violenza.
Saltò addosso a Vincent, non si limitò alle spinte, ma gli diede un pungo, poi un altro e un altro ancora quando Vincent rispose a dovere. Volarono insulti, calci, grida. Quelle di lei, principalmente, che cercò di separarli, ma inutilmente. Li vide rotolare avvinghiati a terra, sollevando nuvole di polvere, facendo scappare le lucertole nascoste tra i fili d’erba. Erano passati ad altri insulti, ora, di alcuni non capì il significato perché era Krystian a gridarli nella sua lingua madre.
«Smettetela! Smettetela! Smettetela!»
Scoppiò a piangere. Impotente, si mise a singhiozzare forte, convinta che non sarebbe servito a nulla neanche questo, ma improvvisamente il silenzio calò nella piccola gora, più pesante di un sospiro. I due, ancora per terra, sporchi, scarmigliati, ognuno con un almeno un filo di sangue che gli colava dal viso – Vincent sopra l’arcata sopraccigliare, sulla tempia, Krystian all’angolo delle labbra – si fermarono a fissarla.
Fu Vincent il primo a parlare, cercando di rialzarsi.
«Dia…»
«Stupido, sei uno stupito!» Gli diede una spinta, debole e patetica, la voce rotta e le lacrime che non facevano che scorrerle sulle guance. «Siete tutti e due stupidi! Vi odio!»
Era arrabbiata. Con suo fratello, che era sempre cattivo, che ce l’aveva col mondo intero dalla morte di sua madre, non riuscendo ad essere gentile con nessuno, solo con lei ogni tanto, ed era arrabbiata con Krystian, che in un solo attimo aveva infranto l’idea che aveva di lui, di un bambino buono e gentile, che non si sarebbe comportato come tanti maschi che conosceva, che pensavano di risolvere le cose con le botte.
Non riusciva a smettere di piangere.
Senza dar retta a Vincent che si era alzato e cercava di calmarla e a Krystian che indugiava, l’espressione mortificata, corse via. Corse via da loro e dai loro visi tumefatti, il vento che le schiaffeggiava il viso e portava via le lacrime.
L’ultima cosa che sentì fu la voce di suo fratello, ma non si voltò indietro.

***

Ed ecco a voi, amici telespettatori, il magnifico predatore che si avvicina.
Forse un leone? Avrebbe potuto impersonare un leone, con una folta criniera e tutte le femmine ai suoi piedi. Però aveva visto in un documentario che sono le femmine a cacciare tra i leoni, non i maschi. Lui voleva essere un cacciatore, non un mantenuto.
Una pantera, pensò allora, continuando a strisciare quatto quatto tra l’erba alta, coi gomiti conficcati nella nuda terra. Una pantera nera, sinuosa e letale, come Baghera di Il libro della giungla. Sarebbe stato bene da pantera.
Non che Andres guardasse ancora i cartoni animati. Aveva quasi undici anni, por Dios! Aveva visto il film, ecco perché, e all’uscita aveva costretto Louis ad impersonare Balù.
A proposito di quel fesso di suo fratello: dov’era finito? Era rimasto indietro con Isabelle per vedere non sapeva quale stupido fiore. Femmine, bah. Ti rallentano e basta. Ci aveva visto lungo a non volerne una in squadra. Con le femmine ci prendi un gelato, gli dai un bacio e magari gli infili una mano sotto la gonna – l’ultima volta, con la sorella di Éléonore, era quasi arrivato all’orlo delle mutandine, per poi essere schiaffeggiato via con un risolino imbarazzato –, non ci cacci le uova di Pasqua, né in generale ci fai squadra. Maschi coi maschi, femmine con le femmine. La vedeva in modo semplice, lui. Come diceva suo padre le cose semplici sono sempre quelle giuste.
Riconobbe la trottola bionda che stava correndo giù per la collina vicino al fiume. Si acquattò per non farsi vedere da Diane, che sgambettava come se avesse un fuoco sotto le suole, i capelli al vento e gli occhi gonfi di lacrime. Avrebbe potuto palesarsi – Diane era un’altra con cui non gli sarebbe dispiaciuto prendere un gelato –, ma vide il fratello che le correva dietro e poi quell’altro, il bambino nuovo.
Non gli stava tanto simpatico, quello. Non gli piacevano i bambini più alti di lui. Quello era pure più piccolo di un anno e già tutte le sue compagne di classe dicevano di esserne innamorate…
Li lasciò alle loro magagne e continuò l’esplorazione. Si era messo in testa di muoversi come se si trovasse in una giungla, tra liane, radure pericolose, branchi di elefanti e tigri. Doveva aggirarsi con cautela perché il pericolo era in agguato sotto forma di…
«Andres, che cosa stai facendo?»
A rovinare la sua immedesimazione nel mondo selvaggio ovviamente non poteva che essere Louis, che lo aveva raggiunto e ora lo guardava dall’alto, le mani ai fianchi, la fronte aggrottata di perplessità.
«Sono una pantera, shhh, stai zitto.»
«Ma non dovevi essere un pirata?»
«Beh, ci ho ripensato.»
«Se strisci per terra sei più un serpente. Guarda che ti sporchi tutto così. Poi chi la sente mamma?»
«Oh, ma certo che sei noioso, eh! Come abbiamo fatto a stare nella stessa pancia per nove mesi? Strano che non ti abbia mangiato.»
Louis emise un sospiro sconsolato. Stava per aprire la bocca e probabilmente aggiungere un’altra sua raccomandazione da cocco della classe, quando la voce di Isabelle attrasse la loro attenzione.
«Guardate cosa ho trovato!»
Sbucò dalla collina da cui aveva visto Diane fuggire a rotta di collo. Tra le mani trasportava una busta.
«Le uova!» Andres si rialzò, eccitato e, ignorando i vestiti sporchi di polvere, afferrò la busta per vagliarne il contenuto. «Oh, guardate quante! Le aggiungiamo a quelle che già abbiamo e abbiamo praticamente vinto.»
«Non sono nostre» osservò Louis, avvicinandosi a sua volta. «Devono essere cadute a qualcuno.»
I des Yssem, certo, e il ragazzino polacco. Che citrulli. Non ci poteva credere: stava per farla in barba a Vincent des Yssem!
«Beh, di chiunque erano ormai non sono più loro. Le hanno abbandonate. È come quando perdi il portafoglio, no? Se lo trovi tu i soldi sono tuoi.»
«In verità non è proprio così…»
«Dobbiamo dirlo a padre Armand.»
Isabelle, neanche a dirlo, era d’accordo col Maestrino. Certo che facevano un’accoppiata perfetta, quei due: noiosi come la morte entrambi. E dire che lei era anche carina.
«Io voto per prenderle.»
«Sei uno contro due, Andres.»
«Oh, ma io valgo di più.»
«Non credo proprio.» Louis agguantò la busta. «Le restituiamo a padre Armand. Dopo.»
A nulla valsero le sue proteste, ormai avevano deciso. Scocciato, si allontanò da loro. Meglio ritornare a far finta di essere una pantera in un mondo semplice e selvaggio senza regole se non quelle della giungla.
Dov’era rimasto? Ah, sì: il magnifico predatore si avvicina alla preda ignara, lentamente, pronto a stanarla.
E la vide, finalmente, una preda. Nella rada boscaglia vicino ai campi, dove un novizio faceva il giro per controllare i bambini di tanto in tanto, ne vide uno da solo, che stava frugando tra i cespugli. Era perfettamente distinguibile per via dei capelli. Rossi, come il sangue.
Ah, ah, trovata.
Eccitato, si mise a quattro zampe e iniziò ad avvicinarsi. Etienne Rochand era inginocchiato a terra, stava mangiucchiando una bacca. Il suo zaino traboccava di uova di Pasqua. Andres stava per saltare, pronto a fargli prendere un accidenti così da rubargli le uova nella confusione, quando fu qualcos’altro a colpire lui.
Una rossa, fiammante, graffiante palla di pelo.
«Gatto!»
«Ah, oddio, levamelo di dosso!»
Andres si contorse a terra, cercando di sfuggire ai graffi del gatto rosso che come una macchina da guerra gli si era attaccato con le unghie alla gamba e non aveva intenzione di scollarsi. Gli stava facendo un male cane. Rotolò, si agitò, gridò a squarciagola. L’animale non mollava la presa. Con gli occhi fuori dalle orbite, la terra negli occhi, il fianco contro cui aveva sbattuto che urlava pietà, riuscì ad alzarsi e a fargli staccare almeno una zampa. Rochand intanto era accorso.
«Lascialo! Lascialo!»
Con uno strattone lo tirò via. Andres sentì la pelle staccarsi e il sangue scorrere dallo strappo dei jeans. Mandò giù una bestemmia. L’aveva sentita da suo zio, una volta; sembrava il momento più adatto per utilizzarla.
«Oddio.» Etienne era bianco come un cencio. «Ti fa male?»
«Secondo te?!»
Prese a saltellare su una gamba sola. Aveva paura di guardare e constatare l’entità del danno. Dannazione, era un uomo o no? Non avrebbe dovuto frignare, ma le lacrime gli pizzicavano gli occhi, in bilico sulle ciglia.
«Fammi vedere, aspetta, stai fermo.»
«Tienimi lontana quella bestia!»
«Non sapevo nemmeno che fosse qui! Gatto, mi hai seguito?»
Il felino ora si stava leccando la zampa con flemma.
«Ma che ci parli? Dovresti portarlo al macello!»
«Non attacca senza ragione. Cosa stavi facendo?»
«Niente! Me ne stavo per i fatti miei e mi è saltato addosso. Non è che mi passa la rabbia ora?»
«Quella la passano i cani.»
«Vabbè, comunque sarebbe da uccidere!»
Etienne strinse le labbra.
«Fammi vedere la gamba. Dai che non è niente.»
L’idea che Pel di Carota, quel Pel di Carota che frignava per tutto, gli stesse dicendo che non era niente, come se Andres fosse più piagnucoloso di lui, gli fece vedere rosso.
«Certo che non è niente! Non sono mica te che appena ti fai la bua chiami la mamma.»
Capì di aver esagerato. Il lindore dei suoi occhi si offuscò. Andres si sentì – stranamente – in colpa. In fondo stava cercando di aiutarlo, non era colpa sua se il suo gatto era un killer, non era stato certo lui ad aizzarglielo addosso – no, vero?
«Scusa» bofonchiò. «Non volevo dire… Comunque non è niente.»
Non era niente davvero, in effetti: era stato più lo spavento che il dolore ad agitarlo. Il gatto si era limitato a strappargli i jeans e a graffiargli superficialmente la pelle. Trovando il coraggio di guardare vide che non c’era nessuna ferita profonda, nessun taglio. Doveva essersi immaginato le unghie che gli penetravano la carne.
«Dobbiamo andare in chiesa» fece Etienne dopo aver scrutato con attenzione la pelle lesa. «Bisogna metterci il disinfettante.»
«Oh, no, sto bene.»
Passata l’agitazione, Andres si sentiva di nuovo padrone di sé e del proprio controllo. Cercò di ridarsi un tono.
«È solo un graffietto. Vedi? Ho resistito a cose peggiori.»
«Ah, sì?»
Il suo sguardo era scettico, quindi si ritenne in dovere di raccontargli quella volta che si era azzuffato con suo cugino di tredici anni, Sebastian, arrivando a spaccargli un dente. Lui non parve impressionato.
«Beh, non dici niente?»
«Non vedo cosa ci sia di bello nel fare a botte.»
«Ah, è vero che tu sei un pappamolle.»
«No.» Senza guardarlo prese il gatto e lo strinse a sé. «La violenza è da deboli, lo dice sempre la mia mamma.»
«Tua madre è una donna ed è grande, certo che te lo dice.»
«Per me ha ragione.»
«Ah, convinto tu. Io invece penso che bisogna farsi valere.»
Si sedette per terra, accorgendosi di essere tutto sudato. La lotta col gatto lo aveva scombussolato, non c’era che dire. Meno male che nessuno lo aveva visto, a parte Rochand.
A tal proposito ci tenne a dirgli con tono vagamente minaccioso: «Se lo racconti a qualcuno, ti strappo i capelli.»
«Cosa?»
«Mi hai capito. Se ti becco che dici a qualcuno che mi sono agitato per il gatto, puoi dire addio ai tuoi bei capelli.»
Lui arrossì e lo fissò con una punta di rabbia nello sguardo violaceo.
«Certo che sei proprio un buzzurro.»
«Prego, prego, cosa dice il fiorellino?»
«Sei un buzzurro. Gatto ha fatto bene a graffiarti.»
«Ah, ci scommettevo! Glielo hai detto tu, vero?»
«Perché stavi acquattato dietro il cespuglio? Volevi farmi prendere uno spavento?»
«Te lo ripeto: mi stavo facendo i fatti miei.»
«S, come no.»
«Ehi, senti un po’, Pel di Carota…»
Gliene stava per dire quattro, quando l’arrivo dei suoi compagni di squadra gli impedì di sfoderare il repertorio che aveva appreso da suo zio.
Jussac Sorel era tutto agitato.
«Hyacinthe, che stavi facendo? Ti abbiamo perso di vista e poi abbiamo sentito un urlo, si può sapere cosa…»
«Era lui, non io.» Indicò Andres, seduto a terra, che si teneva la gamba. «Gatto gli ha fatto un graffietto e lui ha strillato come un maiale al macello.»
Andres fu troppo sbalordito per reagire a dovere. Si limitò a fulminarlo con un’occhiata inceneritice. Al tempo stesso provò un, seppur vago, sentimento di ammirazione: era la prima volta che vedeva Rochand che non si faceva intimidire, di solito era un bambino estremamente obbediente, docile, pauroso. La presenza del gatto forse gli infondeva coraggio.
Comunque a lui quel gatto non piaceva, poco ma sicuro.
«Ti sei fatto male, Andres?» gli chiese Roxanne, ma non come se fosse veramente preoccupata.
Siccome Roxanne gli piaceva e non voleva farle credere di essere un cagasotto, balzò su e gonfiò il petto, assumendo un tono disinvolto.
«No, per niente. Mi sono solo un attimo spaventato. Sto bene.»
«Peccato» commentò Sorel.
L’arrivo di Louis ed Isabelle gli impedì una seconda volta di spolverare il suo repertorio di insulti.
«Andres, che cosa è successo?»
Annoiato alla prospettiva di dover spiegare tutto da capo, tagliò corto dicendo che il gatto lo aveva assalito, ma lui aveva resistito con onore. Etienne fece una smorfia.
«Quante uova avete preso?» chiese Jussac, allungando l’occhio verso le due buste che Louis stringeva. Aggrottò la fronte. «Sono tutte vostre?»
«Veramente no, abbiamo trovato queste vicino al fi…»
«Ehi, ciao!»
Una voce affannata riverberò da dietro un albero. Fece capolino prima il viso, poi l’intero corpo del bambino nuovo. Era ansimante, coi capelli scuri che gli ballavano davanti agli occhi azzurri. Per i gusti di Andres quella radura stava diventando fin troppo affollata.
«Avete visto per caso Diane? O Vincent?»
«Ehm, no, scusa» fece Louis.
«Io sì!» esclamò Etienne. Indicò il sentiero che si inerpicava dietro una folta schiena di pini silvestri. «Ho visto Diane correre da quella parte proprio poco fa.»
Jadow emise un’esclamazione nella sua lingua, poi la ringraziò in francese.
«Oh, grazie, grazie. Io e Vincent la stiamo cercando, ci siamo divisi. Vado subito a…»
«Perché la state cercando?» intervenne Isabelle. «È successo qualcosa?»
«Beh, in realtà… no, niente, c’è stato un litigio e lei è scappata, ma non è…»
«Un litigio? Diane è scappata?»
Davanti all’espressione preoccupata di lei il polacco vide di chiarire.
«Davvero, non è niente. Il litigio era tra me e il fratello, lei si è arrabbiata ed è corsa via, ma ora la riprendiamo. Anzi, vado subito. Grazie ancora – Etienne, vero?»
Il piccolo Rochand arrossì lievemente, sorpreso che lui conoscesse il suo nome. Fu il turno di Andres di fare una smorfia.
Lo guardarono andar via, sparendo dietro i pini. Passò un momento di silenzio prima che qualcuno prendesse parola.
«Per me Vincent l’ha fatta piangere» sentenziò Andres.
«Perché deve essere per forza colpa sua?» ribatté due nanosecondi dopo Louis. «Non hai sentito Jadow? Hanno litigato loro due.»
«Oh, sì, comunque Vincent la fa sempre piangere. Prima l’ho vista correre.»
«Perché non l’hai fermata, scusa?» gli chiese Isabelle.
«Lo sapete com’è Diane, è come Pel di Carota: frigna sempre, solo che lei ti mena pure.»
Rochand ritornò ad arrossire, stavolta però i suoi occhi lampeggiarono.
«Parla quello che ha frignato fino a due minuti fa!»
«Oh, oggi vuoi prenderle, eh.»
«Stai zitto, Vaudemont» sbottò Jussac. «Fai tanto il gradasso e sei il primo a frignare. Dillo che avevi paura che Diane – una femmina – ti menava.»
«Ma va là! È che non voglio avere a che fare con le scenate delle femmine.»
Sia Roxanne che Isabelle lo guardarono male. Roxanne sussurrò qualcosa di poco lusinghiero, che lui non sentì bene, mentre Isabelle scosse la testa.
«Quanto sei odioso quando fai così. Comunque se Diane ha pianto un motivo ci sarà. Avresti dovuto fermarla e farla calmare.»
«Mica sono il suo babysitter. Ci pensasse il fratello.»
«Per me è colpa anche di quell’altro» insistette Louis. «Ho capito che Vincent non è sempre… gentile, ma perché ogni volta che succede qualcosa deve essere lui il cattivo?»
«Oh, guardatelo come difende il fidanzatino.»
«Andres, giuro che…»
«A me quello non sembra uno che fa casino. Il nuovo, dico.» Jussac si grattò la punta del mento con fare assorto. «Cioè, non lo so, ci ho parlato solo un paio di volte, ma mi ha dato l’idea di un tipo tranquillo.»
«Sì, è molto gentile» confermò Isabelle.
«Anche carino» aggiunse Roxanne, nascondendo un sorrisetto dietro la mano.
«Beh, questo che c’entra?»
«Niente, niente.»
Louis fissò Isabelle. «Anche tu lo trovi carino?»
Una punta di rossore soffuse le guance di lei.
«Beh, sì. Però dicevo: è gentile. Ci ho parlato, siamo nella stessa classe, la maestra mi ha chiesto di aiutarlo col francese. Mi sembra simpatico.»
«Ah» si limitò a dire Louis, ma Andres, che lo conosceva bene, vide l’ombra di stizza che per un momento gli offuscò lo sguardo. Fu probabilmente quella a fargli aggiungere: «Forse ha fatto lui piangere Diane e ora ci ha raccontato una bugia.»
«Louis!» Isabelle sbatté le palpebre e lo fissò con un misto di confusione e delusione. «Cosa dici? Non è da te dire cose così cattive.»
«No, io… non volevo dire…»
Andres vide di toglierlo d’impaccio.
«Sta difendendo Vincent, il suo amico – lo so, lo so, è assurdo, ma lo sono.»
Vedi, signor maestrino? Le femmine vanno e vengono, la lealtà tra fratelli è eterna.
Così gli avrebbe detto, una volta a casa.
Louis abbassò gli occhi a terra e non parlò più.
«Dai, vabbè, la risolveranno.» Jussac scrollò le spalle. «In effetti Diane è una che pianta un dramma anche quando si spezza un’unghia. Vedrete che la calmeranno. Riprendiamo la caccia?»
Si stava rivolgendo ai membri della sua squadra, che annuirono. Etienne aveva ancora in braccio il gatto malefico. Andres gli fece una smorfia di soppiatto, il felino rispose con un sibilo.
Odiava i gatti, decisamente.
Prima di andarsene il piccolo Rochand si fermò e gli gettò un’occhiata da dietro la spalla. Il suo sguardo scivolò fino allo strappo dei jeans per poi risalire, ritornando sul suo viso. I suoi occhi erano azzurri, screziati di luce; col bagliore del sole che filtrava tra gli alberi avevano la sfumatura di un cielo al crepuscolo. Andres si sorprese nel rimanerne, per un istante, incantato.
«Scusa per il gatto» disse con un bofonchio. «Te li ripago quei jeans.»
«Ma va.» Fece un gesto stizzito con la mano. «Non c’è bisogno. Però mettigli un guinzaglio la prossima volta.»
«E tu non fare lo stupido la prossima volta.»
Strabuzzò gli occhi di fronte a tanto ardire, ma non poté ribattere perché era già corso via, raggiungendo Jussac e Roxanne che lo avevano preceduto.
«Oh, Pel di Carota sta alzando la crestolina rossa. Dite che gli stanno crescendo i peli?»
«Io dico che si è stufato delle tue prese in giro» fece Isabelle. «Come un po’ tutti.»
«Madonna, quanto ve la prendete tutti quanti.»
«A volte vorrei che ti svegliassi nei panni di qualcun altro, un giorno, solo uno. Così forse capiresti cosa significa avere a che fare con te.»
Louis disse quella frase difficile con un tono fin troppo serio, ma non approfondì l’argomento. Li invitò a continuare la ricerca delle uova, Andres li seguì trascinandosi controvoglia. Lanciava occhiate, di tanto in tanto, dietro di sé, ma degli altri non c’era più traccia.
Uno a zero per la preda, ma non è detta l’ultima parola. Il magnifico predatore è ancora in gara, amici telespettatori.
Lo era, oh, sì che lo era.

To be continued...


   
 
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