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Autore: Crateide    18/04/2017    12 recensioni
Ade e Persefone. E non solo.
Benvenuti fra i Giardini dell'Averno!
Genere: Angst, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing
Note: AU, Lime, What if? | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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PREMESSA: Ciao a tutti e bentornati/benvenuti fra le mie ossessioni!

Volevo fare qualche puntualizzazione prima della lettura: questa storia è completamente scollegata da Raptus e vi avverto fin da subito che probabilmente sarà abbastanza lunga e che, soprattutto, non parlerà solo di Ade e Persefone (il cui mito è trattato in modo più “tradizionale”, anche se come mio solito ho apportato delle piccolissime modifiche).

Quest’idea mi ronza in testa dal sempre più lontano 2010 (avevo 17 anni... Beata gioventù!) e adesso non riesco più a trattenermi: i personaggi vogliono prendere vita e plasmarsi attraverso le parole, per irrompere nella realtà.

Che volete farci? Alla penna, di certo, non si comanda.

La narrazione è abbastanza semplice, nel senso che non mi sono persa molto nella filologia mitologica come in Raptus. Questa volta desidero solo raccontare delle storie, nulla di più nulla di meno, con uno stile semplice e – spero – anche piacevole.

P.S.: l’inizio di questo capitolo potrebbe ricordarvi un po’ quello di Raptus – per chi l’ha letto – ma vi assicuro che le similitudini saranno davvero poche.

Ringrazio con tutto il cuore Aven90 e Raven Samara Warrior che hanno dissipato ogni mio dubbio e mi hanno convinta a pubblicare questo primo capitolo. Grazie, ragazzi! <3

Buona lettura!

 

 

 

 

 

 

 

 

I’ll move on
to another place
from my memories
unmade
I’ll hold on
and my heart will find you there
love will shine free
Forever

-
The Reign, Tarja -

 

 

 

 

 

 

Ade ansimava in un bagno di sudore. I capelli nerissimi e madidi sferzavano intorno al suo volto contratto dallo sforzo e dal dolore.

Un boato ruggì nell’aria, all’improvviso. Un’ondata di terra schizzò verso il cielo ferrigno, scaraventando il dio contro una parete rocciosa. Mille puntini neri esplosero davanti al suo sguardo e il respiro gli si spezzò nel petto. La dura pietra gli penetrò l’armatura e le carni, dolorosamente.
- Ade! – urlò Demetra, abbattendo un fantoccio di terracotta creato da Coio, fra i Titani il più intelligente.

Ade si rimise faticosamente in piedi, mentre una cascata di detriti si staccava dalla roccia e precipitava a terra in un rumore sordo.
- Sto bene – disse fra i denti, guardando in cagnesco Iapeto che aveva sferrato l’attacco, il più meschino fra i figli di Urano.
- Va via dal campo di battaglia! – tuonò Zeus, che lottava strenuamente a mani nude, con l’armatura sporca del sangue di Krios, il più potente fra i titani dopo Crono – Sei troppo stanco!

Ade impugnò nuovamente la propria spada ormai segnata dalle lunghe battaglie e assunse ancora una volta la posizione d’attacco.
- No – rispose – io continuerò a lottare!
- Non essere sciocco! – lo incalzò Demetra, che con i suoi stiletti d’argento mieteva vittime senza pietà alcuna – Da troppo tempo sei sul campo, hai bisogno di riposo... Va! Ora!

Per quanto detestasse ammetterlo, la sorella aveva ragione. Si guardò intorno e incontrò la mole gigantesca di Iapeto e il suo ghigno divertito, mentre si scagliava contro Poseidone e l’esercito del Mare. Esercito che Oceano, il Titano Traditore, aveva concesso agli dèi, affinché sconfiggessero il loro stesso padre. Quel padre che li aveva divorati e verso il quale Ade provava un odio inestinguibile. Un odio che, lo sentiva, se non avesse messo a tacere, l’avrebbe consumato.

Spinse lo sguardo oltre Iapeto e Coio e, finalmente, lo vide: Crono se ne stava assiso sul monte Otri come un re in trionfo e osservava dall’alto tutta la scena, con un ghigno divertito sulle labbra bluastre e innaturalmente larghe. Quella bocca... Quella maledetta bocca che si era aperta per divorare la propria progenie!

Ade digrignò i denti e, con un grido belluino, si gettò nuovamente nella mischia.

Falciava i fantocci di Coio uno dopo l’altro, con disperazione, ignorando le ferite e i richiami dei fratelli. I suoi occhi erano fissi in quelli di Crono, che ora non sorrideva più e si era leggermente sollevato dal suo scranno fatto di roccia.

“Maledetto bastardo!”.

Tutto ad un tratto la Terra cominciò a scuotersi con un grido roboante. Il terreno si spaccò e gli alberi vennero inghiottiti, precipitando in un baratro oscuro. Liane d’edera, robuste come bronzo, si allacciarono intorno ai corpi di Istie, Demetra, Hera, Ade, Poseidone e Zeus, che furono sollevati in aria e trascinati su spuntoni aguzzi e ciclopici, che continuavano a fuoriuscire dal terreno squarciato e ad innalzarsi verso il cielo, fino a perforare le nubi bianche.
- Cosa succede?! – urlò Poseidone, cercando di disincastrarsi da quei lacci che gli si stringevano intorno alla vita, sempre più forte.
- Non ne ho idea! – rispose Zeus, che lottava con la stessa forza – Ma qualsiasi cosa sia, spero non si tratti di un nuovo trucco di Crono!

Ade, intanto, taceva. Con le labbra arricciate mostrava i denti al pari di una fiera, mentre il suo sguardo era ancora posato sul padre, che aveva ripreso a ridere sguaiatamente.

“Non è ancora finita!” si disse, con il cuore straripante d’odio.

Infine, la Terra smise di tremare con un ultimo singulto. Il vento sferzava forte, là su quel monte spuntato all’improvviso, e faceva anche freddo, nonostante il Sole splendesse con intensità.

Gli dèi vennero liberati all’unisono e si ritrovarono in un enorme spiazzo levigato, così lucido da sembrare marmo. Al centro, troneggiava la figura atavica e maestosa di una donna. La sua pelle un po’ grinzosa e scura ricordava la scorza di un’antica quercia; i lunghissimi capelli verdi penetravano il terreno, ornati da fiori di ciliegio e giaggioli profumosi. Il corpo nudo e sensuale era allacciato alla Terra da rami nodosi, che si confondevano con la pelle stessa della dea.

I sei fratelli rimasero immobili per un tempo incalcolabile, incantati e al tempo stesso atterriti da quell’immagine maestosa e imponente, che emanava un potere sconfinato.

Fu Ade a fare un passo in avanti per primo e quando la pianta del suo piede toccò terra, le palpebre della dea si sollevarono con un fruscio, rivelando due pietre d’oro al posto degli occhi.
- Chi sei?
- Il mio nome è Gea – rispose una voce primitiva, tonante e melodiosa al tempo stesso – e sono la madre di vostro padre.

Ade guardò i fratelli, che a loro volta ricambiarono lo sguardo sorpreso. Erano al cospetto di Gea, la Dea Madre!
- Cosa ti ha spinto a portarci qui? – chiese nuovamente, umettandosi le labbra. Aveva la gola secca, ma pareva l’unico fra i suoi fratelli ancora in grado di parlare.

Una risata argentina si diffuse nell’aria e allietò il suo cuore, sciogliendogli le membra.
- Perdonatemi per il modo... irruento con cui vi ho sottratti alla battaglia, ma era necessario che intervenissi, altrimenti Crono avrebbe vinto.

Udendo quelle parole, Ade strinse i pugni e sentì i muscoli delle braccia gonfiarsi e dolergli.
- Stavo per raggiungerlo – sussurrò – gli avrei tagliato la testa e...
- ...Ti avrebbe divorato di nuovo – lo interruppe Gea.
- La Madre ha ragione! – intervenne a quel punto Demetra, con i capelli scarmigliati e il volto sporco di terra – Sei ferito e debole, cosa ti è saltato in mente di fare?

Ade volse il capo dall’altra parte e abbassò le palpebre. Nel buio che rapì i suoi occhi rivide un ricordo lontano: le fauci di Crono che si spalancavano, i denti aguzzi che martoriavano le sue carni e, infine, l’oscurità vermiglia delle sue viscere.
- Sono stato avventato – disse – vi chiedo scusa, fratelli.
- Avrei fatto lo stesso – rispose Zeus – capisco le tue ragioni.

“Ne dubito, fratello...”.

Ade era stato il primo ad essere divorato e i suoi ricordi erano assai vividi. Aveva trascorso più tempo di tutti fra quegli intestini purulenti, impotente, ad ascoltare i meschini pensieri del padre, che di notte gli rimbombavano ancora nella mente.

C’erano momenti in cui l’ira prendeva il sopravvento e la sua mente gli riproponeva quelle stesse parole d’odio, che lo terrorizzavano a morte. E se anche lui, un giorno, fosse diventato come Crono?
- Ade – la voce di Gea suonò sottile – non perderti in pensieri non veritieri.

Il dio sollevò lo sguardo e incontrò quello della Madre Terra. Era forse in grado di leggere nel pensiero?
- Perdonami, Divina Gea – disse a quel punto Poseidone dai fluenti capelli azzurri – ma cosa ti ha spinto a salvarci? In fondo, Crono è tuo figlio...
- Poseidone! – sibilò Istie, che gli stava accanto. Gli occhi smeraldini dardeggiavano, pieni di rimprovero.
- No, Istie, i dubbi di tuo fratello sono più che legittimi – rispose Gea.

Accompagnata dallo stormire del suo corpo, si volse ad osservare ognuno dei presenti, per poi soffermarsi nuovamente su Ade. Parlò a tutti, ma il giovane dio ebbe come l’impressione che si stesse riferendo a lui solo.
- È arrivato il momento che questa guerra giunga al termine – disse la Madre Terra – e per far sì che ciò avvenga, oltre all’esercito del Mare, avrete bisogno anche dell’aiuto dei miei restanti figli: gli Ecatonchiri e i Ciclopi.

Hera dalle bianche braccia fece un passo indietro, sollevando le sopracciglia scure.
- Ma se non erro – replicò – Crono li ha imprigionati nel Tartaro, il cui ingresso è presieduto dalla mostruosa Campe!
- Non sbagli, Hera.
- E come faremo a liberarli? Il Tartaro si trova oltre gli Inferi – soggiunse Demetra, calcando l’ultima parola e facendo intendere quanto quel Luogo la terrorizzasse – nessuno di noi si è mai spinto così in là. Chi dovrà farlo?
- Aspetta, Demetra, dea della Natura Fiorente – l’interruppe Gea – non ho detto che debba essere fatto ora.
- Cosa significa? – chiese Ade, che per tutto il tempo aveva studiato le espressioni terree dei fratelli.
- Che uno solo di voi è destinato a compiere una tale impresa – fu la risposta.
- Chi? – volle sapere subito Zeus.

Gea sorrise, arcana.
- Il Fato sarà a stabilirlo – disse – Fato che io, ahimè, non controllo né discerno.
- Ma allora...
- ...Questo monte che ho creato per voi si chiamerà Olimpo – continuò Gea, come se Zeus non avesse parlato affatto – sarà qui che risiederete. Si trova di fronte al monte Otri e assisterà all’ultima battaglia contro Crono.
- Quando avverrà? – chiese Poseidone – Tu lo sai, Madre?
- A breve, a breve!
- Ma quando?

Gea sorrise, i suoi occhi sfavillarono e, prima che tornasse ad essere Terra, Ade ebbe l’impressione che li avesse posati nuovamente su di lui.

 


*  *  *

 

 

Ade credeva di amarla profondamente: ecco – si era detto – Eros mi ha colpito con una delle sue frecce!

Si era invaghito di quella ninfa dai capelli scuri la prima volta che l’aveva vista, timida, nascondersi dietro ad un albero dalle fronde dorate, nei pressi del lago Averno.
- Chi sei? – le aveva chiesto, avvicinandosi quatto. In fondo, si disse, non doveva avere un bell’aspetto: aveva appena finito di lottare contro l’esercito di Crono e l’armatura che indossava era lorda di sangue e fango.
- Non avere paura – la incalzò, sollevandosi sulle punte per cercare di osservarla meglio – non voglio farti alcun male!

La ninfa si mostrò in tutta la sua sfolgorante bellezza, con sguardo indomito e curioso, ma senza staccare le mani affusolate e candide dal tronco possente della quercia.
- Chi sei tu – rispose con voce soave, ma dura – e cosa ci fai in questo Luogo?

Ade si guardò furtivamente intorno. La Natura, lì, era diversa da come la conosceva. C’era qualcosa di strano in quell’angolo di bosco: gli alberi si tendevano verso il cielo con rami arcuati e impettiti, ornati da foglie giallicce e all’apparenza malate. I tronchi erano quasi bianchi, come colpiti da una malattia sconosciuta. Nessun frutto pendeva da quelle braccia fragili, che il vento scuoteva e sbatacchiava.

Poco più in là, alle spalle della quercia dalle foglie dorate, vi era un lago dalle acque bigie, sulla cui superficie veleggiava una bruma imperscrutabile. Chissà cosa nascondeva?
- Non guardare.

Ade si riscosse e tornò a rivolgersi alla ninfa.
- Come? – chiese – Perché non dovrei?
- Perché le Ombre potrebbero rapirti – gli rispose criptica.
- Le Ombre? Di cosa stai parlando?

La ninfa si volse alle proprie spalle, per poi tornare a guardarlo. La sua espressione, da distesa e sicura, si era fatta atterrita e cerea. Il respiro sembrava intrappolato nel petto, il quale si alzava e si abbassava a ritmo irregolare e frenetico.

Ade fece un passo in avanti, tendendo una mano verso di lei.
- Ninfa, cos-...
- Devo andare! – lo interruppe lei, staccandosi dal tronco imponente e indietreggiando terrorizzata – non dovrei essere qui, loro se ne sono accorti...
- “Loro” chi? Posso proteggerti, se qualcuno ti osteggia!

La ninfa scosse il capo corvino e i suoi occhi di smeraldo rimandarono bagliori grigiastri.
- Non puoi – sentenziò.
- Io sono un dio...
- Anche loro.
- Non ho paura.
- Dovresti.

Ade fece un altro passo in avanti. Gli occhi azzurri scintillavano, incorniciati dai lunghi capelli neri.
- Posso almeno conoscere il tuo nome, fanciulla? – chiese in un sussurro lievissimo.

La ninfa storse le labbra e, per un istante, il dio temette di vederla fuggire via.
- Myntha.

Le sorrise.
- Io sono...
- ...Ade, il Primogenito.

Ade aggrottò le sopracciglia.
- Come fai a conoscermi? Da dove vieni? – le chiese, sempre più incuriosito da quella ninfa mai vista prima.
- Da dove vengo io, tutti ti conoscono – rispose, eludendo a suo modo entrambe le domande.
- Non essere così misteriosa, te ne prego. Non amo gli enigmi.
- Ho detto anche troppo!
- Aspetta! – cercò di trattenerla il dio – Ti rivedrò, Myntha?

La ninfa si volse di nuovo alle proprie spalle, indugiando qualche istante di più.
- Sì – rispose, senza più voltarsi.
- Domani?
- Stanotte, giacché l’Oscurità è mia Madre. Arrivederci, Ade.

Il dio rimase basito, mentre la vedeva correre via e dissolversi nella nebbia del lago Averno.

 

“Myntha, Myntha... Sei fuggita di nuovo! Sai che non devi...”.

La ninfa sussultò nell’oscurità dell’Averno, in quel silenzio che le doleva le orecchie. I suoi piedi si arrestarono sul suolo pietroso.
“Non volevo” disse.

Una risata gracidante riverberò nell’aria sulfurea.
“Non mentire, Myntha!” e, dopo una pausa, quella voce soggiunse: “dimmi, lo hai visto riflesso fra le nostre Trame e hai voluto incontrarlo, vero? Il tuo piccolo cuore ha battuto per lui, forse?”.

Myntha abbassò il capo, piena di vergogna.

“Anziana, mi dispiace! Non avrei dovuto...”.
“Lui non è destinato a te, mia piccola sciocca”.
“E a chi?”.

Il silenzio della Morte fu l’unica risposta che ricevette.

 

 

La sera giunse quasi inaspettata.

L’ultimo raggio di Sole venne fagocitato dall’orizzonte color indaco e sparì al di là delle aspre montagne, dove la devastazione della lotta fra dèi e titani era più marcata.

Ade attese che le prime stelle si accendessero sul manto della notte e che la Luna sorgesse da dietro la parete rocciosa che lui e i suoi fratelli avevano scelto come rifugio momentaneo.
- Dove vai?

La voce arrochita di Demetra lo fece sobbalzare. Si volse con aria colpevole, come se fosse appena stato colto in fallo. La sorella dai lunghi boccoli biondi, che alla luce della Luna si riempivano di infiniti riflessi argentati, gli si accostò per sfiorargli una spalla. Lo sguardo azzurro, che rifletteva le stelle del cielo, era sinceramente preoccupato.
- Allora? – lo incalzò la dea, avvolta in un peplo di lana color zafferano – Non vuoi rispondermi? Non farmi preoccupare!
- Demetra – Ade le prese le mani e l’allontanò dai fratelli che dormivano, spossati, poco più in là – oggi ho incontrato una creatura meravigliosa.
- Chi?
- Una ninfa. Il suo nome è Myntha. È da lei che sto andando.

Gli occhi della sorella divennero grandi il doppio.
- Non da solo, spero! – disse, quasi lo urlò – È troppo pericoloso!
- So difendermi.
- Non lo metto in dubbio, ma...
- Io voglio rivederla.

Demetra lo scrutò in volto, increspando le labbra rosse sul viso color miele.
- Ne parli come se ti avesse rubato il cuore... – sussurrò.

Ade sorrise.
- Forse.
- Come potrò riposare pensando che sei lontano chissà dove, esposto ai pericoli? – gli chiese, gettandogli le braccia al collo e stringendolo forte a sé.

Il dio ricambiò la stretta e chiuse gli occhi per un istante.
- Non temere per me e riposa. So badare a me stesso.

Infine, si staccò dalla sorella e, dopo averle depositato un bacio sulla fronte, scappò via.

Corse per un tempo che gli parve dilatarsi all’infinito. Le gambe possenti, sotto il peso dell’armatura, si gonfiavano per lo sforzo, mentre i piedi affondavano nel fango vischioso. L’aria s’era fatta irrespirabile tutto ad un tratto e un innaturale odore sulfureo aleggiava in ogni dove sotto forma di bruma gialliccia. Gli alberi parevano spettri, ombre innaturali e impalpabili che correvano intorno a lui, sparendo alle sue spalle. Fruscii e gemiti sibilavano fra le volute di nebbia, trasmutandole in volti dalle orbite vuote e dalle bocche spalancate, oscure e spaventose.

“Dove mi trovo?” si chiese Ade.

L’oscurità era opprimente e scivolava sulla sua armatura bianca come una biscia, ombreggiandogli gli zigomi e gli occhi, che saettavano in ogni direzione.
- Così sei tu colui che il Fato ha designato!

Una voce roca – forse di una vecchia? – fece fremere la caligine, che s’increspò come le onde del mare in burrasca.

Ade si arrestò, puntando i piedi a terra e posando la mano sull’elsa intarsiata della spada.
- Chi è là? – tuonò, pronto ad estrarre l’arma – Mostrati!
- A suo tempo – rispose un’altra voce, simile alla prima, ma diversa nel timbro – noi siamo come te.
- Cosa intendi?
- Siamo... Invisibili!

Il dio si sentì sfiorare un braccio. Sobbalzò e volse il capo, ritrovandosi davanti due occhi ciechi che lo osservavano curiosi, incastonati sopra ad un viso esangue e grinzoso. Fece per sottrarsi a quella presa, ma la forza dell’anziana era sorprendentemente invincibile.
- Lasciami, vecchia! – urlò, cercando di estrarre la spada, invano – Non ostacolarmi!
- Oh ma noi non ti stiamo ostacolando – rispose una terza voce e, questa volta, dalla bruma comparve una figura velata di nero, ricurva in avanti e dai lunghissimi capelli bianchi, simile in tutto e per tutto all’anziana che lo teneva legato a sé – piuttosto, siamo qui per rivelarti il tuo Destino, giacché vuoi unirti ad una figlia dell’Oscurità!
- Il mio Destino? – ripeté, sbalordito.
- Sei forse diventato sordo, Plutone?

Ed eccola, la terza vecchia. Comparve accanto alla gemella, con la quale quasi si confondeva a causa della nebbia che non smetteva di danzare loro intorno.
- Io non sono ricco – rispose, piccato – perché mi hai appellato in quel modo?
- Non lo sei ora – precisò la donna che gli si stringeva contro, sollevando un dito nodoso davanti al volto ghignante – ma lo diventerai.
- Cosa?
- Quando la battaglia contro Crono giungerà al termine e voi dèi avrete vinto, tu rivendicherai il Regno più potente e oscuro, quello che più si confà alla tua Natura di Invisibile e, dunque, di Non-Conosciuto1.

Ade aggrottò le sopracciglia e le ombre s’insinuarono fra le pieghe della sua fronte alta, accentuandone l’espressione esterrefatta.
- Come fate a sapere che saremo io e i miei fratelli a vincere? – chiese con timore – Solo Gea ne è a conoscenza! Chi siete?
- Il mio nome è Atropo – rispose la donna che fino a pochi istanti prima lo teneva avvvinto a sé. Si era staccata con tanta leggerezza, che nemmeno se n’era accorto!
- Il mio nome è Lachesi – rispose la seconda.
- E io sono Cloto – concluse la terza, l’ultima a fare la sua apparizione.
- Le Moire... – sussurrò Ade, incredulo – Credevo che foste solo...
- ...Leggenda? – concluse Lachesi, ridendo gaiamente. Gli occhi bianchi sfavillarono e si riempirono di una miriade di colori, come due pietre d’opale trafitte dal Sole.
- In un certo senso, sì. Perché mi siete comparse? Cosa volete da me?
- Fai davvero tante domande – questa volta, fu una voce d’uomo a risuonare nell’aria che sapeva di zolfo.
- Chi ha parlato? Chi sei?

Ade fece un giro completo su sé stesso e quando tornò a guardare in direzione delle Moire, rimaste perfettamente immobili, vide un ragazzo dal volto pallido, incorniciato da lunghi capelli corvini e lo sguardo talmente nero da provocargli un moto di timore e repulsione.
- Non spaventarlo, fratello – esordì una seconda voce – in fondo, Ade non ancora sa cosa lo attende.

Il tempo di sbattere le ciglia e scacciare la patina lattiginosa che gli aveva adombrato la vista, ed ecco che un altro giovane aveva fatto la sua comparsa. Era simile al primo, ma con la differenza che il volto che pareva non aver mai saggiato la luce del Sole, era cinto da una chioma bionda come il grano.

Un guizzo inaspettato della nebbia e Ade poté notare che quelle due divinità possedevano un paio di ali: nere come il carbone quelle del primo, dorate come l’oro quelle del secondo. A quell’apparizione fugace, strabuzzò gli occhi e capì immediatamente al cospetto di chi si trovasse.
- Thanatos e Hypnos – sussurrò – anche voi qui, con le Moire? Perché? Credevo che non voleste avere nulla a che fare con noi dèi... Voi che abitate l’Oltretomba.
- Infatti – rispose Thanatos, senza sbattere mai le palpebre – ma è con te che, ora, abbiamo a che fare.
- Cosa significa?

La risata gracchiante delle Moire richiamò la sua attenzione su di loro.
- Te l’abbiamo già detto, sciocco! – rispose Atropo.
- Rivendicherai il Regno a te più affine – concluse Cloto.
- Se si tratta del più potente, sappiate che è già destinato a Zeus...
- Non è la Superficie il più potente – lo interruppe Hypnos.
- O il più misterioso – soggiunse Thanatos.

Ade sentì il sangue ghiacciarsi nelle vene. Un sudore freddo gli imperlò la fronte e si ritrovò quasi a boccheggiare, leccandosi le labbra carnose.
- Non chiederò mai il dominio sull’Oltretomba – disse con fermezza – io sono un dio di Luce e...
- ...E vorrai l’Oltretomba – lo interruppe Atropo, comparendo di nuovo al suo fianco.
- Giammai!
- Oh, dunque di Myntha non ti interessa nulla?
- Cosa c’entra Myntha?
- Ella è una Lampade, Ade – rispose Hypnos – e, oggi, ha voluto violare la Superficie.

Ade deglutì e le sue braccia presero a tremare.
- Non le avrete fatto del male...
- Certo che no – disse Cloto – perché avremmo dovuto? In fondo, ci ha condotto dal futuro Signore degli Inferi!

Un vento spaventoso e sibilante si alzò all’improvviso. Scacciò via le bave di nebbia, percosse con violenza gli alberi, schiaffeggiò il volto di Ade con tanta furia, che il dio fu costretto a pararsi con entrambe le braccia. Un ululato spaventoso sovrastò il frastuono di quelle raffiche, insieme alle risate irriverenti e stridenti delle Moire.

Tutto tacque in un frullo d’ali e il vento si placò, restituendo la pace alla notte.

Ade risollevò le palpebre e abbassò le braccia, mettendo a fuoco l’immagine che aveva di fronte. Sotto le fronde dorate della quercia in cui si era casualmente imbattuto quella mattina, la figura nuda di Myntha rifulgeva ai raggi della Luna. Le si avvicinò senza staccare gli occhi dai suoi, da quelle iridi smeraldine e tanto belle, fino a gettarsi ai suoi piedi con commozione.
- Dunque non appartieni al mio Mondo – le disse con voce rotta.

Myntha scosse il capo coronato da fiori di narcisi.
- Nemmeno tu sei destinato a questo Regno – gli rispose e gli tese una mano – vieni con me.
- Dove?
- Nel Sottosuolo. Non senti come ti chiama? Ormai ti ha scelto.
- Io non lo desidero. È te che voglio.

La Lampade sorrise amorevolmente.
- E mi avrai.

Ade indugiò alcuni istanti, ma alla fine le afferrò la mano e si lasciò condurre sulle sponde dell’Averno.

Per un istante – un misero istante – Crono e i suoi fratelli divennero solo un lontano ricordo.

 

 

 

 

 

 

1 qui gioco sul significato di “Ade” (A-(i)des in greco antico). La radice “-id” forma sia l’indicativo presente del verbo greco “orào” sia il perfetto dello stesso “oida”. Al presente, questo verbo si traduce con “io vedo”, mentre al perfetto la traduzione è “io so/conosco” in quanto per gli antichi greci, l’aver visto qualcosa/qualcuno significava conoscerlo.

Spero di essere stata chiara con la spiegazione. Per qualsiasi dubbio, non esitate a chiedere.

 

 

 

 

 

 Note:

1 - Ade viene divorato per primo da Crono, ma non per questo è il primo a nascere. In questa storia ho voluto immaginare che il Titano abbia divorato prima i maschi e poi le femmine.
2 - Quando Myntha lo chiama "Primogenito", ovviamente mi riferisco al fatto che Ade è il primogenito fra i maschi. La prima a nascere è Istie.

   
 
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