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Autore: Amaranthine    20/04/2017    1 recensioni
[Ambientato intorno al 2006]
Elena è affetta da dei disturbi psicologici, ed è stata messa da parte dai genitori che la ritengono un peso troppo difficile da sostenere. Sua sorella minore, Susanna, è la sua unica amica nonché l'unica persona che è disposta a prendersi cura di lei. Susanna però si sente in trappola: oppressa da una così grande responsabilità, ha voglia di vivere e di innamorarsi, pur sapendo che lasciarsi andare non è poi così semplice.
Susanna, tuttavia, troverà uno sfogo nella pittura e un sostegno nell'amica Nadia. Anche la presenza di Corrado, un ragazzo energico e solare che catturerà il suo cuore, si rivelerà decisiva.
Genere: Dark, Drammatico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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RESPIRAMI IN SILENZIO


"Aria, com'è dolce nell'aria
scivolare via
dalla vita mia.
Aria, respirami in silenzio,
non mi dire addio
ma solleva il mondo...."

Aria, Gianna Nannini.



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4

 
Non fu un problema per Elena mascherare alla famiglia le proprie intenzioni. La mattina successiva, dolcemente assolata, aspettò che tutti fossero usciti di casa, poi sgattaiolò fuori anche lei. Durante la nottata aveva rubato un biglietto da venti dal portafoglio della madre, basandosi sulla certezza che Ludovica, piena di cose a cui pensare, non se ne sarebbe accorta.
Aspettò l’autobus, controllò le fermate ignorando gli altri passeggeri, e scese il più lontano possibile sia dall’oreficeria dove lavorava la madre, sia dalla scuola di Susanna, sia dal bar che il padre frequentava ogni mattina. Si trovava in una piazza dal gusto antico, dov’era certa che avrebbe trovato tutto ciò che le serviva. Anche solo passeggiare, tra una pozzanghera e l’altra, assaporando l’atmosfera di quelle casalinghe e delle persone anziane che portavano avanti la monotonia rassicurante della vita di tutti i giorni, il che fece sentire Elena rinata. Era vicina all’essenza della vita come non mai. Sentiva il bisogno di farne parte anche lei, eppure sapeva che era impossibile.
Il Tabacchi era aperto. Pagò le sigarette, le più leggere. Poi fece un giro attorno all’isolato, senza meta, continuando a godersi quella prima mattinata all’aperto dopo tanto tempo.
Dopo poco più di un’ora, capì di annoiarsi. Inoltre cominciava a farsi tardi, e lei doveva assolutamente rientrare in casa prima della sua famiglia. Seduta sull’autobus da sola accanto al finestrino, al primo semaforo riconobbe una macchina nera. Non le sembrava possibile, ma per fortuna lui non poteva vederla. Roberto, che portava ancora addosso il collare, era appena uscito da un negozio. Elena non ricordava quanto quel collare lo rendesse goffo, sembrava quasi la caricatura di se stesso. Però era bello. Molto. E una scintilla di emozione confermò a Elena qualcosa che, in effetti, non aveva mai tentato di celare. Lo amava ancora.

 
*
 
Ludovica sapeva esattamente che le mancavano dei soldi e quanti. Ritenendo impossibile che un misfatto del genere possa essere stato compiuto da Susanna, e impensabile anche che la colpa fosse di Elena che non usciva mai di casa, Ludovica aveva pensato bene di sfogare i propri nervi sul marito. La discussione non terminò quando lei dovette ritornare al lavoro, e anzi Susanna sospettava vivamente che si sarebbe protratta fino a sera.
La pittura, tuttavia, riusciva a distrarla da certi pensieri cupi. Concluse il suo dipinto rendendolo meno oscuro di quanto sembrasse in partenza, e si rese conto dell’enorme differenza tra il suo e quello di Nadia, dove i contrasti erano del tutto errati. Il paesaggio campestre di Nadia, infatti, era diventato un disegnino da quarta elementare.
“Accidenti… Purtroppo tutta la vena artistica della famiglia è andata a lui!” Commentò la ragazza, facendo cenno al fratello.
Il dipinto di Corrado, infatti, aveva meritato numerosi complimenti da parte di tutti. Lui si sforzava di non darsi troppe arie, limitandosi a delle parole modeste e brevi, eppure si vedeva benissimo che strabordasse d’orgoglio.
Pochi minuti prima della fine della lezione quasi tutti i ragazzi, bene o male, avevano concluso la propria opera. Gli insegnanti, a quel punto, annunciarono che prima di Natale ci sarebbe stato un concorso.
“Inutile aggiungere che spero partecipiate tutti.” Ribadì Letizia “Avete tutti alte possibilità di vittoria, quindi non lasciatevi demoralizzare dallo sfacciato talento di Corrado!”
Tutti fecero una risatina. Corrado osservò fiero la tigre e i tigrotti del suo dipinto, ma non disse nulla.
“Comunque già lo sapevo.” Disse Susanna, mentre scendevano le scale. Altri ragazzi li superavano, e dagli uffici qualche adulto curioso lasciava cadere gli occhi su di loro “Il marito di Letizia ne aveva parlato con mia madre.”
Nadia alzò le spalle:
“Si, bè, è così tutti gli anni… E ogni anno indovina chi è il vincitore? Il mio adorato fratellone! Non c’è gusto a partecipare.”
“Ma smettila, persino Letizia ha detto che non dovete lasciarvi demoralizzare dal mio talento.” Rispose Corrado, quasi sottolineando la parola “talento”.
“Infatti nessuno si demoralizza, ci siamo semplicemente stufati di te!”
Corrado alzò il mento come a dire “e io che ci posso fare?”. Poi, squillò il suo cellulare. Nadia era curiosa di sapere chi fosse, ma non appena Corrado rispose “Ehi, amore, stavo giusto per chiamarti.”, emise un sottile verso di disgusto. Susanna la guardò interrogativa.
“La sua ragazza è insopportabile.” spiegò Nadia. “La detesto, è una vipera tutta piena di sé! Adesso che il motore di Corrado è di nuovo apposto, ogni scusa è buona per chiamarlo e chiedergli passaggi! E’ il suo autista personale! Vorrei che uno di questi giorni si prendesse la febbre a quaranta, almeno non potrà più mettere il naso fuori casa!”
Evidentemente Nadia aveva atteso a lungo prima di potersi sfogare, e non si aspettava nemmeno commenti da parte di Susanna. Corrado chiuse la chiamata con un sorrisetto stampato in faccia. Nadia lo guardò torva.
“Che hai?” Chiese Corrado.
“Lo sai benissimo! Ti fai schiavizzare da un serpente a sonagli!”
Corrado sbuffò, rivolgendosi a Susanna:
“Non si direbbe che è mia sorella, vero? E’ incredibilmente gelosa.”
“Io non sono gelosa!” Sbottò lei “Per esempio, se ti mettessi con una ragazza decente come Susanna, io ne sarei solo felice! Ma tu scegli sempre quelle ancora più antipatiche di te.”
“All’amore non si comanda.” Fu la risposta secca di Corrado.
Il battibecco tra i due fratelli continuò anche quando si allontanarono a cavallo dei motorini, lasciando Susanna a riflettere sul fatto che era quasi un’intera giornata che non sentiva altro che discussioni.
La sorpresa maggiore, tuttavia, fu da parte di Elena. Suo padre stava in salotto davanti alla tv, con la porta chiusa, senza quasi accorgersi che la figlia minore era tornata. Elena, invece, appena la sentì entrare, andò verso di lei col cordless in mano e le annunciò che aveva chiamato Nicol.
“E tu cosa le hai detto?” Domandò Susanna, col cuore in gola.
“Che non c’eri.” Detto questo, ritornò nella stanza da letto.
Elena di solito non rispondeva al telefono, e quando lo faceva era solita sbattere la cornetta in faccia a chicchessia, per il semplice motivo che non aveva piacere a parlarci più del necessario. Per di più, mai una volta aveva fatto sapere se fosse squillato il telefono o chi aveva chiamato, mentre adesso le aveva persino consegnato il cordless. Era strano.
Susanna cercò di non pensare a possibili miglioramenti – non poteva più crederci –, ma si chiuse in cucina e, con un po’ di ansia, chiamò Nicol.
“Susy, finalmente! Dove sei stata?” Esclamò Nicol, dall’altra parte del telefono.
“A sbrigare delle commissioni per mia madre.” Rispose, sbrigativa. Non aveva ancora raccontato del corso di pittura alle amiche, e questo non era il momento giusto per farlo.
“Ah ecco, mi pareva… Ma ti rendi conto che per la prima volta tua sorella non mi ha sbattuto il telefono in faccia? Incredibile! Cos’è successo, l’avete riempita di tranquillanti?”
Susanna provò fastidio: “No, Nicol. Dimmi, cosa c’è?”
“Pettegolezzi. Lucia ed Enrico hanno litigato alla grande! A lui piace un’altra, e Lucia è andata in crisi. Lui le ha detto che non le ha mai promesso di mettersi con lei, ma che comunque ci tiene a rimanere suo amico. Ma ti rendi conto?”
Susanna si sentì come se un grosso macigno le fosse cascato addosso. “Ti prego, dimmi che Enrico non si è fissato con mia sorella.” Pensò tra sé.
“Da quanto ho capito è successo qualcosa a casa tua, ma Lucia piangeva e non ha voluto dirmi niente, mentre Enrico non l’ho ancora visto. Però scommetto che tu sai tutto!”
Susanna sospirò, e le spiegò cos’era accaduto il giorno prima. Nicol era tutto un fremito, la situazione la divertiva moltissimo. Proprio non riusciva a capire l’enorme problema in cui Enrico si era cacciato, e che Susanna avrebbe dovuto affrontare. Elena non doveva frequentare nessuno, men che meno lui, che con qualche parola era riuscita a ridurla in un ennesimo stato pietoso.
Per fortuna, erano praticamente nulle le occasioni in cui Elena avrebbe potuto incontrare il ragazzo. Lei non sarebbe uscita, e Enrico non sarebbe mai più salito in casa loro.

Ludovica, al ritorno dal lavoro, decise che non avrebbe continuato la discussione sui soldi. Quel pomeriggio avevano venduto un paio di gioielli davvero costosi, e ciò bastò a calmarla. La serata fu quindi tranquilla. Andrea era già al lavoro, e Ludovica e Susanna andarono presto a letto. Dopo aver controllato la situazione, in pochi minuti Elena si vestì, si sistemò i capelli, si passò in viso un trucco piuttosto scuro e pesante, e infine uscì di casa. Il motore di Susanna era chiuso in garage. Cercando di essere il più silenziosa possibile, ottenne ciò che le serviva e sparì nella notte.
 
Lo stesso si ripeté per molte delle sere successive, ed Elena imparava ad essere sempre più furtiva e discreta. Ogni mattina tutto ritornava al suo posto, e nessuno in casa si era mai accorto che Elena passava le nottate fuori.
La vita notturna cominciava a piacerle molto. La sua unica paura, era che la sorella potesse svegliarsi durante la notte e scoprire che il letto accanto al suo era vuoto, però, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva felice ed eccitata, sempre pronta a buttarsi in nuove esperienze e a sentirsi viva. Gironzolava tra pub e discoteche, tra musica e alcolici, tra incontri casuali e incontri più spinti. Tutto le sembrava un gioco, e si convinse che era proprio questo ciò che cercava. Le rare volte in cui doveva costringersi a passare la notte in casa (per esempio, quando qualcuno della famiglia decideva di restare alzato fino a tardi), era come se lei non esistesse affatto, e un interno giorno di vita fosse eliminato per sempre.
Susanna era molto preoccupata. Glielo si leggeva negli occhi castani ogni volta che si posavano sul corpo della sorella, ogni volta che fissavano il vuoto, ogni volta che cercavano di studiare. Lei ed Elena non avevano più il rapporto di un tempo, e ciò provocava a Susanna un misto tra paura per  ciò che le stava capitando, e gelosia per la confidenza perduta. Elena, infatti, aveva smesso di confidarsi con lei, e di accucciarsi nel suo letto per trovare conforto. A conti fatti, Susanna cominciò a temere che, per qualche motivo, la sorella avesse imparato ad odiarla. Formulò quindi un milione di congetture, tra le quali si chiese se per caso se sua madre avesse avuto ragione a dire che aveva fatto male a cullarla per tutto quel tempo, ma era difficile ammettere che tutta la sua fatica fosse andata doppiamente sprecata.
 
*

Ormai novembre era al termine. La pagella scolastica e il concorso di pittura erano alle porte, ma Susanna possedeva ancora meno forza di prima per portarsi avanti nello studio. A scuola, durante un’ora di supplenza, la sua compagna di banco, Federica, le aveva chiesto il permesso di ripeterle la lezione di scienze. Susanna non ascoltava una parola, ma ogni tanto annuiva col capo. Sulla superficie del loro banco, coperti da quaderni e portapenne, erano appuntate diverse parole chiave di diverse materie, tra cui qualche formula matematica, delle faccine sorridenti e altre che piangevano per la noia. Poi, dalla parte di Federica, il nome del ragazzo che tanto le piaceva era marcato e sottolineato più volte, come se ciò potesse avvicinarlo a lei: in realtà, era solo un’occasione in più data ai suoi compagni per ironizzare sul suo probabile futuro da eterna single.
Poco più in là, alcuni compagni di classe stavano confabulando qualcosa con espressioni incerte. Uno di loro, Nuccio, toccò la spalla di Susanna come per chiamarla. La ragazza si voltò, mentre il gruppetto osservava curioso.
“Senti, ma tu hai una sorella, vero?” Disse Nuccio.
Susanna trattenne in fiato.
“Sì.”
“E’ alta, coi capelli corti e scuri, praticamente identica a te?”
Susanna temette il peggio. Immaginò le scene più orrende e catastrofiche a cui riuscì a pensare, senza però saper scegliere quale tra le tante fosse la più sopportabile.
Nuccio scambiò un’occhiata divertita col gruppetto.
“Perché mi hai fatto queste domande?” Domandò Susanna impaziente.
“Perché Rosario l’ha vista l’altra sera in un locale, e l’aveva scambiata per te. Saro, raccontaglielo tu.”
E mentre Rosario, due volte ripetente, raccontava di questa ragazza trasgressiva, tanto simile a lei, che si dimenava attorno ad un palo lucido sulla pista da ballo e poi scompariva seguita da più di due uomini, Susanna non poteva fare altro che ripetersi “Non è lei. Si sta sbagliando. Mia sorella non esce mai di casa. Non è lei”. Il resto della classe ascoltò la storia e tutti ne risero. Susanna si sentì come accerchiata da un branco di leoni. Per alleggerire la tensione, scoppiò anche lei in una risata gutturale, e disse che sicuramente si era sbagliato, perché sua sorella si trovava in Puglia da una zia, ed era quindi impossibile che l’avesse vista.
Finsero di crederle. L’ora di supplenza terminò, e iniziò quella di scienze. I ragazzi tornarono a prendere posto.
“Che peccato che non c’ha creduto, sarebbe stato divertente vederla disperare.”
“Ma chi se ne frega di lei e della sorella che sta in Puglia!”
Susanna sentì questi commenti distanti, come se invece li avessero rivolti a lei. “Quindi volevano solo prendermi in giro.” Pensò “Per fortuna non ci sono cascata”. E, rallegrata, ignorando la perfidia dei compagni, cancellò all’istante dalla propria mente tutto ciò che aveva sentito e che poteva essere ricondotto a Elena.
 
*
 
Lucia piangeva, col fazzoletto tra le mani e una ciocca di capelli castani che le ricadeva fino al naso.
“Ti prego, riprenditi.” Le sussurrò Nicol, battendole una mano sulla schiena, col tono di una che la vuole mettere in riga.
“Lucia, ascoltami, Enrico era solo un demente.” aggiunse Marcella, senza pietà “Insomma, uno che ti lascia per una psicopatica come quella…Scusa, Susy, ma è la verità.”
Per la prima volta dopo tanto tempo, le quattro amiche si ritrovavano a casa di una di loro, in questo caso Lucia, per un pomeriggio a base di film strappalacrime e consigli. Il film in questione, però, aveva dato da pensare alla padrona di casa alla sua recente delusione d’amore, perciò l’attenzione si era subito spostata su di lei e il bastardo di turno.
Susanna condivideva appieno i commenti aspri delle amiche su Enrico, e per una volta non considerò l’accenno negativo a Elena. Stare lì con loro, di nuovo, era troppo piacevole per rovinare la serata.
La cameretta di Lucia era esattamente come l’aveva vista l’ultima volta: tutta tappezzata di rosa shocking, il letto ad una piazza e mezzo che accoglieva tutte e quattro, i pupazzetti di peluche sparsi in ogni angolo inutilizzato. Poi, ai muri, il vecchio orologio di Barbie e i poster dei Blue. Solo nella scrivania c’era stato un cambiamento, l’aggiunta del computer nuovo.
“Lo so ma è così mortificante!” Esclamò Lucia, con occhi da cucciolo abbandonato.
“E’ mortificante se continui ancora a piangere!” disse Nicol “Ormai è passato un secolo, perché ci pensi ancora?”
Lucia non rispose, ma si asciugò le lacrime e si rivolse a Susanna.
“Susy, lo so che te l’avevo già chiesto, ma sai se Enrico ha incontrato tua sorella di recente?”
Susanna divenne color cremisi, prima di affermare che Elena non usciva di casa da settimane, e che quindi è impossibile che si siano visti.
“Ecco! Mi ha lasciato per una che nemmeno vede mai! Ed è pure più grande di lui!” Esclamò Lucia, senza far caso all’imbarazzo generale.
“Certo che parlare con te è come parlare col canarino di mia nonna!” Sospirò Marcella, acida.
Lucia esplose: “Senti, solo perché tu hai trovato Mister Ragazzo Perfetto, non significa che tutte le altre ragazze del mondo non abbiano diritto di piangere e lamentarsi quanto vogliono!”
Marcella sogghignò voltandosi dal lato opposto. Poi si girò di scatto, colpita da una grandiosa idea.
“Vuoi uscire con noi, sabato? Ti presentiamo un ragazzo, così tra un mesetto avrai un altro idiota per cui piangere.”
Nicol e Susanna sbuffarono a ridere, ma Lucia sospirò nervosa:
“Con questa bella prospettiva? No, grazie! Preferisco disperarmi per uno soltanto.”
Marcella sorrise ancora:
“Eddai, stavo solo scherzando… E poi, io non ti presenterei mai qualcuno che non sia degno di te.”
Questa volta sembrava sincera. Dopo alcune resistenze, Lucia si disse entusiasta. Riempì Marcella di domande, ma lei rispose solo che le avrebbe presentato un bravo ragazzo e anche molto carino. Enrico non era molto carino, quindi Lucia si ritenne già soddisfatta.
Discussero su come avrebbero passato quel sabato. A parte Lucia e Marcella, anche Nicol aveva appuntamento col suo ragazzo Seby, e solo Susanna sarebbe rimasta da sola.
“Se vuoi puoi venire anche tu con noi, Susy.” disse Marcella, dispiaciuta “Potremmo presentare qualcuno anche a te.”
Susanna scosse la testa, e rispose che non aveva alcuna voglia di conoscere ragazzi, perché quelli che le avevano presentato Nicol e Lucia le erano bastati. Era già sera, e di lì a cinque minuti dovette proprio ritornare a casa. Elena era rimasta sola troppo tempo.
 
*
 
Quella notte fu difficile evadere da casa, perché Susanna si comportava in modo davvero strano. Era nervosa e irrequieta, quasi non volesse addormentarsi, e si voltava sempre dalla parte di Elena per accertarsi che fosse ancora lì. Ad un certo punto Elena fu certa di averla sentita piangere, ma non era dell’umore adatto a consolarla. Non aveva voglia di confidenze e abbracci, i suoi obiettivi adesso erano altri.
Finalmente, quando ormai era l’una passata, il respiro di Susanna si fece regolare e tranquillo, segno che si era addormentata. Con la massima cautela, e tutta la gioia possibile, Elena schizzò fuori di casa e, a cavallo della Vespa grigia, raggiunse il locale notturno in cui sentiva d’aver trovato la libertà. Il posto si trovava lungo una vecchia strada di fronte al mare. Il proprietario, Michele Bordoni, un bell’uomo di mezz’età con un senso dell’umorismo tutto suo, aveva giocato con la vicinanza del mare e la sua umidità, per chiamare il locale “Le Correnti Calde”, in modo che preannunciasse agli avventori che nel suo locale avrebbero paradossalmente trovato tutto il calore che cercano.
Musiche techno, fari che movendosi illuminavano di rosso e blu la sala dove delle ragazze attraenti, sicuramente straniere, ballavano quasi completamente nude sopra piccoli rialzi. Dalle poltroncine e dai tavoli, diversi uomini e qualche donna trascorrevano piacevolmente la nottata bevendo e chiacchierando.
La prima volta che Elena vi era entrata si era sentita confusa e stordita; adesso era di casa, e ogni tanto si divertiva ad occupare uno di quei rialzi e a muoversi sensuale di fronte a tutti, come massima realizzazione del vivere. Quella sera però non ne aveva voglia, quindi si sedette al bancone semivuoto aspettando che qualche bellimbusto si facesse avanti per rimorchiarla. Salutò sfacciatamente la barista ordinando le noccioline. Quella neanche la guardò, ma riempì un piattino e glielo porse al limite della maleducazione. “Poveretta” pensò Elena, ironica “Non ha ancora digerito che il suo ex è venuto con me”.
Cambiò la musica e cambiò la danza. Elena mosse leggermente il corpo, aspettando con ansia qualche corteggiatore. Poi, una mano adulta e liscia si poggiò sulla sua spalla.
“Elenuccia, tesoro!”
“Ciao Mick.” Disse Elena, con un sorriso sincero.
Bordoni si sedette accanto a lei, ordinando alla barista uno scotch. La ragazza provvide ad accontentarlo più rapida che potesse. Intanto, Elena lo guardava ammirata, vedendo nella sua calvizie imminente tutte le migliori qualità del mondo. Non sapeva molto di lui, a parte che avesse avuto diverse mogli e che vivesse per quel locale, però Elena adorava ricevere le sue attenzioni, e la eccitava il fascino proibito che lui emanava.
“Come siamo carine stasera.” Disse la sua voce profonda, poggiando la mano sulla coscia della ragazza.
Elena lo guardò di lato, accennando un sorriso.
“Ti ringrazio.” rispose “Mi domando se stasera incontrerò qualche tipo interessante.”
Bordoni assaggiò il suo scotch, poi fissò Elena negli occhi.
“A me sembra che in questo non vieni mai delusa.”
“No, fin’ora no.”
L’uomo si fece più vicino, e le mormorò a un centimetro dal viso:
“Peccato che tutti quelli con cui ti vedo sparire di sopra non siano proprio alla tua altezza.”
Elena, voltandosi debolmente, gli chiese cosa intendesse dire. Bordoni non aveva mai nascosto quanto la trovasse attraente, ma era la prima volta che ci provava così esplicito. Elena ne era lusingata, ma temeva di commettere qualche errore.
Vedendo parecchia tensione in lei, l’uomo si distaccò e le schiaffeggiò affettuosamente la coscia. La barista osservava la scena senza reprimere il ribrezzo.
“Dico solo che ti concedi con troppa leggerezza, ragazza mia.” Disse Bordoni “Dovresti puntare a uomini socialmente migliori, o magari sceglierti il tuo amante del cuore…”
Elena masticò l’ultima nocciolina, mentre il suo cervello macchinava furiosamente. Bordoni attendeva curioso una risposta, ma la ragazza fu tolta dall’impiccio dall’intrusione di un giovane uomo vestito di tutto punto, che salutò Bordoni calorosamente. Si scambiarono qualche parola e alcuni complimenti, poi Bordoni presentò Elena all’amico, aggiungendo: “Non è una bellissima ragazza?”
L’amico e Elena si scambiarono un cenno di saluto.
“Sì, molto.” ammise lui, senza indugio. “Però mi sembra di averla già vista. Hai detto che si chiama Elena?”>
Ora che aveva alzato la questione, anche Elena riconobbe in lui qualcuno. Osservò bene il viso ovale e il corpo robusto coperto dalla giacca, e in pochi attimi capì di avere davanti uno dei nuotatori del Gruppo Oreste, la squadra di pallanuoto dove giocava Roberto. Elena aveva assistito molte volte ai loro allenamenti, ma poi un giorno Roberto le aveva impedito di venire a vederlo, geloso di sapere che i suoi occhi non si sarebbero posati su di lui soltanto.
“Lo conosci, Elenuccia?” Le domandò Bordoni.
Elena annuì senza entusiasmo: “Sì, ti chiami Lorenzo e giochi nella squadra del mio ex.”
“Ma certo!” esclamò Lorenzo improvvisamente “Sì, mi ricordo, eri la ragazza di Roberto. Lo sai che ha avuto il collare? Adesso l’ha tolto, ma non ha mai voluto spiegarci cosa gli fosse capitato. E ho conosciuto Ilaria, è davvero molto…” Ma s’interruppe, intuendo che l’argomento le avrebbe recato un dispiacere.
“E voi come vi conoscete?” Domandò Elena, per cambiare argomento.
Un cameriere si avvicinò a Bordoni per metterlo al corrente di qualche problema che richiedeva la sua presenza, così, mentre si allontanava, fu Lorenzo a rispondere che Michele era un vecchio amico di famiglia. Si controllò alle spalle, poi si sedette al posto lasciato libero accanto a Elena.
“Senti, non so quanto ti faccia piacere saperlo.>> iniziò col dire, con una smorfia strana “Ma sono venuto qui con Roberto e un nostro amico. Te lo dico perché immagino che trovartelo davanti all’improvviso sarebbe decisamente peggio.”
Elena si stupì di tanta premura, ma finse indifferenza.
“A me non interessa proprio niente di lui.” Rispose.
“Io ti ho avvisato.”
Lorenzo si allontanò e raggiunse gli amici. Intanto, malgrado la finzione, il cuore di Elena batteva stonato, e una folle ondata di desiderio rischiava di farla precipitare nel baratro umiliante dell’amore non corrisposto, malgrado fosse l’unica cosa sincera che avrebbe voluto portare avanti nella sua vita.
 
Eccolo lì Roberto, ed ecco smascherato al mondo quanto falso e ipocrita fosse l’amore nei confronti di Ilaria. Perché un uomo davvero innamorato, non si lascerebbe incantare dalle attraenti ballerine straniere che gli sbattono il fondoschiena in faccia. Elena osserva la scena, lui che accarezza le gambe morbide e lisce della cubista, per poi voltarsi verso i suoi compari e sganciare qualche battuta volgare. “Evidentemente Lorenzo non gli ha ancora detto di me, o magari l’ha fatto e adesso mi sta solo ignorando” Pensava Elena. “Ma non importa. Voglio farlo cascare ai miei piedi, e voglio sentirmi dire che mi desidera ancora. Lo devo fare stasera, lo so che è l’occasione adatta”.
“Hai messo gli occhi su qualcuno?” Le domandò Bordoni all’orecchio, mentre lei era ancora intenta a guardare Roberto e i suoi amici.
“Più o meno.” Rispose. Poi ci ripensò, e decise di confidare all’uomo che lì in fondo c’era il suo ex, e che aveva intenzione provocarlo un po’.
“Non è il peggiore che ho visto, ma neanche lui rientra nei canoni dell’uomo adatto a te.” Commentò Bordoni, dopo aver visto Roberto toccarsi vistosamente un punto erogeno. “Forse c’è un certo qualcosa che ti offusca la vista, tesoro.”
Elena calò gli occhi al pavimento: “Tu dici?”
“Sì, secondo me è così. Ma non preoccuparti, continua a fare quello che ti senti. Gli istinti sono la parte migliore della vita. Lo sai, vero?”
Elena ricambiò il sorriso complice dell’uomo, chiara risposta che entrambi ravvisavano gli istinti allo stesso modo. Poi Bordoni l’abbracciò lateralmente come una figlia e, pieno d’orgoglio, esclamò: “Siamo così simili noi due. E’ stata la mia prima impressione, e il mio intuito non sbaglia mai.”
Un attimo dopo si allontanò e la lasciò sola al suo angolo, pronta ad entrare in azione. Elena sarebbe davvero potuta essere la donna adatta a lui, o la sua figlia prediletta.
 
Confrontandosi ai corpi formosi e caldi delle cubiste, e ai loro completi intimi che poco lasciavano all’immaginazione, Elena sentiva di essere in completo svantaggio nella conquista di un uomo che, tra l’altro, non voleva vederla. Si avvicinò alla preda ancheggiando lentamente, facendosi largo tra molti uomini eccitati che le dedicavano i loro migliori appezzamenti verbali. Elena li ignorò, e prima di quanto volesse si ritrovò a pochi centimetri da Roberto. Lorenzo fu il primo a notarla, e all’amico fece segno di voltarsi. Con fatica, tolse lo sguardo dal fondoschiena della cubista per rivolgerlo alla ragazza in minigonna al suo fianco. Nella confusione delle ombre e dei colori fugaci, Roberto stava per provarci anche con lei quando i suoi orecchini pendenti gli riportarono alla memoria qualcosa, e finalmente la riconobbe per Elena. Fece un mezzo passo indietro, poi s’irrigidì e divenne severo.
“Cosa vuoi?” Sbottò all’istante.
“Voglio solo che i miei clienti, e cioè voi, si sentano a loro agio.” Rispose Elena, con finta ingenuità.
La fronte di Roberto si strinse, e comparve quella fossetta centrale che ad Elena piaceva tanto.
“Tu lavori qui? Sul serio? Oddio, non ci posso credere, ragazzi!”
I due amici sghignazzarono appena.
“E’ un posto divertente, e poi il proprietario è diventato mio amico.”
“Immagino che genere di amico…” Mormorò Roberto.
Elena continuò:
“Tu, piuttosto. Ilaria lo sa che sei venuto qui?”
Roberto la scrutò indeciso.
“Ilaria è a casa.”
“Questo l’avevo intuito. Ma vedo che riesci lo stesso ad ingannare il tempo.”
“Roberto, io e Luigi ci allontaniamo” disse all’improvviso Lorenzo “Appena avete finito di parlare, ci raggiungi.”
“Ma siete scemi? Io non ci voglio parlare con questa.” Esclamò Roberto, tentando di richiamarli.
Non sentì bene la risposta degli amici, ma suonava molto come “Risolvitela da solo.”
Lorenzo e Luigi girarono i tacchi verso un’altra delle attraenti cubiste, e Roberto rimase impalato di fronte a Elena. Era molto carina quella sera, lo era sempre stata. Lottando contro i suoi istinti, promise a se stesso che non si sarebbe lasciato incantare da lei, una strega. Ma poi Elena gli venne vicino come un gatto che fa le fusa, avvicinò le labbra alle sue e le morse delicatamente, senza che lui riuscisse a muovere un muscolo. Lo fissò negli occhi, poi strisciò verso il suo orecchio e gli sussurrò: “Stasera offre la casa.”
Le parole gli attraversarono il timpano come se fossero state gridate, e il leggero contatto del corpo di Elena col suo gli provocò dei brividi inaspettati. Ma voleva salvarsi. Con uno spintone, allontanò la ragazza da sé.
“Adesso basta. Io non tornerò mai più con te, lo sai, te l’ho già detto quella sera. Io amo Ilaria. Devi scordarti di me, hai capito?”
“Sei tu che non hai capito.” Rispose lei, tranquilla. “Io non voglio tornare con te. E tu non ami Ilaria, risparmiami fesserie del genere. Probabilmente la stai solo usando.”
“Probabilmente è una compagna migliore di te.”
Colpo basso. Elena annaspò, e la sua sicurezza quasi rischiò di lasciare il posto al panico. A testa bassa, chiese a Roberto di andare “per favore” con lei in un punto più tranquillo e silenzioso. Roberto puntò gli occhi al cielo.
“Ma mi hai sentito poco fa? Io non ti voglio! Non otterrai un bel niente da me! Vai a strusciarti da qualcun altro, magari dal puttaniere che gestisce questo posto. Sono sicuro che lui non ti dirà di no.”
Il rifiuto di Roberto era categorico, glielo si leggeva nella faccia olivastra e aggressiva che esprimeva tutto il suo disgusto. In quell’istante, partì una vecchia canzone ritmata, una di quelle che avevano ballato insieme e che si era annidata nel loro cuore come detentrice dei ricordi più cari. Ciò che era rimasto della momentanea sicurezza di Elena svanì di colpo. Mentre Roberto si voltava per raggiungere gli amici poco più avanti, lei non ebbe né il coraggio, né la forza per fermarlo. Ignorando coloro che si erano accorti del suo pianto, Elena si rifugiò nei bagni e rimase lì a lungo, incapace di fare altro.
 
Non trovandola in giro, Bordoni chiese ad alcune persone di una ragazza coi capelli neri e con addosso una magliettina viola, finché qualcuno lo informò d’averla vista correre piangendo verso i bagni. Allora si fiondò a bussare alla porta delle donne, sapendo che sarebbe stato sconveniente anche per lui intrufolarsi là dentro. La musica copriva appena la sua voce, mentre gridava:
 “Elena? Sei qui dentro? Aprimi per favore!”,
Poco dopo la porta si aprì. Elena aveva asciugato le sue lacrime e risistemato il trucco, eppure appariva ugualmente molto afflitta.
“E’ successo qualcosa?” Domandò Elena, disinvolta.
“Dovrei chiedertelo io, ti pare?” Rispose l’uomo. Vedendo che, almeno in apparenza, la ragazza si era ripresa. Lui si calmò a sua volta.
Per evitare di attirare la curiosità degli altri clienti che dovevano entrare nei bagni, Bordoni propose a Elena di andare a parlare nella sua stanza. Questa, era una specie di piccolo ufficio, con una scrivania al centro, una libreria piena di conti e portacenere, e un divano di pelle rosso scuro. Elena si accomodò sul divano senza aspettare che lui la invitasse.
“Allora, mi vuoi dire cosa ti è successo? Hai litigato col tuo ex?” Chiese Bordoni, accendendosi una sigaretta. Ne offrì una a Elena, che la colse al volo. Bordoni l’aiutò ad accenderla.
“Sì.”
“Ti ha trattata male?”
Elena ispirò, poi rigettò il fumo.
“Sì.”
Bordoni irrigidì le mascelle e il suo sguardo si fece teso. Elena lo notò e, preoccupata, cercò di calmarlo.
“Forse è stata colpa mia, dovevo semplicemente lasciarlo perdere e ignorarlo. Ma sono stata una stupida, avevi ragione tu, c’è qualcosa che mi offusca la vista.” Abbassò lo sguardo.
“Non affibbiarti colpe ridicole, tesoro. Tu non c’entri nulla.”
Non aggiunse altro, e si precipitò fuori dalla stanza, sbattendo quasi la porta. Elena rimase a sedere stordita. Non pensò a nulla, si sdraiò sul divano e chiuse gli occhi.
 
Lorenzo e i suoi amici sedevano ora al bancone. Bordoni venne loro incontro, e il suo sguardo era così truce che Lorenzo lasciò morire il sorriso sulle labbra, per assistere impotente al vecchio amico che portava via Roberto dalla sedia tirandolo per il colletto. Luigi si mosse di botto per intervenire in suo aiuto, ma Lorenzo lo tenne fermo, lasciandogli intendere che loro non dovevano immischiarsi.
Roberto si dimenava e aveva alzato la voce, ma il proprietario non lo mollò finché non furono all’uscita posteriore, una specie di vicolo cielo che emanava un vago olezzo di urina e un forte senso di sporcizia.
“Ma che cosa vuole? E’ pazzo?” Sbottò Roberto, i capelli corti scombinati.
Bordoni non gli intimò di abbassare la voce perché tanto nessuno li avrebbe sentiti, ma non appena Roberto alzò insulti e minacce, lui per tutta risposta lo colpì in faccia. Il giovane traballò toccandosi la mascella, poi alzò lo sguardo e gli venne addosso con quanta forza avesse in corpo. Ci fu una breve lotta, che si concluse con un calcio fuori programma nelle parti intime di Roberto, che crollò a terra quasi privo di sensi.
“Se ti stai chiedendo perché l’ho fatto, te lo spiego subito.” Enunciò Bordoni, tranquillo, guardandolo appallottolato col chiaro di luna “Conosco Elena, e so che è una brava ragazza. E’ molto sensibile, e io non voglio vederla piangere. Cerca di riprenderti, e vedi di andartene.”
Roberto rimase da solo lì per terra. Non conosceva più né dolore, né umiliazione, ma sentiva come un brontolio allo stomaco che sa di senso di colpa, e una vocina dentro il cuore che gli mormorava: “In fondo, te lo sei meritato”.
 
La lunga nottata ebbe finalmente una fine. Se anche avesse voluto, Roberto non avrebbe avuto bisogno di raccontare agli amici nulla di ciò che era appena successo, perché loro avevano l’aria di sapere già tutto o di averlo intuito. Si scambiarono poche parole, ma tutti e tre altro non volevano che fare ritorno a casa. Lo stesso era per Elena. Aveva dormito abbastanza nell’ufficio di Bordoni, e al suo risveglio si era accorta di quanto fosse tardi. Dopo avere salutato lui con un abbraccio affettuoso, si diresse verso il piccolo parcheggio, dove tirò fuori il motorino. In quel mentre, vide poco distante Roberto salire in macchina coi suoi compagni. Da come teneva curva la schiena, sembrava fosse molto stanco. Elena fu quasi certa che anche lui l’avesse vista, ma non gli diede la soddisfazione di mostrarsi interessata. Ognuno aveva preso la sua strada.



 
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