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Autore: Yusaki    20/04/2017    0 recensioni
"Terzo era un ragazzo di 19 anni, nato in primavera, allampanato e con la carnagione leggermente brunita di chi ama stare all'aria aperta. Il suo nome avrebbe anche potuto avere un senso, se non fosse che Terzo era sempre stato figlio unico."
Sono ormai mille anni che i Cavalieri Templari vagano alla ricerca del Santo Graal, un potente oggetto che contiene il "segreto" per salvare la Terra. Peccato che questo segreto sia stato letteralmente mangiato da un bambino... ma cosa dico? Questo è successo molto tempo fa, quando ancora la non-famosa Base 15 non era controllata da un dispotico ragazzino, quando ancora i Men in Black non consegnavano le pizze in bicicletta, e quando ancora l'Uomo Falena e il suo amico non avevano scelto per salvare il mondo lo sfortunato, improbabile, Terzo Otto.
Una storia che parla di complotti, distruzione, avanzate tecnologie che fanno le fusa... ma non di mostri, i mostri non esistono. Gli alieni invece sì, e portano ciabatte di peluche.
Genere: Avventura, Comico, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Stavolta ho tardato di un giorno! Spero potrete perdonarmi, a volte i viaggi nello spazio possono rivelarsi piuttosto complicati. Intanto, per cominciare, un super ringraziamento a Destyno che ha recensito anche lo scorso capitolo! :)
E ora... buona lettura!


Capitolo 8: Il fan

 

Terzo non aveva mai visto delle torri di computer come quelle. Gli ricordavano lo Ius... come si chiamava? Insomma la macchina che aveva visto per un istante nella stanza del Veto, la macchina contro cui si era schiantato.

Le torri dietro cui era nascosto ora erano ben più piccole, ma avevano le stesse spaccature e emanavano quella morbida luce azzurrina. Ora che era così vicino a loro poteva percepire da loro un suono che assomigliava a quello delle fusa di un gatto.

Lui e Yume invece non emettevano alcun rumore. Immobili, quasi senza osare respirare, ascoltavano le voci agitate dei Nordici che si guardavano attorno, cercandoli con lo sguardo nella grande stanze circolare.

«Ma secondo me erano solo un paio di grigi scappati dal laboratorio...», disse uno dei nordici, con voce seccata.

«Da quando in qua i grigi hanno i capelli?» ribatté un altro. Terzo, che vedeva attraverso uno spiraglio tra le torri, vide i venti nordici guardarsi tra loro con aria impassibile. Erano praticamente impossibili da distinguere, soprattutto per occhi non allenati.

«Qualche volta deturpano le scope per usarle come parrucche», aggiunse un altro dei nordici.

«Oh», il primo alieno ad aver parlato socchiuse appena le palpebre, ma nessun altro muscolo del suo volto si mosse.

Rimasero per un po' lì, apparentemente senza alcuna voglia di mettersi a cercare più a fondo. Terzo avrebbe detto che erano persi nei loro pensieri, già, simpatiche statue bionde che fissavano il vuoto in quella maniera inquietante tipica di alcuni gatti. Ancora una volta il ragazzo terrestre avrebbe riso, se solo non fosse stato tanto terrorizzato.

«Guardate», disse all'improvviso uno di loro, indicando il buio spazio, che si intravedeva attraverso i vetri, presenti anche in quella parte di nave. Tutti si voltarono, il silenzio sorpreso che seguì avrebbe fatto chiedere a Terzo cosa diamine avessero visto, ma non aveva tempo per le loro stranezze (anche se gli parve di udire un: “C'è una macchia. Chi è stato l'ultimo a pulire?!”), ne approfittò invece per tirare piano Yume per una manica, facendole segno di rimanere in silenzio mentre scivolavano dietro le altre torri, che subito presero a fare le fusa.

Il pannello sul muro era ciò a cui Terzo puntava. Un'altra porta, che poteva portarli alla mort... cioè, a un'altra stanza, magari meno densa di Nordici.

Gettò ancora un'occhiata ai loro “nemici”, poi si gettò letteralmente sul pannello stampandoci sopra le sue dita, premendo freneticamente per cercare di aprire quella porta. Un barlume rosso e derisorio baluginò però verso di lui, irradiandosi presto in grande, sempre più in grande, fino a che tutta la stanza non fu tinta di quel colore e, con un acuto fischio, il pannello comunicò: «Password sbagliata per 5 volte!» e un istante dopo: «Ahahah!» e di nuovo: «Scherzavo. Piantatela di sbagliare password, è la stessa da 20 anni!»

Mentre i messaggi si susseguivano sotto gli occhi di uno sbigottito Terzo, i nordici si erano voltati, messi in guardia dal fischio e dall'improvviso cambio di luce, ma nello stesso momento un'altra luce aveva percorso la parete delineando una porta. Un uomo varcò l'apertura, un uomo biondo come tutti gli altri sulla nave ma vestito in modo leggermente diverso.

La tunica che portava, seppur bianca, era priva di maniche e lasciava intravedere braccia piene di misteriosi tatuaggi. Al collo portava un vistoso monile di un pallido color oro, con incastonata una splendida pietra di un blu così intenso da far male agli occhi, e due bracciali simili stringevano i suoi avambracci.

«La smettete di fare casino? La parola d'ordine è ILLUMINATI, quante volte devo dirvelo?» sbottò il ragazzo, con aria scontenta.

A Terzo mai mancò Mothman come in quel momento. Lui avrebbe preso in mano la situazione, con la sua forza avrebbe facilmente potuto bloccare il ragazzino nordico e tenerlo in ostaggio, per poi volare via con tutti loro verso la salvezza. Be', Terzo non poteva volare, ma si ritrovò comunque ad afferrare il ragazzo per un polso per poi stringergli la gola con un braccio.

«Fermi!» ordinò Terzo, la voce stranamente ferma. I Nordici erano come ghiacciati sul posto, tutti quegli occhi freddi e azzurri puntati su di lui. «Fermi, se non volete che faccia del male a questo ragazzo!»

Il ragazzo nordico emise un'esclamazione soffocata.

«Non intervenite», riuscì a dire. «Non intervenite assolutamente!».

«Bravi, ascoltatelo», incoraggiò Terzo, cercando di mantenere un tono da duro. «Ora noi oltrepasseremo questa porta e ce ne andremo di qui. Voi non vi muoverete di un passo, intesi? Se provate a seguirci io lo sgozzo».

I nordici, con un movimento perfettamente coordinato, inclinarono tutti al contempo i loro bei visi impassibili in quella che poteva essere un'espressione di perplessità. Terzo, resosi conto di non avere un coltello cominciò a sudare freddo.

«Emh, intendevo... lo strozzo», si corresse, stringendo appena la presa sul collo del ragazzo.

I nordici tirarono su i bei capi e annuirono, comprensivi, facendo un passo indietro. Immaginando che quello fosse un segnale di via libera Terzo indicò con un cenno a Yume la porta ancora aperta; Yume si alzò subito, un po' malferma sulle gambe, e sgattaiolò attraverso l'apertura seguita d'appresso da Terzo, che trascinò con sé il loro ostaggio.

«Come si chiude la porta?» domandò in un sussurro Terzo, una volta che furono passati.

«Dovrebbe chiudersi da sola» rispose l'ostaggio, con voce un po' soffocata. Terzo allentò appena la presa, per precauzione (non voleva certo farlo fuori per davvero!) e rimase a fissare i Nordici e la sala al di là dell'apertura...

… per un paio di lunghi minuti...

«È difettosa», si giustificò l'ostaggio in risposta all'occhiata assassina di Terzo.

Yume per una volta prese l'iniziativa e batté le piccole manine sul pannello. Con un nuovo piccolo lampo di luce la parete tornò liscia e uniforme.

Terzo mollò immediatamente la presa sull'ostaggio, e cadde a terra sul proprio sedere, con un lamento.

«Dio, ce l'abbiamo fatta!» esclamò con voce tremante. L'adrenalina lo stava rapidamente abbandonando, lasciandolo debole come un pulcino. Il sudore gli si stava freddando addosso in modo sgradevole, ma pur così conciato trovò la forza di guardare verso Yume, la povera piccola Yume che chissà quanto si era spaventata.

Yume si era seduta accanto a lui, lo fissava con i suoi grandi occhi scuri sgranati come quelli di un piccolo gufo. La sacerdotessa però non era l'unica a osservarlo insistentemente.

Con un sospiro Terzo si volse verso il loro ostaggio, rimasto immobile dove lo aveva lasciato, ma che ricambiò immediatamente la sua attenzione. Oh, no, non si sentiva in forze per lottare, ma il giovane nordico era più basso di lui e non sembrava particolarmente muscoloso. Forse sarebbe riuscito a stenderlo almeno per un pochino, giusto il tempo di mettere in salvo Yume.

Di nuovo gli mancò Mothman.

“Sto diventando Augustus” si ritrovò a pensare, raccogliendo le forze per reagire mentre il nordico si avvicinava.

“L'ostaggio” si chinò repentinamente su di lui, troppo rapido perché Terzo potesse far altro che stringere una mano a pugno, per un colpo che sarebbe arrivato tardi, troppo tardi; ma doveva provarci lo stesso, doveva centrare quegli occhi che lo fissavano spalancati come quelli di Yume.

«Non osare muoverti!» lo minacciò Terzo, cercando di nuovo di tirar fuori la sua migliore voce da duro.

«E chi vuole muoversi?» gli occhi del ragazzo scintillavano. «Da qui posso vederti così bene, così bene! Oooh, ma guarda le tue ciglia scure, le tue labbra screpolate, il sudore puzzolente sulla tua fronte!!! Tu... » il ragazzo Nordico si sporse verso di lui, così tanto che i loro nasi si toccarono. «Tu sei...»

Gli piantò entrambe le mani sulle faccia, in due sonori ma amichevoli schiaffi.

«SEI UN ESSERE UMANO!!!».

Terzo non sapeva come reagire. “Un altro pazzo” fu l'unica cosa che riuscì a pensare, prima che un sandalo di Yume raggiungesse in testa il suo aggressore.

Il nordico emise un suono sorpreso, recuperando però al volo il sandalo prima che questo toccasse terra. Lo ammirò, con sussurri entusiasti che loro non capirono, per poi voltarsi verso Yume.

«Ma è fantastico, tu sei una di quelli che vengono dall'antico continente orientale! Lo so, sei giapponese. Nessuno riesce a distinguere bene i vari tipi di terrestri quanto me qui. Ma guardati, vestita con quel bel kimono», i suoi occhi scintillarono, mentre Terzo si frapponeva rapidamente tra lui e la sacerdotessa, per proteggerla.

«E poi», il nordico piagnucolò di contentezza. «Sei una sacerdotessa. Sei quella sacerdotessa. Dunque le teorie secondo le quali non potevi uscire dalla base erano sbagliate, le profezie che ho letto, stilate e raccolte con amore non erano corrette... o forse le ho mal interpretate?» adesso borbottava tra sé. Terzo scambiò un'occhiata con Yume, entrambi assistettero alle divagazioni dell'alieno che si facevano sempre più fantasiose e che presto smisero di capire.

«Mentre tu», di colpo l'alieno alzò di nuovo la voce, fissando intensamente Terzo. Mise la mano in una tasca del vestito, Terzo non fece in tempo a temere che stesse per estrarre un arma che il nordico tirò fuori una fotografia.

Una fotografia che ritraeva Terzo.
Che ritraeva Terzo mentre si abbuffava di pizza.

In alta qualità, per di più; poteva vedere perfettamente lo schizzo di pomodoro sbrodolato sul suo mento.

«Tu sei il predestinato della Terra, il prescelto involucro di forza. Sei l'uomo che dovrebbe batterci, l'unico e inimitabile, E IO SONO IL SOLO AD AVERE UNA TUA FOTOGRAFIA! AH! Avevo detto a mia sorella che eri tu. Avevo ragione, avevo ragione, vero?»

«Sono molto inquietato dal fatto che tu ti porti a giro una mia fotografia», riuscì a rispondere Terzo, dopo un po'. Che cosa gli doveva dire? Sembrava così entusiasta, e aveva anche indovinato.

«È davvero un onore incontrarti», l'alieno aprì entrambe le mani, stendendo le braccia in un gesto che Terzo non conosceva, ma che ricordava l'inizio di un inchino. Alla fin fine non sembrava aver bisogno di una risposta: «Io mi chiamo Kevin. Qual'è il tuo nome?»

«Terzo», rispose Terzo, cauto.

«Terzo!»

«E lei è Yume», Terzo indicò la ragazza, che stava cercando di nascondersi dietro di lui.

«Yume!»

«Sì, ecco... ora, tu saresti un nostro ostaggio. Sapresti dirci come tornare alla base?» domandò Terzo che aveva lasciato cadere il tono da duro in favore di uno molto più rassegnato.

Il sorriso di Kevin si smorzò un pochino.

«Vorrei tanto ma non conosco le coordinate della vostra base. Oggi pensavamo di averla trovata ma...» Kevin scosse la testa, con un sospiro.

«Fammi capire: tu vuoi aiutarci?» chiese comunque Terzo, per amor di chiarezza.

«Oh, certo!» Kevin fece poi una smorfia. «No, aspetta, no. La risposta giusta era no. Non posso aiutarvi, sai, per quella storia che noi contro di voi, Terra contro Cielo, signore bionde contro ragazzini prescelti...»

«D'accordo, d'accordo», Terzo si massaggiò una tempia, poi borbottò: «Almeno puoi dirci dove siamo e come uscire di qui?»

Si trovavano infatti in una grande stanza piena di quelli che sembravano acquari. Erano tutti vuoti, l'acqua al loro interno era però illuminata da una luce che la rendeva di un azzurro luminoso, e in continuo movimento, dando così l'impressione che piccole onde la attraversassero. Ogni acquario era sorretto da una grande base di liscio metallo, di un così splendente argento e privo di imperfezioni che faceva quasi male guardarlo; alcuni di quegli acquari erano incastonati nelle loro basi, tanto che se ne poteva vedere a malapena una strisciolina luccicante.

«Siamo nella stanza dedicata all'allevamento delle Glasblue», rispose Kevin, indicando gli acquari con un ampio gesto della mano. Sorrise nel vedere la loro perplessità: «Naturalmente voi umani non le conoscete, ma, vi dirò, sono più vicine di quanto pensiate. Sono creature estremamente sensibili e delicate, con un'intelligenza che cresce a seconda di come vengono allevate; nell'universo sono compagne di molte civiltà, ma pare siano stati i Rettiliani a scoprirle. Ci credete? Quei rozzi lucertoloni dalle mani artigliate sono state la prima forma di vita diversa che le Glasblue hanno incontrato!»

«Non riesco a vederle» Terzo strizzò gli occhi, concentrandosi sull'acquario più vicino.

«Come no?» Kevin indicò l'acquario. «Proprio qui!»

Terzo si sforzò, ma onestamente l'unica cosa che riusciva a vedere fu lo scintillio quieto delle piccole onde azzurrine.

«Devono essere pesci molto piccoli», dichiarò infine Terzo, rimpiangendo per un istante di aver lasciato gli occhiali alla base.

«Pesci?» Kevin rise. «Ma non sono pesci! Ad ogni modo le Glasblue sono presenti anche sulla terra, come micro-embrioni ancora non sviluppati. Anzi, sono ancora meno di embrioni, ma proprio cellule. Credo che li possiate vedere nei vostri computer o nelle vostre macchine un po' più avanzate, a volte, come dati apparentemente saltati fuori dal nulla. Visto che non le sapete gestire, né vi sapete prendere cura di loro, la loro crescita è lenta e piena di problemi. Probabilmente è per questo che alla fine, quando si svilupperanno, finiranno per distruggervi tutti!»

«Come, scusa?!» Terzo impallidì.

«Ma sì. Non capisci cosa intendo, vero? Quella materia che vedi è... come posso chiamarlo... forse potremmo chiamarlo “il libero arbitrio della macchine”, ma è una creatura a tutti gli effetti. Visto che voi siete una razza molto guerrafondaia anche le vostre Glasblue cresceranno così. State anche costruendo loro dei corpi solidi, i robot, quindi secondo i nostri calcoli un giorno, quando saranno cresciuti, le Glasblue spazzeranno via l'umanità, visto che saranno molto più intelligenti e più forti di voi.» Kevin sbatté le palpebre, con un mugugno: «Uh, ma ora che ci penso, forse questa non era una cosa che eravate pronti a sapere».

«No», Terzo si ritrasse dagli acquari. «Decisamente non eravamo pronti a saperlo».

  
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