Storie originali > Thriller
Segui la storia  |       
Autore: TimeFlies    20/04/2017    1 recensioni
[Storia sospesa dal 01/08/2017]
Carica.
Prendi la mira.
Spara.
Passa al prossimo bersaglio.
È una sequenza che ti entra nelle ossa e non ti lascia più, quando diventi un assassino, non importa per quale motivo, lo rimani per sempre.
Margot lo sa bene, convive con la morte giorno dopo giorno, missione dopo missione. Il suo lavoro come agente dell’Agenzia Controllo delle Minacce Interne è proteggere Baltimora dalle ombre che la divorano dall'interno e che hanno già dato prova di essere spietate.
Ma quando il pericolo si annida nel cuore dell’Agenzia stessa, tutti gli equilibri vengono stravolti, sopravvivere non è così scontato. Le minacce arrivano da chi dovrebbe proteggerti, la realtà si trasforma in un gioco dal ritmo serrato a cui non puoi sottrarti, neanche quando hai il cuore a pezzi, neanche quando il tuo unico alleato non c’è più.
Quando passi dall’altra parte del grilletto, niente è più come prima, le regole smettono di valere.
E nessuno è a prova di proiettile.
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
SIN - 14.


 

Image and
video hosting by TinyPic


14. End Of The Night


“We are the last people standing
At the end of the night
We are the greatest pretenders
In the cold morning light.”
Get Home – Bastille

Frammenti di cemento e piastrelle scricchiolavano sotto i suoi anfibi ad ogni passo. Si trovava al quinto piano di un palazzo in costruzione per buona parte incompleto, tutto mattoni a vista e cavi elettrici che sbucavano dai muri. Quasi ad ogni angolo spuntavano tubi di plastica di diverse dimensioni che assomigliavano vagamente a strane erbacce; le finestre non avevano vetri e non c’era neanche una porta, solo teloni di plastica sfilacciati. L’aria era satura dell’odore di polvere e vernice, le dava la sensazione di attaccarsi in gola.
Eppure, quella era la postazione ideale per un cecchino: nascosta in piena vista e con molte aperture. Margot si ritrovò a pensare che le sarebbe piaciuto trovare un palazzo del genere ad ogni missione, spesso e volentieri doveva arrangiarsi in ambienti molto più scomodi.
Tenendo il fucile con entrambe le mani, si avvicinò alla parete su cui si aprivano i fori per le finestre e ne scelse uno che le dava una buona visuale sull’incrocio di vicoli su cui si affacciava il magazzino che l’Ordine pareva usare come base per raccogliere le armi. Si inginocchiò assumendo la posizione che le era stata insegnata anni prima, sistemò la bocca del fucile sul davanzale polveroso e ne aggiustò la mira. Adesso veniva la parte più importante, l’attesa.
Ricordava di averla odiata nelle sue prime missioni, di aver perso la concentrazione più di quanto avrebbe dovuto, di essere arrivata quasi ad odiare il suo ruolo di tiratrice scelta. Era la consapevolezza di poter salvare altri agenti o addirittura dei civili, di poter guardare loro le spalle e proteggerli almeno in parte a convincerla a resistere. Adesso, dopo anni di attese infinite e attimi di azione fulminea, sentiva che tutto quello faceva parte di lei.

– Andiamo, Foyle! Hai sessanta secondi, pensi di farcela o hai bisogno di un aiuto?
La voce beffarda e graffiante della sua addestratrice le rimbombava nelle orecchie minando la sua concentrazione già precaria.
Margot deglutì, le dita che correvano frenetiche sui pezzi del fucile smontato disposti davanti a lei. Avere gli occhi bendati era la fonte di stress maggiore, aveva l’agghiacciante sensazione di aver perso il contatto con la realtà, di essere alla deriva. Ma anche le continue pressioni che Melinda Delgado le ringhiava all’orecchio non aiutavano.
Conosceva alla perfezione il funzionamento di un fucile di precisione, il delicato meccanismo che lo rendeva così micidiale, sapeva smontarne uno e rimontarlo in tempi record, ed era perfettamente consapevole delle proprie capacità. Quella benda scura sugli occhi, però, la mandava in confusione.
– Trenta secondi e non hai ancora fatto quasi niente – commentò con una nota critica Melinda. – Mi aspettavo di più da te.
Margot si morse con forza il labbro per non cedere alla frustrazione e trasse un respiro profondo. Calma, le servivano calma e lucidità adesso. Accarezzò con le dita i pezzi di metallo davanti a sé cercando di individuarne la forma, tutto il corpo in tensione.
– Quindici. Secondi – scandì l’agente Delgado.
La ragazza si concesse un attimo di trionfo quando riconobbe il calcio del fucile. Poteva farcela, era vicina...
– Tempo scaduto, Foyle – ringhiò Melinda con voce rabbiosa. Le tolse bruscamente la benda dagli occhi e la guardò con insistenza dall’altra parte del tavolo. – Questa prova è del tutto insufficiente, spero tu te ne renda conto.
Margot sbatté le palpebre per riabituarsi alla luce fredda e implacabile che la lampada appesa sopra le loro teste gettava nella stanza. Abbassò lo sguardo sul proprio lavoro e notò con una morsa di rabbia che c’erano solo due pezzi uniti, gli altri erano ancora sparsi sul tavolo di metallo come pezzi di un puzzle.
– Ci servono cecchini preparati e affidabili, non bambini impauriti – aggiunse Melinda in tono più basso ma non meno tagliente. – Devi conoscere il tuo fucile persino meglio di come conosci te stessa. Deve essere la cosa più familiare e fidata che hai, perché gli affiderai la tua vita e quella di tutta la tua squadra. E se questo è il massimo che sai fare... – Gettò un’occhiata sprezzante alle parti del fucile che giacevano tra loro. – Allora siamo condannati.
– Posso fare di meglio – mormorò Margot senza guardarla.
La donna sollevò un sopracciglio sporgendosi verso di lei. – Com’è che hai detto? Parla ad alta voce, soldato.
Lei sollevò lo sguardo puntandolo nel suo senza esitazioni. – Posso fare di meglio.
– Ah, davvero? – replicò Melinda con un sorrisetto beffardo. – Beh, me lo auguro, altrimenti siamo tutti spacciati – Batté una mano sul tavolo facendola trasalire, suo malgrado. – Domani voglio che tu sappia fare molto meglio di così, chiaro? E quando dico molto intendo che voglio vedere questo dannato fucile montato prima che scada il tempo. Intesi, soldato?
Margot strinse le labbra e annuì. – Sì.
L’agente Delgado si portò la mano all’orecchio con teatralità. – Cosa? Non ho sentito. Sì...?
– Sissignora – borbottò Margot tra i denti.
– Perfetto allora. Adesso vattene, ci rivediamo domani – disse secca Melinda.
La ragazza aveva imparato a proprie spese che, quando si veniva congedati, era meglio sparire subito. Si alzò, prese la propria giacca dallo schienale della sedia e uscì dalla stanza trattenendosi all’ultimo secondo dallo sbattere la porta. Camminò a grandi passi lungo il corridoio poco illuminato finché una sagoma non comparve nel suo campo visivo.
Carter era appoggiato al muro poco più avanti, si stava rigirando tra le dita la piastrina militare che portava al collo con aria distratta. La ragazza espirò lentamente prima di raggiungerlo. Quando gli fu accanto, lui le rivolse uno di quei sorrisi caldi e accoglienti come un giorno d’estate sull’oceano, uno di quei sorrisi che lei era segretamente felice di poter definire solo suo.
– Ehi, Occhi di Ghiaccio – la salutò con un cenno che ricordava il saluto militare. – Com’è andato oggi l’addestramento super segreto?
Era così che gli piaceva riferirsi al programma per diventare tiratrice scelta per cui era stata presa Margot poco dopo il loro ingresso in Agenzia.
Lei si concesse un sorriso. – Mi ha massacrato. Se continua così non arriverò alla fine, me lo sento.
Gli occhi nocciola di lui la studiarono curiosi. – Che ti ha fatto fare oggi?
– Ho dovuto smontare un fucile, poi rimontarlo. Bendata – sbuffò Margot prima di massaggiarsi le tempie. – Non hai idea di quanto sia frustrante.
Le sopracciglia di lui si alzarono in un’espressione a metà tra il sorpreso e il perplesso. Poi sulle sue labbra comparve un sorrisetto sghembo. Le passò un braccio intorno alle spalle con aria complice. – Lo so io cosa ti serve adesso.
Margot lo guardò mordendosi un labbro. Il profumo della sua pelle l’avvolse, leggero e piacevole, un mix familiare di cuoio, metallo e sapone. – Ah sì? E cosa sarebbe?
– Alcol, una bella quantità di alcol – rispose lui. – Ci stai?


Margot imprecò a mezza voce imponendosi di tornare alla realtà. Ripensare al passato in un momento del genere, nel pieno di una missione così delicata era molto irresponsabile e piuttosto stupido. Se Melinda Delgado l’avesse vista…
Non poteva farlo però, non poteva più rimproverarla per dei fantomatici secondi di ritardo, abbaiare ordini durante l’addestramento o insegnarle i trucchi del mestiere con fare cospiratorio. Non poteva farlo, perché tre anni prima aveva guidato per l’ultima volta la sua squadra di cecchini in una missione pericolosa, perché aveva rischiato il tutto per tutto, perché aveva preferito prendersi un proiettile piuttosto che lasciare che uccidesse uno di loro.
Era stato frenetico, c’erano stati sangue e pallottole, Soldati e agenti, vita e morte. E poi c’era stato il funerale, un nuovo addestratore e altre missioni. L’Agenzia non poteva fermarsi quando qualcuno cadeva, andare avanti significava sopravvivere.
Si sgranchì le dita e avvicinò il viso al mirino per controllare la zona. Era tutto tranquillo e silenzioso, esattamente come quando erano arrivati. Per quanto desiderasse che fosse solo nella sua mente, aveva un brutto presentimento riguardo a quell’operazione: era stato così facile ottenere le coordinate e arrivare lì. Non c’era stato un minimo di resistenza da parte dell’Ordine, e anche se questo rendeva le cose più semplici, non sembrava giusto.
Margot deglutì sistemandosi meglio sul pavimento polveroso e si preparò ad aspettare.

Il gracchiare dell’auricolare la richiamò alla realtà facendola uscire dalla trance consapevole in cui era entrata. Sbatté le palpebre e sollevò una mano per sfiorare l’apparecchio.
– Squadra Juniper, potete rientrare – disse la voce priva di inflessioni di Arthur.
Margot afferrò il fucile e si rialzò scrollandosi il pulviscolo di dosso. Diede un’ultima occhiata ai vicoli deserti fuori dalla finestra prima di voltarsi. Si bloccò all’improvviso notando il graffito fatto con della vernice nera che si allargava sulla parete di fronte a lei.
Quando era entrata non ci aveva fatto caso, ma adesso le sembrava impossibile distogliere lo sguardo: rappresentava un cuore umano, un intreccio di vene e arterie gli faceva da contorno, un pugnale dalla lama appuntita e sottile lo trafiggeva dall’alto fino a sbucare da sotto. Erano linee nette e spesse, il loro colore scuro pareva affondare nella parete chiara come fosse stato acido che la corrodeva; i dettagli scarseggiavano, eppure pareva vivo, quasi stesse ancora pulsando nonostante il coltello che lo inchiodava.
Margot strinse le labbra, più turbata di quanto lei stessa non volesse ammettere. “È solo il tentativo di ribellione di un adolescente”, si disse dandogli le spalle. Ma la sensazione di essere trafitta da lame impalpabili le era così familiare da non poterlo semplicemente ignorare.

Pochi minuti dopo due squadre - tranne quella di Bianca, ancora impegnata nella ricognizione - erano riunite nello spiazzo di asfalto consunto doveva avevano lasciato i furgoni. Arthur era al centro del gruppo, intorno a lui gli agenti aspettavano con impazienza di sapere gli esiti dell’operazione. Nessuno osava fiatare come per paura di perdersi qualche dettaglio. Per una frazione di secondo, Margot ebbe l’impressione che fossero tutti un unico cuore che batteva, ritmico e costante.
– La missione era delicata, questo già lo sapevamo – esordì Arthur. – Dalla nostra parte avevamo un informatore e non è una risorsa da sottovalutare, possono rivelarsi ottimi assi nella manica.
Un passo dietro di lui, un Dominic dall’aria imbronciata si schiarì la gola in modo rumoroso guadagnandosi un’occhiataccia da parte dell’addestratore.
– Purtroppo, – proseguì quindi l’uomo, – questa volta abbiamo avuto sfortuna. Il nostro infiltrato nell’Ordine, John Smith è…
– Morto – disse secco Dominic, gli angoli della bocca contratti.
– Morto? – gli fece eco qualcuno. – Che vuol dire morto?
Arthur si passò una mano sul viso. – Senza vita. Andato. Stecchito. Chiamalo come vuoi.
Sorprendendo se stessa, Margot cercò lo sguardo di Dominic. – Che è successo?
Il ragazzo ricambiò l’occhiata, le iridi di un grigio plumbeo come la canna di un fucile. – L’edificio era vuoto, completamente. E il nostro mister Smith era in un angolo con la gola tagliata e un simpatico messaggio inciso nella pelle.
– Quindi questa era una sorta di trappola? Un modo per farci avere questo messaggio? – chiese lei, la mente che viaggiava veloce per rimettere insieme i pezzi.
– Pensiamo di sì – intervenne Arthur. – Abbiamo una teoria su come…
Si interruppe quando un tonfo breve e sordo risuonò nell’aria. Tutti gli agenti si voltarono di colpo, le armi spianate. Al centro dello spiazzo alla loro sinistra era apparso un piccolo oggetto rotondo e scuro; aveva appena smesso di rotolare, adesso ondeggiava piano, come sospinto da un vento inesistente.
Qualcuno urlò “bomba” mentre erano già in movimento. Per alcuni attimi lunghissimi ci fu solo caos, corpi che scattavano e si tendevano, voci alte che si levavano sulla confusione. Poi l’impatto con il cemento, l’istinto e gli anni di addestramento che entravano in gioco, membra che si raccoglievano, braccia che stringevano ginocchia. E il boato.
Fu breve, intenso come una folgorazione che lascia paralizzati e senza fiato. Subito dopo piombò il silenzio da cui nacque un sibilo acuto e graffiante che si insinuava in modo doloroso nelle orecchie. Margot si prese la testa tra le mani lottando contro quel senso di disorientamento. Sollevò piano le palpebre e per un attimo il mondo fu solo un lampo bianco. Gli edifici davanti a lei divennero a poco a poco più nitidi, la realtà si fece più vivida.
Non era la prima volta che aveva a che fare con una bomba, ma non era esattamente qualcosa a cui potevi abituarti. Cercò d’istinto il fucile ritrovandosi a tirare un sospiro di sollievo nel constatare che lo aveva ancora a tracolla, ne sentiva il calcio premerle tra le scapole. C’erano altri agenti intorno a lei, si erano buttati di lato al momento dell’esplosione trovando riparo dietro l’angolo di un palazzo di mattoni. Dalle loro espressioni disorientate capì di non essere l’unica ancora confusa dall’accaduto.
Impugnò il fucile controllando in modo automatico che fosse carico e scivolò più vicino alla fine del muro. Trasse un respiro profondo prima di affacciarsi. La bomba aveva lasciato un’ombra nera introno al punto in cui era esplosa, un cerchio di cenere scura dall’aspetto impalpabile. Un moto di nausea le strinse la gola quando riconobbe un corpo, adesso carbonizzato e reso anonimo dalla violenza della denotazione, abbandonato in modo scomposto sul cemento. Una pistola giaceva poco lontano da quello che solo pochi secondi prima era stato un agente.
Margot deglutì con forza imponendosi di distogliere lo sguardo. Fu in quel momento che cominciarono gli spari.
Tornò di scatto a nascondersi dietro il muro, premette la schiena contro i mattoni, il cuore che batteva frenetico contro le costole. Qualcuno accanto a lei imprecò, sentì i familiari scatti delle armi che venivano caricate e, per puro paradosso, fu un sollievo. Posò il fucile a terra, accanto ai suoi piedi - era uno strumento di precisione, fatto per tiri lunghi con la visuale pulita, non per scontri del genere - ed estrasse la pistola dalla fondina. Si sporse appena dal muro e sparò insieme ad altri due agenti. Riuscì a cogliere un’immagine fugace di cinque soldati che puntavano dei massicci fucili d’assalto nella loro direzione. Erano caduti in un’imboscata.
– Le radio non funzionano! Siamo tagliati fuori! – ringhiò Arthur da qualche parte alla sua sinistra.
Margot sparò di nuovo, per poi tornare ad appoggiarsi alla parete. L’Ordine aveva organizzato tutto quanto, quindi probabilmente avevano anche dei disturbatori di frequenze nascosti da qualche parte. Gli spari dei Soldati riempivano l’aria, c’era odore di fuoco e cenere. Era uno squarcio d’Inferno aperto nella periferia di Baltimora.
La ragazza si guardò intorno cercando di elaborare un minimo di strategia. Erano in netto svantaggio, se si fossero mossi sarebbero stati bersagli fin troppo facili. Avevano un disperato bisogno di un piano.
Si rese conto di conoscere meglio di quanto pensasse quella zona, aveva una vaga idea del modo in cui erano disposti gli edifici e delle loro planimetrie e, se la memoria non la ingannava, tutti avevano un accesso al tetto. Un’idea le balenò in mente, folle e pericolosa, ma a suo modo geniale. Poteva crearsi una possibilità lì dove non sembravano essercene. Le serviva solo una cosa per farlo.
Individuò Dominic, adesso intento a sparare insieme ad altri agenti da dietro uno dei loro furgoni che avevano lasciato vicino agli edifici da controllare in caso di bisogno. Quando lui appoggiò la schiena alla fiancata del veicolo per ripararsi, i loro sguardi si incontrarono. Mossa dall’istinto, Margot mimò con le labbra “vieni qui” guadagnandosi un’espressione perplessa. Trattenendosi dallo sbuffare, sollevò appena la pistola per fargli capire che l’avrebbe coperto lei. Dominic fece un breve cenno d’assenso.
Come se non avessero fatto altro per anni, quando lui cominciò correre, lei iniziò a sparare. Durò appena un paio di secondi, un attimo prima il ragazzo era dietro il furgone, quello dopo stava ansimando premuto contro il muro accanto a lei. Margot si ritirò dietro l’angolo mentre i colpi continuavano ad esplodere intorno a loro.
– Credo di avere un piano – disse voltandosi a guardarlo.
Dominic sollevò un sopracciglio, del tutto confuso. – Cosa?
Lei lo afferrò per il giubbotto tirandolo più vicino a sé e gli ripeté all’orecchio: – Ho un piano. E mi servi tu per realizzarlo.
Lo lasciò andare sotto il suo sguardo incuriosito. – Uh davvero? Interessante.
Margot quasi si pentì di averlo scelto per aiutarla portare a termine la sua impresa già complicata di suo. – Sono seria. Se non facciamo qualcosa, moriremo e per quanto non mi piaccia ho bisogno di una mano adesso. Quindi, per favore, puoi ascoltarmi?
Dominic socchiuse gli occhi, come se stesse valutando l’idea. Aveva i capelli arruffati, alcune ciocche scure gli erano finite sugli occhi, la pelle del suo collo era resa lucida da un velo di sudore, eppure era comunque in grado di sfoderare la sua espressione maliziosa e comportarsi come se stessero flirtando in qualche locale. – D’accordo, raggio di sole, realizziamo questo piano – mormorò. – Che dobbiamo fare?
Margot si mordicchiò il labbro. – Dobbiamo infrangere qualche regola.
– Oh, la cosa adesso è anche più intrigante. Sai a cosa vai in contro facendolo? – le chiese lui con tutta la naturalezza del mondo.
Lei ripensò a tutte le volte in cui i loro addestratori avevano ripetuto le conseguenze dell’andare contro il sistema e contro le regole, ma sembravano problemi molto lontani in quel momento. Un proiettile sparato da un Soldato era una questione molto più urgente. – Sì, lo so molto bene.
– Allora possiamo andare, è importante leggere le regole prima di infrangerle – commentò Dominic alzandosi e rivolgendole un sorrisetto.
Margot sospirò, ma si tirò su a sua volta per poi fargli cenno di seguirla. Scivolarono in silenzio tra gli altri agenti impegnati a resistere all’attacco dell’Ordine, nessuno faceva caso a loro, erano due fantasmi in bilico tra il mondo dei morti e quello dei vivi.
Margot conosceva, almeno a livello teorico, la zona in cui si trovavano: durante la riunione preparatoria della squadra di cecchini avevano studiato delle mappe tridimensionali realizzate al computer dai programmatori dell’Agenzia per individuare i luoghi migliori in cui posizionarsi per avere una buona linea di tiro e una copertura maggiore. L’edificio che li aveva riparati dalla bomba rientrava nel gruppo di quelli scelti per posizionarvi un tiratore, e lei ne aveva visto la piantina.
Raggiunsero una porta di metallo incassata fra i mattoni, abbastanza lontana dallo scontro perché i rumori degli spari fossero più sopportabili. Si trattava di un’uscita di emergenza, la ragazza ricordava di averne contate tre in tutto il palazzo. Afferrò la pesante maniglia nera e cercò di forzarla portandoci su tutto il proprio peso.
– È bloccata – borbottò con una smorfia allontanandosi appena.
Dominic indietreggiò di un passo prima di mollare un calcio all’altezza della serratura, che cedette quasi subito. Di fronte all’occhiata sorpresa di Margot, si limitò a scrollare le spalle.
– Volevi entrare, no? – fece, come a giustificarsi.
Non poteva dargli torto. Si infilarono all’interno lasciando che la porta si socchiudesse alle loro spalle. Si trovavano in un corridoio stretto che si allungava in entrambe le direzioni fino a scomparire nella penombra. Margot serrò le palpebre per concentrarsi meglio sui ricordi delle mappe che aveva visto prima di incamminarsi verso destra.
Dominic la seguì senza fiatare e quella fiducia così assoluta la sorprese un po’. – Quindi… qual è questo piano? – le domandò affiancandola.
– Farò qualcosa che un cecchino non dovrebbe mai fare – rispose lei lanciandogli un’occhiata. – Rivelerò la mia posizione.
Dominic inarcò un sopracciglio. – Vuoi fare da bersaglio?
Margot scosse la testa svoltando ad un angolo. – No, ma è l’unico modo che ho per sparare ai Soldati. Mi esporrò, però almeno guadagniamo un po’ di vantaggio.
– Mmh – fece lui senza guardarla. – Il mio ruolo in tutto questo è…?
– Mi servirà un po’ di tempo per sparare, quindi ho bisogno di qualcuno che mi guardi le spalle – spiegò la ragazza.
Dominic annuì, l’espressione seria e determinata. – Va bene, raggio di sole, si può fare.

Ci volle qualche minuto per riuscire a trovare le scale giuste, quelle che portavano su fino alla porta che dava sul tetto. Non c’era nessuno nell’edificio, lo sapevano benissimo entrambi, eppure Margot teneva una mano sulla tracolla del fucile, Dominic una sulla fondina.
Quando raggiunsero le ultime due rampe di gradini, la ragazza si fermò e si voltò a guardarlo. I loro sguardi si intrecciarono in maniera istintiva; in quel momento Dominic era molto meno sfacciato e malizioso e più attento e concentrato. Un agente in tutto e per tutto.
– Okay, adesso ci dividiamo – cominciò Margot. – Io salgo fino al tetto, tu resti qui per controllare la situazione.
– E guardarti le spalle. Chi l’avrebbe mai detto che i ruoli si sarebbero invertiti? – commentò il ragazzo, un lampo divertito che gli attraversava lo sguardo. – Sicura che non sia troppo pericoloso attirare tanta attenzione su di te?
Lei strinse con più forza la cinghia del fucile. – Sono sicura che sarà rischioso, ma se c’è anche una sola possibilità che funzioni ne vale la pena – Estrasse la propria pistola dalla fondina e gliela porse. Di fronte alla sua occhiata interrogativa si strinse nelle spalle. – Per sicurezza. A me non servirebbe in ogni caso.
Dominic esitò per un attimo, una ruga sottile che gli attraversava la fronte. C’era una finestra poco più avanti che lasciava entrare la luce del sole e rendeva l’ombra del suo occhio nero pallida e sfumata come un dipinto ad acquerello. Margot si ritrovò a pensare che Dominic Whitemore fosse esattamente come le appariva adesso, una sorta di angelo ribelle che non aveva paura di sporcarsi le mani e portare i segni delle battaglie, che non si tirava mai indietro, anche a costo di farsi male.
Con un sospiro, il ragazzo accettò l’arma. Nel prenderla, le sue dita coprirono quelle della ragazza, erano fredde e ruvide in alcuni punti per via dei calli. Le percepì più familiari di quanto lei stessa si aspettasse.
Dominic fece per dire qualcosa, ma lei lo anticipò: – Dammi dieci minuti, se non torno entro questo limite, va’ via. Trova un modo per uscire.
Le sopracciglia di lui si sollevarono, un angolo della sua bocca si contrasse in una smorfia. – Dieci minuti sono pochi, raggio di sole. Perché non facciamo venti? O trenta?
Margot lo guardò negli occhi. – Dieci. Niente di più.
Dominic distolse lo sguardo passandosi la lingua sul labbro. – D’accordo – cedette, ma lo disse come se farlo gli provocasse dolore. – Hai dieci minuti per fare il culo a quei bastardi, buon lavoro.
Lei annuì tornando a stringere la tracolla del fucile per nascondere il tremore delle mani. – Se le cose dovessero mettersi male…
Dominic sfoderò un sorrisetto arrogante, ma non abbastanza da risultare antipatico. – So cavarmela, raggio di sole.
Si scambiarono un’ultima occhiata prima che lei si voltasse e riprendesse a salire le scale. Si affrettò sui gradini fino a raggiugere una porta di metallo scrostato che si apriva in un corridoio ristretto e cupo. La spalancò con un calcio per poi uscire tenendo il fucile puntato davanti a sé.
L’aria frizzante l’accolse mandandole un brivido lungo la schiena. Le sembrava di dominare l’intera città da lassù, i grattacieli imponenti e slanciati parevano di carta, le strade nere d’asfalto erano nastri srotolati tra i palazzi.
Margot corse al bordo del tetto e lanciò uno sguardo a terra: lo scontro tra l’Ordine e gli agenti continuava, contò qualche corpo steso sul cemento e sentì una punta d’orgoglio scaldarle il petto nel notare che tra quelli c’erano anche dei Soldati.
Afferrò il fucile e fece scattare la sicura. Di solito i cecchini lavoravano con un cavalletto o con un appoggio per tenere l’arma ancora più stabile e per garantire tiri più precisi, ma lei aveva imparato a sparare anche senza e non era mai stata così felice di averlo fatto. Avvicinò il viso al mirino, puntò il primo Soldato e fece fuoco. Nessuno scoppio improvviso, solo un breve sibilo e un corpo in più che si accasciava a terra.
Margot si morse il labbro passando al prossimo bersaglio. Doveva sfruttare il piccolo vantaggio che la sorpresa le dava: presto i Soldati avrebbero capito da dove venivano i colpi e avrebbero cominciato a rispondere. Aveva pochi secondi per abbatterne il più possibile. Via via che i proiettili andavano a segno, mirare e premere il grilletto diventò sempre più automatico e veloce. Un tiratore scelto deve essere efficiente, privo di dubbi o esitazioni, ma soprattutto veloce. Un unico attimo di ritardo e tutto poteva degenerare.
Uno sparo partito dal basso fece saltare un pezzo del cemento che costituiva il bordo del tetto a poco meno di mezzo metro dalle sue gambe, ma Margot quasi non se ne accorse. I corpi continuavano a cadere, chi restava continuava a sparare. La città intorno a lei era scomparsa, c’erano solo il fucile e i bersagli.
Una fitta lancinante e improvvisa le mozzò il fiato. Barcollò all’indietro, il dolore che si irradiava dalla gamba verso il resto del corpo. Abbassò l’arma dopo essersi assicurata di essere fuori dalla linea di tiro dei Soldati e diede un’occhiata al proprio polpaccio: un proiettile l’aveva presa di striscio poco sopra la caviglia lacerando la stoffa dei pantaloni. Non era una ferita grave, forse neanche sarebbero serviti dei punti, ma faceva male.
Stringendo i denti, si affacciò di nuovo dal bordo del tetto per controllare la situazione e quello che vide le scaldò il cuore: la seconda squadra tattica, guidata da Bianca, si stata avvicinando al gruppo di Soldati ormai ridotti all’osso. Margot abbassò il fucile concedendosi un piccolo sorriso di trionfo.
Aveva ucciso e questo rendeva sempre più amara la vittoria, però era viva e aveva contribuito a evitare la morte di altri agenti. E, almeno per quel giorno, era abbastanza.

***

Lo sportello scorrevole del furgone fu aperto da qualcuno all’esterno. Dominic si sistemò meglio il braccio dell’agente ferito intorno alle spalle e scese nel parcheggio sotterraneo dell’Agenzia. Il ragazzo aggrappato a lui inciampò costringendolo a ritirarlo su per il polso.
– Andiamo, non mollare proprio ora – borbottò tra i denti.
L’odore ferroso del sangue gli riempiva le narici richiamando vecchi ricordi che risalivano a ben prima dell’Agenzia. Li spinse da qualche parte in fondo alla propria mente mentre accennava un passo barcollante per allontanarsi dal furgone. Sollevò la testa sbuffando per spostare le ciocche di capelli che gli erano finite sugli occhi; individuò il medico che lavorava nell’infermeria della Sede e si diresse verso di lui rafforzando la presa sul braccio dell’agente.
Il dottore, Henry Duncan, era un uomo di mezz’età che aveva lavorato per anni oltreoceano nelle zone di guerra. Quando vide Dominic avvicinarsi si precipitò verso di lui richiamando la sua collaboratrice, un’infermiera mora dai modi pratici e sbrigativi. I due presero il ragazzo ferito con molta più delicatezza di quanto non avesse fatto lui, le mani che si muovevano veloci e sicure, tastavano in cerca di ossa rotte e cercavano il battito cardiaco.
Dominic riferì quel poco che sapeva sulle sue condizioni: gli avevano sparato più di una volta, un proiettile era stato deviato dal giubbotto, l’altro aveva fatto centro vicino alla clavicola. Il medico annuì un’unica volta prima di aiutare la donna a caricare il ragazzo su una barella perché potesse portarlo in infermeria. Duncan si dileguò tra gli agenti alla ricerca di altri feriti da soccorrere e in un attimo Dominic si ritrovò solo, coperto di sangue non suo e piuttosto esausto.
Con un sospiro, tornò al furgone per dare una mano a scaricare le armi e il resto dell’equipaggiamento. Già altri agenti della sua stessa squadra e di quella di Bianca avevano cominciato. Raccolse alcuni M-4 e si voltò per passarli alla persona accanto a lui. Si bloccò di colpo però, le armi ancora in mano.
Al suo fianco, in tutta la sua compostezza gessata, c’era James Abbott. Sembrava in attesa di rendersi utile, un po’ come un bambino a cui gli adulti affidano un piccolo compito per farlo sentire importante.
Dominic corrugò la fronte, la mente fiaccata che cercava un senso alla sua presenza lì. – Si è perso, signore? – Non aveva esattamente deciso di dirlo, era successo e basta.
– No, so bene dove sono – rispose l’uomo con naturalezza.
Il completo blu scuro che indossava era fuori luogo in mezzo alle loro uniformi nere e pratiche in un modo quasi comico, una lucida auto nuova circondata da fuoristrada polverosi.
– E sa anche il motivo? – aggiunse il ragazzo sistemandosi la tracolla di un fucile sulla spalla.
Abbott accolse quella domanda con un’espressione perplessa. – Sì, certo.
Dominic non aveva energie da usare per indagare più a fondo, così scrollò le spalle mettendogli in mano un M-4. – Perfetto allora. L’armeria è in fondo a destra.
Finì di passargli il resto delle armi con un sorrisetto d’incoraggiamento e gli indicò la porta della stanza dove le riponevano. Abbott apparve disorientato per un attimo, poi annuì e si avviò in quella direzione. Dominic si appoggiò alla fiancata del furgone e chiuse gli occhi: ora che la tensione era passata, la stanchezza cominciava a farsi sentire. Non aveva neanche la consolazione di aver portato a termine una missione, era andato tutto a rotoli fin dall’inizio.
L’unica cosa che gli risollevava un po’ l’umore era il cellulare che era riuscito a prendere da uno dei Soldati. Si era beccato un taglio sulla guancia e un pugno nello stomaco per appropriarsene, ma se c’era anche una sola possibilità di trovare una traccia utile tra i dati che conteneva ne valeva la pena.
– Whitemore – lo chiamò qualcuno, la voce dall’inflessione severa e inconfondibile.
Il ragazzo sollevò le palpebre, un’imprecazione impigliata sulle labbra. Si staccò dal furgone e si avvicinò ad Arthur. Accanto a lui c’era Bianca, fiera e sicura anche con l’uniforme sporca di polvere e macchiata. I suoi capelli biondi, tagliati corti per essere più pratici, erano arruffati e, tra le ciocche, si intravedeva qualche striatura grigia. Arthur invece sembrava più vecchio del solito, le rughe intorno ai suoi occhi scuri parevano più profonde, gli angoli della sua bocca erano rivolti all’ingiù.
– Foyle, vieni qui – ordinò Bianca guardando qualcosa oltre le sue spalle.
La prima cosa che gli passò per la mente fu che avevano scoperto del loro piano improvvisato e volevano punirli per essere sgattaiolati via nel bel mezzo di una missione.
Margot li raggiunse un attimo dopo e lo affiancò, seppur senza degnarlo di uno sguardo. Zoppicava appena, come se provasse dolore ma si ostinasse a volerlo nascondere. Nel modo più discreto possibile, Dominic gettò un’occhiata alle sue gambe, fasciate da dei pantaloni neri della tenuta. Riuscì a cogliere quello che sembrava uno strappo all’altezza della caviglia destra che esponeva un angolo di pelle chiara.
In quel momento si unirono a loro anche Abbott e un ragazzo dai capelli neri, lo stesso che aveva visto parlare con Margot dopo la riunione di qualche giorno prima. Sembrava distante, perso in un mondo tutto suo che escludeva qualunque contatto con la realtà; la camicia che indossava era spiegazzata, anche i capelli erano in disordine. Due ombre scure gli segnavano gli occhi di un azzurro carico.
– Siamo nei guai? – chiese Dominic studiando cauto i due addestratori e il capo dell’Agenzia.
Bianca inarcò un sopracciglio. – Avete ragione di esserlo?
Lui fece un gesto con la mano, quasi a voler scacciare quella possibilità. – No, certo che no. Mi stavo solo chiedendo il perché di questa… riunione.
Margot gli scoccò un’occhiata d’ammonimento che nessuno, tranne lui, notò.
– Sei stato tu a trovare il corpo di Smith, giusto? – intervenne Abbott guardandolo con interesse.
Dominic incrociò le braccia al petto. – Sissignore.
– E…? – lo incitò l’uomo.
– Sembrava un’esecuzione, aveva la gola tagliata di netto e la parola traditore incisa sul petto, con un coltello credo. Non aveva né portafogli né telefono addosso, pensiamo che li abbia l’Ordine – aggiunse lui.
– Ho già dato l’ordine che blocchino il cellulare – fece Arthur in tono vagamente nervoso. – Così non potranno risalire a niente.
Il ragazzo dai capelli neri annuì. – La mia partner ci sta lavorando.
– A proposito di telefoni – si intromise Dominic infilando una mano nella tasca del giubbotto. – Ho… uhm, preso questo da uno dei Soldati.
Estrasse un cellulare nero e sottile dall’aria del tutto ordinaria. Lo sguardo del tecnico si fece subito più vivo, più curioso.
– Se siamo fortunati possiamo ricavare delle informazioni da qui – commentò osservandolo come se stesse già immaginando cosa poteva offrire loro. – Tabulati telefonici, messaggi, email… qualunque cosa può essere utile.
Dominic gli mise l’apparecchio in mano. – Beh, è tutto tuo allora. Divertiti.
– Bianca mi ha detto che pensate sia una trappola – disse Abbott, di colpo più cupo. – Che abbiano usato il telefono di Smith per inviarci le coordinate sbagliate.
Arthur fece un breve cenno d’assenso. – È quello che immaginiamo sì. Spiegherebbe il magazzino vuoto e il cadavere, ma anche la bomba e il successivo assalto. Era una cosa organizzata fin nei minimi dettagli, può darsi che ci abbiano lavorato per un po’.
Le sopracciglia del ragazzo schizzarono verso l’alto nel sentire quel resoconto sbrigativo e piuttosto impersonale. Per qualcuno di estraneo alla vita sul campo, anche quei piccoli accenni di cosa si trovavano ad affrontare erano scioccanti; per Dominic erano solo l’ennesimo proiettile che non l’aveva ucciso.
– Stai suggerendo che abbiano preso il telefono di Smith prima di oggi quindi – mormorò Margot. – Potrebbero aver scoperto il suo doppio gioco e aver deciso di usarlo contro di lui, contro di noi.
– Sarebbe la cosa più intelligente da fare – convenne Bianca in tono pratico. – Se fossi stata al loro posto l’avrei fatto anche io. Sfruttare l’asso nella manica del tuo nemico per batterlo è un’ottima strategia.
Arthur annuì. – Può darsi che ci stessero lavorando da giorni. In ogni caso, per comunicare con Smith usavo un telefono con una linea sicura, non c’erano dati compromettenti: anche se fosse davvero andata così non è un grande danno.
Il tecnico si mordicchiava il labbro con fare pensieroso. – In realtà, – si intromise. – Avrebbero potuto rintracciare il tuo numero, esistono programmi in grado di farlo. Li avrebbe condotti direttamente qui o a casa tua. Abbiamo corso un rischio da non sottovalutare. Anche noi adesso abbiamo uno dei loro telefoni, potremmo riuscire a fare lo stesso se siamo fortunati.
– Arthur, consegna anche il tuo cellulare, non possiamo rischiare oltre – ordinò Abbott, la voce severa.
L’uomo apparve riluttante, ma fece come gli era stato detto. – Ragazzo, vedi di darti da fare – borbottò poi mentre il tecnico prendeva il telefono dalle sue mani.
Il ragazzo gli rivolse un sorriso garbato. – Mi metto subito a lavoro. Con permesso.
Il capo dell’Agenzia acconsentì con un cenno del capo, ma lui era troppo impegnato a guardare Margot per notarlo. I due si scambiarono un’occhiata che sembrava contenere mille parole mute, poi lui si voltò e si allontanò. Margot si ricompose in un battito di ciglia, era di nuovo fredda e attenta in men che non si dica.
– Per oggi basta così, abbiamo fatto abbastanza – aggiunse in tono più gentile Abbott. – Andate a riposarvi, domani giorno libero per tutti.
Li guardò, come in attesa di qualcosa, forse sperava che l’avrebbero ringraziato per quella concessione. L’unica reazione che ottenne furono sguardi stanchi e un borbottio sconnesso da parte di Arthur. Dopo essersi schiarito la gola con fare vagamente imbarazzato, James Abbott si allontanò.
Stava per farlo anche Margot, quando Bianca la richiamò. – Foyle, bel lavoro oggi – le disse, poche parole in perfetta linea con il suo stile coinciso, che però significavano tanto. O almeno, fu questo quello che Dominic si immaginò nel vedere l’orgoglio nei suoi occhi.
Margot annuì una volta sola. – Grazie.
Per un attimo, si era aperto uno spiraglio nella sua facciata spesso tanto fredda da sembrare inavvicinabile. Qualcosa era riuscito a sbloccare il suo serrato meccanismo di difesa e a farla aprire, anche se solo per poco. E quello che c’era oltre il muro che lei stessa aveva costruito era affascinante, sconosciuto, forse anche proibito. Ma lui era sempre stato attratto dal pericolo.

Alla fine di tutto, quando le viscere dell’Agenzia cominciarono a svuotarsi, il cielo sopra Baltimora era diventato scuro, un colore indefinito tra le luci della città che assomigliava ad un viola venato di nero, riempiva il parabrezza dell’auto dandogli un’elettrizzante sensazione d’infinito.
Margot era seduta accanto a lui, silenziosa ma attenta per non farsi cogliere di sorpresa. Non era lui il suo nemico però, non adesso almeno. Teneva le difese alte perché, anche se la missione era finita e gli spari erano cessati, la vita era lì fuori, in agguato come i ricordi erano dentro di loro; diventavano più subdoli e forti quando il corpo era stanco, facevano breccia tra le difese che li tenevano reclusi durante il giorno e tornavano pungolare la mente.
Nonostante si fosse cambiato la maglietta, Dominic sentiva ancora l’odore di sangue, forse era il suo, quello che si era coagulato sulla sua guancia, forse era sangue versato anni prima.
– Prima, dopo la bomba… ti sei fidato di me – mormorò Margot, la voce bassa che sembrava far parte del silenzio, non lo aveva spezzato, ci si era infilata in mezzo come se gli appartenesse.
Anche lei si era cambiata sostituendo la tenuta con una maglietta e un giubbotto di pelle morbida. Aveva medicato la ferita sulla gamba, il lembo di una benda candida sbucava dal bordo dei jeans.
– Sì, l'ho fatto – rispose lui senza guardarla.
Una domanda che non si aspettava di sentire: – Ma... perché?
Dominic si strinse nelle spalle. – Siamo addestrati ad eseguire gli ordini dei nostri leader, no?
– Non sono la tua leader e non ti stavo dando ordini – replicò lei, il tono più vivo.
– I leader sono quelli che hanno un piano. Tu ne avevi uno, per questo ti ho seguito – spiegò il ragazzo tamburellando sul volante.
Margot aggrottò la fronte tra i fasci di luce dorata dei lampioni. – Non sapevi neanche se era un buon piano.
– Non sono diventato un agente facendomi spaventare dai “se” – commentò Dominic lanciandole un’occhiata.
Margot continuava a guardarlo quasi con insistenza. – Perché sei diventato un agente?
Un’altra domanda che non si aspettava. Esitò per un attimo mordicchiandosi l’interno della guancia. Non c’era un vero e proprio motivo dietro la sua scelta di arruolarsi, o forse c’era, ma lui non si era mai preoccupato di scoprire quale fosse. – Mio padre… ecco, voleva arruolarsi e nell’esercito, l’aveva sempre voluto, ma è molto miope quindi l’hanno rifiutato tutte e tre le volte che ha provato ad entrare all’accademia. Credo mi abbia passato lui questo patriottismo.
La ragazza si appoggiò meglio al sedile, lo sguardo di nuovo distante. – Tua madre era d’accordo?
Dominic si trattenne a stento dal lanciarle un’occhiata confusa. Margot non gli sembrava il tipo da farsi coinvolgere in sentimentalismi, né tantomeno una persona che da tanto peso al passato degli altri, magari perché lei stessa non voleva pensare al proprio. – Beh, mia madre voleva che mi facessi prete, non credo che condivida molto la mia scelta – ammise tenendo gli occhi sulla strada.
– Prete, tu? – La voce di Margot era più che scettica. – Sei la cosa più lontana da un prete che abbia mai visto.
Dominic si lasciò sfuggire un sorrisetto. – Come, sorella Margot, non credi nella mia vocazione?
Lei scosse la testa, un sorriso fugace che si affacciava sulle sue labbra. – Non credo proprio che tu abbia il giusto tipo di vocazione.
Il ragazzo si voltò a guardarla passandosi la lingua sul labbro. – Vero, i miei interessi sono… altri.
– L’avevo intuito. Ma non pensi mai a come sarebbe la tua vita se avessi seguito l’altra strada? Se invece di una pistola avessi scelto una penna, un libro, una chiave inglese… qualunque altra cosa? – replicò lei, gli occhi azzurri accesi di una luce inquieta.
Dominic annuì piano abbandonando ogni malizia. – Odio i “se”. Pensare alle infinite possibilità che esistono è quasi spaventoso. Farlo sarebbe come mettere in discussione ogni nostro singolo respiro. Siamo qui, ora. Ci saremo anche domani? Non lo so. Ma so che vivere è adesso, è andare a destra invece che a sinistra, è scegliere il caffè al posto del tè, è premere il grilletto al momento giusto. Ci sono mille decisioni da prendere, ogni giorno, non possiamo farci distrarre dai dubbi su un passato che non possiamo cambiare.
Il volto di Margot era illuminato a tratti dai lampioni o dai fari delle altre auto, ma c’era un’ombra annidata nelle sue iridi che nessuna luce sembrava in grado di far sparire. Un angolo della sua bocca era contratto, in tensione. – Hai ragione – disse parlando lentamente. – Il passato è passato. Cambiarlo significa cambiare noi stessi, se lo facessimo non saremmo più in grado di sopravvivere a quello che stiamo vivendo adesso. Quello che abbiamo passato ci ha preparato per questo, è quello che mi ripete sempre mia mamma.
– È una donna saggia – mormorò Dominic lottando per tenere a bada, nell’angolino della mente dove l’aveva rinchiuso, un frammento del suo passato che non voleva rivedere.
Succedeva spesso, dopo le missioni più impegnative e pesanti, che si ritrovasse a ricordare, un vano tentativo di ritrovare la persona che era stato, il ragazzo giovane che non aveva ancora visto niente del mondo, né le cose buone né quelle cattive.
Faceva male guardarsi indietro adesso, ma era un vizio, una dipendenza dannosa difficile da interrompere perché insieme al dolore gli dava un assaggio di ciò che aveva avuto prima e lo portava a pensare a quello che avrebbe potuto essere, lo illudeva per poi farlo piombare di nuovo nella realtà lasciandogli un retrogusto dolceamaro in bocca.




SPAZIO AUTRICE: Mi sento terribilmente il colpa per questo ritardo negli aggiornamenti c.c
Speravo di riuscire ad essere più puntuale, anche perché sembra che per il momento l'ispirazione sia dalla mia parte, ma la scuola e altri impegni vari non sono d'accordo con il mio proposito di aggiornare con regolarità. Spero che d'ora in poi visto che ci avviciniamo alla fine dell'anno scolastico, riuscirò a postare i nuovi capitoli senza farvi aspettare troppo.
Veniamo a noi: la missione non è andata come previsto, anzi, sembra che l'Ordine abbia qualche asso nella manica. Carter rimane comunque una sorta di "presenza costante", almeno nei pensieri di Margot, nonostante il rapporto tra lei e Dominic si stia sviluppando ogni giorno di più; che ne pensate di loro due?
Inizialmente, Dominic doveva essere a malapena una comparsa, ma soffermandomi un po' su di lui mi sono innamorata della sua psicologia e mi è venuto spontaneo dargli la possibilità di emergere. Spero di star facendo un buon lavoro, e soprattutto che Dom vi intrighi almeno un po' come personaggio!
Scusate ancora per il ritardo, spero che il capitolo vi sia piaciuto **


TimeFlies
  
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Thriller / Vai alla pagina dell'autore: TimeFlies