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Autore: CalimeNilie    20/04/2017    0 recensioni
Martin e Byron si incontrano per la prima volta in una strada da nulla di New York, passanti l'uno nella vita dell'altro. Si srotola, il loro amore, sulle note di una musica complessa e antica e sulle rime di Charles Baudelaire, con la semplicità di uno sguardo, con una passione che sa di destino.
***
Dal testo:
"Suonava una melodia complicata e antica, struggente e bellissima – questo va detto: bellissima. Immobile, un’ombra contro il cielo scuro, rischiarato dalle luci di New York, che tutta brillava, di sotto, in quella sera gelida di fine marzo. Un uomo, e il suo violino. Ad elevare al cielo quella musica che semplice musica non era, ma meraviglia, e semplice abbandono, e dedizione, e salvezza – in un qualche modo assurdo: salvezza. La sfumatura finale di un quadro meraviglioso. Byron. E la sua musica."
Genere: Introspettivo, Romantico, Triste | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Et mon cœur s’effraya d’envier maint pauvre homme
Courant avec ferveur à l’abÎme béant,
Et qui, soûl de son sang, préférerait en somme
La douleur à la mort et l’enfer au néant!
(Le Jeu, Charles Baudelaire)
 
 
 
Non ricordò mai esattamente come era iniziato. Era successo all’improvviso, in una traversa da nulla di Broadway: delle parole urlate nel vento, i pensieri fugaci di un istante, il profumo speziato del caffè, i suoi occhi nei suoi, una notte di passione, la delusione in un attimo, quella strana routine che si era impostata da sé.
Iniziò all’improvviso, vi si ritrovò in mezzo senza averlo preventivato, con l’incertezza di averlo capito davvero e veramente.
Accadde tutto velocemente, eppure senza fretta. Capire di amarlo, capire che l’altro l’amava, desiderare con tutto il cuore di averlo accanto, ogni minuto di ogni giorno, imparare a comprenderlo fino in fondo, con dedizione assoluta.
Una sinfonia bellissima e straziante, una fuga in do minore, un’aria sull’ultima corda.
Un sussurro nel buio: “Se fossi un pittore, dipingerei i tuoi occhi. Mi perderei a ricercarne ogni sfumatura, ogni luccichio, ogni ombra. Hai degli occhi bellissimi.”
Martin diceva di non aver mai visto occhi più belli dei suoi.
***
Avrebbe sempre ricordato come era iniziato. Era successo all’improvviso, in una traversa da nulla di Broadway, in una giornata incredibilmente fredda di novembre: una poesia sussurrata nel vento, i pensieri fugaci di un istante, tre moon pie in un piatto, i suoi occhi nei suoi, una notte di passione, lo sbaglio di un istante, due settimane di agonia, quella strana routine che si era impostata da sé.
Vi si ritrovò in mezzo prima ancora che potesse capirlo. Poi, il tempo si fermò: e abbracciò la quotidianità: la felicità dell’eterno.
Fu un processo lento, estenuante nella sua dolcezza. Capire di amarlo, desiderare con tutto il cuore di averlo accanto, imparare pian piano a conoscerne i gesti, le espressioni, senza però riuscire a comprendere se l’altro condivideva i suoi sentimenti, senza riuscire a comprenderlo fino in fondo.
Pensieri che d’un tratto svanivano, in un sussurro nel buio: “La gente crede che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma io credo che l’anima non si possa limitare a brillare negli occhi della gente: l’anima allora diventa quelle persone, le loro parole, le loro espressioni, le loro emozioni. Hai un’anima bellissima.”
Byron diceva di non aver mai visto un’anima più luminosa della sua.
***
Gli disse che aveva passato gli ultimi sei anni a viaggiare, suonando in un’orchestra nei teatri di ogni paese del mondo. Era stato suo padre a trovargli quel lavoro. Era stato in Francia, in Italia, in Inghilterra, aveva passato qualche mese in Germania, con un ragazzo che aveva conosciuto là. Poi si era spostato in Australia, prima di tornare negli Stati Uniti.
Gli disse che un paio di anni prima aveva avuto un diverbio con un direttore d’orchestra di Phoenix, e che era tornato a casa e aveva ripreso gli studi di Legge che aveva interrotto.
“Perché Legge?” gli chiese Martin. Non rispose.
Ogni tanto lo faceva. Rimaneva in silenzio, lasciava che fosse lui a capire quello che voleva dire. Martin non insistette mai con le domande.
Forse, ma di questo Martin si rese conto solo in seguito, quando era troppo tardi, aveva volontariamente lasciato un velo sulla vita di Byron, come se fosse un tesoro prezioso, di cui non si vuole conoscere l’effettivo valore, per paura, o vergogna.
Così imparò a conoscerlo, lentamente, nei suoi silenzi e nelle sue melodie suonate a tarda notte. Imparò a conoscerlo dalle note a margine sulle pagine di una vecchia copia spiegazzata de I fiori del male, dai brevi sorrisi che ogni tanto gli concedeva, da quel colore che vedeva nei suoi occhi, e se quello era solo un frammento della sua anima, quella doveva essere luminosissima. Imparò a conoscerlo da quegli istanti di vita che non poteva rubare, ma solo racimolare di tanto in tanto, quando lui era troppo stanco per tenerseli stretti.
Sapeva che non sarebbe mai arrivato a conoscerlo totalmente, perché lui si sarebbe sempre sottratto almeno in parte alle sue parole, e ai suoi occhi.
Così accettò il fatto che non lo avrebbe mai capito del tutto, e non fece domande. Solo in seguito capì che lo aveva fatto per paura.
Accettò il fatto che Byron prima o poi si sarebbe stancato di lui, e l’avrebbe abbandonato, e non riusciva ad esserne arrabbiato, perché Byron era la perfezione e la perfezione non può concedersi a tutti. E sicuramente non poteva concedersi a lui.
Ogni tanto si chiedeva se Byron lo amasse, se ricambiasse quel sentimento devastante e distruttivo che sentiva crescere in sé. Poi scuoteva il capo, si passava una mano sugli occhi e ricacciava giù i propri dubbi. E anche quello fu per paura.
C’erano momenti in cui sembrava davvero che Byron ci tenesse a lui, che lo considerasse un dono unico e prezioso. Allora i suoi occhi si illuminavano, il sorriso gli rischiarava il viso, e si avvicinava a lui per baciarlo; in quei momenti a Martin sembrava incredibile aver potuto avere qualsiasi dubbio su di lui. Solo dopo avrebbe intuito che quei baci erano pieni di tristezza: come baciare la cosa più importante del mondo, che si sa di perdere, come baciare una cosa che non si potrà mai avere.
C’erano volte, invece, in cui Byron sembrava così estraniato dal mondo, i suoi occhi così lontani. Parlava e la sua voce sembrava venire da lontano. Citava Baudelaire, spesso, con un tono di voce basso, musicale, che altalenava tra la malinconia e una leggera euforia quasi rabbiosa.
Gli disse che sua madre era stata un’attrice. Gli chiese se avrebbe mai potuto conoscerla. Non rispose, e lui non lo domandò un’altra volta.
Tempo dopo, si rese conto che era stato per paura.
***
Riprese a fumare, perché erano anni che voleva farlo e solo due cose l’avevano trattenuto fino a quel momento: il suo medico, e sua moglie. Il medico era morto l’anno prima di cancro ai polmoni.
A Byron non dava fastidio come a Karen, per cui fu confortante ritrovare quel rituale, immutato negli anni.
Ricordò che il fumo era stato il motivo per cui aveva conosciuto Clyde Dalton. Abitava a New York da qualche mese, ormai, quando, ritrovandosi sbattuto sul tetto da Karen, che non voleva che fumasse in casa, si era imbattuto in lui.
Era un giovane sulla trentina, dai muscoli delle braccia e del torace scolpiti, dal portamento quasi militare. E quella era stata la prima cosa che Martin aveva notato di lui, ma se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe risposto che erano stati i due occhi color smeraldo che risaltavano sul suo viso abbronzato, che si erano fissati su di lui, quando, sigaretta tra le labbra, aveva salito la scaletta di metallo che portava al terrazzo. Il nonno di Clyde era emigrato dalla Francia durante la seconda guerra mondiale e non si era mai fermato in un paese fisso. Aveva messo incinta una donna di Cleveland, prima di scappare verso una meta sconosciuta, per non tornare per diciotto anni, quando aveva riconosciuto legalmente il figlio.
“Avevo un amico” gli aveva raccontato Clyde una volta. Molte delle sue storie iniziavano così. “Suo padre faceva il costruttore di barche. Gli affari gli andavano bene: un giorno quel povero bastardo cadde da un ponteggio e morì ammazzato. Il figlio allora vende tutta la baracca e se ne va a Las Vegas. Per aprire un banco di pegni. Sai, là c’è un sacco di gente che si rovina, gioca d’azzardo e finisce senza più un soldo in tasca. Quando ha ancora le mutande addosso, questo.”
E giù a ridere, di una risata bellissima.
“Che gli successe?” aveva chiesto Martin.
“Nulla. Il banco di pegni non lo aprì mai. Finì dalla parte di quegli stronzi che perdono tutti i loro risparmi davanti a un tavolo. Se ne andò. E nessuno a Vegas lo vide più.”
In seguito Martin intuì che quel ragazzo doveva essere lo stesso Clyde. L’uomo non gli parlò mai apertamente del suo passato, ma glielo lasciò tra le mani sotto forma di una serie di storie senza capo né coda, con protagonisti uomini senza nome.
Martin giunse alla conclusione che Clyde non fosse fiero di ciò che era stato, ma che fosse una di quelle persone che si portano ricamato addosso il proprio passato come una lunga serie di cicatrici ricucite alla buona, ma ormai ben cauterizzate, che sono diventate troppo familiari sul loro corpo, perché essi possano ancora vergognarsene.
Così un giorno prese il coraggio a due mani e glielo disse: “Non devi credere che le tue storie siano merce da nulla: sono preziosissime, proprio come quelle di chiunque altro.”
“Sì, eh?” aveva replicato scettico Clyde, dondolando lentamente la testa.
“Sì. Io le ritengo importantissime e così dovresti fare tu.”
“Se ti piacciono così tanto le storie, perché non sei uno scrittore?” aveva chiesto Clyde aspirando una lunga boccata di fumo.
Martin aveva scrollato le spalle: “Forse non ho nulla da scrivere.”
L’altro aveva riso forte, di quella sua risata sguaiata e tuttavia armoniosa.
“Amico, se c’è qualcuno che ha qualcosa da raccontare, qui, quello sei tu.”
E Martin si era incantato a guardare il modo in cui spegneva la sigaretta contro il parapetto su cui era seduto.
Aveva sbuffato una risata: “Nato ad Amarillo. Cresciuto ad Amarillo. Sposato con quella che con tutta probabilità è la donna più isterica del Texas e della federazione.”
Clyde aveva riso ancora, più piano, quindi aveva alzato il capo verso di lui e aveva lanciato una sorta di ammonimento: “Non farlo.”
“Cosa?” aveva chiesto confuso Martin.
“Non pensare di essere innamorato. Non lo sei. La tua è solo ammirazione per qualcosa che, onestamente, non riesco a capire.”
Martin era rimasto in silenzio, sentendosi arrossire in viso.
“Che dici?”
“Martin, non farlo” aveva ripetuto Clyde, iniziando a scendere dalla scaletta, i suoi scarponi che grattavano contro il metallo.
Ovviamente non l’aveva ascoltato. Ovviamente l’aveva seguito in casa, attraverso la finestra.
“Ma che cazzo, Chapman, non ti hanno insegnato che non si entra in proprietà privata senza permesso?” aveva urlato Clyde, quando l’aveva visto arrampicarsi dentro il suo soggiorno dalla finestra, una mano che correva verso la mazza da baseball appesa al muro. Ovviamente non l’aveva usata.
E Martin l’aveva baciato, e le sue labbra screpolate erano così morbide e Clyde non si era affatto ritratto e lui forse non avrebbe dovuto farlo, ma l’aveva fatto e ora avrebbe pagato ogni conseguenza, che però non era mai arrivata.
Si erano amati tra una bottiglia di birra sul terrazzo, una cena del lunedì sera con Karen, e una partita di baseball. Clyde era discreto e comprensivo, burbero nei gesti di affetto che gli rivolgeva, irruento quando meno Martin se lo aspettava. Fu allora che, sentendosi in colpa, Martin trovò un compromesso, e smise di fumare, per la gioia di Karen.
A luglio Clyde l’aveva salutato, come avrebbe fatto ogni estate per i tre anni seguenti, ed era partito per il Nebraska, dove i suoi nonni materni gli avevano lasciato una fattoria in mezzo alle campagne. Era tornato a fine estate e, no, non l’aveva dimenticato. Si era detto sorpreso che anche Martin non l’avesse fatto.
Andarono avanti così per tre anni, con i loro alti e bassi, mentre il matrimonio di Martin, quello, sembrava aver preso una via per il solo schianto. Poi, all’improvviso, una sera di marzo, Karen ricevette un messaggio. Se fai in fretta, troverai una sorpresa ad aspettarti a casa, diceva.
Aveva pensato che fosse di Martin, per cui, quando, tornata nel loro appartamento, aveva trovato un biglietto del marito che diceva che era da Clyde, non ci aveva pensato due volte a infilarsi in casa dell’amico. Per trovarsi davanti l’ultima cosa che si sarebbe aspettata al mondo.
Più tardi, quella sera, seduto sul terrazzo con una voglia matta di fumare, Martin aveva stretto tra le mani il cellulare di Karen, sul cui schermo era ancora visualizzato il messaggio che gli aveva appena sconvolto l’esistenza. “Se trovo chi è stato…” aveva iniziato, sentendo i passi di Clyde avvicinarsi.
Ma l’altro l’aveva interrotto: “Mi dispiace, Martin: ho pensato che fosse la cosa migliore da fare, per il tuo matrimonio. L’ho fatto per te, per Karen. Cogli questa opportunità di essere felice.”
Martin si era voltato stupefatto e ferito verso di lui, un ringhio rabbioso bloccato in gola. “L’hai inviato tu?” aveva chiesto, incredulo. Clyde aveva annuito, intimidito.
E Martin aveva riso, perché forse era tutto uno scherzo del caso e Clyde non se lo ricordava nemmeno, ma il 7 marzo di tre anni prima era stata la prima volta che si erano parlati, su quello stesso terrazzo, perché Karen, sconvolta dalla recentissima perdita del padre, aveva chiesto a Martin di andare a fumare sul tetto.
Tre anni dopo, il 7 marzo era arrivato. E il pensiero di Martin corse a Karen: non meritava tutto quel dolore in un giorno solo. Ma non c’era niente che potesse fare, per curarlo, non quando lui ne era la causa prima. Un mese dopo lui e Karen erano divorziati.
***
Il 7 marzo di un anno dopo, Martin guardò gli occhi screziati di azzurro di Byron, sgranati in un’espressione dolcissima dietro ad un piatto di moon pie che aveva appena sfornato per lui. Sorrise al suo indirizzo, allungandosi verso di lui per baciarlo leggermente.
Del resto, Clyde aveva ragione. Non lo aveva mai amato veramente. Non avrebbe mai potuto amare qualcuno che non riusciva a vedere della poesia nella sua vita, e che considerasse così poco una storia.
   
 
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