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Autore: N92    21/04/2017    0 recensioni
Tre Fratelli vivono in una terra pacifica.
Vicino a loro, un oscuro e secolare conflitto infuria fra le grandi nazioni di Hyvreria, del Soletramonto e Rax-Marhy, del Buiocrepuscolo.
Un'esistenza semplice e tranquilla, quella dei Fratelli, che ben presto però verrà sconvolta irrimediabilmente. I loro cuori, fino a quel momento uniti, semplici e puri, arderanno di nuove convinzioni e Verità Assolute.
Verrà il momento in cui i Fratelli dovranno mettere da parte amori e legami di sangue, perché il prezzo di un potere antico e potente richiederà loro sacrifici e sforzi enormi.
Dovranno infine combattere per, e contro, se stessi.
Lottare gli uni contro gli altri.
In un mondo di luce e ombra, di poteri millenari, dove Giorno e Notte hanno un’importanza fondamentale, si svolge la mia storia.
Genere: Fantasy, Generale, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
Capitoli:
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1

 

 

Una Vita Quasi Tranquilla

 

 

 

Ovrien stazionò silenzioso sotto un grande albero di melo. Levò lo sguardo sulle prepotenti diramazioni che partivano dall’enorme tronco proprio di fronte a lui e ne ammirò gli splendidi dettagli. Alla luce di quella limpida giornata di sole, le ramature, di un bel color marrone scuro, correvano sul legno moltiplicandosi ogni volta che incrociavano un nuovo ramo. E ce n’erano tanti di rami, e ognuno di questi era strapieno di grosse foglie dalla forma ellittica verde brillante. La pianta era molto alta, e aveva grosse radici che perforavano il terreno in profondità, ma la cosa che stupiva Ovrien ogni volta che la vedeva erano i suoi frutti. Le mele che produceva erano enormi, grandi quasi come la testa di un uomo, ed erano di un rosso sangue talmente vivo che pareva qualcuno ci avesse sanguinato sopra. Il ragazzo tuttavia non era qui per raccogliere mele, infatti chiuse gli occhi e sfilò lentamente con la mano destra la grande spada di legno che teneva inguainata sul fianco opposto. L’arma scivolò via lamentandosi, mentre sfregava contro il fodero nero, anch’esso in legno, saldamente ancorato alle brache marrone scuro. La spada, interamente in legno di quercia, perfetto sia per durezza che per peso, era un cielo color arancione rossiccio, con nuvolette più chiare che ne chiazzavano tutta la superficie. La lama era piena di graffi e intaccature, dalla base fino alla punta smussata, ma faceva ancora bene il suo lavoro. L’elsa era equipaggiata con una piccola guardia crociata quasi invisibile e un pomolo sferico liscio. L’impugnatura, levigata con cura, aveva dei dislivelli che riprendevano la forma delle dita per avere una presa migliore e per far si che la mano non scivolasse. Quando infine anche la punta deteriorata uscì dal fodero, Ovrien tese il braccio armato perpendicolare al corpo, con la lama che ne seguiva la direzione, e rimase silenziosamente in attesa del segnale.

Vento.

Era il segnale.

Si concentrò profondamente su quello che lo circondava, annusando, sentendo, ragionando, giudicando. I profumi erano vergini in quella parte dell’altopiano, ed erano forti, come fossero amplificati. Lui li analizzò, riconoscendone la provenienza: fiori di diversi tipi, erba fresca, odore di selvaggina, e naturalmente mele. Spostò la concentrazione sull’udito e captò una brezza accarezzare i fili d’erba da qualche parte dietro di lui. Tornò ad annusare. Ora c’erano altri odori ancora, anche se molto deboli, che venivano da lontano. Da sud-est, concluse ragionando sulla morfologia del territorio.

Ora doveva giudicare.

Giudicò che la brezza era abbastanza potente, e si preparò richiamando davanti a se il braccio teso in precedenza e impugnando la lama di legno anche con la mano sinistra.

Sempre ad occhi chiusi.

Sempre concentrato al massimo.

La brezza arrivò puntuale da sud-est come Ovrien aveva dedotto, e cominciarono ad udirsi i primi scricchiolii, poi alcuni tonfi sordi, come se qualcuno avesse lanciato dei grossi sassi li sul prato vicino al melo. Troppo lontani, pensò. Aspettò paziente che venisse il suo momento, calcolando il tempo che correva fra scricchiolii e tonfi, ma la brezza stava per esaurirsi, lui lo sapeva. Doveva succedere a breve. Poi udì all’improvviso un crepitio leggero ma deciso proprio sopra la sua testa, e fulmineo sollevò la spada in orizzontale al lato dell’orecchio destro. Aveva calcolato con cura i tempi e seppe perfettamente quando muovere la lama. Sferrò il fendente, velocissimo, sicuro che avrebbe centrato il bersaglio. La lama fendette l’aria con un sibilo, ma Ovrien sentì qualcosa sfiorargli l’orecchio sinistro e poi uno schiocco secco proprio nel punto in cui da li a poco sarebbe transitata la lama. Il fendente andò a vuoto colpendo solo aria e Ovrien rimase immobile con la spada adesso puntata verso il basso, come a vergognarsi di aver fatto cilecca. Aprì gli occhi, e gli odori tornarono ad essere normali.

«Stai migliorando!», esordì una voce decisa e profonda poco dietro di lui proprio dalla direzione da cui era stato pericolosamente accarezzato all’orecchio.

Ovrien rimase immobile, fissando la freccia conficcata sul tronco del melo. Era lunga e ben lavorata, con un impennaggio ordinato che variava dal nero all’azzurro in una fantasia a macchie di varie grandezze. L’asta, marroncino chiara, era perfettamente dritta. Un lavoro ben fatto.

Levò poi lo sguardo in basso osservando la grossa mela a metà strada fra lui e il busto dell’albero. Rinfoderò la spada di legno, che emise lo stesso verso lamentoso rientrando nel fodero, e si avvicinò al frutto rosso steso li per terra. Si accovacciò e lo raccolse. Erano necessarie tutte e due le mani perché la mela era davvero enorme. La esaminò ma non vide segni di penetrazione. Sorrise poi, notando delle lievi ammaccature che la attraversavano orizzontalmente da un lato.

«Anche tu!», rispose alla voce poderosa che lo aveva interpellato prima, poi lasciò andare la mela, che rotolò un poco prima di fermarsi. Si alzò e raggiunse il tronco perforato. Afferrò la freccia, che stazionava tranquilla proprio all’altezza dei suoi occhi e operò per liberarla dal legno nodoso. Dopo poco la stava esaminando da vicino, in cerca dell’indizio fondamentale. La rigirò fra le mani studiandola, e finalmente colse il dettaglio che voleva cogliere. Una macchia fresca lungo una parte dell’asta.

«Come pensavo», confermò con un sorriso ancora più grande di prima «Sei davvero grande fratello!» dichiarò voltandosi verso la famigerata voce.

«La mela. Non l’hai perforata, ne hai solamente deviato la traiettoria quel tanto che bastava per mandare a vuoto il mio fendente», affermò sollevando il dardo in aria. «Ma come hai fatto?», chiese esterrefatto.

La voce intanto era diventata una sagoma, che sbucata da un albero di melo decisamente più piccolo si avvicinò a Ovrien con passo virile.

Ne uscì un ragazzo bellissimo.

Portava delle brache simili a quelle di Ovrien ma color nero pece, infilate dentro stivali marrone scuro leggermente sporchi di terra. A contrario del fratello che era a torso nudo, indossava una camicia bianca che arrivava fin sotto al sedere tutta sbottonata, con delle toppe scure sui gomiti. Una catenella con due anelli color grigio argento incastrati fra loro scendeva, legata al collo, fino ai pettorali. Una spada di legno nero faceva compagnia al suo fianco sinistro. Aveva un viso squadrato con un leggero velo di barba. Il taglio degli occhi color nocciola era stretto e misterioso. Portava dei lunghi capelli che lasciava ricadere selvaggi fino alle larghe spalle, tranne per le due trecce che dai lati della fronte spaziosa scendevano delicate verso il mento. Aveva una bocca carnosa per essere un uomo, ma molto virile. Era alto e aveva il fisico slanciato.

«Sei arrivato Derevor», disse Ovrien, porgendogli la freccia. Derevor coprì la distanza che ancora li separava e afferrò la freccia, sorridendo al fratello gemello.

«Certo, non posso mica lasciar perdere quando mi viene lanciata una sfida», esordì afferrando la freccia dalla coda piumata. La esaminò anche lui, e Ovrien colse un leggero ghigno di soddisfazione deviare il corso delle sue splendide labbra, quando si accorse del lavoro accurato che aveva svolto la sua freccia. Con un gesto elegante, la ripose nella faretra di pelle di pecora che portava a tracolla sulle spalle. La faretra era molto spaziosa, e Ovrien notò che conteneva altri dardi, sempre con quel particolare impennaggio colorato.

Non dirmi che… «È nell’impennaggio vero? È quello il segreto della tua precisione». Quell’affermazione deviò l’attenzione di Derevor verso il gemello, che si guadagnò uno sguardo di ammirazione per la sua acuta osservazione.

Centro! pensò Ovrien compiaciuto di se stesso.

Il gemello annuì, forse un poco infastidito, ma lo nascose bene. A Derevor non piaceva quando qualcuno comprendeva i suoi trucchi, e questo invogliava Ovrien a provarci sempre di più.

«Che sciocco che sono stato. So che sei un ottimo osservatore, non avrei mai dovuto portarmi tutte queste frecce» disse voltando lo sguardo verso la faretra piena di dardi. Se la tolse e la poggiò per ferra, insieme al grosso arco con cui aveva lanciato il dardo che aveva fatto il pelo all’orecchio di Ovrien. Tornò a guardare il gemello.

«Beh fratello, finché solo tu conosci il mio segreto va bene. Però non dirlo a nessuno ok?»

«Se vuoi che il tuo piccolo trucchetto rimanga tale, dovrai battermi», dichiarò Oevrin in tono di sfida.

«Una posta in palio, dunque?», chiese Derevor ghignando «Le cose si fanno interessanti»

«Già», concordò il fratello, cominciando a muovere la mano destra verso l’impugnatura della spada al fianco.

«Aspetta Ovrien» disse Derevor alzando un braccio verso il gemello, che bloccò il movimento bellicoso arrivato ormai a metà strada.

«Però...», osservò «Come sei reattivo ad eseguire gli ordini!», disse alzando un sopracciglio, divertito. Ovrien arrossì un poco.

«Piantala!», tagliò corto, riprendendo a far avanzare la mano alla spada.

«Così non mi pare giusto», commentò Derevor.

«Cosa?», chiese il fratello arrestando di nuovo il movimento.

«C’è una posta in gioco solo dalla mia parte. Se perdi lo scontro non ci sarà per te nessuna conseguenza, se invece lo perdo io, sarò costretto a rivelare uno dei miei segreti. A proposito. Segreti, non trucchi.»

«Io non ho nessun trucco da condividere fratello», disse Ovrien in tono innocente mentre osservava il gemello mettersi a riflettere. Non era del tutto vero, ma non vedeva il motivo per cui Derevor doveva saperlo. Poi vide d’un tratto la faccia del fratello mutare come la pelle di un camaleonte in procinto di mimetizzarsi con l’ambiente e intuì che gli era venuta un’idea. La cosa non gli piacque granché, anzi, proprio per niente a dirla tutta. Le idee di Derevor erano come una donna nel periodo del mestruo: pericolose e imprevedibili.

«Mi è venuta un’idea!», esclamò infatti Derevor. La sua eccitazione preoccupò un poco Ovrien.

«Ah si?», lo assecondò «E sarebbe?»

Il ghigno era tornato a dominare la faccia di Derevor mentre era in procinto di esporre la sua grande intuizione.

«Se vinco io, caro il mio fratellino...», cominciò guardandolo dritto degli occhi serissimo… S’interruppe un attimo per creare suspance, cosa che irritò Ovrien, «...Dovrai andare a parlare con Ulena. Questa sera stessa!», concluse puntando l’indice verso il basso a ribadire il concetto.

Ovrien sgranò gli occhi così tanto che Derevor quasi temette che gli sarebbero potuti schizzare fuori dalle orbite e rotolare sul prato. Sembrava come se avesse visto un fantasma.

«Tu...tu sei pazzo Derevor, non ci penso neanche!!», affermò a gran voce, come stordito. Gli era venuto il fiatone tutto insieme, barcollava e stava sudando freddo.

«Ma dai Ovrien!», ribatté il ragazzo con determinazione dandogli una pacca forte sul petto che quasi lo fece cadere a terra «Tu sei un bel ragazzo! E poi hai visto come ti guarda? Neanche fossi tutto rivestito di diamanti e perle...».

In effetti più di qualcuna lo aveva definito bello, elogiando la sua mascella squadrata e i suoi capelli a caschetto castano scuri che gli davano un’aria da bravo ragazzo. Per non parlare poi degli occhi marroni, grandi e puri, e il fisico scolpito. Certo, non era bello come Derevor, tuttavia era più che apprezzato dal genere femminile.

«Non ce la faccio Derevor, ti prego! Non lei». Ovrien lo stava quasi supplicando, «Scegli qualcos’altro! Qualsiasi altra cosa, ma non questa». Derevor però era deciso ad andare fino in fondo.

«Ma scusa fratello, lei ti piace giusto?»

«Da impazzire...»

«E a lei tu piaci, giusto?»

«Così mi è stato riferito.»

«E allora buttati no? Non la vuoi per caso?»

«Certo che la voglio!», ribatté brusco Ovrien.

«E allora falla tua, prima che lo faccia qualcun altro» disse Derevor implacabile. Poi decise di stuzzicarlo un po', giusto per fargli capire quanto fosse follemente innamorato di quella ragazza e che sbaglio colossale stesse facendo.

«Cosa che succederà Ovrien, stanne certo», continuò. «Ma l’hai vista? È una tale bellezza…con quei capelli lisci biondo platino, quegli occhi azzurri come oceani infuriati, quella bocca sensuale perfetta per baciare. E vogliamo parlare delle sue curve? oooohhh!!». Incocciò ripetutamente il palmo della mano sulla fronte, come a simulare la pazzia che lo avrebbe pervaso al solo pensarci. «Ha le gambe perfette e sensuali, lisce come seta, sicuro! Ti piacciono le sue game Ovrien? Si, immagino... Ma la parte migliore l’ho voluta lasciare per ultima». Ora Derevor voleva veramente farlo infuriare, così avrebbe accettato la sfida, l’avrebbe persa, e sarebbe dovuto (finalmente) andare a parlare con Ulena. Ma era mai possibile che doveva essere lui a fare questo genere di lavori? Queste cose erano più adatte a un genitore, non ad un fratello gemello.

Mentre aveva elencato tutti i pregi della ragazza che amava Ovrien in quel modo diciamo... non proprio elegante, aveva visto il viso del gemello contrarsi sempre più in un’espressione di furia. Ovrien però aveva capito il gioco che stava facendo Derevor e non voleva cascarci, quindi cercò di rimanere calmo, cosa gli riuscì a malapena.

«Il seno Ovrien» sussurrò Derevor, in tono estasiato, avvicinandosi a pochi centimetri dalla faccia del fratello. «Talmente perfetto, per forma e dimensioni...». Ora si guardavano negli occhi, come due grossi ariete prima di uno scontro mortale «...che fa venir voglia di farle di tu..». Non riuscì a completare la frase che dovette sguainare la sua spada di legno nero finemente lavorata per parare il fendente fulmineo diretto al fianco sinistro che aveva sferrato Ovrien. Aveva sguainato la spada in un lampo, senza dire una parola.

Derevor parò il colpo all’ultimo. Era di una potenza inaudita e temette che la sua lama legnosa potesse rompersi.

«Considero questo colpo come l’accettazione alle poste in palio da noi stipulate», disse quasi a denti stretti, tanta era la forza che doveva imprimere per tenere a distanza di sicurezza la lama di suo fratello. Le due spade si abbracciarono in una prova di forza che però sfociò in un pareggio.

«Non mi importa Derevor, voglio solo massacrarti!», disse Ovrien con una calma gelida che fece preoccupare Derevor, poi richiamò la lama dal legno nemico e la fece roteare per cercare di colpire le gambe del fratello. Derevor parò ancora e provò ad attaccare, ma la spada di Ovrien era già all’altezza della sua testa costringendolo ad un’altra azione difensiva al limite.

Questo vuole farmi secco! Pensò, Forse ho un po' esagerato! Fece due passi indietro «Ascolta Ovrien, cerchiamo di rimanere cal...», iniziò cercando di parlamentare, ma Ovrien gli era già arrivato addosso con la spada sollevata, che presagiva un potentissimo fendente pronto ad esplodere.

Quello che ne seguì invece fu una serie infinità di attacchi che Derevor fu a malapena in grado di respingere, e intanto dentro di lui montava una rabbia e una competitività fortissime. Fu allora che passò all’attacco anticipando il gemello, che si era fatto di nuovo sotto per un’altra scarica di attacchi micidiali. Quella mossa improvvisa costrinse Ovrien a passare sulla difensiva. Deviò il fendente a lato con un altro altrettanto forte ma Derevor si mosse in una giravolta che lo colse di sorpresa. Il gemello sferrò colpo preciso, e la lama andò a colpire abbastanza violentemente al fianco sinistro di Ovrien, che gemette dal dolore. Derevor si accorse di quello che aveva fatto e sgranò gli occhi vedendo il fratello lamentarsi, con il braccio sinistro sul fianco dolorante. Si sarebbe formata una mora. Sicuro.

«Mi dispiace Ovrien!! non volevo, davvero, non...», provò a spiegare, ma Ovrien urlò furente e si lanciò a capofitto su di lui con la faccia contorta dalla rabbia. Adesso i fendenti che calava erano ancora più veloci, tuttavia Derevor notò che il fratello non cercava mai i punti vitali. Questo lo rassicurò. Ora controbattere i colpi era diventato ancora più difficile, in più non voleva fare niente che potesse ferire il fratello, anche se comunque non credeva che potesse riuscire a colpirlo. La rabbia ora era scemata in preoccupazione. Non aveva mai visto combattere suo fratello in quel modo. Velocità e precisione dei colpi erano pazzeschi, ma non erano mai sferrati a caso. Era davvero migliorato il suo fratellino. Ma aveva perso la testa, e questo lo rendeva pericoloso. Dovette ricorrere a tutta la sua abilità per stare al passo di Ovrien, che ora variava l’altezza e l’angolazione dei fendenti, rendendoli difficili da prevedere e schivare. Fece quello che poté e riuscì a tenere a bada la furia guerriera del gemello, ma stava perdendo terreno, arretrando sempre di più verso la direzione da dove era venuto. Ovrien invece sembrava instancabile, mulinava la sua spada come se fosse posseduto senza risentire per niente della stanchezza che avrebbe dovuto attanagliarlo. All’improvviso Derevor inciampò su una roccia che sporgeva dalla terra, cadendo all’indietro.

Maledizione! Sono fritto! Pensò a mezz’aria. Cozzò a terra col sedere, ma riuscì a trattenere la spada nera, impedendogli di allontanarsi da lui. Alzò lo sguardo e Ovrien era già li con la spada alzata pronto ad infilzarlo. Derevor non avrebbe fatto in tempo ne a spostarsi ne a tentare una parata disperata.

Non va bene! Non va per niente bene maledizione!

«Sei mio!!» urlò Ovrien calando la lama sul corpo inerme del fratello. Derevor aveva perso, e non sapeva se il fratello lo avrebbe risparmiato o lo avrebbe davvero ucciso.

La lama venne però deviata da una più piccolina e andò a sbattere con la punta smussata sulla terra erbosa. I due si girarono increduli e confusi e videro un bambino dai lunghi capelli riccissimi castano scuro imbracciare quella spada che sembrava un giocattolo. Aveva delle ciocche giallo grano qua e la che rilucevano a contatto col sole. La chioma contornava un viso dolce, con bei lineamenti. I grandi occhi color nocciola erano contratti in un’espressione di confusione, seguiti a ruota dalla piccola bocca delicata.

«Fratellone Ovrien, perché vuoi fare male al fratellone Derevor? Ti ha fatto qualche torto?» chiese a Ovrien, che insieme a Derevor era rimasto a bocca aperta.

«Nyterian??» esclamarono tutti e due insieme esterrefatti. Com’era possibile che il loro fratellino minore di soli nove anni li avesse raggiunti così a nord? Così lontano da casa? E poi come aveva fatto a deviare quel colpo?

«Beh..come dire…??», cominciò a cianciare Ovrien, fisso sugli occhi tristi del bambino in cerca di una scusa plausibile. Derevor colse quel momento in cui il gemello aveva abbassato la guardia e gli sferrò un calcio alle gambe che lo fece cadere come un sacco. Si gettò di scatto sopra di lui e gli puntò la spada al petto.

«Adesso calmati Ovrien!», gli ordinò serio, quasi urlando. Ovrien gettò la spada a lato e sollevò le mani a terra sopra la testa in segno di resa. D’un tratto il suo viso si rilassò, come se si fosse tolto un grosso peso.

Cominciò a sorridere, poi a ridere di gusto fin quasi alle lacrime.

Derevor rimase di sasso. Nyterian si grattò al testa confuso.

«Mi arrendo, mi arrendo», riuscì a dire ancora in preda alle risa, «Hai vinto fratello!» ammise chiudendo gli occhi e allargando le braccia a terra come a volergli dare un abbraccio. Aveva il fiatone, ma sembrava felice.

«Ma che cosa è successo?», gli chiese Derevor ritraendo la lama dal petto del fratello, «Fino a poco fa sembravi uscito di senno, ora cos’è questa storia?». Aveva la fronte aggrottata al limite umano possibile.

Ovrien riaprì gli occhi «Credevi davvero che qualcosa del genere, fra l’altro detta dal mio fratello gemello possa ridurmi in quello stato? Certo, mi fa arrabbiare quando si parla in quel modo di Ulena, ma ho capito subito il tuo giochetto e ho voluto assecondarti, per darti una lezione. E tu ci sei cascato in pieno Derevor!»

«Quindi… era tutta una messinscena?», chiese Derevor, ora visibilmente arrabbiato «E questa brillante idea era solo per darmi una lezione? Pensavo che fossi impazzito maledizione! Pensavo volessi farmi la pelle!», disse, stavolta urlando, con le braccia che gesticolavano da tutte le parti arrabbiate almeno quanto lui, se non di più.

«No», rispose Ovrien scuotendo il capo «Volevo anche vedere a che livello sono arrivato, e l’unico modo era quello di farti combattere al massimo delle tue possibilità. E questo era un buono modo. Praticamente ho sfruttato il tuo trucco come base per il mio. Direi che non me la sono cavata male!» concluse sorridendo.

Derevor rimase a fissarlo per qualche secondo, per metabolizzare al meglio quello che gli aveva rivelato il fratello. Poi scosse il capo alzandosi. Rinfoderò la spada e trasse un respiro profondo.

«Sei proprio un idiota!», gli disse.

«Beh, almeno la prossima volta impari a farti gli affari tuoi», ribatté Ovrien.

«Comunque ho perso. Stasera gli parlerò», affermò, e già cominciava a sudare freddo al solo pensiero.

Si guardarono per qualche momento, e poi scoppiarono a ridere entrambi.

Nyterian, che aveva fatto da spettatore allo strano monologo dei due fratelli maggiori ancora non aveva capito cosa fosse successo.

«Allora non state litigando!?», disse a metà fra domanda e affermazione. I due gemelli smisero di ridere di colpo, voltarono lo sguardo su di lui con occhi freddi.

Nyterian li guardò tutti e due. Comprese le loro prossime intenzioni e sgranò gli occhi. Allora fece due passi all’indietro, visibilmente impaurito, poi cominciò a correre urlando, liberandosi della piccola spada di legno, verso la macchia che fiancheggiava la radura con i due alberi di melo.

Verso sud. Verso casa.

I due Fratelli lo rincorsero nella macchia urlandogli contro quello che gli avrebbero fatto se lo avessero preso, con la felicità dipinta sul volto.

 

   
 
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