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Autore: Ayr    21/04/2017    6 recensioni
"Ivory, a quanto pare sei riuscito a distinguerti per abilità, coraggio ed un pizzico di fortuna in mezzo a quella turba di guerrieri grandi il doppio di te, e sei anche riuscito a prevalere su di loro. Ciò significa che sei il migliore tra questi e che sei colui che è destinato a compiere la missione» il tono della sovrana si era fatto improvvisamente grave e serio, facendo preoccupare l'elfo, «Ciò che sto per chiederti è molto pericoloso e potrebbe anche essere considerato tradimento, se prima di questo non ne fosse già stato compiuto un altro: mia sorella, dopo l'ultima visita, mi ha sottratto una cosa a me molto cara, nella speranza che non mi accorgessi della sua assenza... Si tratta di uno specchio"
Quando Ivory sentì quelle parole uscire dalle labbra della Regina Rossa, pensò ad uno scherzo di cattivo gusto: come poteva uno specchio essere oggetto di una tale contesa?
Ma nulla è come sembra, e anche lo specchio non è una semplice superficie riflettente, bensì un oggetto pericoloso e affascinante, che ammalia e promette di realizzare i più profondi desideri di un uomo...a caro prezzo
Genere: Drammatico, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Lo specchio si groria forte
tenendo dentro a sé specchiata la regina,
e, partita quella, lo specchio riman vile.
-Leonardo da Vinci-

I



«Hai giocato troppe volte con la morte, Ivory, prima o poi si stancherà e verrà a reclamare quello che sei riuscito a sottrargli per troppo tempo.»
Ivory non prestò la minima attenzione alle parole dell'altro, troppo impegnato a civettare con una mezz'elfa filiforme dai grandi occhi grigi e i lunghi capelli blu; le sorrise e la ragazza ricambiò il sorriso, arrossendo violentemente.
«Mi stai ascoltando?» lo richiamò all'attenzione Brandbury, dandogli un colpetto sul gomito.
«Sì, Brand» sospirò l'altro senza nemmeno voltarsi, «Stai facendo il melodrammatico come tuo solito.»
«Il melodrammatico?» esclamò sconvolto Brandbury, «Stai per affrontare un torneo contro i migliori tra i guerrieri di Actardion: i più forti, i più astuti, i più brutali e i più sanguinari!»
«E allora?» lo interruppe bruscamente Ivory, stanco dello sproloquio dell'amico. Brandbury sapeva essere davvero logorroico e asfissiante, soprattutto quando non era d'accordo sulle sue scelte, ovvero la maggior parte delle volte.
«Stai volontariamente andando verso il suicidio!»
«Non è uno scontro all'ultimo sangue e per quanto possano essere brutali e sanguinari i miei avversari sono capace di tenerli testa. Non è la cosa più spaventosa e letale che ho affrontato fino ad adesso, so come si combatte e mi sembra di cavarmela anche discretamente. Quindi smettila di preoccuparti per me!»
Ivory e Brandbury erano cresciuti assieme: la madre di quest'ultimo aveva avuto pietà di lui quando l'aveva trovato solo, infreddolito e affamato in mezzo a una strada, abbandonato dai suoi simili ed evitato come una malattia contagiosa dagli uomini; per Sarah, invece, Ivory era sempre stato solo un bambino, in quel momento bisognoso di un pasto caldo e di un letto confortevole. L'aveva preso con sé, sotto il suo tetto, e l'aveva allevato come fosse stato figlio suo, nonostante il colore così chiaro della pelle, inconsueto anche per la razza degli Elfi.
Ivory era un elfo albino: una creatura alquanto rara e mal vista, tanto dagli uomini quanto dagli Elfi, i quali credevano che fosse un messaggero del dio dai Nessuno e Cento nomi e che portasse con sé la morte, il cui marchio era proprio quella pelle così chiara e bianca come avorio, che gli aveva dato il nome, e che somigliava troppo al pallore mortale dei cadaveri.
Brandbury era stato per lui come un fratello maggiore che l'aveva sostenuto, consolato e consigliato; ma alla veneranda età di venticinque inverni non reputava più necessario il suo aiuto e sopportava sempre meno le sue intromissioni. Nonostante questo, provava un sentimento di profonda gratitudine e affetto nei suoi confronti e non avrebbe mai avuto il coraggio di dirgli che tutta quell'apprensione lo soffocava e lo infastidiva: in fondo, era il modo con cui Brandbury esternava la propria affezione per il fratellino.
«Al vincitore verrà affidata una missione per la quale verrà pagato profumatamente, e solo gli dei del Sacrario sanno quanto in questo periodo abbiamo bisogno di soldi. Non potevo rifiutare una proposta così allettante!»
«Ma se non dovessi vincere?» domandò timidamente l'altro.
«Almeno ci avrò provato. Non possiamo permetterci di lasciarci sfuggire occasioni del genere, non in questo momento.»
Brand dovette dare ragione al fratello: il lavoro per i due scarseggiava, non c'erano campagne militari per le quali Ivory potesse partecipare come mercenario, e con l'arrivo dell'inverno, gli animali si erano rintanati per ripararsi dal freddo, lasciando a mani vuote i cacciatori. Da quasi due mesi sopravvivevano solo grazie ai guadagni di Brandbury come erborista e cerusico, che, però, guadagnava quel poco che bastava per farli vivere decentemente: vivevano in un piccolo villaggio ed erano veramente in pochi quelli che si rivolgevano a lui, solitamente contadini che avevano mal di schiena o donne che chiedevano qualcosa per non rimanere incinte o far passare il mal di testa, vecchi che cercavano rimedi per i reumatismi e il buon vecchio Curt, che viveva in fondo alla strada, dopo la piazza del mercato e che dopo gli orrori di quasi quarant’anni passati nell’esercito, la notte non riusciva a dormire e chiedeva a Brandbury sonniferi sempre più potenti.
Il giovane si massaggiò la fronte: da un lato non poteva dargli torto, ma dall'altro era seriamente preoccupato per la sua incolumità, non sapeva cosa ci si potesse aspettare da un evento del genere, soprattutto per il fatto che fosse stato organizzato niente poco di meno che dalla Regina in persona, e tutti erano a conoscenza dei suoi gusti alquanto macabri e discutibili; per quanto potesse aver promesso che non ci sarebbero state morti, nessuno poteva affermarlo con sicurezza. Era risaputo come, in realtà, finissero gli scontri del genere: in mezzo alla mischia e all'euforia generale nessuno si sarebbe accorto del baluginio di un pugnale non spuntato affondato nel costato di un avversario, e l'omicidio sarebbe stato relegato a semplice incidente che, in occasioni come questa, potevano capitare.
«Andrà tutto bene» gli assicurò Ivory poggiandoli una mano sulla spalla, «Sono un guerriero esperto e ho partecipato a tantissime battaglie nei luoghi più strani, impervi e desolati. Cosa vuoi che sia un torneo?»
Brandbury avrebbe tanto voluto avere la sua fiducia e il suo coraggio, ma dei due, era sempre stato quello più prudente e riflessivo, che ci pensava due volte prima di gettarsi in qualsiasi impresa senza prima averne valutato i pro e i contro, a maggior ragione se era a rischio la propria vita.
Ivory, dal canto suo, era sempre stato impulsivo e avventato, e anche la scelta di diventare un mercenario era giunta improvvisa ed era stata abbracciata immediatamente, senza pensarci; il suo sangue di elfo gli permetteva di essere agile, veloce e scattante e la vista acuta facilitava l'uso dell'arco e il lancio di pugnali, sempre preciso e letale.
«Che cosa altro potrei fare?» gli aveva domandato quel giorno, quando gli aveva rivelato la sua decisione, «Per gli elfi sono un abominio e per gli uomini un reietto e un miserabile. Non potrei mai aprire un'attività mia, studiare all'Accademia o entrare in una Gilda, il colore della mia pelle mi sarà sempre di ostacolo. Di un mercenario, invece, non importa da dove provenga, che faccia abbia o cosa abbia fatto in passato, ciò che conta è come sappia maneggiare una spada e che sia efficiente e letale. Alla fin fine è solo un soldato di ventura che pagato per fare il lavoro sporco al posto di altri, lo si vede una volta e non lo si rivedrà mai più, sia che sia morto in battaglia sia che vada a lavorare per qualcun altro.»
Quelle parole così amare avevano rattristato Brandbury, soprattutto per il fatto che fossero dolorosamente vere: l'unica strada possibile per Ivory era quella di mettere al servizio degli altri le proprie abilità e di essere pagato per esse, nessuno si sarebbe mai accorto che sotto l'elmo si nascondeva il volto pallido di un elfo albino, e tra le fila dei mercenari nessuno ci avrebbe badato.
Così il ragazzo era partito per Derenstor, dove era stato iniziato all'arte della spada e della guerra, e dove si era guadagnato il nome di Spettro, sia a causa del suo aspetto sia per i suoi movimenti silenziosi e appena udibili. Si era rivelato un assassino formidabile e un guerriero impavido che metteva tutto sé stesso nell'ardore della battaglia e non si risparmiava, arrivando allo stremo delle forze e continuando imperterrito a combattere, guadagnandosi l'ammirazione e il rispetto dei suoi compagni e dei suoi superiori.
Brandbury, da allora, lo aveva visto molto di rado, e sempre più sciupato e segnato dagli scontri, dalla stanchezza e dalla fatica; dietro di sé portava costantemente puzzo di morte, distruzione e disperazione, un odore misto di sudore, lacrime e sangue che non lo abbandonava mai, nemmeno nei momenti di riposo.
Il fratello aveva sempre disapprovato la scelta, ma non aveva mai fatto nulla per ostacolarlo ed impedirgli di rischiare la vita ad ogni respiro, ad ogni movimento di spada, ad ogni fischio di freccia, ad ogni caduta e ad ogni nuova carica. In fondo, era la sua vita e stava all'elfo decidere come viverla: se sull'orlo di una bava di ragnatela sospesa perennemente tra la vita e la morte, o nella sicurezza confortevole di una casa modesta ma vivibile.
Più volte si era domandato se la scelta non fosse stata dettata da qualche errore da parte sua che l'aveva spinto ad allontanarsi da lui: in quegli anni, aveva sempre cercato di non farlo sentire diverso e fuori posto, ma, forse, tutte le sue premure avevano sortito l'effetto opposto facendolo sentire ancora più escluso e bisognoso di cure particolari perché non si riteneva degno di essere trattato come tutti gli altri.
Da bambini era stato più semplice: l'ingenuità e la spensieratezza dell'età avevano permesso un rapporto spontaneo e sincero, genuino; ma con il passare del tempo la consapevolezza delle malelingue e delle voci che correvano sul conto di Ivory avevano appesantito l'atmosfera e avevano fatto chiudere il ragazzo in un guscio da cui, a volte, nemmeno Brandbury era stato capace di farlo uscire.
Il disagio dell'elfo si era sempre più acuito, sebbene cercasse di tenerlo nascosto in tutti i modi, soprattutto a sua madre. A Brand, però, non erano sfuggite le occhiate malevole e le frecciatine più o meno velate che venivano lanciate all'indirizzo del fratello e non gli era sfuggito nemmeno quanto queste lo ferissero e lo facessero soffrire. Per questo l'aveva lasciato andare: credeva che allontanarsi dalla mentalità ristretta e bigotta del piccolo villaggio per cercare il suo posto nella grande tela della dea Maras gli avrebbe giovato e l'avrebbe aiutato ad accettare sé stesso e quello che era, senza farsene una colpa e senza vederlo come un difetto o una condanna.
Ora che l'aveva di fronte a sé, alto, robusto, con le spalle larghe e la pelle segnata dalle cicatrici ma la schiena dritta e il portamento fiero e sicuro, sapeva di aver fatto la scelta giusta e che quegli anni trascorsi sui campi di battaglia l'avevano fatto maturare e crescere, sebbene avessero lasciato una piega spiacevolmente cinica e malinconica sulle labbra sottili.
«Non ti preoccupare, Brand, vincerò» gli assicurò Ivory, vedendolo ancora preoccupato, «E porterò a casa tante di quelle monete d'oro, che non saprai più dove metterle!» la promessa venne siglata da un'abbondante sorsata di idromele Rovonero e da un sorriso ampio, luminoso, incoraggiante e contagioso.




Il famoso Angolino Buio dell'autrice:
la stupenda copertina all'inizio del capitolo è stata disegnata da una mia carissima amica, per altre sue opere amene andate a fare un giretto sul suo
profilo

   
 
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