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Autore: Melz    21/04/2017    0 recensioni
Sequel di "L'altra Faccia del Destino".
Dopo la fine della battaglia tra Cacciatori e Armata, tutto ha preso una piega diversa e la pace ha regnato nei superstiti, regalando un periodo di gioia dopo il dolore sordo della guerra. Cinque anni dopo, però, un grave minaccia fugge da Iustis - la città degli Angeli - ricadendo sulla terra e a ben poco serve la tempestività di James nell'avvisare il resto del gruppo, trovando la situazione totalmente cambiata e nuovi volti ad accoglierlo. Le nuove storie si intrecceranno a quelle passate nella nuova lotta contro colui che viene chiamato "Il Ladro di Anime".
Siate egoisti con il tempo e lui lo sarà con voi.
Genere: Avventura, Fantasy, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Universitario, Sovrannaturale
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Capitolo 2
La figura col cappuccio
 

Quel che temiamo più di ogni cosa, 

ha una proterva tendenza a succedere realmente.

(Theodore Adorno)

 

Il vialetto era disseminato da innumerevoli buche, ma Christopher sembrava non farci caso. Continuava a premere l'acceleratore, ingranando la marcia successiva ed infischiandosene delle proteste numerose del vecchio Pick Up blu. Entrò in un vialetto recintato con del filo spinato, trovandosi davanti una piccola casa dipinta di bianco e circondata da una grande varietà di strane piante: alcune avevano i fiori colorati, altre particolari forme, ma il solito colorito verde. 

Scese dall'auto con la solita espressione corrucciata e si diresse verso la porta di ingresso. Essa, blindata ed estremamente sicura, era ridicola se paragonata al resto dell'abitazione che definire vintage sarebbe stato senza alcun dubbio un gran complimento. Bussò più di una volta, puntando il viso perfettamente in direzione dello spioncino, finché la serrature non emise un rumoroso click ed il viso di Ardesia non apparve tra lo stipite e la porta stessa.

L'abitazione, nella quale la ragazza viveva da sola, era esattamente come sua nonna l'aveva lasciata prima di morire in quella maledetta battaglia: il solito divano rivestito di stoffa bianca dai fiori rossi, una TV vecchio stile e i mobili completamente in legno. Le uniche cose che la ragazza aveva aggiunto di suo gusto erano le foto di una vita che sembrava sempre più lontana, una vita che credeva di avere prima di quella notte e che ora non aveva più.

«Ho trovato lavoro al nuovo locale».

Ardesia sobbalzò per la sorpresa, lasciando entrare Christopher e pentendosene subito dopo. 

«Da Travis O'Connel» disse, cercando di ricomporsi e mostrare il solito sguardo che sembrava imperturbabile «Fantastico! Quale credi possa essere il prossimo passo, lanciarci dall'ultimo piano di un grattacielo?» chiese sarcastica.

Chris scosse il capo; come poteva lei non capire quanto quella situazione poteva essere pericolosa per gente come loro? «Non è come credi. Travis ha capito subito cosa sono eppure mi ha assunto; credo che l'Armata sia in pace con noi, sono gli Angeli che ci stanno cercando».

«Travis» ridacchiò al suono di quel nome «E perché mai gli Angeli dovrebbero farlo? Nemmeno loro sembrano nutrire una particolare simpatia verso le Streghe».

Christopher si posizionò di fronte all'amica, facendo bene attenzione a puntare gli occhi nei suoi. Era una cosa che faceva sin da bambino, solo così lei sembrava dargli ascolto. «Questa sera al Red Hot Paradise un Angelo ci attenderà per parlami» affermò, ma ad Ardesia ciò suonò come una supplica. «Vieni con me».

Ardesia lo spostò in malo modo, dirigendosi in cucina. «Non esiste».

«Ardesia, per favore!» continuò «Solo così potremo liberarci di questo simbolo sulle nostre mani che di tanto in tanto brucia da morire».

Ardesia sospirò. «Non possiamo proteggerci, Chris!» tuonò poi «Non so se hai provato ad usare la magia, ma i nostri poteri non funzionano come dovrebbero da quando abbiamo questo coso».

«E non ti sembra un ottimo motivo per venire a capo di questa faccenda? Per liberarcene e continuare ad usare le nostre capacità senza intralcio?».

«Sei impazzito?» urlò ancora lei, diventando rossa in volto «Come se gli Angeli non siano già più potenti di noi. È un suicidio! Christopher, forse questo è proprio quello che vogliono: fermare la nostra magia che, per la cronaca, è l'unica magia rimasta in questa città».

Ardesia cercò di respirare lentamente; cercò di calmarsi nonostante la pazzia momentanea che il suo amico d'infanzia pareva stesse sviluppando velocemente, ma lui afferrò nuovamente le chiavi del suo Pick Up e si diresse con furia fuori dalla porta.

«Dove diavolo credi di andare?».

Ardesia lo seguì, ma Christopher non si voltò neppure. «Al Red Hot Paradise. Resta pure nella tua serra dei sogni, io voglio scoprire cosa ci sta succedendo».

Ardesia lo guardò andar via. Maledetto idiota, pensò tra sé e sé; poi si diresse all'interno, afferrò delle boccette colorate dalla credenza e, dopo aver infilato anche il giubbino, lo seguì, ma questa volta fino al Red Hot Paradise. Chris poteva essere impulsivo, sciocco ed estremamente egoista, ma era l'unica persona che ad Ardesia fosse rimasta in quella città, e sulla terra.

 

**

 

Quando Kevin e il piccolo Alex varcarono la soglia d'ingresso della propria dimora, Elliot Mott sobbalzò sulla sedia, risvegliandosi dal torpore che aveva raggiunto perdendosi nei meandri dei suoi pensieri. 

«Papà!» urlò Alex, togliendosi lo zainetto di Spider-man e lasciandolo cadere a terra, per poi gettarsi di peso tra le sue braccia.

«Il mio piccolo ometto» sussurrò Elliot tra i suoi capelli, cingendolo in un abbraccio «Siete tornati presto» disse poi rivolto verso Kevin che raccoglieva l'oggetto da terra.

«Sono passato a prenderlo non appena finite le lezioni» spiegò Kevin; il suo sguardo non prometteva nulla di buono. 

«Porta lo zaino in stanza, tesoro, papà arriva subito per giocare» disse Elliot al suo bambino, prima di sollevarsi in piedi e posizionarsi davanti a suo marito. «Che succede?» sussurrò.

Kevin sospirò sonoramente. «Quei ragazzi di cui parlava James, una di loro è nella mia classe di Laboratorio, io...» bloccò le parole, restando per qualche secondo con la bocca semi aperta «Non so, i ricordi mi hanno sopraffatto, il cuore mi batteva all'impazzata, ho... Ho sentito l'impulso di tenere Alex tra le mie braccia e di portarlo in un posto sicuro. A casa».

Di slancio Elliot lo abbracciò e Kevin si abbandonò tra le sue braccia, rilassando quei muscoli così tesi da quella strana mattinata. «Sono spaventato anch'io» ammise infine, guardandolo nuovamente negli occhi «Ero lì, lavoravo al tuo progetto per la classe e... Era come se qualcuno mi guardasse, come se ci fosse qualcuno fuori dal balcone e spiasse ogni mia mossa. Pensa che stupido: ho preso un coltello e sono corso di fuori, ma nulla. Non c'era nessuno, a parte un uccellino proteso sulla ringhiera a guardare in basso».

Le braccia di Kevin, poste sulle spalle di Elliot, iniziarono una discesa impervia, fino a toccare delicatamente le sue mani. «Sono i ricordi di un passato crudele» gli disse «È la paura di rivivere ciò che ci è già toccato di vivere una volta».

«Non voglio perdere nessuno questa volta» pronunciò Elliot con la voce spezzata.

«Non succederà, vi proteggerò a costo della mia vita».

L'uomo abbassò lo sguardo. «Proprio come ha fatto Amanda» sussurrò «Lei è morta per salvarmi».

«No! No, Elliot, non è colpa tua se Amanda è morta! Tu le hai salvato la vita, tu hai ucciso Adam, mentre puntava la spada al suo cuore». Kevin cercava di convincerlo «Tu hai cercato di salvarla fino alla fine. Tu e Amanda siete il Vero Amore, ricordi? Non l'hai uccisa. Non perderai nessuno, né me, né Alex. Te lo prometto, Elliot».

«Non puoi». Elliot si allontanò da lui «Dovrei controllare Alex».

«Sta giocando sul pavimento della sua stanza».

«E tu come...». La frase di Elliot si bloccò a mezz'aria, lo sguardo spaventato tramutò in uno divertito «Non mi abituerò mai alla tua super vista».

Elliot fece per raggiungere Alex, ma Kevin gli afferrò un polso costringendolo a voltarsi e portare il viso ad un soffio dalle sue labbra. «Non ci succederà nulla finché saremo insieme. Ti amo, frocetto».

«Ti amo anch'io» rispose Elliot, prima di posargli un delicato bacio sulle labbra. «Hai detto a James della ragazza del tuo corso?».

Kevin sospirò seccato. «L'Angelo del malaugurio sa già tutto!» rispose «Ora andiamo a giocare con Alex».

 

**

 

«No, decisamente "Scream 4"!»

«"Scream", non si discute».

La sera stava calando su Eshore e David e Crystal, che passeggiavano all'ombra del crepuscolo, non sembravano far caso alla notte e al silenzio che stavano arrivando a far compagnia alla città. Erano soltanto le sette di sera, ma la tranquillità che incombeva su di loro riusciva a dare a Crystal una sorta di senso di pace, pace che nelle strade di New York era difficile trovare anche a notte fonda.

David, da ragazzo gentile quale era, si era offerto di riaccompagnarla a casa e, nonostante lei continuasse a dire che ciò non fosse assolutamente necessario, aveva insistito tanto da farla accettare. Crystal ne era contenta, non ricordava l'ultima volta nella quale aveva discusso con qualcuno dei suoi horror preferiti, questo perché non era mai successo.

«"Scream"? È come dire che "Saw l'Enigmista" è migliore dei sequel!» ribattè James sorridendo. 

«Ma lo è! È assolutamente il migliore, nonostante il due non sia così male».

Era tutto il giorno che David Keller non riusciva a credere ai suoi occhi, o alle sue orecchie: quella ragazza bionda, così bella a suo parere, era un concentrato di mille interessi e sfaccettature. Eppure c'era qualcosa nei suoi occhi azzurri così limpidi: un'ombra che calava su quella limpidezza ogni volta che rimaneva in silenzio, un'ombra che la costringeva a perdersi nei meandri dei pensieri.

«Hai davvero un pessimo gusto Horror, signorina» la prese in giro.

Crystal rise, ma la risata spontanea fu interrotta da un fruscìo improvviso. James si guardò intorno, arrivando alla conclusione che probabilmente un gatto avesse fatto irruzione nei numerosi cespugli; poi fissò il volto di Crystal, pallido e spaventato.

«Crystal, stai bene?» si affrettò a chiedere.

La ragazza restò per un attimo in silenzio, prima di rispondere. «Credevo di aver visto... No, non importa».

«Sicura? Sembri terrorizzata!».

E lo sono, avrebbe voluto dire, ma qualcosa le impose di rimanere in silenzio e annuire. Riprendendo a camminare una ventata gelida le scosse il viso facendola rinvigorire di poco, ma davvero il minimo considerando ciò che credeva di aver visto: capelli scuri, fisico slanciato... In una sola parola, Ginevra.

 

 

New York, 5 anni prima

Le popolate strade della grande mela erano ghermite di persone che correvano a destra e a manca per gli ultimi acquisti Natalizi, mentre Crystal rimaneva ferma davanti alla vetrina di un negozio ad ammirare lo splendido vestito rosso di velluto che fasciava il manichino con la parrucca bionda. Dopo un anno dal trasferimento con sua madre dalla piccola cittadina di Eshore, comunque davvero poco distante dalla grande New York, Crystal faticava ancora a sentirsi davvero a casa.

«Secondo me ti starebbe benissimo» esordì una voce alle sue spalle. Dalla vetrina riuscì a notare i mossi capelli scuri dell'unica amicizia che sia riuscita a farsi in quella citta. «Però attenzione alle tue cose strambe quando entri per comprarlo: niente vetri rotti o roba che vola; io ormai sono abituata, ma non tutti sono pronti a un'aliena sulla terra».

Crystal sorrise, voltandosi in direzione di Ginevra. «Lo sai che non lo faccio di proposito, sei l'unica che lo sa» le disse abbassando lo sguardo.

Gin – così la chiamavano i suoi amici – annuì convinta. «Lo so, mia piccola streghetta».

Con quell'appellativo Ginevra voleva scherzare, ma nessuna delle due sapeva quanto quella parola fosse veritiera. Crystal aveva provato più volte a parlarne con sua madre, ma ella continuava a formulare frasi senza senso che avevano tutte lo stesso significato: "non essere così egocentrica, non è colpa tua se accadono quelle cose", ma lei lo sentiva, sentiva l'energia fluirle nelle vene, sentiva una scarica elettrica lungo la schiena.

Crystal fece per entrare, ma d'un tratto tutto si fermò. La corsa delle auto si arrestò, davanti a lei Ginevra era immobile e un silenzio tombale scese su New York. Di riflesso, la ragazza alzò gli occhi al cielo bianco neve, ma uno strano e pericoloso presentimento si fece spazio nel suo corpo. Come se sentisse qualcosa ribollirle dentro, come se sentisse che qualcuno dei suoi cari fosse in pericolo, ma non era il volto di sua madre che apparve nella sua mente: erano tanti uomini e tante donne in una battaglia che sembrava non avere fine.

D'un tratto anche New York scomparve per Crystal: si sentì al centro di quel putiferio e il cielo bianco ora era popolato da creature alate. Avrebbe voluto urlare, ma qualcosa glielo impedì.

"È solo un'illusione" ripetè tra sé e sé, ma una strana consapevolezza che non lo fosse la attraversò potente come una lama; come una di quelle lame che stavano utilizzando per combattere quella battaglia.

Quando le lacrime fuoriuscirono copiose e spontanee dai suoi occhi Crystal tornò alla realtà, ma Ginevra era scomparsa.

 

 

«Questo deve essere nuovo».

La voce di David la riportò al presente. Una grande insegna spenta sulla porta in vetro recitava "Red Hot Paradise" e a giudicare dal volto di David sembrava essere una nuova apertura.

Un Pick Up celeste parcheggiò, dopo una rumorosa sgommata, accanto a loro ed un ragazzo biondo e molto alto, sbattè violentemente lo sportello facendoli voltare.

Christopher Wilson si soffermò per un attimo a guardarli. «È chiuso» disse con la poca calma che riescì a trovare dopo la conversazione con Ardesia «Ma, se siete interessati, ci sarà l'inaugurazione la sera della Vigilia di Natale».

«Grazie» si affrettò a rispondere David «Ci saremo. Ci saremo, vero?» disse, rivolgendo l'ultima domanda a Crystal.

Il simbolo sulla mano di Crystal e Christopher iniziò a bruciare come mai prima di allora. Mentre il ragazzo mise la mano nella tasca del giubbino scuro, Crystal la posizionò di fretta dietro la schiena prima di rispondere: «Certo». Il dolore risultava però insopportabile, come quel calore che costrinse Chris a toglierla dalla tasca per non rischiare di bruciare l'intero abbigliamento. 

La mano di Crystal iniziò a tremare e il suono di assordanti allarmi – gli allarmi di tutte le auto nelle vicinanze – riempì i timpani dei tre.

«Dormire» pronuncia Chris verso David, ma lui non cadde a terra dormiente. "I nostri poteri non funzionano come dovrebbero da quando abbiamo questo coso". Ancora una volta Ardesia aveva ragione.

«Scappate» urlò allora, con il presentimento che qualcosa di pessimo stesse per accadere.

Christopher non si era accorto, nel panico com'era, del simbolo sulla mano della bionda; se ne accorse soltanto quando lei si guardò il palmo e David cadde a terra, mentre una nuvola di fumo bianco di innalzava attorno a lui, dopo un rumore di vetri rotti. 

«Come al solito, devo risolvere io la situazione» pronunciò una voce familiare a Christopher.

«Sei venuta» disse lui, felice di vedere la sua migliore amica: Ardesia.

«A quanto pare ho fatto bene, o avremmo spifferato la nostra natura ad uno stupido umano».

«Uno stupido umano?» urlò Crystal, in silenzio fino a quel momento «Chi siete? Che cosa gli avete fatto?».

Ardesia agitò le mani, stessa cosa fece Christopher. «Tranquilla, Barbie, sta solo dormendo» le disse la prima «Vuoi fare qualcosa o dobbiamo provarci soltanto noi?».

«Cosa dovrei fare?».

La domanda di Crystal fu pronunciata per metà sul suono degli allarmi, ma l'altra metà squarciò il silenzio quando essi si spensero.

«Che cazzo cercate di fare, volete che la polizia arrivi qui ancor prima che io apra il mio locale?» tuonò un ragazzo sulla trentina molto alto dai penetranti occhi verdi. 

«Calma, Travis, non credo lo abbiano fatto di proposito» ribattè il ragazzo alla sua destra, sembrava avere la loro età e sorrise cordiale «pozione soporifera, eh? Dovremmo portar dentro il mal capitato, si risveglierà tra qualche ora se è abbastanza potente».

«Certo che è abbastanza potente» lo avvertì Ardesia, con aria saccente.

James sorrise soddisfatto: aveva trovato la sua risposta e quella ragazza dagli occhi scuri, assieme a Chris e la biondina, era l'ultima Strega che stava cercando.

 

**

 

All'interno del Red Hot Paradise, dopo aver sdraiato David su sette sedie rosse posta in fila a mo' di letto, Crystal sorseggiava un thè caldo gentilmente offertogli da Travis. Ardesia e Christopher bevevano invece una birra ghiacciata. Travis li guardava a turno da dietro il bancone scarlatto, mentre James attense il momento giusto per parlare con loro, pensando anche a Lydia.

«E così tu saresti l'Angelo che ci ha procurato questi simboli incandescenti» esordì Ardesia con i suoi soliti modi bruschi «Dimmi, avete tutti la faccia da Peter Pan, o sei solo tu?»

«Ardesia...» la rimproverò Christopher «Lascialo parlare».

Ma James non sembrò far caso al battibecco tra le due Streghe, rivolgendosi direttamente a Crystal. «Crystal, giusto? Tu sai cosa sta succedendo?».

La ragazza scosse il capo. «No, io... Mi sono risvegliata con questo simbolo sulla mano e non ho avuto il coraggio di parlare con un medico. È tutta la vita che mi succedono cose strane, come quella di stasera. Credo di esser stata io a far suonare gli allarmi».

«Quali cose strane?».

«Vetri rotti quando sono arrabbiata, luci che vanno a intermittenza quando ho sbalzi d'umore. Cose così». Crystal avrebbe voluto parlare di Ginerva o della notte di cinque anni prima, ma non lo fece.

Ardesia alzò gli occhi al cielo. «Ma poverina».

«Sta' tranquilla» cercò di rassicurarla James «Ora vi racconterò la verità».

Mentre James iniziava il suo racconto, nessuno si accorse della figura col cappuccio posta davanti il locale che scrutava attenta tutti loro, come aveva scrutato attenta Elliot quella mattina.

 
Note di Melz: Volevo solo dirvi: fate bene attenzione ai flashback che vi propongo! Non sono messi a caso. Per esempio, questo qui avviene in un momento preciso dell'altra storia. :)
   
 
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