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Autore: NobodyUnderstandsMe    21/04/2017    0 recensioni
Roberto e Christian.
Studente e professore.
Una storia in cui decadranno i limiti morali imposti dalla società. Una storia in cui filosofia e psicologia faranno l'amore. Una storia in cui non esisterà il relativo, perché "il relativo esiste solo nella mente dei codardi". Una storia in cui entrambi impareranno a nutrirsi solo di fiele biancastro. Se cercate qualcosa di semplice, questa storia è perfetta per voi; se cercate qualcosa di complesso, questa storia è perfetta per voi: "è nella semplicità che si nasconde la complessità". Una storia come tutte, in fondo. Molto in fondo.
[Tratto dalla prefazione]
Gli uomini che sbagliano tendono alla perfezione; gli uomini che non sbagliano sono ancora più perfetti.
Gli uomini perfetti sono belli, eruditi e intelligenti e, sopratutto, non esistono; gli uomini imperfetti sono brutti, stolti e corrotti, e, soprattutto, esistono.
[...]
La filosofia è il sole che si appoggia sulle lenzuola e illumina le macchie di Seme: rivela.
L'arte è infinitamente utile; l'uomo è infinitamente inutile; la filosofia è la chiave esegetica di entrambi, ed è l'Eros di Diotima.
[...]
Dio non è morto: sono morti i Cristiani.
Dio è morto: tutti i sorrisi sono fallaci.
[...]
Questo romanzo è solo il mio Cuore gettato sull'asfalto di una società scientista. Calpestatelo.
Genere: Angst, Erotico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Contenuti forti | Contesto: Scolastico
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Principe del Caos, Re del Cinismo, Imperatori del Cinismo.
[Primo capitolo: l'uomo, una contraddizione da scoprire.]


[Christian's Pov]
Sei e trenta. Un'altra notte in bianco. Un'altra notte di pensieri annacquati in vini di lacrime. Un'altra notte di memorie di un passato da dimenticare. Un'altra notte di giochi con veleni dalle labbra di miele. 

Mi stiracchiai, tentando di risvegliare ciò che non si era mai addormentato. Mi alzai, carezzando il petto villoso, d'uomo vissuto in tempi in cui la maggior parte dei ragazzi d'allora era solo un'idea da trascrivere, senza che i loro condannatori avessero i mezzi o la voglia di produrli. Perché, alla fine, ogni uomo era solo un prodotto biologico. Nulla di più.

Guardai il soffitto biancastro, che riportava tranquillità alla mia mente stanca, incapace di pronunciare parole prive di arrendevolezza, incapace di non pensare a filosofi passati che, con frasi adornate da verbi educati, avrei dovuto spiegare quella stessa mattina.

Mi voltai su un fianco, assaporando l'odore del nulla, le sue labbra di Seme, che mi avrebbero baciato ogniqualvolta mi fossi risvegliato, solo, in quella prigione di roveti. Allungai una mano, tentando di recuperare i testi della terza posti sul comodino, perfettamente pulito, perfettamente vuoto, se non fosse stato per quella sorta di compiti. Presi in mano il testo di quel ragazzo, che chiedeva, in maniera provocatoria, se esistesse una più grande filosofia della poesia: la risposta era positiva - esisteva l'uomo e nulla era più filosofico dell'uomo, neanche la poesia, che era solo un suo prodotto, senza il quale non sarebbe mai potuta esistere, senza il quale sarebbe stata solo un insieme di verbi mai trascritti. Lessi il testo per l'ennesima volta, parola dopo parola, lettera dopo lettera, prestando attenzione alla struttura libera dei versi: era un modo di poetare ineducato, che non seguiva particolari schemi metrici, ma che faceva forte uso di analogie e metafore, abbracciando, in generale, la semplicità; era interessante come componimento, molto, quasi quanto l'idea di discuterne con lui per comprendere i significati nascosti dietro a esso, per comprendere i vermi che si erano impossessati dei suoi pensieri e che, imputridendoli, l'avevano portato a scrivere del sentimento più corrotto di tutti: l'Amore.

Affogai tra i miei pensieri: non baciavo il fiore del Sonno Profondo da mesi, settimane, giorni, ore, minuti, secondi, millisecondi. Non sapevo più cosa significasse giacere tra le braccia di un sogno, sentire la sua lingua, languida, introdursi nel mio orecchio e donarmi parole di seta. C'era gente che si lamentava per il fatto che passasse notti illuminate da spine immaginarie - almeno lei riusciva a spegnere la mente per qualche ora; almeno lei riusciva a non appoggiarsi sul petto di un Passato fatto solo di ferite auto-inflitte.

Presi il telefono, il quale, svogliato, cominciò a produrre nenie cacofoniche, soprattutto quando cominciai a ricercare il nome di persone a me care nella rubrica: trovai Nessuno. Solo. Un genio, ma solo. Quanto sarebbe valsa la felicità se si fosse stati infelici? Si poteva, almeno, essere felici in un mondo come quello, in cui gli stolti succhiavano il veleno da serpenti di bugie, per poi vomitarlo addosso alle tue spine? E, se si poteva esserlo, felici, allora perché, in trentasei fottuti anni, non ero ancora riuscito a ottenerla, quella felicità? Una laurea e un dottorato col massimo dei voti, quello avevo, non un amico, non qualcuno a cui cantare sonetti incompiuti e ballate stridenti, non una famiglia che potesse essere denominata tale. Non più, almeno. Ero solo. E, da questo essere solo, traevo un'oscura voluttà, un qualcosa che, lentamente, avrebbe strappato le mie radici di Sole ottenebrato dal riflesso dei frammenti del mio cuore sul terreno, sperperati agli stolti. Oppure mi avrebbe salvato, quel piacere: esisteva, in fondo, qualcuno da temere maggiormente di un essere umano?

Sospirai: sarei dovuto rimanere in contatto con la realtà, per forza; non mi sarei mai potuto permettere di perdere l'ultimo frammento di razionalità che mi era rimasto: se fosse successo, cosa sarei divenuto? L'uomo si distingueva dagli animali per l'intelligenza, e io mi distinguevo dagli uomini per la genialità.

Privo di cattivi propositi, trascinai il mio corpo stanco lungo la stanza, per poi dirigermi al bagno, in cui acqua calda e Seme si sarebbero combinati, portando alla creazione di una bevanda che avrei tanto voluto che qualcuno bevesse, ma che, ancora una volta, sarebbe andata sprecata. Perché io non riuscivo ad avere relazioni sociali. Perché io non riuscivo ad amare. Non ce la facevo. Ci avevo provato. Avevo fallito. E io non potevo fallire: ero perfetto. E gli uomini perfetti non sbagliavano, non commettevano errori, e, soprattutto, non esistevano. E lo sapevo. O, forse, no. Perché ancora mi illudevo. Ma illudersi significava sopravvivere, e sopravvivere significava vivere male. Almeno vivevo.

Mi spogliai di quei panni luridi, sporcati dal sangue di battaglie perse, a volte mai combattute. Sotto il getto d'acqua calda della doccia, rividi trincee in cui avevo passato momenti di silenzio; rividi passati dimenticati; rividi carezze donate al momento sbagliato; rividi il mio onore, scagliante schiaffi sulla teca di cristallo del cuore di chi, più di ogni altro, avessi mai amato. Avevo sbagliato, e me ne ero accorto troppo tardi. Complimenti, Christian.

Tristemente, carezzai il mio membro che, virile e indebolito da una tormenta di baci immaginari, si era innalzato, solitario, in un cielo da cui piovevano lacrime che scottavano sulla pelle denudata delle sue vesti. Tristemente, velocizzai il ritmo, facendo danzare la mia mano al ritmo di un ricordo lontano, decaduto per i colpi del Presente, che, biscia, si era, ormai, impadronito della mia anima, segregandolo in un corpo temprato dal Passato, pronto a bruciare sotto la fiamma del Futuro. Tristemente, venni, spargendo fiele biancastro per la teca di vetro che avrebbe, in eterno, custodito quel momento. Tristemente, ero felice.

[Roberto's Pov]
Campana. Fine della terza ora. Inizio dell'intervallo. 

Uscii dalla classe a cercarla, trovandola intenta a leggere un libro. Sorrisi: amavo quella donna. Se non avesse già superato l'altezza della lancia del mio egocentrismo, avrei innaffiato la Quercia della mia stima per lei; se solo non mi avesse fatto sentire come un frammento di paure contro uno specchio di fobie, avrei dipinto i suoi occhi di cotone imbevuti nella Sapienza; se solo non fossi stato spaventato dalla sua reazione di Angelo decaduto per salvarci dall'ignoranza, le avrei parlato a lungo, con una sedia a dividerci, cosicché si mantenesse la pianura di acciaio di per sé esistente; se solo non fossi stato rinchiuso in un bozzolo dal quale sarei uscito sotto forma di farfalla con le ali tappate dalle sue stesse paure, le avrei confessato quanto le volessi bene. Congiuntivo Trapassato più Condizionale Passato: periodo ipotetico dell'irrealtà.

Mi avvicinai, timidamente, per paura di disturbarla; mi vide; mi sorrise; mi rilassai.
- Roberto, ciao!
- Prof., prof., prof.! - Ci abbracciammo. Respirai aria nuova, non inquinata dai tagli di un passato bugiardo. Meglio: stavo meglio. - Come sta? Sta già impazzendo con le verifiche da preparare?
- Oh, no, ti prego, lasciami respirare un po' prima di ricominciare a fare stragi!
- Se le sue verifiche non fossero così impossibili, non farebbe alcuna strage.
- Le mie verifiche non sono impossibili... - Rispose, fingendosi crucciata.
- Per me, no.
- Neanche per Clara.
- Ma io e Clara siamo molto intelligenti.
- Anche i tuoi compagni.
- Facile imparare a memoria la lezioncina e prendere otto.
- Facile giudicare senza conoscere.
- Noi giudichiamo anche quando non stiamo giudicando, perché giudichiamo le persone che giudicano, perciò, sì, è facile.
- Sì, è vero che noi giudichiamo anche quando non stiamo giudicando, perché giudichiamo le persone che giudicano, ma si può anche sottacere la propria opinione per una volta.
- Io lo faccio sempre.
- Neanche questo va bene.
- Non mi psicanalizzi il terzo giorno di scuola.
- Va bene, ma prova a darti l'opportunità di conoscerli.
- Andiamo d'accordo.
- Non significa che tu li conosca.
- Non li voglio conoscere.
- Perché ne hai paura, Roberto. - Sguardo abbassato. - Ma va bene così, dato che sei giovane: avrai tutto il tempo per capire che, certe volte, non vogliamo conoscere per dei preconcetti che ci imponiamo sugli altri, perché abbiamo paura che possano crollare e che riscopriamo queste persone sotto una nuove luce, una luce che potrebbe porci in contatto con loro, il che, a volte, ci spaventa, dato che temiamo di essere giudicati. Ripeto: sei giovane, datti tempo.
- Va bene... grazie, prof., come al solito. - Sorriso veritiero.
- Cosa mi dici dei nuovi professori?
- Ce ne fossero, prof.! Ne abbiamo solamente uno nuovo, che non ci ha ancora fatto sapere né nome né cognome; insegna filosofia e storia.
- Il Prof. Almeno?
- È alto, castano, con gli occhi grigi?
- Sì, sì, lui. 
- Lo conosce?
- Non molto, in realtà.
- Ha notato che è bono da paura? - Rise. - Non scherzo, prof.!
- Ancora con questa tua passione per gli adulti? Non ti è bastata la cotta per il tuo ex-neuropsichiatra?
- Minchia, quello sì che era un figaccione...
- Uhm, vedo che abbiamo ricominciato questo anno con gli ormoni a palla...
- Prof., ho sedici anni: se non li ho ora, quando li devo avere? Alla sua età? - Rise.
- Cosa mi dici, oltre al fatto che è bono, di questo prof.?
- È... particolare.
- In positivo o in negativo?
- In positivo: sembra un manipolatore... mi piace! È entrato in classe definendosi un "bastardo", quindi o è molto intelligente o uno sterile egocentrico. Chissà.
- Quando lo rincontrerai?
- Alla prossima ora.
- Uh, comincerete col programma di filosofia!
- È carina?
- Non ne hai già studiata un po' per conto tuo?
- Sì, qualcosa quest'estate, però mi chiedevo come la insegnasse. Spero bene.
- Sì, non preoccuparti: mi hanno detto che, nonostante il suo estremo rigore, sa svolgere veramente bene il suo mestiere. - Disse, recuperando la borsa appoggiata a terra. - Ora è meglio che io vada, ché ho supplenza in una prima e devo somministrarle un test per vedere le sue competenze.
- Va bene, prof., poi mi aggiorna sul suo orario?
- Certo, caro, non preoccuparti! Buon proseguimento.
- Altrettanto!

La osservai sparire nella scia di persone che, veloci, scendevano le scale di una vita destinata a crollare; la osservai sparire nella scia di persone che, dopo la loro morte, sarebbero state dimenticate persino dai loro cari; la osservai sparire nella scia di persone che sarebbero sbiadite, come le gocce di rugiada dalle foglie ogniqualvolta il Tiranno Dorato si fosse risvegliato; la osservai sparire, e tanto sarebbe bastato a una persona comune. Ma io non ero comune: dovevo riflettere, pensare, capire, comprendere. E il mio prossimo obiettivo sarebbe stato comprendere quell'uomo, il professor Almeno. Per conoscere anche me stesso. Perché, solo conoscendo gli altri, avrei potuto veramente capire chi fossi. E, solo capendo persone come lui, avrei potuto comprendere quanto valessi da un punto di vista meramente intellettuale. Come se quello fosse tutto. Come se non avessi un'anima. Come se io non fossi chi ero nonostante le mie capacità intellettuali.

Drin, drin: intervallo finito. Abbandonandomi a un sospiro, che mi liberò di quelle catene mentali sulle quali stavo ragionando, mi diressi verso la mia classe, dove, con un entusiasmo morente, si riunirono tutti i miei compagni di classe, fra cui Clara.
- Allora, Rob, hai rivisto la tua carissima professoressa?
- Parli della prof. Pelago?
- Sì, di lei.
- Sì, l'ho rivista.
- Sei contento ora?
- Io sono sempre contento.
- Eh, è questo il punto... - disse, sospirando. Non concludemmo mai quella conversazione; non l'avremmo mai fatto: perché avremmo dovuto? Era parte della mia finzione, uno sterile mezzo per raggiungere un obiettivo: l'applauso del pubblico. Non era importante, no. Forse non aveva neanche dei sentimenti. O, forse, ero io a non averne.

Con passi di cotone, entrò il professore, assorbendo la mia attenzione. Appoggiò la sua ventiquattrore sulla sedia posta dietro alla cattedra, poi prese un libro di filosofia, quello che anche noi avevamo, si diresse verso il cestino e lo gettò dentro.
- Questo è quello che, per quel che mi riguarda, potete fare coi vostri libri: la vostra unica fonte di sapienza saranno le mie parole.

Affascinato, sorrisi, ritrovandomi a domandarmi cosa l'avesse portato a crearsi quella maschera. Perché la sua era una maschera. Nulla di più. Una di quelle che tutti avevamo. Poiché tutti nascevamo fragili, tutti vivevamo da essere fragili e tutti morivamo come tali. E nessuno ci avrebbe mai conosciuto per quello che fossimo veramente. Neanche noi stessi.

- Ho letto tutti i vostri scritti e, lo ammetto, ci sono state delle cose che mi hanno colpito, poche, e altre che, invece, mi hanno lasciato totalmente indifferente, molte. Devo dire, comunque, che ci sono delle buone possibilità per questa classe. Mi riserverò, lungo il corso dell'anno, il diritto di darvi altre produzioni scritte da realizzare, sempre lasciandovi, nella maggior parte dei casi, una grande libertà nelle questioni stilistiche. Ora come ora, vorrei continuare con questo metodo, chiedendovi una cosa, cioè di esprimere ciò che, per voi, è la filosofia. Dalla prossima volta, invece, cominceremo con il solito, noioso programma ministeriale. Scrivete. Perché solo la scrittura vi renderà schiavi, schiavi dei vostri sentimenti. - Pausa. - Fogliani, tu potrai fare questo compito a casa: ora vorrei parlarti. - affermò, rivolgendosi a me. - Vieni qui.

Con passi di iena, mi avvicinai, affamato, alla cattedra: avrei voluto capire perché sentisse il bisogno di parlarmi. Mi sedetti sulla sedia posta di fianco alla sua.
- Mi dica. - Fermezza.
- Discutiamo della poesia che hai scritto.
- Ne sente il bisogno?
- Tu senti il bisogno di non parlarmene?
- Non l'avrei scritta se fosse stato così. - risposi.
- A volte scriviamo solo per compiacerci.
- Si spieghi.
- L'arte è il riflesso del nostro egocentrismo.
- L'arte è il riflesso del nostro essere irrazionali.
- Distruggi secoli di filosofia così.
- Non dobbiamo obbligatoriamente adeguarci pedissequamente a essa.
- Non dobbiamo neanche distanziarcene solo per apparire.
- Siamo tutti una finzione.
- E siamo anche tutti realtà.
- Materialmente. - notai.
- Spiritualmente. - obiettò.
- Nel profondo.
- Lo siamo.
- Non ci conosciamo mai veramente.
- Possiamo farlo se apprendiamo a conoscere il prossimo.
- Ma il prossimo non vuole lasciarsi conoscere: ha paura di noi come noi ne abbiamo di lui.
- Esiste qualcosa di più razionale della paura? - eccepì lui.
- Esiste qualcosa di più irrazionale della ragione? - ribattei io.
- Spiegati.
- La ragione ci fa dolere, e l'uomo non vuole mai stare male: ricerca il bene, sempre.
- Credi nel bene?
- Deve obbligatoriamente esserci un obiettivo per l'uomo.
- E perché dovrebbe essere qualcosa identificato come positivo dalla nostra società?
- Possiamo andare oltre le convenzioni solo fino a un certo punto.
- E quale sarebbe?
- Il punto in cui non cominciamo a sentirci estranei a ciò che ci circonda, stando, per l'appunto, male.
- Quindi, per te, l'uomo ricerca il male?
- Inconsciamente, mentre, consciamente, crede di dirigersi verso il bene.
- E sbaglia.
- E sbaglia. - asseverai.

Silenzio. Parole impregnate nell'Ego si susseguivano, veloci, l'una dopo l'altra. Nessuno si sarebbe salvato in quel gioco tanto caro al Demonio, in cui la razionalità avrebbe preso il sopravvento, in uno sterile tentativo di ricercare una verità, la verità. Ma la verità non esisteva. La verità era una rosa: adornata di illusioni, attraeva l'uomo verso terre che non si sarebbero mai dette sconosciute, e lui avrebbe voluto tanto coglierla, per poi succhiarne il miele e raggiungere l'obiettivo; eppure le spine non gli avrebbero neanche mai permesso di sfiorarla: l'avrebbe capito, ma avrebbe continuato, imperterrito, a tentare di toccarne il gambo, ferendosi, spina dopo spina, per poi scegliere di lasciare cadere il capo su un cuscino fatto di foglie d'alloro e decantare il soggettivo. E, intanto, la rosa appassiva. Perché fatta passare come assoluta. E l'assoluto nasceva, viveva e moriva in virtù di un'epoca. A volte di un uomo. A volte si oggettivava solo per il mero gusto di cercare sicurezze. Ma, d'oggettivo, la filosofia non aveva nulla: la filosofia era superiore alla scienza, perché destinata a sbagliarsi, sempre, e le scienze erano superiori alla filosofia, perché maestre nel confutarsi, sempre. Ancora una volta, questione di prospettive.

Soffocando i pensieri, impressi nella mente come il sole sulle lenzuola al mattino, alzai lo sguardo, dapprima abbassato verso pavimenti di incertezze, per osservare i suoi occhi bellicosi, che sventrarono la mia anima: erano belli nel loro decantare storie mai narrate, e tacite parole sussurrate solo a se stesso, all'ombra di un ricordo destinato a diventare favola.

- Non crede nel bene, prof.? - ripresi a parlare.
- Dovrei?
- Dovrebbe.
- Perché?
- È innamorato di questo avverbio, prof.?
- Come tu sei innamorato del tentare di comprendere gli altri.
- Lei dice?
- Io dico.
- Crede di potere già affermare quando parla di me?
- Non posso?
- Abbiamo appena detto che non si può mai conoscere veramente qualcun altro, benché meno dopo così poco tempo.
- Non è detto che avessimo ragione.
- Non possiamo neanche conoscere noi stessi, prof., si figuri il prossimo.
- Possiamo tentare, però.
- Allora ponga il tutto sotto forma di domanda.
- Io affermo; tu domandi: da questo punto di vista, siamo diversi.
- Non crede nell'umiltà?
- Che cos'è l'umiltà se non la più grande forma di arroganza? - Un sorriso genuino si stampò sul mio viso: il cinismo aveva soggiogato le nostre anime. Ma io avevo sedici anni: forse avrei dovuto pensare ad altro. Forse. O, forse, non avrei dovuto proprio pensare. Per stare meglio. Per tentare di stare meglio. 
- Probabilmente ha ragione lei.
- "Probabilmente" implica una convinzione solo parziale. - notò lui.
- Ho bisogno di tempo per riflettere.
- Rifletti, allora.
- Non avrebbe dovuto parlarmi della poesia?
- Ne parleremo appena avremo un momento libero: bisogna cogliere sempre i pochi piaceri della vita.
- Ha una visione triste della vita.
- Realista.
- Pessimista.
- Il tuo pessimismo è una realtà utopica: se fosse tutto pessimo, allora non cercheremmo qualcosa di migliore, e staremmo bene. 
- E la sua utopia è la realtà di molti uomini.


Avevo osato: avevo strappato il suo cuore dal petto, l'avevo osservato per qualche minuto, per poi avvicinarmi e trafiggerlo con un dardo immerso in un mare di acqua cristallina, senza neanche avvelenarlo. L'avevo giudicato. Senza conoscerlo. Senza sapere niente di lui. Se non che fosse molto intelligente. Fottutamente intelligente. Se non che fosse un bastardo. Un fottuto bastardo. Ma lui era un professore, non un compagno di danze che stridevano col fervore notturno. E a me interessava troppo dell'opinione altrui. Soprattutto quando vi fosse stato di mezzo un voto. Perché noi eravamo voti. Niente di più.

- Scusi, prof., non avrei mai voluto urtarla con le mie parole... mi sono lasciato prendere dal discorso... - Vittima: il capo chinato, le labbra incurvate, e le mani che, amabili, si sgretolavano tra di loro.

Sguardo giudicante contro i miei occhi di paura. Denudandomi delle mie vesti, violentò la mia anima. E io lasciai che lo facesse. Immobile. Con la mente di cotone e il cuore di fango.

- Non preoccuparti.
- È sicuro?
- In questi giochi tanto cari alla Ragione, si rischia sempre di dire qualcosa fuori luogo, ma capisco che tu ti sia sentito rapito dalla situazione e ti sia buttato d'istinto. Capisco anche che ciò ti abbia causato disagio, ma non c'è nulla per cui tu ti debba preoccupare: la preoccupazione è una vile pulsione umana. 
- In questo caso, le do totalmente ragione.
- Eppure ti preoccupi. - Braccia intorno al petto. - E il tuo corpo segue la tua psiche.
- Mi dispiace: non ce la faccio a non preoccuparmi.
- Sei troppo sensibile.
- È un problema?
- È un problema.
- Mi dispiace...
- Non per me, bensì per te.
- Si spieghi.
- C'è solo una cosa più letale dell'intelligenza e della sensibilità: la sensibilità e l'intelligenza combinate. Ma sono letali sia per gli altri che, soprattutto, per chi le possiede. 
- Ancora una volta, crede di conoscermi.
- Ancora una volta, ho ragione.
- È un bene?
- È un male.

Ring, ring. Fine della quarta ora. Sospiro.

Si alzò, recuperando la ventiquattrore che aveva abbandonato sulla cattedra.

- Mi piacerebbe continuare questa conversazione e discutere della tua poesia, ma, non avendo molto tempo e dovendo cominciare i programmi ministeriali, dovrò portarti fuori dalla classe: è un problema?
- No, non credo.
- Ottimo. Ciao, Fogliani.
- Arrivederci, prof.

Senza neanche salutare i miei compagni di classe, si diresse all'uscita e, con portamento fiero, varcò la soglia della porta. Inevitabilmente, sorrisi: mi sarei affezionato a quell'uomo - lo sapevo. E ciò non sarebbe dovuto succedere. Mai. Perché volere bene a un uomo come lui avrebbe significato essere cotone in una vasca sanguinante: puro autolesionismo.












   
 
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