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Autore: _NimRod_    21/04/2017    0 recensioni
In piedi nello stretto corridoio centrale del treno, il ragazzo guardò il sedile accanto a sé. La tizia con il taglio alla Semola e gli anfibi si esaminava le unghie smaltate di rosso scuro. Era quasi certo ci fosse un girone speciale dell’Inferno riservato unicamente a coloro che nell’ora di punta occupavano la seduta di fianco alla propria con giacca e borsa, costretti per l’eternità a rimanere scalzi, in piedi su braci ardenti, impossibilitati a sedersi per via delle giacche e delle borse inamovibili che ricoprivano ogni superficie rialzata del girone. Aveva un quarto d’ora scarso di treno davanti, era mattina presto e si moriva di caldo: non aveva per niente voglia di mettersi a sindacare e probabilmente dover discutere per uno stupido sedile per una questione di principio.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Contesto generale/vago, Universitario
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 Mise in pausa la partita e tese l’orecchio nel silenzio della propria casa vuota. Un secondo trillo di campanello, più prolungato del primo, confermò il sospetto di Michele che ci fosse qualcuno alla porta. Bevve un sorso dalla bottiglia di birra, appoggiò il controller dell’Xbox sul copriletto e infilò la prima felpa che si trovò sotto mano sopra la maglietta. Scese le scale e guardò attraverso lo spioncino: un uomo adulto che suonava alla sua porta alle otto e mezza di venerdì sera. L’oscurità gli impediva di distinguere con precisione di chi si trattasse.

“Chi è?” chiese.

“Vittorio.”

Porco zio. Michele appoggiò la fronte alla porta in legno e si maledisse per aver fatto capire al visitatore indesiderato che c’era qualcuno in casa. Se avesse tirato una testata abbastanza forte, forse sarebbe svenuto e avrebbe risolto il problema. Prese un profondo respiro e aprì con un sorriso volutamente fasullo.

Un uomo distinto, alto, con una mano nella tasca dell’impermeabile e con le chiavi della macchina che roteavano intorno all’indice dell’altra gli sorrise in risposta, molto cordialmente: “Ciao, Michi. Sai se c’è qualcuno in casa mia?”

Michele si sporse oltre la porta e guardò a sinistra, verso l’abitazione accanto: “Pare di no, è tutto spento.”

“Mio figlio è con te?”

Il ragazzo fece schioccare la lingua e scosse la testa.

“Quando torna?”

“Non lo so di preciso, mi dispiace.” Non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di comunicargli che la loro storia era finita.

Il padre di Valentino ridacchiò sommessamente.

“Le mie chiavi non entrano più nella serratura.”

“Sarà l’umidità, senza dubbio. Non lascia tregua in questo periodo dell’anno da queste parti. Legno dilatato, ruggine, cilindri poco oliati. Dovrebbero cambiare i serramenti per evitare una serie di incidenti fastidiosi.”

Nessuno dei due aveva la minima intenzione di abbassare lo sguardo o togliersi il sorrisetto di compatimento dalla faccia: le volte in cui erano stati costretti a relazionarsi se l’erano sempre giocata in quel modo, con un fuoco incrociato di frecciatine sarcastiche e insofferenza. Michele non poteva certo tirare un pugno a un uomo adulto e il papà di Valentino si tratteneva dal prendere a ceffoni un ragazzino che nemmeno era figlio suo, per quanto maleducato fosse.

A confronto con Ferri senior, Milena gli stava perfino simpatica. Avrebbe sopportato due miliardi di serate con la Milena in mezzo alle palle piuttosto che un solo istante nelle vicinanze di Vittorio Ferri: la ragazza era ingenuamente ignara del fatto che il suo unico problema agli occhi di Valentino consisteva nel fatto di non essere un maschio, Michele aveva impiegato anni per capirlo. A Titti dispiaceva non poterla amare, non solo per lei, ma anche per se stesso. Quest’ultimo aspetto, tuttavia, era stato sotterrato davvero abilmente.

Michele avrebbe tollerato di più una stoica e testarda mancanza di accettazione da parte del padre di Valentino: vedere la persona che amava mentre veniva costantemente presa di mira da un idiota senza poter fare niente di sostanziale era straziante. Titti non aveva problemi a rispondergli assecondando la presa per il culo: più Valentino gli dava corda, più suo padre rincarava la dose. Forse, ma Michele ne dubitava, il signor Ferri era così imbecille da credere davvero che fosse divertente, che buttarla sul ridere servisse a rendere il tutto più piacevole, ma nella realtà dei fatti sviscerare ogni dettaglio della sfera privata del proprio figlio adolescente e ridicolizzarlo era imbarazzante e umiliante. E Michele era quasi certo che l’intento fosse realmente quello.

“Ti sarai anche dato una ripulita, ma rimani sempre il solito coglione strafottente.”

Nel sentire quelle parole inaspettate, Michele incrociò le braccia davanti al petto e si appoggiò con la spalla allo stipite della porta. Senza smettere di sorridere.

“Mi sono sempre chiesto perché abbia scelto te, con tutti i froci che ci sono in giro.”

In quel momento, sotto il portico di casa dei Della Vedova, in uno dei loro rari faccia a faccia senza nessun altro intorno, quei trent’anni di differenza sembrarono stranamente effimeri. Un po’ come la pioggerellina fine che impestava l’aria, impossibile da ignorare, ma quasi impalpabile.

“Sono uno dei più carini della provincia.”

“Anche quello più a portata di mano.”

“Quando la pelle tira, che sia per la prima moldava che passa o per l’amichetto vicino di casa... Capisci cosa voglio dire, no? Dopotutto, siamo uomini.”

“Mio figlio lo sarebbe stato, se non me l’avessi fatto diventare un finocchio come te.”

Michele strabuzzò gli occhi e si trattenne dallo scoppiare a ridere in faccia all’uomo: “Sono abbastanza certo che non funzioni così.”

Il padre di Valentino sospirò esasperato. “Digli di venire giù, per favore. Ho una cosa da dargli.”

“Valentino non è qui. Davvero.”

“Gliela puoi fare avere tu, allora? L’ho trovata l’altro giorno durante il trasloco.”

Michele annuì debolmente prendendo la fotografia che il signor Ferri gli aveva allungato. La guardò e sorrise. Valentino, tra i tredici e i quattordici anni, che rideva estasiato verso l’obbiettivo mentre abbracciava il bassista Faso, suo idolo incontrastato.

“Ci avevi portati tu a Modena al concerto”, disse Michele.

“Avevo dovuto accontentare Valentino, mi aveva preso per sfinimento.”

“E’ un cagacazzo professionista quando si impegna.”

“Abbastanza. Adesso vado. Volevo farlo io, ma se riesci a dargliela da parte mia… Sarebbe gentile.”

Michele annuì di nuovo. Dopo averlo ringraziato, il padre di Valentino si avviò verso la propria automobile, sotto la pioggia.

Michele ritornò in casa e si sfilò il cellulare dalla tasca dei pantaloni della tuta. Andò in cucina, si accese una sigaretta e avviò la chiamata.

Milena iniziò la conversazione con un sì? carico di diffidenza.

“Sei a Bologna?”

No, sono a casa.

“C’è Valentino lì con te?”

Non sono affari tuoi.”

Modo non troppo carino per dire che sì, Valentino era con lei.

“Va bene”, sospirò Michele. “Dunque, è passato Vittorio e mi ha dato una cosa da far avere a Valentino. La passi a prendere te?”

Dice di lasciargliela sotto lo zerbino.”

Michele guardò perplesso i bordi già ondulati della vecchia fotografia: “Digli che non sarebbe il massimo, si rovinerebbe peggio di così.”

Cassetta della posta.”

“Ok, ciao.”

Chiuse la chiamata e rimase per qualche istante a occhi chiusi, inspirando ed espirando a fondo per farsi passare il nervoso che gli stava quasi per arrivare alle tempie. Lui non si incazzava mai, tutto gli scivolava addosso. I problemi nella vita erano altri. Venire prima preso a pesci in faccia ed essere poi trattato con sufficienza come ringraziamento era qualcosa che non scalfiva nemmeno Michele Della Vedova, il solito coglione strafottente. Aveva voluto tutelare Valentino in tutti i modi possibili conoscendo alla perfezione il rapporto che aveva con il padre, rimettendoci lui stesso senza nessun obbligo di farlo, e l’altro gli parlava tramite la sua amichetta.

Chiuse lo sportellino metallico della cassetta della posta di casa dei Ferri dopo aver fatto scivolare la fotografia nella fessura. Si incamminò lungo il marciapiede e raggiunse l’incrocio con il cappuccio della felpa ormai fradicio. In fondo alla via, le luci al primo piano della casa della Milena erano accese.

Rabbrividì e si strinse nelle spalle, avviandosi verso casa propria. Andava bene così. Lui non era il tipo da scenate.

   
 
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