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Autore: Mannu    23/04/2017    0 recensioni
Evan Karman, misterioso e imprendibile sicario, da qualche tempo ha assunto una nuova collaboratrice. Pianificatore meticoloso e attento, stavolta si trova ad avere a che fare con qualcosa che non aveva previsto. Un difficile lavoro da portare a termine e Nadia, la sua nuova e ingombrante "dipendente" che si rivela essere invadente e...
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Professionista'
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In società
1.

Sgusciò non visto tra la folla del grande atrio. Non intendeva destare l'attenzione quindi passò ben alla larga dalla reception riservata ai VIP. Ma non riuscì a fare nulla per evitare il direttore del ristorante a sei stelle del ventesimo piano: fu intercettato a pochi metri dalla salvezza, rappresentata dall'ascensore secondario.
- Signor Valdemort! Che sorpresa! Come sta? Tutto bene mi auguro! La vedo in splendida forma.
Accennò una risposta di cortesia: conosceva i modi del direttore Welder. Gioviale e affabile per mestiere, non gli avrebbe dato tregua fino all'esaurimento dei suoi soliti argomenti. Essendo un uomo molto orientato agli affari, essi non potevano che riguardare il lussuosissimo ristorante di cui era responsabile.
- Sono molto contento di vederla! - si avvicinò sorridendo, le spalle larghe e squadrate rese ancora più geometriche dalla giacca di sartoria, di un taglio un po' passato di moda. Un dettaglio perdonabile dato che era nuova di zecca e realizzata con veri filati naturali, non robaccia sintetica. Welder poi non era tipo da trascurare nulla: fingendo di aggiustarsi i polsini della camicia candida che indossava sotto la giacca dell'abito grigio cenere, ostentò due abbaglianti gemelli.
- Ma che maleducato sono a non informarmi riguardo la deliziosa signora Hoshi!
Sfruttò la breve pausa nel torrente di parole per tranquillizzarlo: la deliziosa signora stava benone.
- Ne sono felice! Vede, signor Valdemort, proprio l'altro giorno pensavo a lei e alla sua raffinata signora. Infatti io e il mio chef abbiamo messo a punto un interessantissimo menù con sushi, sashimi...
Welder andò avanti decantando tutte le nuove raffinatezze che il suo ristorante offriva, ideati appositamente per il piacere di lui solo. E della deliziosa signora, ovviamente. Non si fermò fino a quando non gli strappò la promessa che sarebbe andato a trovarlo per provare il nuovo menù thai-cino-giapponese. Finalmente l'ascensore secondario giunse in suo soccorso, anche se con ritardo.
Fortunatamente non vi era nessuno nella cabina e poté riafferrare il flusso dei suoi pensieri interrotti dal chiassoso direttore. Lui e il suo ristorante... tante cerimonie per cosa? Per poter battere con stile conti da capogiro ai clienti? Si strinse nelle spalle con un movimento quasi impercettibile anche se era completamente solo. Che seccatura. Ma alla “deliziosa signora” piaceva da matti atteggiarsi e quindi trovava in Welder una sponda perfetta. E infatti quel cicisbeo da ristorante l'adorava. Si scoprì a sperare che non esagerasse stavolta: non solo non era sicuro di poterla sopportare, ma avrebbe potuto essere potenzialmente dannoso per il lavoro.
L'ascensore lo portò senza fermate intermedie fino all'attico dove aveva la suite. La direzione dell'albergo era stata molto sollecita a esaudire le sue richieste e a riconfigurare l'ampio e lussuoso locale secondo i parametri che lui stesso aveva fornito. Come suo solito o, per meglio dire, come abitudine del signor Valdemort la maggior parte dell'arredamento era stato smontato e rimosso per far posto a un ampio tatami da allenamento, alcuni attrezzi ginnici, un bel futon, un paravento decorato e poco altro.
Chiusa la porta dietro di sé non perse tempo in sciocchezze: nonostante l'ora tarda si mise subito al lavoro. Aprì una valigia metallica dagli spigoli arrotondati, una di quelle valigie spesso utilizzate per il trasporto di materiale fotografico. Odorava ancora di nuovo. Un profano aprendola vi avrebbe trovato proprio ciò che chiunque si sarebbe aspettato: un grosso teleobiettivo digitale, un corpo macchina con dorso rimovibile, un cavalletto con la testa pesante e diversi accessori. Solo un esperto avrebbe riconosciuto i componenti di un sofisticato sistema di osservazione. Reso ancora più complesso da modifiche che forse nemmeno il progettista avrebbe immaginato.
Aprì il cavalletto assicurandosi che rimanesse bloccato in posizione; vi installò il pesante obiettivo digitale che combinava in sé il meglio dell'ottica in fatto di lenti e il meglio della tecnologia digitale in fatto di correzione delle aberrazioni e di eliminazione di ogni possibile difetto. Poi installò il corpo della macchina agganciandolo alla flangia del teleobiettivo e rimosse il dorso. Nonostante fosse il meglio sul mercato in termini di risoluzione e resa dell'immagine, il sensore non raggiungeva lo standard richiesto da quel lavoro. Installò quindi un sensore militare da lui stesso modificato: un lavoro lungo e delicato che richiese tutta l'attenzione e la pazienza possibili. Una sola manovra sbagliata e avrebbe compromesso il sensore, estratto da un'apparecchiatura militare e ora estremamente vulnerabile.
Lavorando nel silenzio più totale riuscì nell'impresa, ma non senza fatica. Restava ora la parte più facile: collegare tutto al computer. Estrasse da un'altra borsa il computer portatile e, connesso al potente strumento di osservazione appena assemblato con diversi cavi, cominciò a configurare il software. Lavorò senza soste per un'ora: tarò lo strumento, regolò l'ottica, configurò il controllo remoto dal computer, calibrò il software. Fu faticoso ma alla fine ebbe ciò per cui aveva lavorato: uno strumento di sorveglianza capace di individuare e riconoscere un viso anche a mille metri di distanza, facendosi beffe delle finestre polarizzate, mantenendo la possibilità di errore così bassa da poter essere scartata senza troppe preoccupazioni. Guardò il telemetro, un dato che il sensore militare passava al software del computer attraverso una delle connessioni. Ottocentoquarantasette metri al suo bersaglio: un curvo palazzo scintillante di vetri riflettenti che, da quel privilegiato punto di osservazione, si offriva per intero nella sua luccicante magnificenza. Il che significava centinaia di finestre a cui il suo uomo avrebbe potuto affacciarsi, anche solo per un secondo. Ridurre quel numero era la seconda parte del piano. Dalla tastiera olografica del computer portatile digitò i comandi che attivavano il controllo dello zoom ed eseguì delle ricognizioni di prova. Il potente teleobiettivo controllato elettronicamente non ebbe alcun problema a farlo entrare in locali vuoti e bui quasi come se fosse appeso fuori dalla finestra, poté sbirciare in stanze da letto dove gli occupanti dormivano immobili, in altre trovò gente seduta al tavolo da lavoro o intenta a telefonare. Vide gente che entrava e usciva dal bagno nelle più diverse condizioni e, come se quello fosse un limite da non valicare, fu allora che decise di avviare il programma di scansione che avrebbe lasciato in esecuzione permanentemente.
Aveva trascorso dieci minuti osservando il sistema in azione quando sentì la porta aprirsi.
- Tesorooo... sono arrivata!
Alzò gli occhi al soffitto. Sempre sopra le righe, la rimproverò ancora prima di vederla. L'ultima volta si era divertita a fare l'eccentrica riccona cui piace vestirsi da stracciona. L'aveva avvisata che quel lavoro andava fatto con la massima discrezione e che stavolta non voleva pagliacciate.
Si alzò in piedi e si voltò verso l'ingresso, già pensando alle parole migliori per rimproverarla senza urtarla troppo, affinché capisse che non lo faceva solo per pignoleria, ma perché era davvero importante per il lavoro.
Tutti i rimproveri gli morirono in gola.
Era elegantissima. Dimostrando buon gusto e anche una certa raffinatezza era riuscita a vestirsi davvero bene. Riconobbe costosi abiti su misura e accessori del tutto all'altezza, ben scelti e coordinati. Si immaginò i salti mortali che il sarto aveva dovuto fare per trasformare una muscolosa ragazzona alta due metri nella creatura che aveva di fronte, più simile a un'indossatrice avvezza alla passerella e ai lampi dei flash piuttosto che alle risse e alle fiammate delle armi.
- Tesoro, chiudi la bocca o entreranno le mosche – cantilenò quella, atteggiandosi a diva. Entrò percorrendo con lunghe falcate feline lo spazio vuoto dal disimpegno dell'ingresso al lussuoso divano.
- Ti piaccio? - continuò a parlare in falsetto e si sedette con grazia insospettabile – Ho speso troppo, caro? A proposito, quei quattro soldi che mi hai dato sono bastati a malapena per l'estetista. Già che c'ero mi sono fatta l'epilazione permanente... sai ero in dubbio se sgomberare anche tutta l'area del parco giochi quaggiù o se lasciar stare. Alla fine ho optato per una tosatina e basta, spero non ti dispiaccia.
Ecco, ora la riconosceva. Sapeva che era solo questione di tempo e Nadia sarebbe venuta a galla.

Terminato l'ultimo esercizio assunse la posizione del loto sul tatami e chiuse gli occhi.
Si rilassò profondamente nel silenzio, lasciando riposare il corpo ed estendendo le proprie percezioni tutto intorno. Lasciò il respiro fluire dentro e fuori di lui senza tentare di domarlo o controllarlo, libero come i suoi pensieri. Arrivò a percepire il debole soffio dell'aria condizionata prima con le orecchie e poi sulla pelle, il lento scivolare dell'alito sul labbro superiore. Si immerse ancora più in fondo, dentro se stesso, dentro i suoi pensieri, annullando il proprio corpo di carne fino a percepire il pigro pulsare del cuore artificiale, il respiro regolare e sottile di Nadia addormentata dietro il paravento che suonava come un pieno d'orchestra.
Il frusciare delle lenzuola fu come accendere la televisione a tutto volume. A occhi chiusi poteva vedere ogni movimento, lo deduceva dai rumori assordanti che le sue orecchie riuscivano a percepire. Piedi e mani strusciati sulle lenzuola, il lungo corpo di donna che si rotolava sul futon, uno sbadiglio soffocato come il rumore di un aerogrifo a bassa quota.
Passi di piedi scalzi diretti verso di lui, felpati. Giù dal tappeto, lieve scalpicciare sul parquet, fruscianti sul tatami. Fracassona come suo solito lo strappò dalla profonda concentrazione raggiunta con l'esercizio fisico prima e la meditazione poi. Non poté fare a meno di concentrarsi su di lei: le orecchie piene di ogni movimento gli dicevano che ora si era accomodata davanti a lui imitando la sua posizione.
- Om, Karman... mi senti? Sono il tuo stomaco, e sono vuooooto...
Irriverente e anche un po' sciocca, Nadia conserva la capacità di stupirmi con i suoi scherzi bambineschi, pensò Karman. Inconsciamente aveva contato meno di cinque secondi da quando la giovane era uscita dall'ultima fase del sonno a quando si era alzata dal giaciglio perfettamente sveglia.
- Te l'ho mai detto che adoro fare la signora Valdemort? Mi piace da matti fare finta di essere tua moglie. Non mi sposeresti davvero?
Karman salutò l'ultimo brandello di concentrazione cui si era disperatamente attaccato. Nadia non aveva alcuna intenzione di lasciarlo in pace. Aprì gli occhi: esattamente come le orecchie avevano sentito, Nadia era seduta in una discutibile posizione del loto a pochi centimetri di fronte a lui e sorrideva soddisfatta. Non aveva perso tempo a vestirsi.
- Karman, devo dirti una cosa – anche se sembrava divenuta seria di colpo, sapeva bene che non poteva fidarsi.
- Sei bruttino: anche se hai un fisico da paura, ce l'hai piccolo. Mi piace la cicatrice che hai sul petto: sembra che per impiantarti il cuore abbiano usato un frullatore. Ma hai un carattere del cazzo, anzi a volte sei proprio stronzo. Sei pignolo, antipatico, freddo e attaccato al lavoro fino all'ossessione. E stai perdendo i capelli.
La pausa a effetto trovò Karman che restituiva paziente a Nadia il suo sguardo duro e serio.
- La cosa peggiore di tutte è che mi ignori. Anzi, no. La peggiore è che io ti penso. Penso solo a te: tutto il giorno, tutti i giorni. Voglio te e tu mi respingi. Respingi le mie avance da quello stronzo che sei. Ti devo pregare in ginocchio per fare un po' di sesso. Dico io, non c'è bisogno di sposarsi o fidanzarsi per fare un po' di sesso tra adulti, no? Che ti costa?
Altra pausa. Incuriosito, Karman attese in silenzio che riprendesse. Quella volta sembrava intenzionata a concludere la rimostranza in modo diverso dal solito.
- Beh? Che hai da dire a tua discolpa?
Lasciò passare qualche secondo poi suggerì che effettivamente avrebbe apprezzato una robusta colazione prima di mettersi al lavoro.
- Prima nutri il mio spirito, stronzo – Nadia sporse le labbra verso di lui e gli impedì di alzarsi dal tatami finché Karman non vi posò le proprie.
  
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