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Autore: miryam19    24/04/2017    0 recensioni
Sentire il cuore che pulsa forte, il sangue che scorre più veloce. Ogni passo, ogni movimento possono essere un' arma a tuo favore oppure la tua condanna. Guardati alle spalle, potresti già essere con la schiena a terra...
Una scelta avventata può cambiarti la vita e nel caso di Eleonor può distruggerla. Rapita da una banda di pericolosi criminali, assassini senza rimorso, questa giovane donna, dovrà fare i conti con un mondo a lei completamente estraneo: una realtà in cui l'unica legge a dominare è quella del più forte, dove la pietà non esiste e così anche l'amore. Il coraggio e soprattutto la fiducia in sé stessa, saranno le uniche armi a sua disposizione per proteggere il suo corpo e soprattutto il suo cuore.
Potrà mai nascere l'amore dal male? La verità dalla menzogna? Vi assicuro cari lettori che questa storia vi terrà con il fiato sospeso fino alla fine se avrete la pazienza di continuare a leggere.
A voi "I due Volti della Rosa".
Genere: Azione | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«Ha un carattere piuttosto ribelle il nostro nuovo animaletto, non trovate?» 
Sentii dei mormorii diffondersi per la sala. Era evidente che non fossero d'accordo con quanto avevano visto e fu piuttosto difficile non dar loro ragione. Portare qui quella ragazza era stata una mossa che avrei dovuto gestire con più prudenza. Rifiutando la mia sfida, aveva dichiarato falsa la mia autorità ed io non potevo permetterlo.
Un ragazzo trovò il coraggio di portare a galla la questione «Capo, sei certa che sia stata una buona idea?» 
Appoggiai le spalle al fodero di velluto rosso, passando annoiata il dito su uno dei braccioli dorati del trono «Perché no? Abbiamo rapito altri prima di lei. Non vedo dove stia il problema» 
Un altro lo spalleggio «Non è mai capitato che si trattasse di una donna però. Lei hai concesso molto più di quanto hai dato a noi» 
Fissai quest'ultimo con occhi gelidi. Stava parlando troppo per i miei gusti. 
«Cerchi forse di dire che solo perché è femmina, non l'ho uccisa seduta stante?» la mia voce divenne mortale.
«Non è difficile immaginare che sia così... » le risate che seguirono furono la molla dello scatto. Alla nuova recluta serviva una lezione. 
Presa dalla furia, afferrai un coltello che tenevo nascosto nello stivale e lo lanciai dritto nella gambe del ragazzo che aveva osato sfidarmi. 
Il giovane cadde in ginocchio e un fievole lamento uscì dalle sue labbra. Avvicinandomi, lo vidi estrarre l'arma dalla ferita e gettarla lontano. Non poté tirare un sospiro di sollievo che un calcio in pieno petto lo fece cadere all'indietro. Sollevai il piede e lo spinsi contro la sua gola, bloccandolo a terra.
«Ci tieni alla lingua? Allora impara a parlare quando ti viene richiesto» 
Lui sputò sangue «P... Perdo... Nami Capo»
Gli permisi di respirare solo perché sarebbe stato uno spreco inutile ucciderlo. Lo lasciai a tossire sul pavimento, ignorando il suo lamento quando cercò di rimettersi in piedi. 
Mi spostai accanto al camino «Ricucitelo, questa sera lo voglio al campo» così non avrebbe dimenticato il suo errore.
Alle mie spalle qualcuno si stava già occupando di lui e anche se altri non osavano aprire bocca, il mal contento generale era nell'aria. 
Osservai il fuoco ardere sui ceppi, divorandoli e corrodendo ogni piccolo pezzo di legno. La fiamma mi era affine, come lei io non provavo rimorso nel fare quello che andava fatto. Eppure, c'era una domanda che mi tormentava. Ero delusa dalla scelta di Eleonor, ma ancora di più mi infastidiva averle permesso di vivere nonostante il suo attacco al mio ruolo. Se fosse stato uno dei miei ad osare tanto, l'avrei ammazzato senza alcuna esitazione. Perché con lei mi ero fermata? 
"Perché mi sembra di conoscerla?"
I miei occhi si persero in quelle scintille dorate e rosse, finché un ricordo non prese forma tra di esse, trascinandomi nel passato.
Sbang!
Era l'ennesima volta che mi ritrovavo stesa a terra quel giorno e ormai non tenevo neanche più il conto di tutte le mie cadute. Avevo trascorso ore ed ore ad allenarmi con il mio mentore, ma non ero migliorata affatto. 
«Ginevra non ti stai concentrando abbastanza. Di questo passo non sarai mai pronta ad affrontare un vero combattimento» esclamò Daniel, sbattendo con forza il pugno sul tavolo accanto alla sua sedia. Il suo commentò mi irritava. Facevo i salti mortali per essere all'altezza delle sue aspettative, ma non era mai sufficiente per lui. 
«Si impegna al massimo, mio signore. Dopotutto è ancora molto giovane, una ragazzina» cercò di calmarlo il suo assistente, provato anche lui dalla stanchezza. 
«Non ci sono scuse. La lotta è un'arte, o sei capace o muori. Ginevra ha qualcosa che la blocca e il tempo a nostra disposizione non ci permette di aspettare oltre per risolverlo»  
«Cosa intendete dire?» 
«La spingerò al limite. Ginevra!» 
Il mio allenatore si fermò prima di colpirmi, così ne approfittai per  spostarmi dalla sua mira. 
«Si Daniel» 
Mi avvicinai al mio padre adottivo e lui mi offrì una bottiglia d'acqua «Ho notato che hai ancora difficoltà nel corpo a corpo» 
«Lo so» bevvi un lungo sorso e la riposi sul tavolo. Sapeva benissimo quanto odiassi ammettere i miei errori e dalla sua espressione capì che mi sarei sorbita una riflessione a breve. 
«Lasciateci soli» ordinò con voce decisa e i due uomini presenti uscirono di corsa dalla sala senza fare domande. I comandi di Daniel venivano sempre presi alla lettera e con giusta ragione. Solo uno sciocco avrebbe disobbedito.
Decisa a riprendere l'allenamento, iniziai a sferrare qualche calcio al sacco da box appeso con una catena al soffitto. 
Daniel mi fissò per un po' «Cos'è che ti fa esitare?» si accostò al sacco per reggerlo mentre io continuavo ad esercitarmi. 
«Allora?» 
Quando aprì la bocca per contestare, con un gesto della mano bloccò ogni mia protesta sul nascere.
«Non credere che non me ne sia accorto. Sei in grado di buttare al tappeto avversari più forti e con anni di addestramento alle spalle, ma non riesci a finirli» cominciò lentamente a girarmi intorno. Mi dava ai nervi il suo atteggiamento da insegnante.
«Hai un'ipotesi?» c'è l'aveva sempre e quel giorno non faceva eccezione.
«Hai paura» fermandosi dietro di me, cinse i miei fianchi per guidarmi nei movimenti. Continuavo a colpire il sacco con insistenza, ma la sua presenza era una distrazione.
«Questa mi è nuova. E sentiamo, di cosa avrei tanta paura?» 
Mi fermò «Di uccidere» 
Spalancai gli occhi e fui grata che in quel momento non potesse vedermi in faccia. 
Provai a tirare un altro colpo, ma Daniel mi costrinse a girarmi verso  di lui. Guardandomi negli occhi, spostò con dolcezza una ciocca di capelli rossi che mi era finita sul viso. Quel minimo contatto mi provocò i brividi. 
«Se il nemico scopre questo tuo punto debole, per te sarà la fine»
«Mi allenerò più duramente» 
«Non basta» 
«Allora dimmi tu cosa devo fare. O meglio, cosa ti aspetti che io faccia» 
Daniel sorrise e mi lasciò con la stessa rapidità con cui aveva poggiato le mani sui miei fianchi. Senza fretta ritornò al tavolo e suono un paio di volte il piccolo campanello che teneva sempre con sé. Attesi qualche secondo che sembrò interminabile, finché non vidi le porte della palestra venire spalancate per far entrare due omaccioni. Le guardie di Daniel si trascinarono dietro un terzo individuo.
I capelli lunghi gli ricadevano sul viso come quelli di un barbone e dal tanfo che arrivò fino a me, seppi subito che si trattava di un prigioniero. Oltre la trentina, vidi benissimo che era un uomo fatto sul campo. Aveva due braccia possenti e muscolose e quando fu costretto a rimettersi in piedi, notai una profonda cicatrice sul lato sinistro del viso, dal collo fino alle tempie. Visti i lividi, dovevano averlo torturato a lungo e non mi sfuggì il sangue che gli colava sulle gambe in rivoli cremisi. Forse era stato frustato appena qualche minuto prima.
«Mia cara, non penso di averti ancora presentato il nostro ultime ospite. Un compagno di vecchia data che ha avuto il coraggio di tradire la nostra causa» 
«Una mossa tutt'altro che saggia»  commentai studiando l'intruso con attenzione.
«Esatto, ma ora si pone una questione importante, cosa farne di lui? Ucciderlo sarebbe da parte mia un atto troppo caritatevole e lasciarlo libero è impossibile. Perciò ho deciso che potrebbe aiutarti a risolvere il tuo problema» 
Sbuffai «Che tradotto in altre parole, vuol dire che devo lottare contro di lui?» 
Daniel annuì «Dovrà essere un combattimento all'ultimo sangue e se riuscirai a batterlo non ti caccerò» 
Strinsi i pugni lungo i fianchi per non mostrargli quanto fossi ferita. Ma a lui fu evidente il mio risentimento.
«Cerca di capirmi, ora come ora, saresti solo di peso qui. Se vincerai, avrò la prova che vuoi restare davvero con noi e che sei capace di difenderti quando sarà necessario» 
«E se dovesse vincere lui?» era bene tenere a mente anche quella possibilità.
Daniel sistemò la cravatta lasciata aperta sul collo «Potrà andarsene senza che gli venga torto un capello. Ricordo ad entrambi che potete usare qualunque metodo vogliate e che considererò vincitore, solo colui che per primo porrà fine alla vita dell'avversario.Ci sono domande?»  
Nessuno fiatò.
«Bene, che vinca il migliore» detto questo, fece un cenno ai due sicari e insieme a loro, uscì dalla stanza senza aggiungere altro. 
Eravamo solo noi due, io e il prigioniero, e come aveva detto mio padre potevo usare qualsiasi metodo per vincere. Dopotutto, il mio sfidante non avrebbe esitato di certo a farmi fuori, se questo poteva garantirgli la libertà, perciò avrei dovuto regolarmi di conseguenza.
«Sai, quasi mi dispiace doverti uccidere» sputò del sangue per terra, ma si rialzò abbastanza velocemente da farmi credere di non provare alcun dolore per la tortura a cui era stato sottoposto. «Sei la pupilla di Daniel e da quel che ho sentito sei anche bravina, ma se è disposto a sacrificarti, vuol dire che non conti poi così tanto per lui» 
Aggrottai le sopracciglia. "Che razza di...!"
Il tipo stava giocando sporco ed io ero già stufa di lui.  
«E poi, sei una creaturina così piccola che spezzarti sarà persino troppo facile» iniziò ad avanzare «Un inutile ragazzina». 
Senza dargli alcun preavviso, scattai. Ero abbastanza vicina per tirargli un pugno sul naso e uno alla guancia sinistra, quella già deturpata dalla cicatrice. L'uomo indietreggiò di qualche passo sorpreso, ma io tornai subito alla carica. Non lasciandogli il tempo di reagire, gli sferrai un calcio al ginocchio e uno in pieno petto. Al terzo colpo non si fece cogliere impreparato. 
Afferratami per una gamba, la storse come se fosse una grissino. Caddi sul pavimento con un urlo, ma ignorando il bruciore, passai la gamba integra tra le sue e facendo forza con entrambe le braccia l'alzai di colpo. Sfruttare quel punto debole non mi diede gran soddisfazione, ma il suo gridò acuto, quello si che mi fece sorridere. 
«Piccola strega!» spinto dal desiderio di vendicarsi, il colosso cercò di bloccarmi sotto di sé, ma spostando le gambe all'ultimo secondo sfuggì alla sua presa con una capriola all'indietro e tornai in piedi. Concentrata sul mio obbiettivo gli assestai una serie di pugni sul viso e sullo stomaco, dove sapevo era più debole, e con un ultimo calcio lo mandai al tappeto.
"Ricordati le parole di Daniel, se non lo uccidi, ti manderà via!"
Era vero, anche se quell'uomo si fosse arreso, io avrei dovuto ugualmente farlo fuori. Non avrei mai permesso a Daniel di escludermi da quella vita. Ora mi apparteneva e io avrei dovuto accettarne ogni aspetto e a qualunque prezzo.
Sganciai dalla cinta, il pugnale che vi tenevo legato e con abilità, salii sopra il torace dell'uomo disteso sul pavimento. Premetti la lama contro il suo collo e ne osservai l'effetto. Lui iniziò a sudare, preso da una violenta paura per la morte che potevo infliggergli.
«Pensi di esserne davvero capace?» 
Il suo sguardo sembrava ancora divertito, mentre io tremavo per lo sforzo di restare lucida.
«Io non ho alcuna intenzione di farmi cacciare. Questa è casa mia e io voglio vivere così» 
In quel momento la consapevolezza rese i suoi occhi stanchi «Io ho passato la vita a fare questo. Se inizi non potrai più smettere».
Non stava cercando di convincermi, non lottava per vivere ancora. Lui era pronto a morire, ma forse non lo ero io a spezzare una vita. Non riuscivo a farlo fuori perché una parte irrazionale di me, non voleva farlo. La mia mente mi chiedeva di recidere la sua gola con un taglio netto, ma qualcosa mi frenava. Come tutte le altre volte del resto. 
Esausta, arretrai da lui di qualche passo. L'uomo a terra mi fissò confuso.
«Cambiato idea?» 
Non gli risposi.
«Grosso errore piccola» 
Negli istanti che seguirono, il mio corpo si mosse quasi completamente da solo. Aveva una pistola, ma non diedi importanza a come se l'era procurata. Mi lanciai sul pavimento, evitando il colpo per un soffio e rotolai su me stessa per non farmi centrare dalla seguente scarica di proiettili. Sollevai lo sguardo appena in tempo per vedere che era pronto a sparare di nuovo. Allora scagliai il mio pugnale e questo lo centro dritto al cuore.
L'uomo sgranò gli occhi e con un rantolo si strappò la lama dalla carne, gettandola a terra. 
«Bel colpo ragazza» con un sorriso il suo corpo si paralizzò, scivolando a terra in quella che di lì a poco divenne una pozza di sangue. 
Avrei dovuto essere soddisfatta di me stessa, ma guardando il cadavere in mezzo alla sala, mi sentii strana. Non era affatto la sensazione che mi aspettavo.
Un battito di mani interruppe i miei pensieri. 
«Brava Ginevra, sono proprio orgoglioso di te. Sapevo che ci saresti riuscita, avevi solo bisogno di una piccola spinta» Daniel rientrò nella sala insieme ai suoi uomini. Passando accanto all'uomo riverso a terra fece un gesto verso gli individui alle sue spalle. 
«Prendetelo e rimandatelo al suo padrone. Gli farà piacere riaverlo». 
Mentre i sicari si occupavano del cadavere, Daniel scivolò accanto a me con un sorriso.
«Mi avresti davvero cacciata?» avevo il diritto di conoscere la verità, anche se mi avrebbe distrutta. 
Daniel sospirò «So che può sembrarti ingiusto, ma... » sfiorandomi la guancia, i suoi occhi si fecero seri «Io devo fare ciò che occorre» 
«Non hai risposto alla mia domanda» gli feci notare, spostando la sua mano. 
«Si, ti avrei cacciata. Purtroppo non possono esserci elementi deboli in questa guerra e tu, mia cara, sei troppo preziosa per me per essere usata contro di me. Perciò, preferisco che tu sia in grado di difenderti e uccidere chiunque osi anche solo guardarti. Riesci a capire questo?» 
«Si» 
"Ma non comprendo le tue azioni"
«Bene. Ora che questo punto è sistemato, riprendi pure l'allenamento» si voltò per andarsene e io dovetti impedire a me stessa di corrergli dietro. L'avrei fatto solo perché avevo ancora una domanda per lui, però, avrei aspettato. Ora potevo godermi quel momento di vittoria. 
«Riprendi da dove ci siamo fermati» il mio allenatore era già al suo posto ad aspettarmi. 
Mentre mi mettevo in posizione, vidi il corpo dell'uomo che avevo ucciso, venire trascinato via senza alcuna cura o ritegno. Promisi a me stessa che mai avrei fatto la stessa fine, e così quel poco di rimorso che stavo provavo scomparve, lasciandomi libera di combattere con ancora più furore di prima.
 
Sbattei le palpebre un paio di volte, rendendomi conto di essermi persa per parecchi minuti. Il fuoco mi aveva portato indietro e per un momento avevo dimenticato quale fosse ora la realtà. 
"Stupida, la concentrazione è tutto". 
Parole che ormai erano un vangelo per me.
«Ginevra, che intenzioni hai per la nostra ospite?» udii qualcuno chiedere alle mie spalle. 
Già, cosa potevo farne di lei? 
Con il mio primo omicidio, avevo cambiato me stessa. La sfida mi fu imposta, ma la scelta è stata solo mia. Lei aveva fatto la sua e ora era giunto il momento di saldarne il conto.
«Ho già qualcosa in mente. Imparerà la lezione, proprio come abbiamo fatto tutti».
"Quella bambina non ha la minima idea di cosa la attende, ma lo saprà molto presto. Lei farà da esempio".


 

   
 
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