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Autore: gaiagiacobazzi    29/04/2017    1 recensioni
Ginevra Pifferi fugge da tutta la vita, lei e sua madre scappano dalla profezia che pende sulla ragazza, lei che dovrà iniziare e finire una guerra che va avanti da secoli. Ma quando la madre viene catturata, Ginevra non può fare a meno di andare a salvarla e per questo iniziare il suo peggior incubo.
Bree Tidsresor è stata adottata e non ha mai conosciuto i suoi veri genitori, vive in uno stato di indecisione, tra la situazione familiare attuale, dove sta bene e l'andare a fare ricerche su chi è veramente lei, finché qualcuno non passa casualmente per la sua città e potrebbe conoscere parte della sua storia. Ma Bree vuole veramente delle risposte?
Anthea Bailey ha una vita perfetta, se non fosse per quell'unico problema che l'assilla ventiquattro ore su ventiquattro, che la tiene sveglia ogni singola notte e che farebbe qualsiasi cosa per poterla aiutare: sua sorella dopo essere scomparsa e ritornata, ma non ha più parlato o cercato di rapportarsi con gli altri.
Aggiornamento una volta a settimana.
Genere: Fantasy, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Italia, Appenino reggiano 23 Marzo 2016

Guardo il bosco scuro di fronte a me, gli alberi di faggio mi sembrano spettri e il silenzio mi fa sentire ancora più sola di quello che sono.

Per la prima volta da anni sono abbandonata con me stessa, non lo sono mai stata e questo mi fa paura.

Ripenso ancora al suo sguardo mentre con la mente mi diceva di stare nascosta e andarmene senza di lei. Ed io ero rimasta nascosta, ma il peso della solitudine non mi permetteva di fare un passo avanti. Ero rimasta lì ferma, mentre loro la portavano via e mi sentivo in colpa, perché sapevo di poterla difendere.

Eppure avevo indugiato.

La mia parte egoista mi diceva di andarmene, che la profezia si sarebbe avverata se fossi intervenuta, ma sento il peso della solitudine.

Io andrò nelle Casate e riprenderò mia madre.

Ripeto più volte questa frase e sento finalmente i sensi di colpa appianarsi. Mi giro e vado verso la radura, dove più o meno un'ora prima hanno preso l'unica persona a cui voglio bene.

Stavamo scappando da un gruppo di Neri e ci eravamo divise per incontrarci nella radura, dove adesso cammino. Mia madre era arrivata prima di me e si era imbattuta in un gruppo di Bianchi, che pensando fosse lei una Nera l'avevano portata nella loro base, le Casate.

Quando ero arrivata, lei si era già arresa e la stavano portando via. La mamma si era girata verso di me, sapeva dove mi sarei nascosta e aveva fatto in modo che sentissi i suoi pensieri: lei voleva che scappassi e che me ne andassi il più veloce possibile.

Ero rimasta ferma ad aspettare, mentre dentro me stessa si svolgeva una battaglia tra ciò che mi aveva insegnato per tutta la vita mia madre e i sensi di colpa per averla abbandonata. Alla fine questi ultimi avevano vinto.

So esattamente dove la stanno portando, se voglio uscirci viva con mia madre dovrò progettare un buon piano.

Alzo lo sguardo e lascio che la luna mi faccia da compagnia nella solitudine che sento dentro. Una vita di fughe: dai Neri, dai Bianchi e soprattutto dalla profezia; ne conosco i versi a memoria, la mamma mi raccontava sempre che aveva sperato fino all'ultimo che non fossi io, ma già dai primi mesi di vita si era dovuto ricredere. I miei poteri ne sono la prova più eclatante.

Inizio a camminare verso le Casate, esse sono la base dei maghi bianchi e sono protette bene: primo una barriera che tiene fuori chiunque abbia intenzioni "cattive" per le Casate, secondo i Guerrieri e terzo trovare le segrete, di sicuro sotto terra.

Mentre avanzo, ragiono, so che il primo ostacolo lo riuscirò a passare senza problemi, ora devo trovare il modo di superare il resto. E non sono problemi da poco.

Il pensare a un piano di attacco mi fa sentire meno sola, anche se il fogliame basso e buio, mischiato al silenzio spettrale non aiuta a sentirsi più sicuri. Passo per una piccola brughiera di mirtilli, essa viene toccata dai raggi delicati della mia sola compagna, mentre un gufo solitario canta spettrale.

Non riesco a non pensare che dovevo intervenire e invece ero rimasta immobile.

Mai usare i tuoi poteri in pubblico.

Le parole di mia madre mi si ripetono nella mente, è la prima regola che mi ha insegnato. Se vuoi evitare di essere uccisa, non usare i tuoi poteri o sarebbe come chiedere di avere un bersaglio sulla testa, ma di quelli belli grossi e rosso acceso.

Probabilmente la mamma è esagerata, non penso mi ucciderebbero, magari solo mi schiavizzerebbero, costringendomi a usare i miei poteri per loro.

No, decisamente non mi ucciderebbero, anche perché li farei fuori prima io, alla fine ho passato la vita ad imparare come difendermi proprio da questi attacchi.

Il problema della mia situazione attuale è che non devo difendermi, ma essere io ad attaccare e per quanto possa sentirmi superiore a loro, io sono da sola e loro saranno almeno un centinaio, solo di Guerrieri.

Okay, se continuo a ragionare così posso già arrendermi, devo essere più astuta di loro, devo giocarmela sulla qualità, perché per quantità vincono loro uno a mille.

Arrivo vicino alle Casate e lo vedo dalle luci che riflettono nel buio dei rami, mi avvicino lentamente e con cautela, faccio meno rumore possibile e quando sono di fronte alla barriera guardo con circospezione l'ambiente che mi trovo davanti: una radura dove piccole fiammelle volano libere e illuminano lo spazio, non riesco a scorgere i dettagli, ma conto le dieci Casate e l'undicesima struttura.

Poi lo sento chiaro nella notte: l'urlo di dolore. So a chi appartiene quella voce, è l'unica che conosco da una vita e che riconoscerei tra mille persone: mia madre urla nel silenzio del mondo che dorme tranquillo.

Seguo con lo sguardo il punto da dove proviene e vedo un piccolo bunker, dove immagino si trovi la Casata dei Guerrieri. Due guardie sono davanti a l'unica porta e scommetto porta sotto terra, dove spero di trovare le segrete.

La rabbia pervade ogni mio muscolo e sento il bisogno di alzarmi e andare dalle guardie per picchiarle. Per la prima volta, non voglio lottare per me stessa, ma per l'unica altra persona per cui butterei via la mia esistenza. La mente inizia a pensare velocemente e quando un altro urlo pervade la radura, sento i muscoli diventare tesi e pronti a scattare, desidero più di ogni altra cosa mia madre ora sana e salva ed è colpa mia se si trova in questa situazione.

Mentre la torturano, io sono qui e non so cosa fare, mi sento inerme in questo silenzio e nascosta nel cespuglio. Sono una codarda, ecco cosa sono e merito ogni singolo senso di colpa, perché sono responsabile di lei che è lì a soffrire.

Con le lacrime agli occhi mi alzo per vedere meglio la situazione e so che se non intervengo subito lei supporterà, ancora e ancora. Faccio per fare un passo avanti, ma la barriera mi blocca e vado a sbatterci contro come una stupida. Tasto il naso e lo sento dolere, adesso mi sento totalmente impreparata, non posso neanche entrare perché il mio unico desiderio ora sarebbe di entrare per prendere a calci tutti quanti.

Devo tranquillizzarmi o starò bloccata qua davanti per il resto della vita.

Un respiro: inspiro ed espiro. Continuo così fino a sentire la mente vuota, sono arrivata a un compromesso: entrare con l'unico motivo di salvare mia madre. Nient'altro. Magari solo qualche botta in testa se mi vedono, ma evitare troppo dolore.

Apro gli occhi e con la mano tremante, l'avvicino al leggero strato azzurrognolo che delimita la radura; solo i Bianchi possono vederlo, gli umani non vedono altro che il bosco che continua infinito e casualmente se si avvicinano troppo sentono un bisogno imminente di andarsene, tutto merito della barriera.

Sento un leggero brivido, mentre la mano entra in contatto con essa e poi passa oltre, come se fosse fumo. Finalmente mi sento un po' meglio, qualche volta me ne va una dritta.

Prendo un altro respiro e sono pronta ad attraversare, quando l'ennesimo urlo attraversa le mie orecchie, sento di nuovo quel bisogno di attaccare, senza pensarci troppo, ma devo per forza mantenere il mio compromesso bene a mente. Non sono a conoscenza dei dettagli sulla barriera: se cambio idea quando sono in mezzo rischio di rimanere ferita? O ancora peggio uccisa?

La mia ignoranza in materia mi riempie la mente di paura e questo blocca qualsiasi pensiero negativo sul ferire i carnefici di mia madre, orientandomi verso una mediocre pace interiore e permettendomi di passare illesa.

Altro respiro e finalmente sono dentro. Per fortuna non sono proprio di fronte alle guardie, ma rimango troppo in bella vista.

Guardo il luogo di fronte a me e so che il tempo è poco, ma devo farcela.

Altro respiro e mi preparo al salvataggio.

 

 
   
 
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