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Autore: jess803    05/05/2017    0 recensioni
In un mondo post-apocalittico, segnato profondamente dagli esiti di una distruttiva guerra nucleare, in cui le risorse idriche e i generi alimentari scarseggiano, si muove una donna, Hadiya De Wit, spia al servizio della Confederazione, ossessionata dai demoni del passato e legata da una catena invisibile ad un amore misteriosamente scomparso.
Ambientata nel torrido deserto nord africano, è una storia di spie, amicizie tradite, intrighi politici, ma soprattutto di un amore destinato, forse, a non finire mai.
"Erano come due anime in bilico sull’orlo dello stesso precipizio, che lottavano contro la stessa forza invisibile che cercava in tutti i modi di farle andare giù, che avrebbero potuto restare in equilibrio solo se fossero rimaste immobili a sostenersi a vicenda… due anime a cui sarebbe bastato solo il soffio di un alito di vento per precipitare sul fondo del baratro e restarci per sempre."
Genere: Guerra, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Erano passati appena due giorni da quando la prova finale per l’ammissione alla squadra di ricognizione e bonifica si era conclusa e la sede del dipartimento si era ormai svuotata. Le matricole erano tornate nelle loro città d’origine per trascorrere le feste natalizie, seguite a ruota dai pezzi grossi del dipartimento. Sofyane era ancora bloccata all’ospedale convenzionato, costretta dai medici a restare a riposo per almeno un’altra giornata; avrebbe potuto lasciare l’ospedale solo il pomeriggio seguente, il giorno della vigilia. Benché non avesse riportato ferite gravi, ma solo una lussazione alla spalla, delle ecchimosi e diverse contusioni, aveva comunque ricevuto l’obbligo di restare a riposo assoluto fino a quando non si fosse completamente rimessa. Aveva anche pensato di andarsene prima, firmando il modulo per la dimissione contro il parere dei medici, ma a che scopo? Non aveva un posto dove andare, né qualcuno con cui trascorrere le feste. A quel punto, era meglio restare in ospedale e approfittarne per leggere un buon libro, tanto più che era anche riuscita, con molta fortuna e un po’ di incoscienza, a parlare brevemente con il sergente dal telefono pubblico del pronto soccorso, rassicurandolo sulle sue condizioni di salute e sull’esito della prova.
I compagni di squadra erano passati a trovarla subito dopo il ricovero, portandole dolci, cibo, libri e riviste, tutto l’occorrente per farla sentire meno sola durante la convalescenza. Poteva resistere un’altra notte.
Si respirava un’aria strana negli asettici e freddi corridoi dell’ospedale quella sera: fuori era già buio, le nubi scure minacciavano un’altra nevicata e il cortile era illuminato solo dalle fioche lucine colorate dell’albero di Natale spelacchiato. Il reparto era immerso in un inquietante silenzio, interrotto solo dalle sirene lontane delle ambulanze e dal cigolio delle porte aperte dagli infermieri che distribuivano la cena. Una folata di vento fece aprire la finestra, facendo entrare nella stanza degli spifferi gelidi. Sofyane la richiuse solo dopo aver respirato un po’ di aria fresca, gelandosi la punta del naso e le dita.
Si sentì improvvisamente stanca, così decise di rimettersi a letto, leggere un ultimo capitolo del libro che le aveva regalato Natasha e poi andare a dormire.
Prima che potesse arrivare all’ultima pagina, sentì qualcuno bussare alla sua porta. Ne rimase piuttosto sorpresa, non aspettava visite quella sera. Poggiò il libro sul comodino e si alzò per andare ad aprire, tenendo la mano allungata verso il cassetto del comodino in cui teneva la pistola. Si trovò davanti Lee col sopracciglio spaccato e un occhio nero, residui dell’incontro tenutosi pochi giorni prima. Era vestito con un semplice maglioncino blu col collo a V, da cui fuoriusciva il colletto di una camicia bianca, e un jeans stretto scuro. Sofyane non l’aveva mai visto vestito così casual.
<< Posso entrare?>> chiese l’uomo educatamente. La donna non rispose, indicò semplicemente la sedia accanto al tavolo con un cenno del capo, poi si andò a sedere sul suo letto, a braccia incrociate.
<< Allora… Come stai?>> chiese un po’ impacciato il funzionario, mettendo da parte ogni formalità.
<< Bene>> disse secca l’altra, restando con la testa abbassata, senza guardarlo negli occhi.
<< Mi spiace non essere passato prima, ma anche io ho avuto i miei problemi>>; si mise in piedi, alzò il maglioncino fin sotto alle ascelle e mostrò una ferita ricucita con dei punti all’altezza del torace. Sofyane gli diede un’occhiata fugace.
<< Mi dispiace>> mormorò, guardando fuori dalla finestra con aria impassibile.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, non sapendo bene cosa dirsi, poi Lee si fece coraggio e le chiese a bassa voce: << perché l’hai fatto?>>.
<< Cosa? Quel taglietto che hai sulla pancia? Beh, era quello lo scopo della prova, no?>> rispose la donna, cercando di non lasciar trasparire emozioni.
<< No, non quello. Cercare di farti ammazzare>> fece serio l’altro.
Sofyane restò in silenzio mordendosi nervosamente il labbro, poi si alzò dal letto e si andò a sciacquare il viso in bagno. Quando tornò, si affacciò alla finestra guardando attraverso la condensa che si era creata sul vetro.
<< Che sei venuto a fare?>> gli chiese tutt’ad un tratto, mantenendo la sua espressione distaccata e la voce piatta.
L’uomo si strinse una mano nell’altra, giocherellando nervosamente con le dita. << Non lo so, forse a scusarmi>> rispose.
<< Per cosa?>> la ragazza si girò verso di lui, guardandolo per la prima volta negli occhi, << per avermi mandato in ospedale o per avermi umiliata davanti a tutto il dipartimento?>>, chiese poi con un sorrisetto ironico stampato in faccia.
<< Allora è di questo che si tratta.>> l’uomo sorrise amaramente << Hai rischiato di farti ammazzare per una stupida ripicca?>>.
<< Chi lo sa, può darsi. Dopotutto, non sono altro che una ridicola bambina viziata, no?>> rispose lei con tono di sfida, alzando leggermente il tono.
<< Maledizione Sofyane!>> l’uomo sbatté il pugno sul tavolino di plastica, facendo tremare l’acqua nel bicchiere di vetro.
La ragazza gli si avvicinò mettendosi in piedi di fronte a lui. << Cosa c’è che non va, signore? Vuole una camomilla per caso?>> gli chiese, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Stava cercando palesemente di provocarlo, guardandolo divertita con gli occhi sottili.
Lee si alzò in piedi con calma, poi la prese per il polso, come quando si erano parlati in palestra durante il primo giorno di addestramento.
<< Ti rendi conto del rischio che hai corso per una sciocchezza simile?>> urlò quello con occhi inferociti.
La donna si liberò dalla sua presa, poi gli urlò a sua volta: << Sì, me ne rendo conto! E la vuoi sapere un’altra cosa? E’ stata solo colpa tua>>.
Si stava comportando come una ragazzina, lo sapeva perfettamente, ma era più forte di lei: per quanto si sforzasse di restare tranquilla e indifferente, non riusciva a darsi un tono, non riusciva a smettere di gridare e a desiderare di dirgli tutto ciò che si teneva dentro da quando le aveva stretto forte la mano, quel giorno sotto alle macerie di Rakovnik.
<< Con quale diritto mi giudichi e mi dai dell’immatura? Vuoi forse dire che quella terribile scenata che hai fatto in mensa era il normale ammonimento di un superiore a una sottoposta?>> chiese la donna alzando sempre di più la voce, << la verità è che l’hai fatta con la precisa intenzione di umiliarmi, di ferirmi, di farmi del male. Sapevi che non sarei rimasta impassibile davanti ad un affronto del genere, sapevi che avresti sortito l’effetto esattamente opposto chiedendomi di starmene buona, eppure l’hai fatto lo stesso. Perché? Me lo spieghi?>>.
I loro visi erano ormai a pochi centimetri di distanza, Lee poteva sentire sulle proprie labbra il respiro caldo della ragazza, poteva leggere nei suoi occhi una rabbia e una ferocia che non aveva mai visto prima.
<< Sì, su una cosa hai ragione: volevo ferirti, volevo farti male, volevo che ti sentissi umiliata, schiacciata, mortificata, vinta. Volevo tutte queste cose orribili, è vero, ma non immaginavo che così facendo ti avrei spinta ancora di più nella tana del lupo. In verità, avrei fatto di tutto per impedirti di segnare il tuo nome su quel maledetto foglio, anche legarti ad una sedia se fosse stato necessario, e lo rifarei ancora, un milione di volte>> disse a voce alta il funzionario, stringendo forte i pugni per la rabbia.
La donna inarcò le sopracciglia e scosse la testa, come sorpresa da quella rivelazione.
<< Ma perché?>> disse agitando le mani incredula, passandosele tra i lunghi capelli castani << che diavolo te ne importava di me? Per quale motivo volevi impedirmi di partecipare alla sfida? Non volevi che diventassi capo squadra?>>.
<< Cosa vuoi che me ne importi se diventi capo squadra o meno? Hai una vaga idea di come mi sia sentito quando sono stato costretto pestarti a sangue, senza potermi rifiutare? Quando ti ho dovuto dare calci, pugni e bastonate? Sai quanto mi sia costato vederti cadere a terra sofferente e poi pronta a rialzarti ogni volta, senza mai arrenderti, quasi a dirmi che ne volevi di più, costringendomi a rifare tutto daccapo? Lo sai?>> rispose l’uomo, facendo uno sforzo sovraumano per non urlare e strattonarla forte.
<< Non mi pare che con Freeman ti sia posto lo stesso problema, eppure lui sì che rischiava di brutto contro di te>> replicò la ragazza, che ormai stava parlando a briglia sciolta, senza alcun imbarazzo o timore.
<< Allora? Mi dici cosa c’è di diverso in me? O meglio, sei tu che mi vedi in modo diverso?>>.
Lee non disse nulla. Rimase immobile, in piedi di fronte a lei, respirando profondamente e serrando la mascella, come a voler trattenere qualcosa che cercava di uscire a tutti i costi dalla sua bocca.
Davanti all’ennesimo silenzio, Sofyane fece un sorrisetto amaro, lasciando cadere le braccia verso il basso.
<< Figuriamoci>> mormorò. Si sentiva stremata, debole, nauseata. Voleva solo andarsene a casa, voleva che tutti i pensieri smettessero di fare rumore nella sua testa, che quell’uomo scomparisse per sempre dalla sua vita.
Aprì la porta della sua stanza, facendogli segno con la mano di andarsene.
<< Sono davvero molto stanca ora, se per piacere se ne vuole andare…>> disse dandogli di nuovo del lei, senza guardarlo negli occhi.
Lee fece cenno di sì col capo, poi tirò fuori una busta bianca dalla tasca del cappotto e la poggiò sul tavolino; uscì senza dire una parola. Sofyane gli chiuse la porta alle spalle, rimettendosi a letto.
Per un po’ finse di non essere interessata al pacchetto che l’uomo le aveva lasciato, ma non resistette a lungo; lo aprì dopo qualche minuto, dopo aver combattuto con tutta se stessa per restarsene lì dov’era, per non dargli anche quella soddisfazione. Dentro alla busta c’erano due biglietti per salire all’ultimo piano della Tower of lights, la notte della vigilia.
Rimase come intontita a guardarli per qualche minuto, poi prese il suo giubbino dalla cappelliera, si infilò le scarpe e corse giù per le scale. Sentiva un freddo cane, considerando anche che indossava solo il ridicolo camice che le avevano dato in ospedale e che non aveva avuto neanche il tempo di mettersi la sciarpa, ma la corsa a perdifiato riuscì a farla riscaldare un po’, giusto quel tanto che le permise di raggiungere il funzionario Lee nel cortile, che con le mani in tasca e il naso puntato in alto, camminava verso il parcheggio osservando il cielo stellato.
Lo fermò tirandolo per un braccio, poi riprese fiato piegandosi sulle ginocchia, tenendosi con la mano il fianco che le faceva ancora male.
Si rimise in piedi a fatica, poi gli chiese, sventolandogli i biglietti sotto al naso: << Che diavolo sono?>>.
L’uomo inarcò le sopracciglia, sorpreso dalla stupidità della domanda, << I biglietti per salire sulla Tower of lights domani sera, pensavo ci fosse scritto. Tu volevi andarci disperatamente, no?>>.
<< Sì, ma cosa significano? E con chi dovrei andarci? Sentiamo!>>.
<< Non lo so, con chi vuoi. Sono un regalo per Natale>> rispose l’uomo senza troppo imbarazzo, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo.
<< Tu sei uno squilibrato!>> gridò la ragazza dandogli dei leggeri pugni sul torace, << un vero e proprio squilibrato lunatico! Prima fai il bastardo senza cuore, mi minacci già il primo giorno di addestramento, mi rimproveri duramente per la questione del pozzo radioattivo, mi tratti malissimo quando cerco di scusarmi, poi tutt’ad un tratto, senza alcun motivo apparente, diventi la persona più dolce e premurosa del mondo, mi aiuti a superare l’attacco di panico nella fogna, mi copri con i superiori, mi fasci con cura le ferite della mano; poi ti tramuti di nuovo in un mostro, ignorandomi per giorni e umiliandomi davanti a tutti i miei compagni. Ora ti presenti qui, mi vieni a trovare all’ospedale, in cui –per la cronaca- mi hai spedita tu, e mi dai questi stupidi biglietti per la torre, dicendomi che posso andarci con chi voglio! Io… io davvero non capisco! Che diavolo vuoi da me? Vuoi farmi impazzire per caso?>>.
Sofyane sentì gli occhi diventare umidi e le labbra tremare. Aveva tanta voglia di piangere, di dirgli che non ne poteva più di quella partita a scacchi senza fine che stavano portando avanti da settimane, che doveva essere chiaro con lei, una volta per tutte; ma non doveva piangere, doveva impedirlo a tutti i costi. Si strofinò gli occhi e ricacciò dentro le lacrime.
Restò ad osservarla in silenzio per qualche minuto, poi l’uomo scosse il capo abbozzando un sorriso divertito e disse sotto voce, guardando verso l’alto: << Oh Dio mio, perché sono finito in questo brutto guaio?>>.
Dal cielo stavano cominciando a venire giù i primi fiocchi di neve, che rendevano l’aria ancora più fredda e pungente. Tae Jun le cinse dolcemente la vita con il braccio, passando a ponte da una parte all’altra, poi la strinse forte a sé. Sofyane rimase immobile, in silenzio, sentendo il cuore battere all’impazzata, quasi temendo che a momenti le sarebbe uscito fuori dal petto. Lee la guardò ancora per qualche secondo dritto negli occhi, poi si abbassò nella sua direzione.
Le loro labbra si unirono dolcemente, quasi come fosse stato il vento a spingerle le une contro le altre, si cercarono, prima imbarazzate e prudenti, poi sempre più decise e incessanti. La ragazza gli strinse le braccia intorno alle spalle, poi si alzò sulle punte per stargli più vicino. Sentiva che aveva bisogno di lui come l’aria per respirare, che lo desiderava come l’acqua nel deserto, aveva la sensazione che se l’avesse lasciato andare ne sarebbe potuta morire.
Si guardarono a lungo negli occhi sorridendo, con la fronte dell’uno che toccava quella dell’altro. Sofyane si mosse piano in avanti, toccando inavvertitamente la ferita sul sopracciglio dell’asiatico.
<< Ahia! Fai piano!>> le disse il funzionario, ancora sofferente per quel colpo che le aveva assestato la donna appena due giorni prima.
Sofyane si coprì la bocca con la mano, nascondendo una risatina. << Scusa>> sussurrò dolcemente, carezzandogli i capelli.
<< Questa ti va bene come risposta?>> le chiese un po’ frastornato.
<< Appena sufficiente>> scherzò, facendo la finta sostenuta.
L’uomo le lanciò un’occhiataccia, poi si infilò le mani nel cappotto.
<< Che ne dici se ce ne andiamo da questo posto orribile, ora?>> chiese di nuovo Lee, guardando con sdegno il grigiore dell’ospedale.
<< Non posso. Mi dimetteranno solo domani pomeriggio>> mentì, aprendo poi il giubbino e mostrando all’uomo il camice dell’ospedale, come a ricordargli che non era lì per una visita di cortesia.
<< Ah>> fece un po’ deluso, << dunque fino a domani pomeriggio ti terranno prigioniera qui dentro?>>.
<< Sì, è così che funzionano gli ospedali, sono loro che decidono quando lasciarti andare>>.
<< Già, mi pare di averlo letto da qualche parte. Allora…>> disse imbarazzato Lee, guardando i biglietti che Sofyane teneva ancora stretti tra le mani << domani sera sei libera?>>.
<< E’ un invito ufficiale?>>.
L’uomo rispose di sì, con un filo di voce quasi impercettibile.
<< Allora accetto>>.

L’indomani, di buon mattino, Sofyane firmò il foglio della dimissione. Tornò al dipartimento per prendere le ultime cose che aveva lasciato in camera, poi si diresse verso la solita cabina di periferia per parlare con il sergente: gli spiegò con dovizia di particolari ciò che era successo durante la prova e gli diede maggiori informazioni sul suo stato di salute. Omise, per ovvi motivi, tutto ciò che era successo la sera precedente tra lei e il funzionario, non sapendo come sarebbero andate avanti le cose, né come avrebbe coniugato quella storia clandestina con la sua missione. Una cosa, però, la sapeva per certa: il suo lavoro era tutta la sua vita e, per quanto difficile, avrebbe sempre anteposto il bene della nazione ai suoi interessi personali.
Dopo aver concluso la telefonata, riformulando gli auguri di Natale a Huber e a tutto l’equipaggio, si sentì profondamente in colpa per aver taciuto quel segreto al capo, l’uomo che l’aveva cresciuta da quando i genitori, anch’essi agenti al servizio della confederazione, erano morti durante la guerra contro i fondamentalisti islamici, ma in quella circostanza non poté fare altrimenti. Se, a missione compiuta, lei e Lee fossero stati ancora legati, allora avrebbe non solo parlato dell’uomo al sergente, ma avrebbe anche confessato al giovane la sua vera identità. Aveva davanti un cammino non facile, ne era consapevole, ma per la prima volta nella sua vita si sentiva felice, banalmente ordinaria e non aveva nessuna intenzione di rinunciare a quella sensazione di normalità che le era sempre mancata.
Tornò in città, dove il sergente le aveva trovato un posto in cui stare, uno dei tanti appartamenti/nascondiglio di proprietà della Agenzia, e vi sistemò le sue valigie. Decise che, dopo aver visto il panorama e aspettato la mezzanotte alla Tower Of Lights, avrebbe detto a Lee che nei giorni seguenti sarebbe stata con la sua famiglia per le feste e poi avrebbe tagliato la corda, chiudendosi in un amaro silenzio stampa nel suo monolocale. Ce la poteva fare a reggere tutto quel gioco, doveva solo restare fredda e concentrata.
Alle 19 in punto, come d’accordo, si ritrovarono davanti all’entrata principale della Tower Of Lights, quella che immetteva direttamente sulla piazza centrale della città. Sofyane indossava un vestito di lana cotta bianco, che le arrivava qualche centimetro sopra le ginocchia, e degli stivaletti marroni, mentre Lee aveva scelto un jeans scuro e una camicia blu. Alla ragazza piaceva guardarlo vestito in quel modo così informale, lo rendeva più umano, più vicino. Rimasero per un po’ in silenzio senza sapere bene come salutarsi e cosa dirsi, era ancora tutto strano e nuovo per loro, ma ben presto riuscirono a superare l’imbarazzo e a discorrere del più e del meno. La fila per l’ingresso avanzò spedita, entrarono nel lunghissimo ascensore di vetro esterno insieme ad un gruppo di altre venti persone e, dopo un viaggio panoramico di dieci minuti, arrivarono in cima alla torre, dove furono perquisiti con attenzione.
La Tower of Lights era alta circa 560m ed era stata costruita nel giro di cinque anni sulle macerie di un vecchio grattacielo della capitale, andato distrutto durante uno dei tanti dei bombardamenti sulla città dei fondamentalisti religiosi. Era un moderno edificio costruito interamente con materiali ecosostenibili, acciaio e vetro, illuminato dal basso verso l’alto da una serie di luci bianche a basso consumo, che lo facevano risplendere anche a decine di chilometri di distanza. All’epoca della sua erezione fu definito un vero prodigio dell’ingegneria e della tecnologia, soprattutto considerando lo stato in cui versava l’Europa, da poco riunita sotto la Confederazione, dopo la guerra. La torre fu ben presto riconosciuta come il simbolo del nuovo mondo, quello che rinasceva più forte sulle macerie del vecchio, il simbolo della nuova unione tra stati, la fine delle violenze e delle guerre.
Dall’ultimo piano della torre, una specie di terrazzo all’aperto circondato da un parapetto di protezione di vetro, si godeva una vista spettacolare. Tutta la capitale, illuminata a festa, si stendeva sotto ai suoi piedi, continuando nelle buie colline a nord e nella vivace pianura a sud. Da lassù si potevano ancora vedere le acque del fiume, che, aizzate dal vento, sbattevano contro i pilastri dei ponti di pietra, a dividere in due la città, mentre la folla, riunita nella piazza centrale, dall’alto appariva come una macchia scura di formiche brulicanti che si muovevano in tutte le direzioni. La neve avrebbe cominciato a scendere di lì a poco e Sofyane si sporse un po’ dal parapetto per respirare a pieni polmoni quell’aria gelida e pulita, poi aprì le braccia, quasi a volersi librare in aria e spiccare il volo. Si girò verso Lee, che già da un po’ la stava guardando divertito.
<< Cosa c’è?>> chiese quella inarcando le sopracciglia.
L’altro disse serio, << sembra che tu non abbia mai visto una città dall’alto prima d’ora>>.
Sofyane rimase un attimo interdetta; come avrebbe potuto spiegargli che per tutta la sua vita, ogni volta che aveva dato un’occhiata all’esterno, tutto ciò che era riuscita a vedere era stata sempre e solo un’immensa distesa d’acqua?
<< Ho sempre vissuto al piano terra>> rispose ironica e, cercando di cambiare argomento, gli chiese: << tu invece, dove hai vissuto? Non so nulla di te e della tua infanzia>>.
L’uomo si irrigidì un poco, poi sospirò. << Non mi piace molto parlare di me>>, disse.
<< Sì, questo l’avevo notato>> lo stuzzicò lei, << ma mi piacerebbe davvero sapere qualcosa in più su Lee Tae Jun>>.
<< Non c’è molto da dire, in verità. I miei genitori sono originari della Corea, ed è lì che sono nato, ma ho praticamente sempre vissuto nella capitale, almeno fino alla laurea, quando poi ho fatto domanda per entrare nel dipartimento. Mi hanno assunto, spedito un po’ qui e lì per i successivi cinque anni ed ora eccomi qui, tornato al punto di partenza, intento a trascorrere la vigilia di Natale insieme ad una strana ragazza sulla cima di una torre. La storia della mia vita riassunta in meno di un minuto>> fece quello guardando l’orizzonte, dritto davanti a sé.
Sofyane avrebbe voluto fargli tantissime altre domande sulla sua vita, sulla sua famiglia, sulla sua infanzia, ma sapeva che, se gliele avesse poste, poi avrebbe dovuto rispondere a sua volta alle sue domande, quindi lasciò perdere e decise di farsi bastare quel poco che le aveva detto l’uomo. Il resto l’avrebbe scoperto col tempo.
<< Rientriamo?>> chiese il funzionario sfregandosi le mani, << fa un freddo polare quassù>>.
La donna annuì e lo accompagnò nella sala interna, non prima di aver dato un’ultima occhiata e fatto un’ultima foto a quel panorama mozzafiato.
Il resto della serata trascorse tranquillo. Cenarono in uno dei tanti ristoranti che si trovavano ai piani inferiori della torre, passando continuamente da momenti di spontaneo divertimento ad altri di imbarazzato silenzio.
Fu proprio durante quegli strani silenzi, nel rumore creato da tutte quelle parole non dette, che Sofyane capì che c’era qualcosa che li legava, come una sintonia che li faceva vibrare all’unisono. Sentì che quell’uomo la conosceva davvero, nonostante a conti fatti non sapesse nulla di lei, nemmeno il suo vero nome, che anche lui aveva qualcosa che lo tormentava, qualcosa di oscuro che gli divorava l’anima. Erano come due anime in bilico sull’orlo dello stesso precipizio, che lottavano contro la stessa forza invisibile che cercava in tutti i modi di farle andare giù, che avrebbero potuto restare in equilibrio solo se fossero rimaste immobili a sostenersi a vicenda… due anime a cui sarebbe bastato solo il soffio di un alito di vento per precipitare sul fondo del baratro e restarci per sempre.

Passata la mezzanotte, decisero di fare un altro giro in centro. Dopo aver camminato un po’ lungo la via dello shopping, Sofyane imboccò di punto in bianco un vicoletto buio alle spalle della torre.
<< Dove vai ora?>> le chiese Lee senza ottenere risposta, camminando a passo svelto per starle dietro. La donna gli rispose solo dopo qualche minuto, dopo essersi fermata davanti a quello che sembrava un comune distributore di portachiavi, uno di quelli da cui, inserendo la moneta e girando la manopola, usciva un bussolotto contenente una sorpresa.
<< Souvenir dal mondo!>> disse entusiasta la ragazza, che poi cominciò a cercare qualcosa nella borsa.
Lee lesse brevemente la lista delle sorprese disponibili riportata sulla macchinetta: << miniature della Tower of Lights, portachiavi della torre di Pisa, pupazzetti della Statua della Libertà… ma è pazzesco!>> disse quello storcendo il naso.
<< Lo so, è assurdo vero? Perché dovrei volere una calamita della Sagrada Familia se sono a migliaia di chilometri di distanza da Barcellona?>> domandò sorridendo l’altra.
<< Cosa ci facciamo qui, allora? E cos’è che cerchi?>>.
<< Una monetina per prendere un souvenir, mi sembra evidente>> rispose Sofyane, che poi continuò a cercare il minuscolo portamonete di stoffa nella borsetta di cuoio. << Hai per caso un euro?>> chiese dopo un po’, resasi conto di avere con sé solo banconote.
<< Cosa? Ma hai appena detto che…>> replicò strabuzzando gli occhi l’uomo, sconvolto dalla naturalezza con cui la ragazza dichiarava tutto e il contrario di tutto nell’arco di un paio minuti.
<< Oh lasciamo perdere>> disse poi allargando le braccia. Le porse una monetina da due euro; << non ho altro, mi spiace>>.
La donna inserì la monetina nel distributore e tirò fuori il bussolotto; aspettò per un po’ che la macchinetta le desse il resto, ma non venne fuori nulla.
<< Accidenti, mi sa che non da resto>> disse dispiaciuta al suo accompagnatore, che la stava osservando indispettito a braccia conserte.
Lee sospirò stringendosi il ponte del naso tra le dita, poi fece: << poco male, ne prenderò uno anche io>>.
Girò la manopola, prese il suo bussolotto, poi lo aprì. Sofyane fece lo stesso.
<< Cosa ti è uscito?>> chiese con un certo disappunto la ragazza.
<< Una medaglietta con la figura della Torre Eiffel*, mi pare>> disse quello, sforzandosi di mettere a fuoco il disegno impresso sulla placchetta di metallo.
<< Non ci posso credere, è uscita la stessa cosa anche a me!>> disse stupita, mostrandogli la sua sorpresa, minuscola nel palmo della mano. << E’ davvero brutta>> aggiunse poi la ragazza, osservandola meglio. << Vorrà dire che la terremo chiusa in un cassetto>>.
<< Vuoi tenerla? Io pensavo di buttarla>> disse seria, scuotendo il capo.
<< Beh, è pur sempre un ricordo di questa sera, no?>> il funzionario alzò gli occhi al cielo, imbarazzato per quanto stucchevoli gli fossero sembrate quelle parole una volta uscitegli dalla bocca.
<< Non la facevo così romantico signor Lee>> lo punzecchiò Sofyane, ammiccando con le sopracciglia alzate.
<< Smettila o giuro che la butto via!>> minacciò l’uomo, sventolando il souvenir sulla bocca di un cestino.
<< No! No! No!>> gridò lei, tirando a sé il braccio del funzionario <>. L’uomo sorrise soddisfatto, poi si rimise in tasca la medaglietta.
Tornarono sulla strada principale, Sofyane guardava interessata le vetrine dei negozi, indicando qui e lì cose che avrebbe voluto comprare. Approfittando di un momento di distrazione della donna, il funzionario le prese di nuovo la mano, stringendola nella sua. Sofyane arrossì vistosamente per quel gesto così semplice eppure per lei così significativo, lei che non aveva mai ricevuto un abbraccio, né una carezza, se non dal sergente Huber e dall’agente Nikolaidis in rarissime occasioni, come nel giorno della sua laurea. Strinse le sue dita intorno a quelle dell’altro, poi sorrise. Passarono il resto della notte così, mano nella mano, sorridenti, girovagando per le strade piene di vita della città che non dormiva mai.
Sofyane era felice come non lo era mai stata, ancora inconsapevole della vera e propria bufera che si sarebbe abbattuta su di loro.



*si rimanda al capitolo 6
   
 
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