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Autore: tbhhczerwony    07/05/2017    0 recensioni
【 ✦—rating vacillante tra giallo e arancione ♦ azione, commedia e fantasy】
Elenoire Morales ha vent’anni. È una comunissima ragazza il giorno, mentre la notte diventa, insieme ai suoi cinque amici, un’eroina di Roma. Cercano di salvare Roma da un malvagio nominato “The Ninja”, che intende sbarazzarsi di loro per conquistare Roma e forse oltre. Come se la caveranno?
Genere: Azione, Commedia, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 2: "Sarà solo una coincidenza"



Dopo aver lasciato i sei ragazzi per un po’, Alessandro e i suoi amici tornarono in azione, sempre mentre loro dormivano. Marcy, dopo essersi studiata i nomi degli incantesimi, riuscì a far apprendere loro ciò che era inerente al loro nome, proprio come aveva detto Cass’keia. Shadow aveva tutti i poteri di un’ombra: per la precisione poteva sparire e riapparire quando voleva lei, poteva volare e usare dei poteri oscuri. Lightning aveva i poteri dell’elettricità e poteva volare, quest’ultimo potere anche Robin, ma aveva solo quello. Whisper, come Shadow, poteva sparire e riapparire come voleva, poteva volare, ma poteva anche diventare invisibile. Kaze aveva il potere di essere super-veloce e di volare, mentre Kamauu aveva i poteri della terra, ma anche la capacità di volare.
Blue Kon’der voleva qualcosa di più: solo i poteri non bastavano. Minor lo guardò perplessa, «C’è qualcosa che non va?» chiese subito dopo.
«Mh…» mugugnò in risposta Blue, «Potremmo anche dar loro il potere di trasformarsi» spiegò, «Un po’ come facciamo noi, quando ci trasformiamo nella nostra vera forma. Invece di vestirsi, loro potrebbero trasformarsi, non credete?».
«L’incantesimo per far trasformare le persone è più complicato» disse Marcy, mentre leggeva il libro degli incantesimi sospeso a mezz’aria, «Ma posso sempre provarci…».
«Più o meno quanto ci metti a memorizzare un incantesimo?» domandò il ragazzo.
«Dipende» replicò la maga, «Posso sempre utilizzare un altro incantesimo per memorizzarlo più in fretta. L’incantesimo per la trasformazione è molto più lungo…» e cominciò a mormorare, «apparet et evanescit, fugere et ambula, quod societatem potestates dare facultatem ad mutare…».
Alessandro guardò i ragazzi ancora coricati nei loro letti. Mentre Marcy cercava di studiarsi l’incantesimo per dar loro la capacità di trasformarsi, li fece tornare con i loro aspetti normali. Alessandro li guardò più attentamente, soprattutto Mutsumi; c’era qualcosa di diverso: le sue gambe, aveva finalmente delle protesi. Sorrise, finalmente Lucien si era deciso a dargliene un paio definitivo. Naturalmente però, non erano certo da utilizzare in combattimento, per quello aveva bisogno di un altro tipo di protesi.
Oppure – e ci pensò, guardando Marcy – poteva avere finalmente le sue naturali gambe grazie a un incantesimo. Non poteva certo combattere con le protesi, magari si potevano rompere – come già stava succedendo, tra l’altro. Sospirò. Era abbastanza combattuto; non sapeva che scelta fare neanche in quel momento.
«Per far sì che l’incantesimo funzioni loro devono essere svegli» esordì Marcy, «Aspetto ancora un po’ o li svegliamo?».
Alessandro mugugnò, «Ci conviene aspettare, se non vogliamo farli morire di infarto già da adesso».
«Chi ha parlato di infarti?» disse una voce maschile che, dopo che lo scienziato si voltò, si rivelò essere Ettore, che era seduto sul suo letto sbadigliando, «Però, che dormita… la rifarei, ma adesso sono fin troppo attivo».
Alessio – ormai chiamato Blue per non confonderlo con Alessandro con i nomignoli “Ale” o “Alex” – lo guardò spalancando gli occhi e facendo cadere dalle sue mani la penna e il taccuino. «Ma… è davvero incredibile! Marcy, non dirmi che l’hai svegliato tu?».
Marcy lo guardò con espressione perplessa, inarcando un sopracciglio, «In realtà era sveglio da prima. Solo che aveva gli occhi chiusi…» si grattò la testa, «Chissà come mai non si è alzato prima…».
«Quel trattamento era fin troppo rilassante» ammise Ettore, sorridendole e alzandosi dal letto, «Quindi ora posso trasformarmi? È davvero bellissimo!».
«Stai giù, verdolino. Devo ancora farvelo l’incantesimo» disse la maga, sospirando, «Questo incantesimo ha un procedimento più lungo, ho bisogno di più tempo».
«Verdolino?» ripeté con stupore Ettore, cercando di capire se la ragazza si stesse riferendo ai suoi occhi o alla sua maglia.
«Stai. Giù.» gli disse ancora, mentre girava le pagine del libro degli incantesimi. Ettore le mise il broncio, mettendosi nuovamente coricato. Quella scena fece ridacchiare gli altri tre ragazzi in stanza. Dopo qualche minuto, Marcy cominciò a pronunciare la lunga formula latina, dando ai sei ragazzi la capacità di trasformarsi.
La procedura durò più del previsto: doveva durare in media mezz’oretta, ma invece durò quasi un’ora, dato che Martina non aveva ancora fatto pratica con quell’incantesimo. Era da una parte rilassante e da una parte provocava sofferenza per Ettore, che ormai era costretto a stare coricato e fermo come una statua per far procedere l’incantesimo.
Non appena finì si alzò di nuovo, guardando perplesso i compagni mormorando «Bah, chissà perché non si sono ancora svegliati».
«Pazienta un po’. Si sveglieranno tra pochi minuti, non appena l’incantesimo avrà fatto effetto» replicò Marcy, avvicinandosi a lui, che la guardò con espressione perplessa, «Ma io ero sveglio durante il processo. Su di loro fa più effetto di me?».
Marcy scosse leggermente la testa in segno di dissenso, «Funziona allo stesso modo».
Gli occhi di Ettore si illuminarono dall’emozione e, sorridendo, si avvicinò a Marcy, «Di’ un po’, c’è una formula particolare per farci trasformare?!» esclamò.
La ragazza lo allontanò un po’ da sé spingendolo leggermente con la mano destra sulla sua spalla sinistra, «Sì» gli disse, «Ma è diversa per ognuno di voi, ovviamente» e prese al volo il libro che stava fluttuando, «Ho annotato qui le formule» comunicò, per poi porgere il libro a Ettore, che lo prese cominciando a leggere ad alta voce.
«“Leggete questa formula con convinzione”… uhm, cerco la mia…» mormorò, poggiando un dito sul libro, «Ah, ecco, dovrebbe essere questa. “Cuore del vento e della velocità, metamorfosi”».
Porse nuovamente il libro alla maga, sorridendo. «Cuore del vento e della velocità, metamorfosi!» esclamò, alzando il braccio destro. In qualche secondo, si trasformò in Kaze, «Non ci posso credere, è davvero fantastico!» urlò, esultando.
In quello stesso momento si svegliarono Elenoire e Lucien, quest’ultimo si mise seduto sbadigliando, mentre la ragazza cadde dal letto. Alessandro, un po’ allarmato, si avvicinò a lei. «Va tutto bene?» domandò.
«Ti sei dimenticato?» domandò lei, con naturalezza.
Il cugino la guardò perplesso, «C-che vuoi dire?».
«Questo è il mio modo di alzarmi dal letto. Lo facevi anche tu quando eri piccolo, me l’hai insegnato tu stesso».
Blue si mise a ridacchiare, mentre Alessandro arrossì appena in volto, guardando alternativamente lui e la cugina. Si alzò velocemente da terra, ridacchiando nervosamente, «M-ma no, non è vero! E b-beh, anche se fosse, ero piccolo, dopotutto…» e diede un piccolo calcio sul braccio destro di Elenoire; non provocò dolore, praticamente era solo una pacca fatta con la scarpa. Subito dopo s’inginocchiò nuovamente verso di lei, «Dovevi necessariamente dirlo davanti a tutti?» sussurrò velocemente.
Elenoire scrollò le spalle e si alzò da terra, guardando gli altri tre compagni che ancora dormivano – e anche Lucien che continuava a schioccarsi le ossa, più generalmente del collo, delle mani e della schiena. Successivamente il biondo si voltò verso di lei con un’espressione perplessa e le mani nella nuca.
«Che c’è?» chiese.
«…Nulla» gli rispose, voltandosi nuovamente verso Alessandro, «Che cosa succede? Perché siamo qui e intorno ai tuoi… amici?».
Il cugino si mise a ridacchiare, «Vi abbiamo dato dei poteri in più». Elenoire lo guardò perplessa, «Che vuoi dire?» — «Invece di sprecare tempo per vestirvi… potete trasformarvi con una semplice formula che vi darà Marcy» e il ragazzo dai capelli porpora indicò la maga, «E dovete impararla a memoria».
«Wow, esattamente come le poesie che ci dà la professoressa di italiano…» commentò Lucien.
«Beh, almeno queste le impariamo volentieri, invece che a malavoglia, non trovi?» ridacchiò Ettore, continuando a guardarsi un po’ nelle vesti di Kaze.
«Sarà comunque dura. Ti rendi conto che abbiamo una vita tra lo studio e gli impegni e una vita dove siamo praticamente dei supereroi?» sbuffò Elenoire, sedendosi nuovamente sul letto.
Alessandro si voltò nuovamente verso di loro, con in mano dei fogli, mentre i ragazzi restanti si stavano svegliando, «Ragazzi, prendete in fretta questi e studiatevi le formule per ognuno di voi. E tornate a casa al più presto possibile, so che al contrario di Elenoire avete una famiglia con voi».
I ragazzi annuirono, e infine Cass’keia – ovvero Giulia – li accompagnò fuori dal laboratorio, e notarono che questo era sotterraneo. Uscirono dal palazzo e si misero a chiacchierare durante il tragitto a proposito di ciò.
«Non immaginavo che fosse sotterraneo, anche se in effetti c’era fin troppo buio» affermò Maria, «Però sono troppo contenta! Almeno così non abbiamo più la fatica di vestirci prima di uscire, e magari la nostra identità sarà nascosta meglio, voi che dite?».
«Sono perfettamente d’accordo» rispose Mutsumi, «Ora però andiamo… chissà cosa dirà mio fratello non appena mi vede arrivare… che ore sono?».
Lucien tirò fuori il suo orologio da polso e non appena lo controllò, si voltò verso la ragazza a fianco, «Le tre e mezza…» sbadigliò, mettendosi la mano davanti alle labbra, «Che sonno… io non pensavo che andasse a finire così… mio padre mi darà una bella lavata di capo…».
I ragazzi si fermarono non appena notarono che mancava qualcuno all’appello: Ettore, che si era fermato a guardare il pavimento con un certo senso di colpa che lo affliggeva.
«Che succede, Ettò?» domandò Edwin, «Fino a poco fa eri soddisfattissimo dei tuoi nuovi poteri!».
«Non è per questo…» mormorò in risposta il bruno, che rialzò lo sguardo e cominciò ad agitarsi, «Non ho studiato per il compito di biologia!» esclamò, lasciandosi cadere a terra, rimanendo in ginocchio e mettendosi le mani in volto, «Dovrò sentire mia madre che mi dirà…» e si rialzò, imitando alla perfezione la voce della madre, «Ettore, perché hai speso così tanto tempo fuori?! DOVEVI ESSERE A LETTO ALLE DIECI!» mentre gli amici lo guardavano con aria stranita.
Ettore sbuffò, salutando repentinamente il gruppo di amici e correndo via – ciò che si ripeteva in continuazione nella mente era “cavolo, devo proprio mettermi a studiare alle quasi quattro di mattina?”.
Anche il resto del gruppo si separò, e Elenoire rimase da sola. Come aveva detto Alessandro, lei non aveva in casa una famiglia, perciò poteva tranquillamente tornare a casa all’ora che voleva. Ne approfittò appunto per trasformarsi in Shadow e dare un’occhiata in giro per Roma.
Si arrampicò nei tetti degli edifici e continuava a saltare da un tetto all’altro, controllando tutto dall’alto. Si fermò dopo qualche minuto, notando che in effetti non c’era nulla di strano. Scese e si ritrasformò in un vicolo, per poi tornare verso la strada di casa.
 
Lucien aprì lentamente la porta di casa, cercando di non far rumore. Non appena la chiuse si mise a girare le chiavi, che sperava vivamente che nessuno sentisse il rumore. Ma a dirla tutta, lui non sentiva nemmeno suoni provenire da altre stanze – magari il padre e la sorella stavano dormendo, ma non si sa mai, per lui era meglio andare a controllare.
Controllò prima la stanza della sorella, la ragazzina dormiva tranquillamente, invece non appena andò in camera del padre, notò che lui non c’era. Storse un sopracciglio e si voltò nella parte opposta, credendo che l’uomo fosse proprio dietro di lui, ma non era così.
«Ma dove sarà?» sussurrò tra sé e sé, e intanto fece un sospiro di sollievo, «Beh, almeno non mi becco la ramanzina… anche se sicuramente me la beccherò domattina…» e se ne andò in camera sua, sedendosi sulla sedia davanti alla sua scrivania e aprendo il portatile, finendo ciò che doveva programmare.
 
Mutsumi chiuse la porta di casa e si guardò in giro, al contrario di Lucien nella situazione di prima, lei sperava di trovare sua madre e i suoi fratelli, per mostrare loro la buona notizia: le protesi per le gambe, appunto.
Non appena andò in cucina, trovò proprio Chester, che stava guardando la TV e mangiando delle patatine.
«E-ehi, ciao» balbettò un po’ emozionata la ragazza, alzando appena una mano per salutare, «Scusa se sono tornata così tardi…».
«Oh, non fa nulla… anche io tornavo a quest’ora quando avevo la tua età, sai?» le disse il fratello, guardandola un po’ di fretta e ritornando a guardare la televisione; ma all’improvviso spalancò gli occhi, notando che c’era qualcosa di diverso. Si voltò lentamente verso la sorella minore, che gli sorrideva. «No… no, non posso crederci…» mormorava il ragazzo, «T-tu… hai le gambe…».
«Sì, sì, sì!» esclamò lei, andando ad abbracciare Chester – e lì si poteva notare che, nonostante Chester fosse alto, lei lo era un po’ di più. Lui continuava a fissarle le gambe incredulo, era quasi commosso. «Me le ha messe Lucien… il mio amico, te lo ricordi?».
«Quel ragazzo è un genio…» mormorò ancora stupito lui, «I-io… non so cosa dire, sono senza parole…».
Mutsumi si staccò dall’abbraccio, ridacchiando, «Ma mamma, Cillian e Ciprian dove sono? Stanno dormendo?».
«Sì. Ma non ti preoccupare, avrai tempo di mostrargliele tra qualche ora».
La ragazza non vedeva l’ora di mostrare agli altri due fratelli e la madre le protesi nuove, aspettare qualche ora avrebbe solo fatto aumentare la sua ansia.
 
Edwin chiuse la porta di casa, cercando di non far rumore. Ma era fin troppo tardi, la nonna l’aveva già preso per il braccio e sbattuto su una sedia, facendolo sedere.
«Tu sai che ore sono, vero?» domandò l’anziana.
«E-ehm… le quattro del mattino, nonna!» rispose lui, ridacchiando nervosamente.
«Bravo. Mi spieghi perché sei tornato a casa a quest’ora?» chiese ancora lei.
Edwin non sapeva cosa rispondere; non poteva certo dirle “sono un supereroe ma sono stato sconfitto da due nemici, poi sono resuscitato e mi hanno dato dei poteri nuovi”, anche se gli era balenata l’idea in testa di farlo.
Decise invece di inventare qualche scusa, «C’è stato un imprevisto… a casa di Ettore, ecco…».
«Seh, vabbè, adesso vattene a letto, giovanotto».
«Va bene, nonna…».
 
Non appena Ettore chiuse la porta di casa, corse – naturalmente a passo felpato – verso camera sua e prese immediatamente il libro di biologia.
Quel compito era importante per lui, era questione di vita o di morte, non voleva trovarsi di certo rimandato in biologia. Chi sarebbe così stupido da essere rimandato in questa materia?, pensava, ma naturalmente, si rispose da solo, proprio lui stesso.
Si mise a leggere e ripetere qualche pagina, ma dopo un po’ di tempo, era già crollato con la testa sul libro, come se un proiettile sonnifero l’avesse colpito da qualche parte.
 
Maria entrò in casa e chiuse la porta, lei era l’unica che non si preoccupava, sicuramente erano tutti a letto, continuava a pensare, impossibile che si sveglino.
Camminò verso camera sua, e si ritrovò dietro di sé la madre che fece un finto colpo di tosse per attirare l’attenzione della figlia.
La ragazza si voltò verso la donna, «E-ehm… ciao!» disse, alzando la mano destra, «Uhm... ecco, non è come pensi, eh…» mormorò, ridacchiando nervosamente.
«Non è come pensi? Sono le quattro del mattino, Maria» affermò con tono freddo la madre, «Domani hai un compito di biologia, e sei stata tutta la sera – fino a quest’ora – a bighellonare chissà dove.»
«Ma ho studiato il pomeriggio! Al massimo prima di mettermi a fare un pisolino ripasso un po’, ma…».
«Senti, non ho voglia di discutere, ho troppo sonno. Tra qualche ora ne riparliamo».
Maria sospirò e aprì la porta di camera sua, entrando e richiudendo dietro di sé la porta. Prese il libro di biologia e si sedette a gambe incrociate sul letto, cominciando a ripassare l’argomento interessato.
 
La mattina dopo si ritrovarono tutti a scuola. Nella classe di Elenoire, Lucien, Mutsumi e Edwin, come al solito c’era caos, loro erano gli unici che chiacchieravano sottovoce, o Ishan era semplicemente silenzioso come sempre.
Non appena arrivò il professore – con una ragazza dietro di sé – tutti si alzarono e salutarono il professore, dicendo un “buongiorno” collettivo.
Il professore sorrise alla classe, ricambiando il saluto e indicando la ragazza a fianco a sé, «Lei è Tia Zema, viene dalla Grecia, ma sa parlare benissimo l’italiano, dato che è qui da un po’ di anni, sarà la vostra nuova compagna di classe».
La ragazza era non molto alta, capelli biondi con ciocche tinte di rosa e lisci, occhi verdi e vestita semplicemente con una maglietta di vari colori, jeans e scarpe da ginnastica bianche. Lei salutò la sua nuova classe con la mano, sorridendo, «Ciao a tutti».
«Tia, puoi sederti lì vicino ad Ishan… che ti sta guardando con certo interesse» disse il professore, indicandole il posto, e lei si sedette, sorridendo.
«Ishan è un mio caro amico, lo conosco da un po’ di tempo» affermò lei, guardando il ragazzo a fianco.
«Davvero? Beh, almeno uno lo conosci. Il resto della classe potrà presentarsi a te più tardi».
E il professore cominciò a fare l’appello, ad ogni nome che diceva, lei si voltava a guardare la persona interessata. Non appena però vide il quartetto agli ultimi banchi, le venne un flash.
«Ma quei quattro non assomigliano…» sussurrò, rivolta ad Ishan, che si voltò verso i quattro compagni. Lui ridacchiò, «Ma no, sono diversi da loro, non sono supereroi. Mi dicono in continuazione che sono impegnati con l’apertura di un piccolo negozio, dove lo trovano il tempo di salvare la città?».
Tia accennò un sorriso, «Forse hai ragione. Eppure quella ragazza somiglia tantissimo a Shadow… e quello invece assomiglia a Lightning…».
«Sarà, ma Lucien è cieco, non ce la farebbe a stare senza occhiali. Te l’ho detto, sono diversi: Lucien porta gli occhiali più spessi di quelli di mia nonna, invece Lightning ci vede benissimo e non porta gli occhiali».
«Magari è solo una coincidenza…».
Elenoire storse un sopracciglio, sentendosi osservata dai due che avevano più avanti. Sbuffò, facendo segno a Lucien di avvicinarsi di più a lei, e lui si avvicinò con un’espressione perplessa, «Ma perché continuano a fissarci? Sparlano di noi?».
Il biondo ridacchiò, rimettendosi meglio gli occhiali nel setto nasale, «Sei fissata, magari Tia sta solo esprimendo la prima opinione su di noi, è normale che accada su gente che conosce a malapena, no?».
«Mah, sarà, ma a me non piace» borbottò Elenoire, prendendo in mano una penna e roteandola tra le sue dita.
Qualcuno bussò alla porta della classe, e non appena sentì l’”avanti” del professore, aprì la porta: era un ragazzo non molto alto, capelli biondi, rasati nel lato sinistro e a destra un ciuffo che quasi gli copriva l’occhio; era vestito un po’ “da punk” come lo definivano in quella scuola, si chiamava Gladio de Pompeis, ed era il fratello gemello di Caterina, la famosa rappresentante della 1-F.
«Buongiorno» cominciò a dire il ragazzo, «Purtroppo oggi mia sorella non è potuta venire, ma mi ha chiesto se può firmare la conferma di un’assemblea di classe, ciò di cui parleremo è scritto proprio qui».
E davanti alla classe si mostrò come un ragazzo studente modello, quando invece non lo era, stava solo facendo un favore a sua sorella. Il professore prese il foglio che gli porse il ragazzo, firmandoci su, successivamente glielo restituì. Il ragazzo ringraziò, salutò la classe e infine se ne andò.
«Non ti sembrava familiare, quel ragazzo?» domandò Edwin rivolto a Mutsumi, a bassa voce.
Mutsumi lo guardò perplessa, «Certo, lui è Gladio, il gemello di Caterina».
«No, no, dico… non sembrava… Lafayette?».
La bionda dalle sfumature viola spalancò leggermente gli occhi, e nel frattempo le scappò una pinzetta dai capelli, che rimise a posto. «Sarà solo una coincidenza, Ed» gli disse.
«E che coincidenza…» mormorò il biondo, sospirando poco dopo.
 
Dopo tre ore di lezione passate, iniziò ufficialmente la ricreazione e la campanella suonò. La maggior parte della classe si alzò dai loro banchi, uscendo fuori.
In quella gran parte di persone c’era anche il quartetto e Ishan e Tia. Nonostante ciò che le aveva detto Ishan, lei era più che convinta che il quartetto assomigliava tantissimo a quei supereroi che tanto ammirava.
Così lei allungò una mano verso Lucien, che si voltò verso di lei con una certa nota di imbarazzo – dato che era una ragazza che non conosceva minimamente, era normale che fosse un po’ timido – e Tia gli sorrise.
«A te piacciono i supereroi?» domandò, «Quelli che da un po’ girano per salvare Roma da alcuni farabutti…».
Lucien sudava freddo, si mise semplicemente a ridacchiare, «O-oh, sì, li conosco! Solo che non li seguo tanto, insomma… so che dovrei ringraziarli perché salvano la città, ma… non mi interessano molto… ho altro a cui pensare, sai…».
«Che peccato… eppure assomigli tantissimo a Lightning! Purtroppo so che ieri sera è stato sconfitto insieme alla sua squadra, ma sono sicura che si rimetteranno in sesto!» esultò la ragazza, «Non pensi anche tu che siano forti?».
«B-beh, in effetti hai ragione…».
«Su cosa?».
«E-eh?! C-che loro sono forti!».
Elenoire lo prese violentemente per mano, cominciando a trascinarlo, «Muoviti, ho fame» disse con serietà, mentre trascinava l’amico.
Tia ridacchiò, «Lo sai? Mi stanno già simpatici» disse, rivolta a Ishan.
«Sono un po’ particolari, vero?» ridacchiò nervosamente lui, guardando la scena. «Mangiamo insieme?».
«Volentieri, come sempre!».
   
 
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