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Autore: RoryMaeda    11/05/2017    0 recensioni
Il mondo è in ginocchio per l'apparizione dei Titani, colossi biomeccanici di origine sconosciuta, prodotti di una tecnologia molto più avanzata di quella esistente. L'unica speranza è una versione speciale di velivoli militari, le Dragonfly, Libellule, con tecnologia all'avanguardia che permette di combattere questi mostri se non ad armi pari per lo meno con qualche chance di successo.
Genere: Azione, Drammatico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Daniel si sveglia con una fievole luce lattea che filtra dalla finestra. Ha un gran mal di testa e fa fatica a sollevarsi a sedere. È comodamente avvolto in un letto sobrio, di una piccola stanza di ospedale. È collegato ad una flebo e ad un elettrocardiogramma. Si scosta la coperta e nota di avere addosso una vestaglia da paziente. Accanto al letto c’è una sedia sul cui schienale è stata lasciata la giacca di una divisa militare. Senza indugiare, si allunga per leggerne la targhetta del nome al petto:

 

Lt. A. Kase

 

Sul comodino c’è una foto incorniciata di sua madre che sorride calorosamente, un ricordo prezioso. Accanto alla foto una scatola di cioccolatini già aperta, ne sgraffigna uno e se lo mastica di gusto. Apre il cassetto e trova biancheria della sua misura, ma non sua. Fuori dalla finestra il tempo è nuvoloso.

Arianne entra nella stanza.

“Ah! Vedo che ti sei svegliato!”

Si avvicina al letto. Ha addosso la divisa, tranne che per la giacca, che ha lasciato sulla sedia, e sembra avere i capelli scomposti, e le occhiaie. Ma si sarà riposata?

“Come ti senti?”

Daniel non risponde, abbassa semplicemente lo sguardo e si isola. Arianne si siede e mangia un cioccolatino.

“Hai fame?”

Daniel scuote la testa e si sdraia sul fianco, dando la schiena ad Arianne, che a quel punto sospira.

“Ho fatto avere un permesso speciale a tua madre per visitarti. Aspettavamo solo che ti svegliassi”

“Quanto tempo ho dormito?”

“Posso chiamarla anche adesso, se vuoi”

Quanto tempo ho dormito?”

Arianne fatica a trovare la forza per rispondere. Sospira, si fa coraggio.

“Il fatto è, Daniel… Che… Non hai dormito. Eri in coma…”

Daniel si gira a guardarla.

“E lo sei stato per… Per una settimana”

Daniel sgrana gli occhi e prende a respirare intensamente.

“Otto giorni, per essere precisi”

Arianne gli posa la mano sulla spalla e lui si gira di nuovo dandole la schiena, con gli occhi lucidi, per chiudersi in sé stesso.

“D’accordo” dice Arianne alzandosi.

“Hai sicuramente bisogno di un po' di tempo. Intanto vado a chiamare tua madre”

 

Il treno della metro frena e si ferma sulla piattaforma colma di gente in attesa oltre la linea gialla, come un gregge. Si aprono le porte e uno sciame di passeggeri invade la linea, intrecciandosi con quelli in attesa, che invece vanno contro corrente per salire il prima possibile, tutti accumunati dalla fretta. Daniel è tra quelli che vogliono salire, vestito con una divisa militare non molto diversa da quella di Lt. Kase, ma senza le insigne di grado, soltanto lo stemma dell’aeronautica. Si porta appresso una borsa a tracolla.

Non riesce a trovare posto a sedere, così afferra una maniglia e attende che il treno parta, mentre ascolta musica dagli auricolari. Tira fuori il telefono al quale sono collegati gli auricolari e armeggia per cambiare canzone. Le porte si chiudono e il treno parte, entrando nella galleria. Fuori diventa tutto buio, ma dentro è illuminato a giorno, e c’è puzza di sudore e alito cattivo.

Daniel si lascia scivolare la routine, limitandosi a buttare lo sguardo su sprazzi di panorama quando il treno sbuca fuori dalle gallerie per le stazioni o fuori all’esterno per i ponti sui canali, regalandogli brevi momenti di vista cittadina. Un paesaggio post-apocalittico, come direbbero i suoi compagni di scuola. O ex-compagni.

Ad un certo punto, dopo ogni fermata, i passeggeri diminuiscono sempre di più. Daniel trova posto a sedere e si sistema comodamente, poggiando anche la testa al finestrino, incurante dei tremolii. La gente continua a diminuire. Si rende conto degli occhi addosso di un coetaneo. No. Non è solo un coetaneo, è un compagno di accademia, indossa anch’egli la divisa aeronautica. È incuriosito, solleva la testa e incrocia lo sguardo del ragazzo, che non smette di fissarlo, come se lo conoscesse già. Daniel si sente importunato, così distoglie lo sguardo, ma la curiosità è più forte di lui, così butta di nuovo gli occhi sul coetaneo, mentre il treno rallenta e frena, approcciando la prossima fermata.

“In arrivo a: Fort Auston…”

Daniel osserva il ragazzo alzarsi e accodarsi alla gente per uscire. Il treno si ferma e la gente esce. Nessuno entra. Il treno resta con le porte aperte, poi suona l’allarme della chiusura e Daniel incrocia di nuovo lo sguardo del coetaneo che lo fissa dalla banchina, come se stesse aspettandolo. In effetti Daniel si ricorda che deve scendere, così scatta in piedi e si lancia contro le porte, sbattendoci contro ma riuscendo a scampare alla loro presa. Le porte del suo vagone si riaprono e poi si chiudono definitivamente e il treno riparte. Con il fiatone Daniel si guarda intorno ma il coetaneo non c’è più.

 

“Come intende spiegare la perdita dell’unità 4, dottor Yakamura?”

L’aula magna è piena di ufficiali di vario grado, e una commissione speciale presiede il palco. Il Dottor Yakamura si alza in piedi, chinandosi però per parlare nel microfono della sua postazione. Lt. Kase e Fujita accanto a lui lo osservano preoccupati.

“L’unità 4 ha subito un guasto elettrico ancora indeterminato”

“Vi sono stati numerosi guasti ultimamente con il programma Infinity, dottore…”

L’uomo che interpella Yakamura ha l’insigna da colonnello ed ha la pancia e i baffi.

“Guasti e fallimenti sono previsti in un programma sperimentale, colonnello Atterton”

Atterton riesamina la documentazione sulla sua scrivania, mentre solo alcuni dei colleghi della commissione stanno ascoltando. Un paio si fanno gli affari loro e uno sta addirittra dormendo. Atterton continua.

“Dalle statistiche, è emerso che il tasso di successo del programma Infinity è del 5%. Un numero piuttosto modesto, non trova dottore?”

“Si tratta comunque di un livello di successo superiore allo 0, colonnello”

Interviene una Maggiore, parte della commissione.

“Si riferisce agli armamenti convenzionali, dottore?” Ha i capelli ben curati che arrivano alle spalle e un paio di occhiali da vista. La voce soave.

Yakamura risponde.

“Sì, mi riferisco agli armamenti convenzionali. Con il programma Libellula siamo riusciti a ridare speranza alla lotta contro i Titani, e ora, con il programma Infinity, possiamo eliminare le perdite di vite umane nel programma”

“Per quanto ammiro i suoi sforzi di salvaguardare le vite umane, dottore…” parla il colonnello.

“Non posso fare a meno di notare quanto sia terribilmente inefficiente il suo programma Infinity, e costoso, per di più”

Controlla di nuovo i suoi documenti. Si sente muovere carta dal microfono.

“Secondo un’analisi della commissione interna, per ogni modello Infinity, inclusivo di attrezzature di supporto e casting, addestramento, e preparazione dell’equipaggio, si potrebbe creare e far diventare operativa un’intera squadriglia di Libellule convenzionali. Stiamo parlando di 20 velivoli. 1 per 20. Sono numeri piuttosto rilevanti, dottore”

Arianne, impaziente, afferra il braccio del dottore per attirare la sua attenzione, e si allunga un poco per bisbigliargli.

“Gli dica della sincronizzazione!”

Il dottore però la ignora.

“Mi rendo conto di dove sta andando a parare, colonnello”

“Dottore. Voglio solo illustrare come penso che le risorse che sta investendo da anni ormai nel programma Infinity senza molti risultati dovrebbero essere deviate dove sono più necessarie”

“Il fatto è, signori, che…”

Prende parola, con calma, il generale, anche lui baffuto, ma di buona corporatura.

“Finché abbiamo avuto il tempo di prepararci, dopo i primi attacchi, abbiamo potuto investire risorse per esperimenti e tentativi audaci. Ma adesso siamo sotto attacco, e stiamo perdendo innumerevoli vite umane. Per non parlare delle risorse. È il caso che ci concentriamo su soluzioni provate e sicure. Sappiamo che il programma Libellula funziona, è provato, è testato, abbiamo personale qualificato, esperto… Concentriamoci su questo”

“Non potete farlo!” urla Arianne, alzandosi in piedi.

Zittisce l’intera commissione e gli ufficiali spettatori, nonché il dottore e Fujita che rimangono sbigottiti.

“Tenente Kase! Si ricomponga. Di cosa parla?” chiede infastidito il generale.

“I Titani non sono bunker da far saltare con le bombe intelligenti o, o, un battaglione di vecchi carri sovietici. Qua stiamo parlando di un organismo biomeccanico che si adatta, si evolve, pensa.”

Già solleva il brusio scettico della commissione e degli spettatori. Yakamura si siede, e Fujita, rimasto in piedi, decide che è meglio se si siede pure lui, sentendosi troppi occhi addosso, ma rimane preoccupato e paranoico, a differenza del dottore che si rilassa e si gode lo spettacolo.

“Dobbiamo ragionare come se avessimo davanti un nemico capace e motivato, che impara da ogni mossa che facciamo contro di lui. Arriverà il giorno in cui le Libellule saranno obsolete, e già si stanno cominciando a rivelare sempre meno efficaci”

“La ringrazio, è tutto, tenente Kase”

“Con il programma Infinity potremmo ridurre i tempi di reazione e anticipare i Titani, render loro impossibile leggere le nostre mosse. Per non parlare della possibilità che i Titani si possano riprodurre. Abbiamo rapporti dai nostri piloti di elementi simili a spore rilasciati dal Titano 4. Migliaia di spore”

“La ringrazio, è tutto, tenente Kase!”

“No! Non è tutto! Perché se quelle spore riescono ad attecchire sulla fauna e sugli esseri umani… Allora possiamo dire addio a tutte queste puttanate!”

Scende il silenzio. Arianne si zittisce a sua volta, con il fiatone. Poi il generale esordisce con il verdetto.

“È con il potere conferitomi dalla commissione per conto del capo di stato maggiore che dichiaro il programma Infinity inefficace per gli attuali progressi del conflitto contro i Titani ed è per giunta sospeso indefinitivamente. Per quanto riguarda risorse, unità, personale, ed accesso alle aree destinate al programma, Libellula saranno assegnati al nucleo esecutivo di livello 5 della base aerea di Fallon, sotto la giurisdizione del generale Otto.”

Arianne sta ancora respirando profondamente, paonazza, recependo con rabbia e vergogna il verdetto. Fujita è dispiaciuto e alterna lo sguardo tra la collega e il dottor Yakamura che invece sembra essersi alienato.

“Nessun cambiamento o sanzione verrà stipolata per il dottor Yakamura ed i suoi assistenti, e potranno continuare ad avere accesso al programma Infinity. Tuttavia, il tale programma verrà affidato alla supervisione del colonnello Atterton, da partenza immediata.”

Atterton sorride soddisfatto. Arianne invece lo fulmina con lo sguardo.

“Questa udienza è conclusa”

 

Arianne avvicina il generale sulla porta di uscita, fermando il flusso pigro di gente che già pensa ad altro.

“Generale Riko!”

Il generale si volta e sorride ad Arianne come nulla fosse.

“Perché non fa controllare la zona rossa?”

Lui sorride ancora di più.

“Perché non ce n’è bisogno! Abbiamo riaperto la zona rossa alla gente la settimana scorsa, e nessuno si è lamentato di nessuna spora”

“Aspetti un attimo, quale gente?”

“Coloni! Beh, ingegneri della ricostruzione… Tornano in superficie, ripristinano le infrastutture, puliscono, e insomma ricostruiscono la città dalle macerie. Ci vorranno anni, ma ce ne sono tanti di coloni, e sono motivati. Vivere sottoterra fa brutti scherzi al morale.”

Il generale prova a passare, ma Arianne gli blocca la porta con il braccio.

“Quanti coloni?”

Riko risponde ma comincia a essere infastidito.

“Mille, millecinquecento famiglie… Le dispiace?”

Riko vuole spazio per passare. Arianne ritrae il braccio e lo lascia andare, restando a rimuginare su una terrificante prospettiva.

 

Appena fuori dalla metro, tornato finalmente in superficie, Daniel si avventura lungo il passaggio, una strada transennata adibita ai soli pedoni. Aldilà delle transenne, enormi macchinari lavorano alle macerie in un gran frastuono, con allarmi e sirene che riverberano qua e là. Un elicottero sbatte le pale in lontananza, non si vede, si sente e basta. Comincia a schizzettare. Daniel raggiunge un complesso militare a tre piani attorno al quale ronzano numerosi individui in divisa e in tuta da lavoro. Quel misterioso ragazzino della metro è sugli scalini dell’ingresso, forse in attesa d Daniel. Quando incrociano lo sguardo, il ragazzino si gira ed entra. Daniel rimane a rimuginare, poi d’un tratto un clackson lo porta a girarsi e si scansa da una sollevatrice. Il conducente gli fa segno di spostarsi e poi gli impreca qualcosa alle spalle quando Daniel si avvia all’ingresso del complesso.

Una volta dentro, Daniel va al bancone della reception. S’infila una mano nel colletto della giacca e tira fuori il cartellino appeso al ciondolo. Lo mostra alla sentinella della reception che gli apre prontamente la sbarra. Daniel supera la sbarra e si avvicina con titubanza al metal detector dove una guardia giurata lo aspetta con svogliatezza. Si fa scannerizzare meticolosamente e poi gli vien dato il permesso di passare, così si porta all’ascensore e seleziona il piano 1. Nell’attesa, si uniscono anche una donna, un uomo, e un fattorino. Prima che si chiudano le porte, entra anche quel ragazzino, e si mette in un angolo, lanciando un’occhiata a Daniel per poi farsi i fatti propri. Quando le porte si aprono, il fattorino è il primo ad uscire, seguito dal ragazzino. Poi Daniel.

I due cadetti si ritrovano ad andare tutti e due nel reparto accademia, come indicano i cartelli, per poi finire la loro marcia nell’auditorium, già popolato di cadetti che chiacchierano e bighellonano.

 

“Attenzione, cadetti! Silenzio! Sono il Maggiore Strey!”

Si tratta di un uomo relativamente giovane, di corporatura robusta però, grosso e minaccioso.

“Avete avuto la sfortuna di finire sotto la mia responsabilità. Ma non abbiate paura. Quelli abbastanza intelligenti tra di voi da non sgarrare, forse non mi faranno arrabbiare. Ma per quelli stupidi, beh, avranno presto modo di scoprire cosa significa cella d’isolamento”

Sale il brusio nell’auditorium, ma Strey è intransigente. Sbatte una mano sulla cattedra e alza la voce.

“Silenzio!”

Si zittiscono. Daniel non può fare a meno di cercare con lo sguardo il ragazzino della metro. Non lo trova, dove si è seduto? Ah eccolo! Dall’altra parte dell’atrio. Non conosce nessun altro, ma gli altri sembrano aver già fatto amicizia tra loro. Daniel si sente un pesce fuor d’acqua.

“Voglio sperare che non siate una classe di completi fallimenti. Di sicuro alcuni di voi non lo sono. Questo lo so già. Ma presentiamo gli interessati… Ferraro! In piedi, soldato!”

Daniel viene colto di sorpresa. Si becca gli sguardi sbigottiti, sorpresi, incuriositi, o invidiosi, del resto della classe. Daniel incrocia lo sguardo del compagno di metro, che lo guarda svogliato.

“Ferraro! In piedi!”

Strey sa come attirare l’attenzione su di sé; Daniel si alza in piedi.

“Sì, signore!”

“Dì a tutti come ci si sente ad essere tra i tre migliori piloti di questa classe!”

Daniel si guarda intorno, incrocia per forza gli sguardi affamati di verità dei compagni. È alle strette. Non sa che dire.

“Tutto cloche, ma niente abilità oratorie. Va bene, Ferraro. Non ho bisogno di piloti da cabaret. Ammirate la sua umiltà, classe. Prendete esempio!”

Sale di nuovo il brusio, ma con un bercio Strey li zittisce di nuovo.

“Puoi sederti, Ferraro”

Daniel si siede e abbassa lo sguardo, attendendo impaziente che il momento di gloria indesiderata passi alla svelta.

“Chi sono gli altri due?” chiede un galletto.

“Cadetto. Ti ho forse dato il permesso di parlare?”

“No, ma io”

“Cadetto! Ti ho forse dato il permesso di parlare?”

“No”

“No, cosa?”

“No, signore!”

“Molto meglio. Si alza la mano da queste parti quando si vuole parlare. Non accetto interruzioni, né quando parla uno di voi, né tantomeno quando parlo io. Chiaro?”

“Sì, signore”

“Vale anche per voi altri!”

Sì, signore!

Il galletto alza la mano.

“Cosa c’è, Yuri?”

Il cadetto Yuri sorrise sorpreso di dover ripetere la domanda.

“Signore. Volevo sapere chi fossero gli altri due migliori piloti”

“Che succede, cadetto… Sei forse in paranoia di non essere tra questi?”

“No, è che…”

“Qua non usiamo classifiche. Usiamo esempi. Prendi come esempio Ferraro, che a differenza tua, ha già pilotato un Infinity. Vale anche per il resto di voi rammolliti”

La classe intera rimane a bocca aperta a fantasticare sui propabili superpoteri del compagno. Tutti tranne il cadetto della metro. Daniel ignora gli occhi indiscreti degli sconosciuti per studiare la reazione del ragazzino misterioso, ma cade male, perché il suddetto ragazzino non sembra neanche esserci con la testa.

 

“Basta una spinta e va al tappeto, ahahaha!”

Daniel era andato al tappeto nel vicolo dietro il cortile del reparto accademico del complesso con una spinta, e uno dei galletti ora ride di lui. Yuri, il capo dei galletti gli si pone davanti con un ghigno sadico.

“E tu saresti un pilota di Libellule? Ma se non sai neanche stare in piedi?”

Si china su di lui e gli tira uno schiaffo. Gli altri due se la ridono, mentre Daniel si carezza la guancia che gli brucia.

“Ehy, Jasten!”

Yuri è troppo preso a fantasticare su cosa può fare di sadico a Daniel per rispondere al complice.

“Fallo volare giù per le scale, magari spicca il volo come una libellula!”

Se la ride con il compagno, ma non Jasten.

“No. Ho un’idea migliore”

Trasmette la sadicità a Daniel, che trema spaventato restando ai piedi di Jasten. Poi Jasten si gira a parlare ai complici.

“Gli facciamo fare il bagno nella fontana”

Gli altri due si guardano tra loro, poi uno dei due chiede in maniera confusa.

“Ma, la fontana è piena di fango!”

“Esatto!”

“Lo butteranno fuori per aver rovinato la divisa”

Spiega l’altro.

 

Finisce nel fango.

I tre bulli se la ridono e lo lasciano lì. Daniel si rialza e si pulisce la faccia con una delle poche pozzanghere di acqua torbida. Nota il ragazzino della metro che lo fissa a distanza di sicurezza dalla fontana. Lo fulmina con lo sguardo e si tira fuori dalla vasca della fontana, zuppo di fanghiglia. Si guarda addosso, la divisa è in condizioni pietose. Il ragazzino gli si avvicina e si ferma a pochi passi. Daniel ne osserva il riflesso su una grossa pozzanghera, interrotto poi dal passaggio di un aereo di linea a bassa quota. Il rombo dei motori riverbera tra i palazzi. Poi torna a guardare il coetaneo in faccia.

“Grazie dell’aiuto!”

Esordisce Daniel sarcasticamente.

“Non mi sembrava ne avessi bisogno”

Risponde prontamente l’altro.

Daniel sospira e si guarda nuovamente addosso, per poi provare a strusciarsi via il grosso della melma.

“Sono spacciato! Mi butteranno fuori! La divisa è rovinata!”

“Nessuno ti butterà fuori per così poco! Non dar retta a quei coglioni!”

Daniel incrocia lo sguardo dell’altro.

“Probabilmente saranno loro a essere buttati fuori, se non per cattiva condotta, di sicuro per prestazioni insufficienti”

“Come fai a dirlo?”

“Ma dico, li hai visti?”

L’altro ha un ghigno ironico mentre allunga lo sguardo verso l’entrata del reparto accademico. Una coppietta di cadette sta rientrando dal cortile.

“Tu pensa a fare il tuo” dice l’altro.

“Come ti chiami?”

“Gary”

Daniel gli allunga la mano. Gary gliela osserva insicuro, così Daniel fa tutto da solo, gliela prende con l’altra e la stringe. Gary rimane confuso da tutta la manovra, ma non si oppone.

“Io mi chiamo”

“Daniel”

“Sì, esatto!” risponde incredulo lui.

“Come fai a saperlo?”

“Ti vedo in giro”

Daniel rimugina.

“Eri con me sulla metro, stamani, vero?”

“Sì” risponde prontamente Gary.

“Mi segui?”

“No!”

Daniel sospira. Poi si scansa e comincia a camminare svogliatamente. Gary lo segue e gli si affianca.

“Daniel? Vuoi essere mio amico?”

Daniel si ferma e incrocia lo sguardo di Gary. Trova due occhi sinceri e insicuri in un altrimenti confidente e freddo volto. Daniel si sente a disagio, alle strette.

“T-tuo amico?”

Gary si morde le labbra, sta perdendo speranza, e ciò mette ancora più ansia a Daniel, che si sente forzato ad acconsentire, senza essere sicuro di cosa sta facendo.

“V-va bene…”

La faccia di Gary s’illumina di un sorriso sollevato. Poi gli posa la mano sulla schiena e lo accompagna di nuovo dentro.

Adesso sono amici.

 

Un impiegato nel corridoio incrocia Gary e Daniel in via d’uscita dal complesso. L’impiegato va nella direzione opposta.

“Ray! Ehi, Ray!”

Un collega gli si affianca in maniera insistente. Ray risponde scocciato.

“Cosa?”

“Ricordi ieri mi hai mandato la memo per ricontrollare le coordinate dell’anomalia?”

Girano l’angolo, Ray sta riguardando delle carte e ascolta sommariamente l’altro.

“Ahahn?”

“Beh, le coordinate combaciano. L’anomalia è confermata. Ma la procedura è fin troppo generica per questo caso, e gli acquirenti sono impazienti di andare, cosa gli dico?”

“Chi sono gli acquirenti?”

“I Faymaster, ma’ e pa’.”

Ray sospira ancora più scocciato, poi si ferma e lo fronteggia e costringe anche l’altro a fermarsi e girarsi.

“Digli che per quanto mi riguarda possono fare quello che vogliono. Non ho scritto io le procedure da queste parti. Faccio solo il mio lavoro. E ne ho anche tanto da fare”

Indica i cadetti che si rincorrono nella hall, avranno sì e no 10 anni. L’altro impiegato si arrabbia e sbraita loro contro.

“Voi cadetti non potete giocare da queste parti, tornate all’accademia!”

Il gruppetto di giovanotti si dilegua nel corridoio in direzione del reparto appropriato, incrociando Lt. Reed che viene proprio da quella direzione e pare infastidita dai bambini.

 

“Papà? Quanto manca?”

I Faymaster, coppia sposata di ingegneri coloni in tuta da meccanici, hanno un figlio di 12 anni, cadetto. Il fuoristrada che papà guida è capace di scavalcare quasi ogni tipo di cumulo di macerie, da quelle più fragili a intere fondamenta. È progettato apposta. Ma ciò non significa che debba essere comfortevole stare seduti lì dentro.

Fuori si è fatto buio e sta scendendo anche una coltre di nebbia e polvere, sollevata dal vento, a peggiorare le cose.

“Manca poco, figliolo”

“Peter! Rimettiti la cintura!”

“Mamma, mi fa male il culo! Non ce la fo più a stare a sedere!”

“Rimettiti la cintura, Pete! Dà retta a tua madre. Il terreno qua è imprevedibile. Se becchiamo una crepa batti una testata”

“Fammi guidare allora!”

“Peter!”

Papà ride e Peter sorride complice. Ma poi papà si zittisce e torna serio.

“Woah, aspettate un attimo!”

Aguzza lo sguardo in direzione di una conca con una voragine nel mezzo. Ferma il fuoristrada non lontano dalla sponda.

“Le coordinate sono queste. L’anomalia sarà sicuramente là sotto, ci scommetto!”

“Dan. Non credi che una cosa così dovremmo comunicarla alla base, prima di scendere?”

Papà Dan è troppo preso dall’eccitazione della scoperta per dar retta a mamma.

“Prima vediamo di cosa si tratta, così sappiamo cosa comunicare…”

Non convince pienamente mamma, invece Peter è totalmente interessato.

“Che ne dici? Diamo un’occhiata?” chiede Dan a mamma.

“Sì!” risponde Peter.

Sia mamma che Dan si girano a guardarlo.

“No, tu rimani qua, figliolo”

“Papà! Ma io voglio venire!”

“No, è troppo pericoloso. E poi ci servi da tramite per la radio”

Peter sbuffa, ma conosce bene l’importanza del tramite per la radio, quindi afferra il microfono della radio e se lo avvicina, già pronto a doverlo usare, e accende l’apparecchio selezionando il canale giusto.

“Staremo via poco, te lo prometto. E faremo tante foto!”

Peter li osserva uscire dal fuoristrada e preparare l’attrezzatura per calarsi nella voragine. Quando fanno qualche passo verso la sponda, già spariscono nella nuvola di polveri e nebbia. Lo sguardo di Peter si fa preoccupato per i genitori, ma lui è al sicuro nell’abitacolo illuminato del grosso veicolo.

“Pa’, mi senti? Passo!”

Dopo qualche gracchio, la radio risponde.

“Sì, figliolo, ti sento forte e chiaro! Stiamo scendendo adesso”

“Portami un souvenir, pa’?”

“Certo!”

La voce di papà sembra divertita, e anche la faccia di Peter lo è, ma pian piano si ammoscia nel fissare il tempaccio inquieto.

 

“Pa’? Ci sei? Passo!”

Nessuna risposta. È da un po' che la radio gracchia e basta. Le interferenze sono troppe e non riesce a stabilire un contatto. In un sospiro scoraggiato si lascia andare sul sedile a rimuginare.

D’un tratto mamma apre la porta nel panico e sale nell’abitacolo. Sfila via dalle mani di Peter il microfono della radio e cambia canale, il tutto senza neanche considerare il figlio spaventato.

“May day, may day, may day. Tango 2 5 0 2. Questa è un’emergenza. Coordinate…”

Peter non ascolta neanche più. La sua attenzione atterra sul padre, disteso per terra alle ruote del fuoristrada, con la bocca e gli occhi spalancati, ma lo sguardo perso nel vuoto, come fosse morto. Tuttavia Peter capisce che è ancora vivo perché muove il torace, respira, anche abbastanza intensamente. La preoccupazione e la paura salgono comunque. E fa bene ad aver paura.

 

Fujita ed un soldato della polizia militare imboccano il pianerottolo del condominio sotteraneo e Fujita bussa alla porta dell’appartamento 5A. Dopo una breve attesa, apre la porta Arianne, in vestaglia, stanca, sciatta, e infastidita della visita.

“Kase! Sono qui con la polizia militare per conto della commissione del colonnello Atterton…”

Arianne fulmina Fujita con lo sguardo e poi, senza lasciarlo proseguire, gli chiude la porta in faccia.

Kase!”

Fujita sospira. Incrocia lo sguardo con il poliziotto, ma non trovando supporto da lui, opta per parlare a voce calma e soffusa contro la porta.

“Kase! Abbiamo perso i contatti con Fort Auston!”

Dopo un’altra breve attesa, Arianne riapre la porta.

Una volta dentro, Arianne offre del caffè ai due uomini e li fa sedere sul sobrio divano dell’angusto appartamento privo di finestre.

“Potrebbe essere soltanto un guasto delle comunicazioni” spiega Fujita.

“Ma non lo sapete…” suppone Arianne.

“La commissione ha deciso di mandare una spedizione. Non corrono rischi. Hanno chiamato i Marines.”

“E Ferraro?”

“I cadetti dovrebbero essere stati evacuati, o almeno quella è la procedura standard”

“Quindi non si sa dove siano?”

Fujita non risponde.

“Devi inserirmi nella squadra, Fujita”

Arianne gli si pone davanti, intimidendolo. Il poliziotto s’irrigidisce, pronto a intervenire.

“Non capisci! Ora non comandiamo più. E questa missione è sotto la giurisdizione dei Marines, che rispondono direttamente ad Atterton”

“Trova il modo, Fujita. Devo andare lì”

“No, Tenente, Kase” interviene il poliziotto, alzandosi dal divano.

“I suoi ordini sono di tornare a Fallon e fare rapporto al colonnello Atterton per assegnazione immediata”

Fujita e Arianne si girano a guardare il militare, poi tornano a guardarsi l’un l’altro in maniera complice.

 

“Allora?”

Arianne è al telefono con Fujita, nel proprio ufficio, nei piani interrati della base aerea di Fallon, vestita della sua solita divisa, ma senza la giacca.

“Ancora nessun contatto. La squadra è uscita ora in superficie. Hanno comunicato che le condizioni sono molto scarse e c’è interferenza radio”

“Il livello di radiazioni?”

“Stabile”

“Campo elettromagnetico?”

“Pare che ci sia una concentrazione in direzione di Fort Auston, ma non è confermato. Non so altro”

“OK. Tienimi informata”

Riattacca.

Il Dottor Yakamura è lì con lei.

“Non avremmo mai dovuto lasciare che mandassero i cadetti in superficie” spiega Arianne arrabbiata.

“Non sta a te decidere. E comunque fa bene ai cadetti avere un contatto con l’esterno. Come pretendi che imparino a volare se non vedono mai il cielo?”

La risposta infastidisce Arianne, che ha l’impulso di guardare fuori dalla finestra, ma ci trova la bocca dell’impianto di areazione.

“Siamo tagliati fuori” ammette Arianne.

“Non la vedrei in questo modo…”

“Che vuole dire?”

Arianne è confusa. Il dottore passeggia come al suo solito qua e là osservando i quadri e i decori del tenente Kase, e prende in mano la foto incorniciata di un bambino piccolo che trova sulla scrivania.

“Ci hanno chiuso il programma Infinity e ci hanno tolto il controllo delle Libellule, come pensa di fare?”

“Oh, ma non hanno chiuso proprio niente. Infinity è vivo e vegeto”

“Che cosa?”

Il dottore posa la foto e si siede davanti alla scrivania.

“Infinity è ancora attivo, e abbiamo più controllo adesso che mai”

 

“Kase!”

“Fujita! Allora?”

Di nuovo al telefono con il collega. Stavolta Yakamura non c’è.

“Come avevano detto, la maggior parte dei cadetti non era neanche lì quando è stato perso il contatto, e quelli rimasti sono stati evacuati. Li stanno riportando dentro adesso. Pare che ci siano dei feriti, però”

Il cuore in gola di Arianne.

“Non ti preoccupare, Kase, Ferraro sta bene”

Ariane sospira di sollievo.

“E Fort Auston?”

“Non si sa. Hanno perso il contatto con la squadra di Marines”

Cosa?”

“Lo so! La situazione è peggiorata. Pare che siamo davanti ad un contagio”

Arianne rimugina preoccupata.

“Kase, tu occupati dei cadetti. Io cerco di scoprirne di più”

 

Arianne finalmente ritrova Daniel. Lo accoglie con commozione alla stazione della metro che ferma proprio a Fallon. Lo trova scosso e sotto shock, ma con la lucidità di pretendere di stare assieme al nuovo amichetto. Arianne sgrana gli occhi nel riconoscere Gary e lui a sua volta la riconosce, ma non si parlano. Poi Arianne accompagna Daniel da sua madre e rimane a fare compagnia a Gary nella sala d’attesa del pronto soccorso. Gli compra una cioccolata calda.

“Cos’è successo?”

Gary impiega del tempo a ricomporsi. Sorseggia la bevanda e ritrova calore e comforto. Si fa coraggio.

“Stavamo nell’autobus, per andare alla stazione della metro… Quando… Quando, c’è stata un’esplosione, e… Poi non so. Mi sono svegliato. Alcuni si erano fatti male. Alcuni molto male. E poi ci hanno portati qua. Non so altro. L’ho già detto anche agli altri. Io non so altro!”

“Non ti preoccupare. Ti credo”

Arianne posa la mano sulla coscia di Gary. La divisa del cadetto è sporca di polvere e sangue, ma evidentemente non il suo, o l’avrebbero ricoverato.

“Non ce l’aspettavamo. Non sapevo che fare”

Gary ha gli occhi lucidi. Arianne lo carezza.

“Nessuno se l’aspettava, tesoro. E non c’è niente che avresti potuto fare. Non è colpa tua. Siamo tutti felici che state bene”

Gary si gira a guardare verso la porta dell’ambulatorio, con aria triste.

“Non tutti stiamo bene” ammette Gary.

Anche Arianne guarda dove guarda Gary, anche lei triste.

“Sono morti, vero?”

“Sì, tesoro. Per fortuna soltanto 2”

Anche Arianne ha gli occhi lucidi. Gary si gira a guardarla.

“2 sono già troppi!”

Arianne incrocia il suo sguardo e poi lo abbraccia.

 

“Abbiamo i risultati dalla squadra dei Marines”

Fujita è sollevato. Ancora al telefono con Arianne nel suo ufficio.

“La teoria di un contagio è stata screditata. A quanto pare uno scavo ha inavvertitamente causato la fuoriuscita di rifiuti tossici che hanno avvelenato una squadra di lavoratori e poi c’è stata l’esplosione di cui parlava anche Mitchell.”

“Niente spore…?” chiede Arianne in ansia.

“Niente spore, Kase. Ma Fort Auston è fuori uso. La struttura è ancora intatta ma ha subito danni dall’esplosione. Hanno di nuovo chiuso l’accesso alla zona rossa.”

“Ma che sorpresa… Fujita, mi puzza…”

“Kase… Non so che pensare. Ma lo sai, come sempre, io sono con te”

“Grazie Fujita, l’apprezzo molto. Ne riparliamo domani a cena”

“Non vedo l’ora!”

“Ciao!”

 

Intanto, sopra i cieli della città…

“Contatto! Titano! 20 miglia sud-ovest del centro tattico”

La Libellula 28 Seti pilotata dalla tenente A. Bramstone si stacca dalla formazione con il leader 26 Boa del tenente comandante O. Lee e procede ad esaminare il puntino sul radar.

“È strano!” risponde Lee. “Perché ora si vede sul radar?”

“Non lo so, ma non può essere che lui! Si muove a circa 10 nodi. Chiedo istruzioni!”

“Roger, facciamo rapporto!”

Chiamano l’aereo radar che ritrasmette alla base. 5 minuti dopo ricevono la direttiva di investigare meglio restando a distanza minima di 5 miglia. Una volta in zona, le due Libellule scendono di quota.

“Ci stabilizziamo a 5000 piedi e voliamo intorno”

“Roger!”

Volano in cerchio attorno al ritorno radar. È notte e il tempo è scarso, perciò un contatto visivo è da escludere.

“Eagle one, Saturn one, nessun riscontro visivo, contatto freddo, nessun movimento. Probabile interferenza, richiedo istruzioni”

“Saturn one, Eagle one, tornate alla base”

Proprio in quel momento, le nuvole si illuminano di arancione e 26 Boa esplode in mille pezzi. 28 Seti grida il suo nome.

“Lee!”

Grida più volte nella radio, ma non c’è risposta. Lee non ha fatto in tempo neanche a capire di essere in pericolo. Le nuvole si illuminano di nuovo di arancione. Bramstone capisce che è segno di imminente pericolo, così interrompe i piagnistei e manovra per evitare qualsiasi sia l’attacco. Non serve. Viene colpita lo stesso. O forse sì, perché un momento dopo l’esplosione è ancora viva.

Si guarda intorno, reggendosi alle maniglie dell’abitacolo, e nota che del velivolo è rimasto solo quello, l’abitacolo, che adesso precipita come un sasso. La calotta è rimasta intatta ma la strumentazione è impazzita e ad un certo punto tutti i dispositivi elettrici si disattivano insieme e la cabina diventa buia e morta. S’interrompe anche il flusso di ossigeno, ma non ha importanza, perché ciò che spaventa Bramstone sono le poche centinaia di metri rimasti prima di schiantarsi a terra. Prontamente afferra la maniglia dell’espulsione.

“Ti prego!”

Prega che funzioni.

In un tonfo secco la calotta di vetro si apre e un tornado esplode nella cabina. Subito dopo un getto di fuoco la spinge via con tutto il sedile e la proietta in aria in salvo dal relitto che va a schiantarsi nel bosco. Non esplode, ma Bramston ha sfiorato di così poco la morte che riesce addirittura a vedere le fronde degli alberi agitarsi per aver inghiottito il muso di quello che era la sua Libellula. Il getto del razzo muore e il seggiolino si sgancia, così Bramston può fluttuare e planare nell’aria con il paracadute.

Una volta atterrata pesantemente, fa il quadro della situazione. Tira fuori la ricetrasmittente, nella vana speranza che funzioni, ma quando si accorge che è senza vita non si altera, aspettandoselo. Sente i passi mastodontici del Titano non molto lontano, perciò cerca nascondiglio.

Vagando nel bosco alla fine trova una grotta dove rifugiarsi. Le vibrazioni nel suolo sono tali da far cadere polvere dal soffitto della caverna, se la sente scivolare addosso ed entrare nella tuta di volo, e pizzicarle la gola, infilarlesi negli occhi, tra i denti, nelle orecchie. Ma il fastidio maggiore forse è quella sensazione di umido, di affanno, come se fosse in una foresta tropicale anziché in una caverna in un bosco temperato.

Poi un gorgoglio. Non può trattarsi del Titano là fuori, i suoi versi scimmieschi riecheggiano nell’aria come la voce di un dio vendicativo. No, questo era un verso più alla portata dei comuni mortali, un qualche animale nella caverna, disturbato forse dall’ingresso clandestino di Bramstone. Quest’ultima si arma della pistola, ma poco può se non riesce a vedere. Prova ad accendere la torcia del kit di sopravvivenza ma niente di elettrico funziona. In un sospiro prova ad aspettare di adattarsi al buio, ma la vista non migliora, non c’è luce lunare su cui contare, per colpa del tempo, e dentro a una grotta è anche peggio. Deve far affidamento esclusivamente all’udito e all’olfatto.

Quel qualcosa grugnisce di nuovo. Stavolta se ne sta con la pistola sollevata verso la generica direzione della bocca della caverna.

“Forse preferisco… Stare fuori…” dice a sé stessa a bassa voce, e indietreggia, fino a trovarsi sull’entrata della caverna. I suoi occhi si erano abituati al buio dopotutto e ora riesce a riconoscere le sagome fuori dalla caverna, ma c’è qualcosa che le blocca la visuale. Prima non c’era. E si muove. Viene verso di lei. Respira. Gli punta la pistola contro. L’essere gurgnisce di nuovo e poi l’attacca. Lei spara.

Poi grida.

Poi silenzio.

   
 
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