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Autore: grethy03    11/05/2017    1 recensioni
Due ragazzi completamente diversi entrano in contatto in un apparente contesto scolastico.
Alessio: il solito ragazzo disordinato e "piantagrane" che reputa la sua vita una noia, così come la scuola e qualsiasi tipo di legame con le altre persone.
Riccardo: un ragazzo, meglio definito "ragazzino", che sembra fin troppo piccolo per poter frequentare il secondo anno di liceo; al contrario del suo fisico, la sua mente è grande.
Così come ci si aspetterebbe da un ragazzo del genere, Riccardo nasconde a tutti, perfino alla sua famiglia, la vera vita che conduce ogni giorno, difficile e sconvolgente.
Un inaspettato incontro spingerà Alessio a porsi sempre più domande su quello strano ragazzo.
Come si svolgerà la storia dei due incompatibili compagni di banco?
Genere: Romantico, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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Sab, 13 ottobre, sera

Mi misi una mano sul petto come a incitare il mio cuore a smettere di martellare così forte; presi un profondo respiro e mi dissi sottovoce di mantenere la calma.

"Non c'è niente che possa spaventarmi più di quello che ho già visto"

Ma erano parole inutili, a ogni disgrazia il mio terrore si ripeteva, mi sarei potuto abituare...Ma no, si ripeteva con maggiore intensità, gradualmente. In quel momento mi chiesi quanto sarebbe dovuta andare avanti quella storia, quante volte ancora avrei dovuto trovare un'orribile sorpresa ad aspettarmi dietro l'angolo, prima di poter finalmente cadere a terra senza forze e abbandonarmi ai tristi ricordi.

"Forse quando tutto sarà finito, la mia mente sarà vittima della follia da molto tempo ormai, troppo. Sarà quella la mia vera liberazione? La follia? In fondo i pazzi non sembrano stare così male..."

Mi feci coraggio e mi avvicinai lentamente a quella cosa. Ero così vicino da poterne quasi immaginare il respiro, o respirava davvero? Con dita tremanti esercitai una leggera pressione sulla pelle secca e vuota. Freddo. Rabbrividii. Mi dissi nuovamente che non c'era nulla da temere, poiché quella cosa, qualsiasi cosa fosse, era priva di vita e non poteva farmi del male.

"Questa volta IO sono in vantaggio"

Afferrai con decisione quella mano riversa tristemente a terra, un prepotente "ce la farò?"  si affacciò alla mia mente, ma era troppo tardi: cominciai a tirare verso di me quello che si rivelò essere un intero corpo privo di vita. Il viso era inclinato in modo tale che una guancia aderiva al pavimento polveroso; scostai i sottili capelli castani dalla fronte pallida. I suoi occhi spenti si posarono su di me, in essi gravava tutto il peso di una morte inattesa, sopraggiunta nel momento sbagliato. Di rimando fissai i miei occhi in quello sguardo vuoto, alla ricerca di una risposta.

"Dove ho già incrociato questo sguardo? No, non è lo stesso di allora"

In essi non era più vivida quella scintilla di follia che mi aveva tanto turbato, non c'era nulla.

E così anche la madre di Riccardo aveva incontrato il suo destino, forse troppo in fretta. Sapevo già chi fosse il colpevole.

Dom, 14 ottobre, notte

Durante tutta la notte la mia mente fu pervasa da pensieri del tipo: "lui lo sa?", "E se non lo sapesse dovrei dirglielo?", "Sicuramente non ne è a conoscenza, questo cadavere è qui da un giorno al massimo, e lui ieri era certo che sua madre fosse a lavoro, insomma, lei l'ha anche chiamato al cellulare"

Eppure mi balenò in testa un'immagine di venerdì, quando Riccardo mi aveva trovato addormentato davanti casa sua. Alla domanda "dove sei stato?"  aveva risposto con molta ansia, quasi farfugliando.

"Sarà stata una mia impressione, era solo sorpreso di vedermi lì"

Non mi decisi ad abbandonare quella stanza per andare a letto, ma rimasi lì al buio, come a fare la guardia a quella donna che ora sembrava essermi diventata cara.

Dom, 14 ottobre, mattina

Lentamente dei raggi di luce tremolanti cominciarono a diramarsi sulle mattonelle grigiastre; uno di essi si avvicinò timidamente al mio piede e risalì lungo il mio corpo ricurvo a terra. Quel piccolo raggio bastò a farmi destare dallo stato di dormiveglia in cui versavo.

Non appena fui in piedi, mi chiesi cos'altro avrei potuto fare se non continuare a rimuginare sugli eventi accaduti in tutto quel tempo, che era trascorso così in fretta. Non potevo mangiare né lavarmi, non potevo andare a scuola o uscire con gli amici, per quanto in quel periodo non mi importasse nulla di loro; in un attimo mi lasciai pervadere da un senso d'ansia così forte che sentii il mio stomaco contrarsi e aggrovigliarsi in mille nodi. Non c'era giustificazione che potesse mettere freno a quello stato di irrequietezza, perché esso era fondato su solide basi: in quelle condizioni non potevo sperare di concludere niente, niente di niente. Avevo paura perfino di guardarmi allo specchio, paura dei segni che aveva lasciato sulla mia pelle tutto quel veloce susseguirsi di sofferenze e dolori atroci; chiunque guardandomi non avrebbe capito, non avrebbe visto, ma io sì, ed era proprio quello che mi tormentava.

Quegli eventi mi avevano cambiato a tal punto che sentivo di non essere minimamente in grado di riconoscermi: comparato al me stesso di qualche giorno prima, sarei potuto divenire una belva feroce tanto quanto una povera preda, incapace di difendersi da tutto. Ma non volevo saperlo. Il tutto era trascorso così velocemente, pensandoci bene, ma io avevo sentito il peso insostenibile di ogni singolo giorno, credendo di potercela fare, di riuscire a sollevare quell'enorme macigno in futuro...Quel  futuro che si allontanava sempre di più, che ormai  stavo perdendo di vista. Ero stato davvero così presuntuoso nei confronti della mia sorte, da credere di poter salvare sia me stesso che lui? Ma ora capivo bene la mia situazione, eccome se la capivo: mi ritrovavo lì, nella casa in cui era morto mio padre, a fare compagnia a un cadavere come se fosse la cosa più normale del mondo.

Dai miei occhi cominciarono a uscire grandi lacrime, erano calde e pesanti, intenzionate a scavare dei profondi solchi nel mio viso; percorrevano velocemente i miei lineamenti, per poi cadere e dissolversi sul tessuto scuro dei miei vestiti. Mi portai le ginocchia al petto e le avvolsi in un debole abbraccio. Constatai che non potevo andare avanti in quello stato, che non potevo stare con le mani in mano, quando potevo invece evitare che qualcun altro soffrisse, e non c'era nessun altro ormai di cui mi importasse, se non di lui.

"Adesso sarà a casa da solo ad aspettare sua madre, ma lei è qui con me"

"Come si sente in questo momento? Triste? Solo? "

"Devo dirgli la verità"

Finalmente mi decisi a lasciare quella stanza, salii le scale e andai nella mia camera a prendere il cellulare; composi il numero di Riccardo in fretta, ogni squillo era una forte martellata nel petto, era il mio cuore? Quando la sua voce mi rispose, sentii i muscoli del mio corpo distendersi e la testa diventare improvvisamente più leggera.

- Pronto? -

Di sicuro non stava dormendo.

- Hey, scusa se ti chiamo a quest'ora...Ehm...Tua madre è tornata a casa? -

Avrei voluto darmi un pugno in faccia: perché avevo fatto quella domanda se sapevo già la risposta?

- Sì... Perché? -

Il mio cuore saltò più di un battito. Ero troppo sconvolto per portare avanti quella conversazione.

- Oh...Okay, grazie -

- Mi hai chiamato solo per chiedermi questo? -

Rise sottovoce, come se avesse avuto paura di svegliare qualcuno, anche se con lui non c'era proprio nessuno.

- Bene, allora scusa di nuovo e...Buonanotte -

Terminai la chiamata prima che lui potesse aggiungere altro. Scesi le scale a rotta di collo, respirando freneticamente. Il cadavere era ancora lì, non era nessuna illusione, non questa volta. Mi avvicinai cautamente al corpo senza vita e accesi la torcia del cellulare, illuminandone il volto.

Era lei, non c'erano dubbi. Che Riccardo si fosse davvero addormentato e non si fosse accorto che la madre non era ancora rientrata?

“Impossibile, non la vede da troppo tempo”

Lun, 15 ottobre, mattina

Non avevo chiuso occhio neanche la notte precedente. Mi chiesi se sarei dovuto andare a scuola; in effetti non avevo alcuna voglia di rimanere segregato in casa per il resto della mia vita, per quanto le probabilità di averne una lunga diminuissero a vista d'occhio; per giunta quel cadavere cominciava a puzzare.

Purtroppo non ricordavo neanche dove fosse il mio motorino, probabilmente lo avevano sequestrato, quindi fui costretto a prendere uno squallido pullman. Per fortuna avevo un po' di soldi nella tasca del giubbino, gli ultimi rimasti.

Sbuffai sonoramente, quel pullman aveva un odore orribile e ben presto capii il perché; un signore anziano si sedette accanto a me, aveva gli aloni di sudore sotto le ascelle e puzzava da morire.

"Ma dico, fra tutti i posti che ci sono…"

Voltai la testa per evitare di guardarlo, al contrario, quell'uomo non la smetteva di fissarmi.

- Scusa -

Mi diede un colpetto sul braccio con il gomito.

Mi voltai e lo guardai male.

- C'hai una sigaretta? -

- No -

Ripresi a guardare gli orrendi marciapiedi della mia città dal finestrino.

Percorsi velocemente i corridoi della scuola e salii al secondo piano. La porta della mia classe era chiusa, già dall'esterno potevo sentire le urla della professoressa di italiano.

"Quella stronza"

Fui tentato di tornare indietro, ma ripensai al modo molto sconveniente per farlo.

Bussai alla porta finché uno sgraziato "avanti" mi convinse ad abbassare la maniglia.

- Buongiorno -

La professoressa strinse gli occhi e mi squadrò da capo a piedi.

- Cantiello, allora sei vivo... Purtroppo mi sa che hai perso l'orologio, sono le nove, te ne sei accorto? -

Delle risatine sommesse giunsero fino alle mie orecchie.

- Sì, l'ho perso -

Scrollai le spalle.

Fui nuovamente tentato di ritornare a casa, ma c'era un valido motivo per rimanere lì, e quel motivo mi guardava perplesso dall'ultimo banco della fila centrale.

- Be', poco importa, va' a sederti -

Mentre raggiungevo il mio banco, nessuno mi tolse gli occhi di dosso: c'era chi mi guardava con curiosità, chi ridacchiava con i compagni, chi mi rivolgeva occhiate di compassione. In ogni caso non mi interessava, e la professoressa riprese presto a parlare.

Per tutta la durata della lezione non feci altro che seguire con gli occhi quei boccoli biondi che sballonzolavano da tutte le parti, erano così chiari e ben fatti che sembravano finti, forse lo erano.  Certo, sarebbe stato molto più interessante capire cosa avesse da dirmi Riccardo, dal momento che continuava a guardarmi imperterrito, come sempre.

Non appena suonò la campanella, Noemi mi si avvicinò con passo deciso, come se non aspettasse altro. Sul suo viso spiccava un timido sorriso, mentre i capelli mossi e cortissimi, che le sfioravano appena la nuca, oscillavano a ogni suo passo.

- Ehi -

- Ehi -

Provai miseramente a ricambiare il sorriso.

- Come st- Ah! Oh...Che domanda stupida...Mi dispiace per tua madre...E tuo padre...-

Era evidentemente in imbarazzo.

- Non ti preoccupare, io sto bene, e tu? -

- Nono! Non stai affatto bene, ti sei visto allo specchio? Hai delle occhiaie che ti arrivano fino ai piedi -

Probabilmente stava cercando di sembrare simpatica per tirarmi su di morale, ma ai miei occhi stava semplicemente peggiorando la situazione.

- Ho detto che sto bene, e tu? -

Si calmò all'istante, offesa.

- Oh...Io...Io sto bene, cioè insomma...Mi sono preoccupata un sacco per te, ti ho chiamato almeno dieci volte -

Controllare le chiamate perse e i ridicoli messaggi di condoglianze erano gli ultimi dei miei problemi.

- Ah, non me ne sono accorto, scusami -

Feci per girare i tacchi e far finta di avere un urgente bisogno di andare al bagno, ma la ragazza mi strinse saldamente un braccio e mi guardò supplichevole.

- Che c’è? -

- È che...Ti va di uscire con me oggi pomeriggio? Giusto per distrarti un po', non so...-

Capii che se avessi detto subito di no ci sarebbe rimasta molto male, e in fondo, anche se non mi importava nulla di Noemi, non volevo avere un altro peso sulla coscienza seppur minimo.

- Va bene, dammi tu un orario -

I suoi occhi si illuminarono.

- Alle cinque alla fermata del pullman, d'accordo? -

Annuii. Avrei dovuto prendere un altro pullman.

"Che palle"

Mi voltai e vidi Riccardo che mi guardava con le sopracciglia alzate e un sorriso intraducibile.

Di rimando simulai un "che vuoi?" con le labbra, ma non ottenni nessuna risposta.

 

Una volta fuori di scuola, presi un panino al volo in una piccola rosticceria e corsi verso la fermata del pullman. Trassi un lungo sospiro di sollievo quando constatai di avere altri spiccioli in tasca.

Passai il resto del pomeriggio a cercare dei vestiti decenti nel mio vecchio armadio, ma finii per indossare una felpa nera di almeno due taglie in più e un paio di jeans scuri. Mi guardai allo specchio del bagno, avevo davvero delle occhiaie orribili, ma non potevo farci niente.  

Alle cinque meno dieci ero pronto per trascorrere un noioso pomeriggio con una persona che mi avrebbe tartassato di domande. Andai nella stanza di mio padre in cerca di soldi; esultai quando ritrovai delle banconote in una scatola di scarpe sotto il suo letto, almeno adesso ero sicuro di poter sopravvivere per un altro po' di tempo, salvo imprevisti. Prima di chiudere la porta, mi voltai a guardare il cadavere ormai bianchissimo e violaceo in parti differenti.

"Ci penserò più tardi"

La trovai subito lì, eppure non ero in ritardo, probabilmente era arrivata in anticipo.

- Hey! -

Mi venne incontro con un sorriso a trentadue denti e mi chiese se mi andasse di prendere un gelato.

Arrivammo in centro, la piccola piazza pullulava di bambini urlanti in monopattino e coppiette che mangiavano gelati e si scambiavano effusioni sulle panchine. Noemi le guardò per un po', poi si voltò verso di me.

- Allora, questo gelato? -

- Sì, adesso andiamo -

Scorsi una gelateria a pochi metri da noi, entrammo. I colori sgargianti all'interno mi fecero venire la nausea, i gusti di gelato ancora di più.

- Tu non lo prendi? -

La cassiera mi guardava in cagnesco mentre Noemi aspettava che scegliessi i gusti.

- Ah, sì...-

Scelsi fiordilatte e fragola, i gusti più comuni e che mi davano meno il voltastomaco.

La ragazza mi rivolse un sorrisetto malizioso.

- Rosa? -

- Qualche problema? -

- No, no -

Scosse la mano come a scacciare via un brutto pensiero.

Ci sedemmo su una panchina, quasi al termine del corso che partiva dalla piazzetta, lontano dagli schiamazzi dei bimbi.

- Oh! -

Noemi mi passò un pollice sul labbro inferiore. Pensai che agli appuntamenti quel gesto spettasse ai ragazzi.

- Ti sei sporcato...-

Rise timidamente.

"Cosa dovrei fare ora? Ha capito che non mi piace affatto? "

Sì schiarì la voce.

- Allora, come va con le ragazze? -

Feci lo stesso anch'io, ma perché mi stavo per strozzare con il gelato.

- Oh...Ehm... Ultimamente non mi interessa nessuna...-

"Mezzo mondo sa che sono gay, perché lei no?"

- Come mai? Mi sembra che a scuola ti sbavino tutte dietro, non ti piace nessuna di loro? -

- Purtroppo no -

"Forse perché sono gay, quando hai intenzione di arrivarci?"

Qualcosa attirò la mia attenzione, anzi, qualcuno. Riccardo camminava tranquillamente per il corso, fingendosi interessato ai negozi. Quanto avrei voluto che ci fosse lui al posto di Noemi.

- Hey, ci sei? -

La ragazza mi sventolò una mano davanti alla faccia ma io non riuscivo a distogliere la mia mente da quel nanetto. L'idea che mi avesse seguito mi intrigava moltissimo, era geloso? Con la coda dell'occhio lo vedevo ancora mentre guardava degli orsacchiotti blu esposti in vetrina.

Noemi mi costrinse a rivolgere di nuovo la mia attenzione a lei. Ora era troppo vicina per i miei gusti.

- Quindi...Mi assicuri che non devo competere con nessuna...? -

Rivolsi uno sguardo disperato a Riccardo, il quale si era voltato e mi guardava divertito.

- Probabile...-

Le sue labbra si appoggiarono sulle mie, erano fredde e umide. Ebbi immediatamente l'impulso di allontanarmi, ma le sue labbra di schiusero e la sua lingua penetrò fra le mie; la sensazione era alquanto sgradevole, la sua bocca aveva un sapore dolciastro, e non volli assaporare più di tanto. Mi scollai da lei, cercando di assumere un'espressione neutra più che schifata.

Mi voltai a guardarlo, aveva un'espressione schifata anche lui.

- Non ti è piaciuto? -

- No...Ehm... Cioè...Non me lo aspettavo -

Mi grattai la nuca, evidentemente a disagio.

- Be', pensavo avessi capito che questo è un appuntamento! -

- Veramente no. Avevi detto che volevi farmi distrarre...-

- Almeno ci sono riuscita? -

Noemi si fece tutta rossa, sembrava che stesse per esplodere.

- No -

Mi alzai e mi incamminai a passo spedito verso Riccardo, ma per la seconda volta in quella giornata la ragazza mi afferrò il braccio.

- Allora è vero! -

- Che cosa? -

Rispiravo affannosamente, Riccardo mi dava le spalle e avanzava velocemente, non volevo che se ne andasse.

- Che sei frocio! -

Mi si strinse lo stomaco e sentii le guance che ribollivano. Provai una profonda vergogna.

Si voltarono tutti a guardarmi, compresa quell'unica persona di cui mi interessava il parere.

Guardai Noemi con odio, ma non le dissi niente.

 

La casa sembrava più silenziosa del solito, un silenzio opprimente. La lancetta dell'orologio rotto scandiva il tempo in modo irregolare.

- Hey -

Mi sedetti su una sedia in cucina.

- Mi saresti molto più utile se potessi parlare -

Nessuna risposta.

- Mi potresti aiutare a comprenderlo un po' meglio…intendo tuo figlio -

Sospirai.

- Ma forse non lo conosci bene neanche tu... Be', è un bravo ragazzo -

Mi alzai e indossai un giubbino scuro con il cappuccio. Fuori era buio pesto, perfino i lampioni si astenevano dall'illuminare la strada all'esterno.

Avvolsi la donna in una coperta vecchia e me la caricai sulle spalle.

- Oh! Sei bella pesante, eh! -

Uscii di casa con quel fardello addosso e camminai a lungo, respirando pesantemente e osservando le piccole nuvolette bianche che fuoriuscivano dalla mia bocca per via dell'aria gelida. Giunsi in un terreno ormai abbandonato, ricordai che da piccolo andavo spesso a giocare a pallone lì, con i miei amici, ma l'anziano proprietario non perdeva mai occasione per dire ai miei genitori che non sopportava i nostri schiamazzi a tutte le ore del giorno. Sorrisi.

 “A quel tempo quel vecchio era davvero l'unica cosa che mi terrorizzava”

- Ecco, qui dovrebbe andare bene -

Mi accorsi che ultimamente avevo preso la brutta abitudine di parlare ad alta voce quando ero solo, probabilmente lo facevo un po' per sentirmi meno solo, un po' per riempire il silenzio assordante di ogni giorno.

- Non è il massimo per te, ma in fondo non so neanche se sei stata una brava mamma. Evidentemente...No -

Mi tirai su le maniche e cominciai a scavare nella terra a mani nude, portare con me una zappa avrebbe destato troppi sospetti.

- È noioso, vero? -

Gettai un'occhiata al corpo addormentato, seduto con la schiena aderente a un vecchio tronco d'albero.

- Ti va se ti canto una canzone? -

Presi il suo silenzio come un consenso e, accompagnato dal rumore che facevano le mie mani a contatto con la terra umida, iniziai a cantare.

"My head is haunting me and my heart feels like a ghost

I need to feel something, cause I'm still so far from home

Cross your heart and hope to die

Promise me you'll never leave my side

Show me what I can't see when the spark in my eyes is gone

You got me on my knees, I'm your one man cult

Cross my heart and hope to die

Promise you I'll never leave your side

Cause I'm telling you, you're all I need

I promise you you're all I see

Cause I'm telling you, you're all I need

I'll never leave

So you can drag me through Hell

If it meant I could hold your hand

I will follow you cause I'm under your spell

And you can throw me to the flames

I will follow you

I will follow you..."

 

Ciao! Come al solito sono in ritardo…stavolta ho scritto il capitolo abbastanza in fretta, il problema era postarlo, uff.

Come sempre scusate se ci sono errori grammaticali o legati a struttura e html, anche se ho rivisto il testo settordici volte (?). La parte iniziale vi sembrerà un po’ noiosa forse, ma ci tenevo a fare una maggiore “analisi” sui pensieri di Alessio.

 

Grazie a tutti quelli che hanno continuato a leggere la mia storia, ah! Ho iniziato a postare i capitoli anche su Wattpad, un po’ modificati per via di cose che non mi piacevano molto, se vi va la trovate con lo stesso titolo, il mio nick è grethahh_ 

 

P.S. La canzone alla fine del capitolo è Follow You dei Bring me the horizon, vi consiglio vivamente di ascoltarla <3

 

  
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