Storie originali > Epico
Segui la storia  |      
Autore: ffancy    12/05/2017    0 recensioni
Iliade!ModernAU | 20 capitoli
Hector è l'erede, ma ancora non lo sa: il tempo della resa dei conti si avvicina, e presto capirà quanto peso le sue spalle possono sopportare;
Polyxena non ha perso i suoi interessi riguardanti la moda, nonostante abbia da tempo superato l'età in cui vestiva le sue bambole;
Alexander e Cassandra sono l'uno l'ombra dell'altro, e ancora di più l'ombra dei fratelli maggiori;
Achilles non ha mai perso, e non ha alcuna intenzione di iniziare adesso;
Odysseus ha nel cuore un orizzonte impossibile da dimenticare, ma ha imparato a fare i conti con la nostalgia e ad andare avanti;
Homer insegna teatro a due ragazzi che hanno da sempre lottato per essere protagonisti della loro storia.
* In una città immaginaria dello stato di New York, Troy, si scontrano l'attività familiare di Priam Darrow e l'impresa dei fratelli Agamemnon&Menelaus, sponsor di origine greca di una squadra di football *
" Ci sono cose, " le disse, " da cui semplicemente non si può fuggire. Gli antichi le chiamavano fatalità. Il Destino sceglieva. "
Genere: Drammatico, Generale, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: AU, Lime, OOC | Avvertimenti: Non-con, Tematiche delicate
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Άνάγκη

FATALITÀ

 

/fa·ta·li·tà/

sostantivo femminile

1. Inevitabilità, ineluttabilità.

Fato, destino.

2. Avversità, sfortuna, disgrazia.

 

 

‘Cantami, o Diva ...’

Prologo – L’inizio e la fine

 

Pensò, Cassandra, che se avesse dovuto parlare della sua fanciullezza, avrebbe iniziato e finito con le dita di Apollo. L’aveva conosciuto in un giorno di ottobre di molti anni prima, quando era poco più che una ragazzina – o meglio: l’aveva visto, per la prima volta, seduto con la schiena rivolta al palcoscenico, poiché per molti mesi non aveva avuto coraggio di rivolgergli la parola. Aveva allora creduto di perdersi nel contemplare i movimenti sinuosi delle dita sul piano, sulle corde della chitarra, dita che si agganciavano alle fibbie dei pantaloni quando era assorto, che scivolavano nella chioma bionda fluente, che – immaginava Cassandra – avrebbero potuto ridisegnare il suo corpo appena sfiorandola, come il più caro dei fratelli e degli amici, il più delicato degli amanti.

Tutto in Apollo era la bellezza che in quegli anni aveva imparato da Homer, la sua figura slanciata e gli occhi del colore che aveva il mare la mattina, la voce melodiosa e vibrante, il piglio sereno, l’aria intellettuale e assorta quando sostituiva Homer come insegnante, l’intensità indescrivibile dello sguardo. Come un simile uomo si sarebbe innamorato di una ragazza come lei?, pensava, chiudendo tuttavia spesso fuori dalla mente tali pensieri, per far piuttosto spazio a quelle struggenti, gloriose fantasie che li figuravano insieme, in un mondo dove solo Cassandra ed Apollo esistevano.

Perciò quella mattina, nel vederlo raccogliere le ultime cose, il viso ancora pulito e intonso e lo sguardo cristallino, sentì come una stilettata al cuore. Vide in lui la sua adolescenza dirle addio e dissiparsi nel languore del teatro deserto, come se improvvisamente una parte di lei fosse morta, una parte che apparteneva alla luminosa figura di Apollo.

Cercava Homer, in realtà, che la sera della prima le aveva detto: « Non dimenticare niente, ti prego, » cercando con gli occhi acquosi l’ombra della sua figura. Aeneas le aveva detto che quel pomeriggio l’insegnante l’aveva cercata per parlarle. Mosse qualche incerto passo nell’oscurità tagliata dalla luce obliqua del mattino, e pensò di rivolgersi ad Apollo: « Sai se Homer è qui? »

Il giovane uomo si voltò, per niente stupito di vederla, accennò a uno strano sorriso, che un tempo avrebbe irradiato calore nel ventre della ragazza. « Se n’è appena andato. E, Cassandra? Aeneas ti stava cercando. »

Aveva un tono cadenzato, dolce, e per la prima volta Cassandra trovò fastidiosa la sua tranquillità, si vergognò di fronte alla lucente bellezza di Apollo colto dal sole. Ignorò la sua ultima frase, avvicinandosi a lui fin da appoggiargli una mano sulla spalla; « Come stai? », chiese, «  Sono settimane che non ti vedo. » C’era una punta di accusa nelle sue parole, qualcosa che chiedeva: perché non sei venuto alla prima? E insieme a questa c’era un’apprensione sincera. Aveva visto troppo dolore perché potesse più augurarne a qualcuno. « Io sto bene, Cassandra. Credevo che tu non avessi più tempo da trascorrere con me, invece, dopo quello che è successo. Mi dispiace molto per Hector. »

Quelle parole ebbero il potere di suscitare in lei un forte, inspiegabile senso di fastidio. Mi dispiace!, urlò nella sua testa. Ti dispiace? Dispiace a tutti, Apollo, a tutti quelli che sono venuti al funerale di Hector e neppure lo conoscevano ... non dirmi che ti dispiace, non dirmelo!

Deglutì l’amarezza, allentando la presa sulla spalla dell’uomo. « Non era il tempo che mi mancava, » bisbigliò. « Non so neanche come abbia fatto a venire qui. Non credevo neppure di riuscire a – » s’interruppe bruscamente, di fronte allo sguardo limpido di Apollo. « Non importa. Dov’è Aeneas? » Lui accennò con una mano al palcoscenico. Le rivolse lo stesso sguardo indecifrabile con cui l’aveva accolta, facendo credere a Cassandra che avesse compreso tutto. La cosa le provocò un’inspiegabile disagio. Lasciò indietro Apollo e l’infanzia e rimase per qualche istante a contemplare Aeneas, il guizzo dei muscoli sotto la t-shirt, i capelli scuri e ordinati, la pelle olivastra e lucida delle braccia scoperte. « Mi cercavi? » La sua voce risuonò fragile nel grande palcoscenico. Aeneas si voltò, lasciando cadere i costumi di scena che stava piegando, le sorrise una maniera così limpida e umana da farle tremare il cuore. « Cassie, » sfiatò, « sono giorni che ti cerco. » Per un attimo Cassandra pensò che non sapesse cos’era accaduto, ma la punta di tristezza che balenava nel suo sguardo allegro la convinse del contrario. « Sapevi dove trovarmi, » replicò.

Lui le rispose abbracciandola saldamente, così che lei potesse accorgersi di quanto Aeneas fosse diventato alto negli ultimi anni, quanto i loro corpi si adattassero perfettamente, nella maniera in cui un tempo il corpo di una bambina di nome Cassandra si adattava al corpo di un ragazzino chiamato Hector. Il pensiero la bruciò e si ritrasse un poco. « Mi sei mancato, Aeneas, » ammise. « Cosa dovevi dirmi? »

« Un messaggio da parte di Homer. Che in realtà, » spiegò, « è solo un oggetto speciale. » Le porse un quaderno rosso ad anelli, che raccoglieva al suo interno le pagine di un copione. Cassandra prese a sfogliarlo stupita, meravigliata nel vedere fra i nomi dei personaggi il suo nome, quello di Aeneas, quello di Hector e Polyxena e Achilles e Agamemnon ... « Che cos’è? »

« La nostra storia, » spiegò semplicemente il ragazzo. « Ricordi quando Homer diceva che un giorno, anche se ormai vecchio, avrebbe trovato l’unica storia degna di essere raccontata, quella che avrebbe cancellato tutte le altre opere della sua vita? Alla fine, a quanto pare, i personaggi che cercava erano davanti ai suoi occhi. »

« Non voglio leggerla, Aeneas, » si trovò a considerare. « Come può sapere cosa significa? Perché ha fatto questo? Sa, forse, quanto fa male, quanto farà male per sempre ... »

Lui gettò la testa all’indietro, distogliendo lo sguardo da quello di Cassandra che era gonfio di dolore.

« Ha scritto per non dimenticare, Cassie, » mormorò, aprendo il quaderno all’inizio, quando Cassandra era una ragazzina e Alexander Paris solo il suo gemello, quando Polyxena rideva agitando al vento la chioma rosso tiziano, quando Hector era vivo, tutto era semplice, l’inizio prima dell’inizio, prima di Helen e dei tradimenti, delle vendette e delle bugie, del dolore inenarrabile di Achilles e quello di Andromache, consumati dalla fiamma della disperazione fino a rimanere manichini di cenere in balia del vento. Ognuno di loro portava dentro un singolare e intimo universo spezzato, un personale lutto con cui fare i conti, un bagaglio di memorie lacere cui aggrapparsi nelle notti più impietose; ma un tempo era stato un universo giovane e pieno di speranze, un tempo c’era stato un inizio di risate e di infanzie senza pensieri, un inizio che proprio in quel momento doveva essere ricordato.

« Cassandra (ridendo): » lesse Aeneas, « pensa ai fatti tuoi, Alexander! » Rimase a contemplare l’espressione stupita della ragazza. Quella Cassandra che nel copione rideva era in qualche modo ancora viva dentro di lei. « Dimenticare l’inizio farebbe meno male. Voglio ricominciare daccapo, Aeneas. Non riesco più ... »

« Ricominciamo, allora. Apollo ti ha detto che dovrò partire? Vieni con me! Andiamo lontano da questa città, insieme, ma non dimenticare l’inizio. E’ tutto quello che siamo. »

« Quello che eravamo, vorrai dire. »

Scosse la testa. « Quello che siamo ancora. Tu sarai sempre Cassie che amava Hector e Polyxena più della sua stessa vita, anche adesso che li porti solo nel cuore. Mancano anche a me. Ma possiamo ricominciare. » Il teatro era imbevuto di una strana luce, alta e chiara, che galleggiava sul soffitto e gettava pozze luminose sul pavimento del palcoscenico. Aeneas stava in piedi proprio in una di quelle pozze, il sole lo coglieva in pieno, disegnando ombre affilate sul suo viso maturo, rendendo d’oro gli occhi color nocciola, brillante la sua pelle. Cassandra era ritratta nell’ombra e solo qualche ciocca dei suoi capelli rossi – che mai sarebbero stati di quel rosso vivo che era appartenuto alla sorella – era colta dalla luce. Seguì con gli occhi la lenta danza della polvere che si librava nell’aria salendo dai costumi. C’era qualcosa di caldo e denso nel suo petto, come della terra inquieta dalla quale le radici sono in procinto di germogliare. « Mi vuoi bene, Aeneas? » chiese, bisbigliando appena, la voce sottile come carta e altrettanto fragile. Socchiuse gli occhi e le ciglia gettarono ombre frastagliate sugli zigomi. Teneva le braccia conserte al petto, le dita aggrappate ai gomiti, la testa reclinata verso il basso, le spalle infossate; era così piccola, pensò Aeneas, con un tuffo al cuore, così infinitamente piccola e piena di dolore, Cassandra che era stata tutto per lui in quegli anni, una migliore amica con cui confidarsi, una madre che gli desse consigli, una spalla nelle difficoltà, una co-protagonista sul palco e nella vita, un’amante che era stata insieme timida e passionale, pudica e orgogliosa, una sorella quando era solo.

Immaginò che ci fossero angoli del corpo di Cassandra che nella notte in cui aveva subito violenza erano morti per sempre, che c’erano pieghe perdute in quel corpo che era fragile senza essere eccessivamente esile, e pensò che avrebbe voluto prendere una mano della ragazza fra le sue e percorrere con lei quel corpo distrutto e sistemarlo, amarlo come lei meritava.

« Dimmi, Cassie, » iniziò dunque, « dimmi solo come non potrei. Sei stata mia sorella, la mia migliore amica, la mia spalla, » rise, « quel che manca della mia anima ... il mondo lo sa! Sei stata l’unica. » Quella consapevolezza lo colse di sorpresa, per questo si trovò a ripeterlo. « Anche ora sei l’unica. » Vide le lacrime colmarle gli occhi e impigliarsi nella prigione color zucchero bruciato delle ciglia, così che era visibile solo una sottile striscia delle iridi chiare, le lacrime scintillanti a fare da cornice al suo sguardo. Il petto di Cassandra ebbe uno spasmo e lei alzò il viso verso l’alto, come a voler catturare l’aria nel suo respiro ... quando riabbassò gli occhi su Aeneas vide che aveva posato il quaderno su una sedia dove erano piegati i costumi e la guardava timido e rassicurante, dolce e incerto. Anche lui era fragile, in qualche modo. « Quale scena di quale atto, signore? » bisbigliò, stiracchiando le labbra in un sorriso appena accennato.

Lui le restituì un’espressione seria. « Non è ancora stato scritto. Ma credo proprio che negli anni a venire qualche altro artista si appassionerà noi. A qualcuno potremo raccontare ancora le nostre storie, perché le trascriva, e rimangano eterne. »

Si aprì in un sorriso che era più luminoso di qualsiasi sole e scambiò con Cassandra un bacio fugace, appena uno sfioramento, umido di lacrime e di speranza. L’eternità fece uno strano suono sulla bocca di Aeneas, forse perché a Cassandra niente parve mai così vero: in quella mattina, in quella ridicola mattina di un giorno e di un mese che non ci è dato di sapere, proseguiva lenta e inesorabile un’eternità che non avrebbe dimenticato nulla, da allora, neppure il più breve, veloce dei loro baci. Per la prima volta dalla morte di Hector e poi di Polyxena sentì che non tutto era perduto, che il vento della vita non era stato abbastanza forte da spazzarli via, e non lo sarebbe stato mai. Era la condanna – la meravigliosa condanna – a una vita immortale, nelle parole e negli scritti di chi li avrebbe ricordati.

« Cassandra e Aeneas, » disse, gustando il suono che quei due nomi avevano sulle sue labbra. Le venne da ridere. « Un bellissimo titolo per un opera. »

« Purché sia degna di noi, » stette al gioco Aeneas. « Altrimenti toccherà a me stesso scriverla. »

Proprio in quel momento il portone del teatro si chiuse e Cassandra si accorse che Apollo se n’era andato. Sapeva in fondo che se pure nessuno avesse più parlato di loro in futuro, a lei sarebbe andato bene così: sarebbe vissuta per sempre nell’eco dei gesti e delle parole di Aeneas, finchè lui sarebbe stato in vita, ovunque fossero, ovunque le loro strade li avessero portati.

Erano stati colti dallo stesso sogno ad occhi aperti e se ne riscossero insieme; si guardarono a lungo, come se si vedessero per la prima volta. Poi, lontano, dove la luce era abbagliante fuori dalle finestre a ribalta, l’orologio della piazza segnò le nove del mattino.

« Il mio aereo parte alle dieci, » disse Aeneas. Cassandra percorse per una volta ancora il suo corpo con lo sguardo, fermandosi nel punto sulla spalla sinistra dove la sua testa era stata poggiata.

Dunque sorrise. « Il nostro aereo, vorrai dire. »

   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Epico / Vai alla pagina dell'autore: ffancy